Tutto è collegato. La Luce come filo conduttore tra umano e divino

Epifania, teofania, vetrofania… quante sono le parole italiane che contengono il suffisso “fania”, derivato dal greco PHAOS, che significa ‘luce’? Il legame tra luce e divinità, infatti, pare essere trasversale a molteplici culture.
Sembra inoltre che la luce, per la sua diretta connessione con il sorgere del sole, sia legata su un piano trascendente all’Oriente in tutte le sue molteplici forme: quello giudaico, quello europeo, quello asiatico.

di Sara Uboldi

Il primo, quello giudaico, ci rimanda alle varie allusioni e profezie contenute nella Bibbia e nei Vangeli riguardanti la provenienza del Salvatore e l’inondazione luminosa che la sua venuta provocherà, muovendo da Oriente (dal latino ORIRI ‘sorgere’) a Occidente.

A proposito di contaminazioni culturali, la transizione del mondo pagano verso il cristianesimo dei primi secoli ha provocato il rinnovamento del significato del motto latino EX ORIENTE LUX, traducibile come “la luce (proviene) dall’Oriente”, intendendo per “luce” la divinità di Cristo, il quale nacque, secondo la tradizione, a Betlemme di Giudea, appunto, nel Medio Oriente. 

In età romantica, il motto è stato rivisitato nel suo significato e sfruttato dai circoli nazionalisti russi che dibattevano circa l’appartenenza del Paese all’Europa o all’Asia (cioè “l’Oriente”), a causa della sua particolare collocazione territoriale, come prova la poesia di Vladimir Soloviev Ex oriente lux (1890). Il componimento si chiude con una domanda di forte attualità geopolitica: “O Russia! […]  quale Oriente vuoi dunque tu essere: l’Oriente di Serse o di Cristo?”. La domanda acquista di legittimità se si pensa alla posizione storico-geografica della Russia, ai suoi innumerevoli contatti con entrambi i continenti e al “multiverso” delle sue etnie e sotto-culture. Di certo ne esiste però una maggioritaria: si tratta della tradizione cristiano-ortodossa. In essa, il culto della luce è particolarmente sentito e materializzato in una forma artistica e di venerazione concreta, quella dell’icona sacra in stile bizantino.

Il teologo filosofo russo Pavel Florenskij ritiene l’icona un “simbolo”, cioè un luogo di confine, che separa ma allo stesso tempo unisce l’umano e il divino attraverso la precisa rispondenza dei bordi, ma non solo. L’icona è una realtà visibile in cui la divinità invisibile si riflette. Ciò è possibile grazie al principio di “traslucidità”, cioè la “luminosità interiore”, grazie a cui la luce divina si manifesta attraverso la materia e, in modo particolare, attraverso l’icona sacra. La teologia dell’icona non si ferma però al manufatto artistico: anche l’uomo, essendo creatura “a immagine e somiglianza di Dio”, funziona come se fosse egli stesso un’icona sacra. Le razdelki, cioè le linee dorate del drappeggio e del corpo tipiche dei personaggi sacri raffigurati nelle icone, sono l’emanazione di questa luce sovrannaturale, nascosta nell’intimo dell’individuo. Nella contemplazione dell’icona sacra quindi, secondo la teologia ortodossa, l’uomo completa quel processo necessario alla sua piena realizzazione, ovvero l’incontro, quasi la fusione, con il divino. Ciò è possibile solo mediante la presenza della luce, manifestata dalle irradiazioni del fondo oro e delle razdelki dell’icona che, incrociando lo sguardo del fedele, lo integrano nel mondo della visione spirituale. 

Il concetto di “divino-umanità” non è caro solo alla spiritualità cristiano-orientale, ma è presente già nei libri dei Veda, risalenti al 2000 a.C,. circa, che rappresentano le pietre miliari di svariate pratiche cultuali e credenze diffuse in Asia ancora oggi – prime tra tutte l’Induismo e il Buddhismo.

Il quintuplice sentiero di luce di cui parla il Libro tibetano dei Morti ha come scopo il raggiungimento della Chiara Luce primigenia, la quale appare nel momento in cui l’iniziato acquisisce la piena consapevolezza dei sottilissimi eventi psichici che vibrano al centro del Sè e, una volta manifestatasi, essa ha il potere di dirigere la coscienza verso la totale liberazione, permettendo così l’accesso alla beatitudine del Nirvana.  

In particolare nel tantrismo, una filosofia che muove dai testi sacri indù, l’illuminazione mistica è simboleggiata da una goccia che scende dalla sommità del capo, in corrispondenza del settimo chakra

Nella trasparenza della goccia, così come nella traslucidità dell’icona, la manifestazione del divino viene a (con)fondersi con la natura umana, la quale tenta di risolvere le sue contraddizioni dibattendosi tra incoerente labilità e irresistibile forza interiore, una lotta spirituale dimostrata da secoli e secoli di infinita ricerca dell’Oltre e dell’Altrove – ovunque quest’Altrove si trovi, che sia a Oriente, nel Centro di noi stessi o in qualsiasi altro punto cardinale. Sta a ciascuno di noi deciderlo. 

Giorgione e la magnificenza della Luce

Giorgio Zorzi per tutti Giorgione da Castelfranco o per meglio dire solo Giorgione è uno  di quegli artisti che ha dato tanto e tanto poteva ancora dare, se non fosse stato il primo della lista dei “belli e dannati”, condannati ad una vita intensa e fuori dalle regole, ma che per sua natura finisce presto. James Dean, Amy Winehouse, River Phoenix e chi più ne ha più ne metta, e Giorgio, il grande Giorgio deve essere inserito nella lista.

di Jessica Caminiti

Autoritratto di Giorgione

Morto troppo giovane, si presume all’età di soli 32 anni, fu uno dei grandi pittori, che ammodernò e rese grande la pittura veneta insieme a Tiziano e Tintoretto, ma la sua innovazione fu come un fulmine a ciel sereno, uno  squarcio della linea temporale, un rimbalzo storto della palla… Insomma, stupì tutti e ancora oggi il mistero e la misticità che avvolgono le sue opere sono innegabile.

Quindi, breve ricapitolo: artista giovane e innovativo veneto e a quanto ne sappiamo molto bravo, ma… Perchè non ci ricordiamo di lui? La sfida per il primo posto per la regione migliore  la vince la Toscana, grazie a Vasari, che la descrive per filo e per segno. Così gli artisti veneti rimangono un po’ ai margini: gli eterni secondi, che la giuria guarda affranta e dice “bravi, ma…”, mentre, nel frattempo, si lancia sguardi  infuocati con il primo premio.

I tre filosofi
La vecchia

Bando alle ciance e ciancio alle bande, questa settimana dedicata alla Luce e alla sua potenza non può, che essere declinata attraverso questo grande pittore. Dovete sapere, che la caratteristica principale di tutti gli artisti veneti del Cinquecento è disegnare la luce e grazie alla luce: la potenza del chiaroscuro, il filtrare di quei raggi di sole, che segna e contrassegna ciò che possiamo vedere, è invenzione loro, in particolare la luce simbolica e potente, che lascia attonito e incredulo lo spettatore. In poche parole mentre i fiorentini usavano il disegno, quindi contornare le figure con precise linee di demarcazione, i veneti dal canto loro fecero sì che fosse solo il colore a descrivere margini e interconnessioni rendendo il tutto più fluido e compenetrativo.

L’amato Cerchiari e de Vecchi (compagno fedele di ogni storico dell’arte) recita, che la meditazione sui modelli di Leonardo porta Giorgione a riproporli, MA solo attraverso variazioni cromatiche, riportando “macchie” che con il magico tocco diventano persone, cose, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale…(sappiamo che l’avete canticchiata!)

Ora che vi abbiamo introdotti al santo Graal della storia dell’arte, cercheremo di raccontarvi attraverso due opere, quello che abbiamo cercato di dire a parole del grande Giorgio e useremo due quadri da cui un modernista non può prescindere per dirsi realmente tale: La pala di Castelfranco e La tempesta. Forse del secondo ne avete già sentito parlare e qualche reminiscenza liceale affiora tra simboli, domande, nonché risposte e, come aperto il vaso di Pandora, iniziano a riaffiorare quadri e immagini sfuggenti; I tre filosofi, La Venere, tutte affascinanti ed estremamente enigmatiche, ma focus: la Luce (anche per me è difficilissimo non divagare!)… Come dicevo: la luce nei due quadri si presenta come caratterizzante, nonostante il tema sia apparentemente opposto: religione vs profano, nudità vs castità, ma vediamoli da vicino!

Pala di Castelfranco

Nella pala (e voi mi direte: come in tutte le pale) troviamo la madonna con il bambino nella parte superiore con dei santi  sottostanti San Liberale e Francesco. La cosa, che stupisce (oltre la scelta di San Liberale) è proprio questa cadenza prospettica e di colore disegnata come fosse un’immensa danza a cui siamo ammessi grazie al nostro sguardo. La morbidezza dei panneggi delle figure e dei drappi, che troviamo in primo piano, viene ricreata dal gioco di luci e ombre, interrotto bruscamente dal podio che sorregge la Vergine e il Bambino e dal parapetto dietro il quale si apre una natura tipicamente padana. Questo immenso paesaggio, che troviamo alle spalle dei protagonisti, ricorda lo sfumato leonardesco (tecnica usata dall’artista fiorentino per richiamare il pulviscolo dell’aria, che sfuoca tutto ciò che si trova nei piani prospettici successivi…alias tutto ciò che è distante) e Maria e il bambino per la loro posizione rialzata sembrano immensi in questo locus amenus, che digrada il colore mano a mano, che ci allontaniamo dalla scena principe. Ci sembra di vedere due scene diverse: il chiaro e luminoso paesaggio si scontra con il  regalo siparietto sacro, eppure grande gioco di proporzioni e di prospettive differenti, fanno percepire la scena come unitaria e il boschetto, che si apre alle spalle di Maria, come sicura continuazione del primo piano.

La tempesta

La scena appena analizzata non ha niente di così strano e simbolico a livello iconografico per quel che riguarda il piano luce: essa è solo un riferimento atmosferico, ma le cose si fanno più complicate quando si parla de La tempesta (qui gli storici dell’arte fanno  un sorrisetto beffardo, si tirano su le maniche e iniziano a sbavare quasi dall’emozione!). Questo quadro datato tra il 1506 e il 1508 è un mistero, ma di quelli enormi! Commissionato dal veneziano Marcantonio Michiel vi descrivo la scena così giusto per intenderci: in primo piano a destra c’è una donna nuda, mentre sul lato opposto  un uomo vestito la osserva appoggiato ad un bastone; oltre possiamo vedere tanta, tanta natura, una città un fiume e un fulmine… ora… parliamoci chiaro… COSA??? Questa è la scena da cui nessuno riesce a staccare lo sguardo, perché assurda e si percepisce qualcosa di altamente contrastante, ma cos’è, perché tutti questi elementi sembrano così lontani eppure così possibili? Settis, importante storico dell’arte, descrive la scena come la cacciata del paradiso, ovvero Adamo ed Eva arrivati sulla Terra si ritrovano a rincorrere delle nuove esistenze umane dove il tempo scandisce secondi e minuti (il fiume e la decana rappresentazione del panta rei) e loro saranno i primi a provare le fatiche del lavoro e del parto e ricostruire la civiltà. Questa però è solo una delle molti chiavi di lettura, che si possono trovare sparse tra i manuali: chiavi mitologiche, chiavi alchemico-magiche tutte affascinanti e piene di punti a favore, tanto da non saper scegliere. Quello che poi complica la vita sono le radiografie (che sì, si fanno anche ai quadri) con le quali  si scoprono nuove posizioni, nuovi personaggi, diverse impostazioni, come ad esempio la donna, che doveva essere in un primo momento vestita intenta ad abbeverarsi al fiume proprio dove si trova l’uomo! Un super Ambaradan insomma!! 

Particolare de La tempesta

Quello, che però è certo è la luce grave, la quale rende a livello emozionale il pathos del momento, ma dobbiamo concentrarci su un’altra luce simbolica e prepotente nel quadro: il fulmine. Questa entità naturale e sovrannaturale allo stesso tempo indica uno strappo, un cambiamento repentino. Nella natura indica il lento avvicinarsi di una tempesta, qualcosa che l’uomo non può comandare e che teme, ma essa è molto di più, è la manifestazione del Divino in persona. Proprio Lui, che molte volte viene simboleggiato dalla Luce, questa volta si manifesta nell’ira e nel furore della tempesta, ma d’altronde come si può biasimare: una cosa aveva chiesto, solo una, ma si sa la curiosità umana è innata e grazie Eva!

Luce reale e luce simbolica, in questo breve percorso vi abbiamo descritto due quadri cardine del movimento veneto di cui non ci si può che innamorare e che dire di più? non si può sfuggire dalle emozioni e dalla sete di conoscenza, che porta a risfogliare ogni libro di storia dell’arte, che abbiamo in casa per cercare risposte a quel fulmine o a mille altri quesiti… Che questo Giorgione non sia la nostra mela maledetta?