Il 25 marzo è il Dantedì, giorno in cui si celebra il Sommo Poeta, e noi vogliamo dedicargli un viaggio tra le opere che rappresentano quella coppia d’amanti che ha reso immortali con le sue terzine.
In mezzo a questo eterno susseguirsi di anniversari importanti (500 anni dalla morte di Tizio, 500 anni dalla nascita di Caio, 500 anni dalla pubblicazione di Stenly….*coglietemi la citazione, per piacere!*) il Ministero per i Beni Culturali ha deciso di onorare Dante istituendo il Dantedì. Un giorno che, come un Pokémon selvatico, si è piazzato davanti a noi così all’improvviso…E chi siamo noi per ignorarlo?
C’è poco da fare, lo si può amare o odiare, ma il Sommo Poeta è ovunque. Lo si trova in sculture, quadri, testi teatrali, opere liriche e musical, film, canzoni, romanzi ed è arrivato pure nel mondo del fumetto e del manga giapponese! Insomma, Dante è arrivato dove molti altri se lo sognano!
Chi altro può vantare di essere diventato un fumetto di Topolino, essere citato nella canzone di un rapper ( J-AX che ci ricorda in modo molto carino che Non avremmo avuto la Divina Commedia se Dante si fosse bombato Beatrice), di essere stato oggetto delle illustrazioni di Paolo Barbieri e che venga declamato nelle piazze? Chi è riuscito a rendere una donna immortale, rendendola una leggenda? La musa che ogni artista sogna di avere, pura, gentile e affabile, la donna perfetta. Eppure in questi anni, la bionda Beatrice, ha deciso che vuole usare il ruolo che Dante le ha donato per essere la voce di quelle donne che- sì, belle le parole romantiche e l’essere preservate- l’amore lo vogliono fare, vogliono che sia concreto, vissuto a pieno. Questo è quello che ci regala la Beatrice di Benni, nella sua opera teatrale, ed è, comunque, una gentile concessione di Dante, che ha voluto donare alla storia una donna che ha comunque fatto la sua vita, amando un altro e non il famoso poeta che le donava ogni giorno qualche bella poesiola (e se non è questo girl power!).
Si può odiare Dante (e ammetto qui, di fronte a tutti voi, che la poesia non mi ha mai fatto impazzire, figurarsi quella dantensca!), ma almeno un pezzettino, anche minuscolo, non si può fare a meno di apprezzare. Da brava romantica quale sono, ho un debole per il V canto dell’Inferno: un amore proibito, che comunque ci viene narrato da quel puritano di Alighieri come una storia giusta, fatta da due anime affini (e analizzando la vicenda, ci sembra quasi impossibile non stare dalla parte dei due amanti). E’ un susseguirsi di parole che colpiscono il cuore e che rendono visibile, quasi tattile, la vicenda. Impossibile non pensare che siano proprio i versi di Dante ad aver ispirato le numerose opere dedicate a Paolo e Francesca. Un esempio calzante è il lavoro di Anselm Feuerbach, realizzato nel 1864, dove i due giovani vengono raffigurati mentre leggono quel libro galeotto. I loro gesti sono delicati e pieni d’affetto, perfetta raffigurazione di un amore romantico che sboccia tra le ombre di un cespuglio.


Più passionale e peccaminoso sembra, invece, l’opera di Edward Charles Hallé (1840), dove Paolo tira a sé la sua amata quasi con violenza, desideroso di consumare il loro amore. Un atto che li porterà alla morte (rappresentata in modo struggente da Gaetano Previati nel 1887) e a ‘vivere’ per l’eternità nel vortice dei lussuriosi. Mentre le altre anime vagano solitarie, i due rimangono stretti in un abbraccio che Gustave Doré riesce a riempire di ogni sentimento possibile. Le lenzuola in cui sono avvolti richiamano la purezza della colomba, termine di paragone usato anche da Dante (colombe dal desio chiamate), ma le morbide curve del tessuto e i loro corpi ricordano la forma di un cuore (anatomico). Il loro abbraccio è disperato d’amore, ma anche tragico: i due si amano alla follia, hanno accettato la penitenza eterna, ma non desideravano che l’altro morisse. La ferita di Francesca ricorda la loro scomparsa, violenta e prematura, mentre Paolo la osserva, il volto chino e triste per la sventura che l’ha colpita. Allo stesso tempo, la posa sinuosa, richiama ancora la sensualità e l’intimità tanto bramata, inevitabile conseguenza del loro amore.


Esplicito e privo di ogni pentimento è, invece, l’abbraccio che raffigura Boccioni agli inizi del Novecento. Sono amanti lussuriosi e bramanti di pura e folle passione, che solcano quello che sembra un fiume di cadaveri: solo loro, in quel piccolo bozzolo rosso e giallo, sono vivi. Il loro amore li ha portati all’Inferno, ma loro sono ancora in grado di provare emozioni, amare ed essere amati e lo saranno in eterno, nella storia, nella memoria e grazie a un tipo dal naso così adunco che lo fa sembrare una poiana!
Eppure me la pongo questa domanda: era strettamente necessario ricordare Dante in questo modo, istituendo un giorno che forse conosciamo io, te, il ministro e sua madre (perché le mamme son sempre le mamme)? Personalmente direi Ni. Mi spiego meglio: Dante è uno di quei poeti che si conosce o si conosce, non puoi scappare a tale verità. Tutti almeno una volta, che sia in modo informale o formale, hanno sentito nominare il suo nome; la Divina Commedia è un’opera riconoscibilissima, alcuni versi sono diventati così popolari da essere citati nel parlato quotidiano (il Lasciate ogni speranza o voi che entrate ormai è stato consumato a forza di essere usato da chiunque debba affrontare qualche terribile evento, come esami, colloqui con i capi…). Non era meglio, quindi, dedicare un giorno a un poeta o autore che ha realmente bisogno di essere ricordato? Qualcuno che è caduto nell’oblio o che, visti i programmi scolastici alcune volte troppo irrealistici, a scuola non viene quasi mai nominato?
Allo stesso tempo credo che, celebrare Dante, ci permetta di ricordare da dove è nata la nostra lingua, la cultura che univa un’Italia divisa in mille staterelli, che ha reso, nel bene e nel male, grande il nostro Bel Paese. Ma soprattutto questo giorno ci ricorda che noi, figli di una terra che ha tutto, rumorosi, con i nostri dialetti strampalati, i nostri canti e balli, siamo un popolo che ha sempre amato prima di ogni altra cosa l’amore, passionali amanti dalla vena poetica. Ci innamoriamo ancora di uno sguardo, di un sorriso, di una mente e di un’idea e, come moderni Dante, spendiamo parole e gesti eclatanti per poter essere almeno un po’ notati. Solo noi potevamo vedere in questo sentimento dannazione e salvezza, poter concepire versi in cui il desiderio per l’altro si trasforma in pura e meravigliosa poesia.
Alla fine siamo degli eterni Dante Alighieri, romantici, che fanno la paternale agli altri e che poi razzolano malissimo, che fanno finta di niente, svenendo nei momenti meno opportuni o quando non sappiamo che fare, quindi forse sì, un Dantedì serve sempre.
Però, Dantuccio caro, fatti dire una cosa: un gelatino o un anellino alla Beatrice potevi pure offrirlo!