La fotografia post mortem

La fotografia racchiude la memoria di un momento e delle persone che ci sono state vicine e care. Proprio per questo nell’Ottocento questa l’arte fotografica era l’oggetto di una pratica piuttosto…particolare.

di Jessica Colaianni

Sin dagli inizi della diffusione della fotografia, questo strumento, ancora prima di entrare di diritto nel mondo dell’arte, venne usato per lo più dalle persone comuni. I ritratti pittorici, infatti, vengono sostituiti da quelli fotografici e ben presto si sviluppa la moda degli album di famiglia, libri che racchiudono la storia di essa per immagini.

Durante l’epoca vittoriana però, si diffonde una pratica che, agli occhi di noi contemporanei, può risultare piuttosto macabra. Stiamo parlando della pratica di realizzazione di fotografie post mortem. In caso di dipartita del proprio caro, in quegli anni divenne d’uso comune contattare un fotografo e affidargli il compito di scattare un ultimo, e spesso unico, ritratto. In particolare, i protagonisti maggiori di questi scatti erano i bambini, a causa proprio dell’alta mortalità infantile che investiva l’Europa in quegli anni. Le fotografie, inoltre, all’epoca del loro sviluppo, richiedevano somme dispendiose per essere realizzate quindi, in caso di morte, si contattava il fotografo al fine di ottenere uno scatto che potesse in qualche modo preservare il ricordo della persona venuta a mancare. Pertanto lo scopo primario di queste fotografie era prevalentemente quello di mantenere viva la memoria di quel determinato membro della famiglia. Proprio per questi motivi, spesso, questi scatti ritraevano la persona defunta con gli occhi aperti e in atteggiamenti che suggerivano fosse ancora in vita, per non lasciare ai familiari un ricordo doloroso ma dando quindi un risultato che potesse in una certa maniera risultare piacevole.Per fare ciò, i fotografi realizzavano delle vere e proprie manipolazioni sul cadavere dimostrando così come questo processo facesse completamente parte dell’intero rituale funebre del tempo.

Mirko Orlando, nel suo libro Fotografia post mortem, analizza questa prassi dando spunti diversi, ampliando il discorso anche dal punto di vista antropologico e sociale. Prima di tutto, da allora, è certamente cambiato il rapporto che l’uomo ha con la morte. In passato, essa era presente in ogni famiglia, poiché, a causa della scarsa igiene e della mancanza di cure mediche adatte, era facile morire prematuramente. Questo avveniva per lo più in casa, legando di conseguenza l’esperienza diretta della morte con la famiglia, la quale assisteva il malato fino alla fine. Attualmente, invece, vi è una netta distanza tra la vita, che si consuma nell’ambiente familiare o altrove, e la morte, la quale avviene prevalentemente in ospedale. In tutte le culture, la perdita di un caro è un evento tragico a cui, attraverso determinati rituali, bisogna reagire. Questi rituali coinvolgono allo stesso modo il defunto quanto i parenti rimasti, i quali, essendo in vita, hanno il compito di occuparsi di esso che, secondo certe credenze, è sostituto dello spirito e quindi, per evitare eventuali ritorsioni e tormenti, è necessario che la sua dipartita avvenga nei migliori dei modi.

L’essere umano ha paura della morte, quando si trova davanti ad essa, adotta dei meccanismi di rimozione che possano in qualche modo eluderla. Sin dalla sua origine, l’uomo ha cercato di rendersi immortale costruendo piramidi, commissionando statue e ritratti, rendendo eterna la propria immagine attraverso la permanenza del segno. Ma perché si sceglie in questi casi di fotografare proprio il cadavere? La fotografia post mortem interviene in questi casi come parte integrante del rito funebre, come componente essenziale che, insieme a tutti gli altri elementi, contribuisce a far mantenere vivo il ricordo della perdita subita, oltre al fatto che, come già accennato all’inizio, spesso il ritratto dopo la morte era l’unico che una famiglia potesse possedere, a causa dei costi delle fotografia che non tutti potevano permettersi abitudinariamente. Questi scatti risultano essere utili ai parenti rimasti come un modo per affrontare la paura della morte e allo stesso tempo come sostegno importante per il superamento del lutto. Il dispositivo fotografico quindi giunge in aiuto ai familiari per affrontare il dolore in maniera attiva. Queste immagini quindi, non devono essere viste come frutto di una qualche macabra e strana pulsione, ma esse risultano avere invece un effetto terapeutico per chi le possiede. Per quanto possa risultare a noi straniante, questa pratica era allora molto comune e diffusa, ma bisogna precisare che essa restava comunque legata ad un’atmosfera intima e privata.

Nel corso degli anni, infatti, con l’ingresso della fotografia nell’arte, sono molti gli artisti che hanno reso pubblico il dolore della perdita attraverso degli scatti, come ad esempio Nan Goldin o Nobuyoshi Araki, di cui vi abbiamo parlato in altri articoli in passato, non suscitando poche critiche.

Fonti:

– M. Orlando, Fotografia post mortem, Roma, Castelvecchi, 2013;

– S. Sontag, Davanti al dolore degli altri, Milano, Mondadori, 2003 .

La poesia della Morte

Perché parliamo di un cimitero? Perché vi trasciniamo in questa passeggiata  così lugubre e misteriosa? La risposta è una sola: la ricerca di qualcosa di diverso! Se le prime parole associate a questo luogo sono morte, disperazione e fine, datemi la possibilità di stupirvi attraverso una camminata leggera e simbolica tra dolci colline e permeabili architetture, che vi stupirà.

di Jessica Caminiti

il cimitero di Eskende

Il cimitero, che vi porterò virtualmente a visitare è il cimitero di Eskende ideato dalla genialità di un architetto visionario e criptico allo stesso tempo: Erick Gunnar Asplund. Nel mentre in cui, in Europa, l’international style iniziava ad imporsi come stile architettonico principale, la regione scandinava si distingueva per il  suo approccio meno cosmopolita basato su nuove fonti d’ispirazione di un linguaggio vernacolare e spontaneo tipico dei cari vecchi tempi andati del freddo Nord. Questo “richiamo alla nazione” porta ad uno stile fortemente tipico a cui la Svezia, Paese in cui si trova il nostro cimitero, dà un tocco ancora più particolare, caratterizzato dalla tendenza alla deformazione e dall’ossessione per l’ambientalismo, che si si ostentano attraverso una ricerca quasi maniacale della fusione tra linguaggio architettonico e naturale.

Passiamo ora però alla nostra passeggiata all’interno di questo luogo, la quale cercherà di essere il più piacevole possibile,  ma non si può promettere niente, d’altronde sempre di un cimitero si parlerà! Prima di tutto bisogna sapere che il risultato, che possiamo ammirare oggi non è il primo bozzetto presentato da Asplund e dal collega Lewerentz, ma un continuo rimaneggiamento del progetto iniziale, il quale  ha portato l’artista a vedere concluso il cimitero solo un anno prima della sua morte, nonostante il concorso fosse stato indetto i primi anni del Novecento. Le richieste della giuria proclamatrice furono tre principali: far trasparire la morte come un passaggio naturale e pacifico dell’esistenza, creare un percorso di inscindibilità tra paesaggio e architettura e, ultimo, ma non ultimo, proclamare la cremazione come simbolo di uguaglianza tra tutti i cittadini svedesi.

Il percorso al crematorio

Per comprendere al meglio come ogni parametro fosse stato rispettato è ora di entrare e iniziare ad osservare il cimitero e… nessuna sensazione negativa ci pervade! Immersi nella natura e nella bellezza del verde svedese, non si può pensare e parlare di sofferenza, di morte, senza tener conto del reale messaggio, che questo cimitero ci vuole passare: la rinascita e il ciclo continuativo della Terra con e nonostante noi. Il gioco continuo di pieni e vuoti, offerto naturalmente dal paesaggio autoctono, ricorda il ritmo del nostro respiro, sembra reinsegnarci a inspirare ed espirare per avvicinarci di nuovo al cosmo e alla sapiente Natura, che ci accoglie, umili ospiti, per calmarci e placare i nostri spiriti prima dell’arrivo alla cappella. 

Mentre impariamo a riascoltare noi stessi in contatto con la Terra, raggiungiamo il centro del cimitero: la cappella Woodland di Asplund; questa piccola architettura immersa nel verde, estremamente permeabile grazie ad un ampio colonnato ci permette di entrare nel luogo sacro senza abbandonare la cornice naturale, che si sviluppa tutta intorno. La lunga passeggiata tra dolci pendii ed aspre collinette, che ci ha condotti fino all’ingresso,  ha permesso la rielaborazione della morte e l’accettazione della caducità della vita, ma allo stesso tempo l’ammirazione della chiesetta ci racconta anche qualcosa di più attraverso il sincretismo tra religione cattolica, ambientalismo e architettura, percepiamo che c’è altro rispetto alla morte dura e cruda, come tanto volte viene descritta. La cappella con il suo tetto spiovente, tipico dei Paesi nordici, porta ad alzare lo sguardo verso l’alto e ammirare il cielo e il suo simbolismo è evidente nel momento in cui questa spinta verticale viene messa a confronto con la volta seminterrata dove si depositano i corpi: quanto la nostra materialità viene abbandonata e lasciata alla terra, tanto la nostra anima aspira al cielo e alla salvezza.

La Cappella Asplund

In conclusione cosa si può dire? Ogni passo all’interno di questo cimitero ci parla di sincretismo e non ci fa respirare la paura atavica della morte, anzi ci porta alla riflessione e alla ricerca di qualcosa di più viscerale e naturale all’interno di noi. Ogni riflessione, che si può fare pensando al cimitero di Eskende è un susseguirsi di emozioni, negazioni e accettazioni del fatto che ogni cosa ha il suo posto e la grandiosità della vita la si raggiunge nella consapevolezza della pienezza del macrocosmo. L’uomo si sente piccolo di fronte alla magnificenza della natura, che lo avvolge, la Terra viene sublimata dallo sguardo estasiato dell’uomo, quanto l’uomo viene accettato e accolto dal verde, che si estende a perdita d’occhio. In questo gioco di compenetrazioni e discorsi filosofeggianti si conclude il nostro tour virtuale, senza però dimenticare la promessa di riproporre le parole chiave del cimitero, che non sono più morte, disperazione e fine, ma io opterei per altre altrettanto criptiche e cucite a pennello: rinascita, sublime e completamento.

Le danze della morte

«Che cosa dipingi?»
«La danza della morte.»
«E quella è la morte?»
«Sì. Che prima o dopo danza con tutti.»

di Ludovica Fasciani

Così si apre la scena dell’incontro tra Jöns e il Pittore ne Il Settimo Sigillo: a fare da quinta alla scena il lungo affresco che si snoda tra le arcate mostra una serie di scheletri e uomini che si tengono per mano, in un intreccio di tristi presagi che oscurò i cimiteri del mondo occidentale alla fine del Medioevo.
La grande peste del 1347 travolse come un fiume in piena le grandi città europee durante un’epoca di rinascenze culturali e grande agio economico. E proprio per questo si rivelò distruttiva e sconvolgente, lasciando una cicatrice indelebile sulla coscienza collettiva degli uomini del tempo. Uno dei segni tangibili di questo trauma fu il fiorire, dalla seconda metà del Trecento, del tema delle Danze Macabre sui muri delle più importanti città europee: dal Camposanto di Pisa al Cimitero degli Innocenti di Parigi fino ai confini delle foreste polacche, la Morte cominciò a prendere per mano uomini di ogni ceto sociale per condurli in una danza vorticosa e inarrestabile.

Uno dei tratti distintivi di questa nuova iconografia fu proprio l’importanza che rivestiva la rappresentazione delle classi sociali nella Danza; il messaggio era che non importa chi tu sia e quanto potere tu abbia, la Morte verrà a prenderti e non c’è posto dove fuggire. A noi moderni la prospettiva di una rappresentazione così -appunto – macabra inquieta e fa storcere un po’ il naso, ci viene quasi la tentazione di metterci a urlare “certo, è ovvio, sempre a pensare all’oscurità questi omini del Medioevo, d’altronde si sa, sono i secoli bui e del ricordati che devi morire”. Ma invece loro, quegli omini preda del Fato e dell’angoscia di veder morire i propri cari, trovarono il modo di ammantare la Morte di implicazioni satiriche e ironiche -e non è un caso se, alla fine, il tema della Danza Macabra ispirò anche un cortometraggio di Walt Disney, che con la magia dell’animazione ai suoi primi passi riuscì ad orchestrare un meraviglioso balletto di scheletri in bianco e nero.

La vera epoca d’oro del tema delle Danze Macabre si aprì con l’invenzione della stampa, che permise la diffusione capillare di un’iconografia di immenso successo in cui ogni uomo, fosse Papa, Imperatore, calzolaio, prete, becchino, giullare o banchiere poteva riconoscersi. Gli esemplari di libri a stampa che riproducevano le Danze furono numerosissimi, ed è anche grazie a queste preziose tracce -quando tante di quelle originali erano già andate distrutte, come il Cimitero degli Innocenti di Parigi, che sorgeva a due passi dalla piazza dove oggi si staglia il Centre Pompidou- che nell’Ottocento si poté assistere alla rinascita del tema. Questa volta la Morte ispirò la Musica, sulle note di Listz, Schubert, Camille Saint-Saëns. Ma anche, molto più di recente, uno dei primi concept album della musica italiana, Tutti morimmo a stento di Fabrizio de André. Gli scheletri abbandonano i muri ed entrano nelle melodie: cosa c’è di più adatto ad una Danza?

PITTORE: Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.
JÖNS: Non servirà a rallegrarla…
PITTORE: E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.
JÖNS: Ah, invece di guardare chiuderanno gli occhi…
PITTORE: E io dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda. JÖNS: Se li spaventi, però…
PITTORE: Li fai pensare…
JÖNS: E se pensano…
PITTORE: Si spaventano ancora di più. PITTORE: Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.
JÖNS: Non servirà a rallegrarla…
PITTORE: E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.
JÖNS: Ah, invece di guardare chiuderanno gli occhi…
PITTORE: E io dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda.