La realtà di Mapplethorpe

Mapplethorpe ha reso la sua fotografia il manifesto di quello che lui era. Ha rappresentato il suo mondo, il suo modo di essere e di amare, una scelta coraggiosa in un’epoca dove l’omosessualità era sinonimo di una delle malattie più pericolose del secolo: AIDS.

di Jessica Colaianni

Gli anni Settanta e Ottanta vedono un forte fermento sia dal punto di vista socio politico, con la fine della Guerra Fredda e la caduta del muro di Berlino, sia dal punto di vista artistico, dove assistiamo a una varietà incredibile di linguaggi, stili e poetiche. Con l’avvento dei media tecnologici, il quadro su tela, anche se usato ancora da alcuni artisti, viene per lo più soppiantato dall’utilizzo di altri strumenti, quali la fotografia, il video, le installazioni. Diventa ormai impossibile etichettare un artista sotto il nome di pittore, scultore, fotografo e non esistono più movimenti che racchiudono un gruppo legato da uno stile comune. Assistiamo invece a una vera e propria poetica del mescolamento, dove gli artisti, liberi da queste classificazioni, possono esprimere le loro idee usando vari stili e linguaggi per trasmettere i propri messaggi.

Calla Lily (anni ’80)
Portfolio X (1978)

In questi anni di grande fermento, un evento particolarmente significativo sconvolge il mondo, si scopre una nuova malattia, l’AIDS, un’infezione virale che inizialmente si pensava colpisse solo gli omosessuali e che fece, in particolare nei primi anni, migliaia di vittime. Molti artisti rimangono intimamente coinvolti, perdendo i propri cari e alcuni furono vittime della malattia stessa; molti sono coloro che, sensibili a tali tematiche, iniziano a raccontarle attraverso la loro arte. Tra questi abbiamo Robert Mapplethorpe, fotografo statunitense nato a New York nel 1946 e morto nel 1989 proprio a causa di complicazioni derivate dall’AIDS. Si avvicina al mondo dell’arte iscrivendosi al Pratt Institute, senza però portare a termine gli studi.

L’incontro con la fotografia e il conseguente innamoramento, avviene al MoMa, dove Mapplethorpe ebbe accesso alle camere blindate che custodivano l’intera collezione del museo. In un primo momento realizza delle immagini con la Polaroid mentre successivamente si dedica alla fotografia analogica. Gli scatti che realizza si sono da sempre contraddistinti per una qualità formale ed estetica eccezionale. Le foto, infatti, oltre ad avere una sapiente e accurata composizione, sono stampate in grandi formati e con tecniche raffinate e costose, come la stampa al platino. Nei lavori di Mapplethorpe si assiste a una totale fusione tra arte e vita, dove il fotografo stesso è spesso protagonista o comunque particolarmente legato ai personaggi fotografati. Le tematiche principali che tratta sono la sottocultura omosessuale di New York, di cui lui stesso faceva parte, l’identità di genere e la pornografia, la quale Robert eleva ad arte, ricevendo non poche critiche e sconvolgendo la società.

Portfolio X (1978)
Autoritratto (1988)

Le sue immagini sono estremamente crude e dirette, l’esempio più eclatante è la serie Portfolio X (del 1978), dove troviamo, ad esempio, un autoritratto di spalle con una frusta inserita nell’ano o ritratti di coppie autentiche della scena S&M gay di New York, intenti nello svolgimento di pratiche erotiche estreme. Attraverso questi scatti Mapplethorpe ha dato voce a un’omosessualità violenta, sadomasochista e non effeminata, rendendo pubblica e senza vergogna tale realtà, restituita dal fotografo in una sorta di diario intimo e da album di famiglia.

Negli anni Ottanta si dedica a scatti meno cruenti e nota è la serie dedicata a fiori e piante, ritratti estremamente raffinati e stilizzati che rimandano comunque, in modo più poetico, agli organi sessuali maschili e femminili. Uno degli ultimi scatti, e forse quello più toccante, è sicuramente l’autoritratto del 1988, dove vediamo il volto di Robert emergere da uno sfondo nero e tenere in mano un bastone che ha come pomello un teschio, immagine inevitabile della morte imminente. Oltre a Mapplethorpe sono molti gli artisti che hanno posto attenzione al tema e i suoi scatti hanno indubbiamente influenzato molti fotografi degli anni Novanta. Possiamo affermare con certezza che le sue immagini hanno raccontato con fierezza il suo essere, in un periodo in cui gli omosessuali venivano presi di mira e maltrattati semplicemente per quello che sono, ovvero persone, come tutti.

Fonti:

– C. Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012;

– Patti Smith, Just Kids, Feltrinelli, 2010