L’oppressione che crea curiosità: il caso dell’arte degenerata

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. 

di Jessica Colaianni

Queste parole sono scritte nero su bianco nell’articolo 33 della Costituzione Italiana e rappresentano una delle tante conquiste ottenute grazie all’avvento della democrazia. Al termine della Seconda guerra mondiale e del regime fascista, l’Italia sente il bisogno di ripartire e scandisce principi, diritti e libertà attraverso la carta costituzionale, entrata in vigore il primo gennaio del 1948. Nell’articolo 33 viene riconosciuta da parte dello Stato la libertà di espressione artistica, oltre a quella della scienza e va richiamato in questo senso anche l’articolo 9, dove la Repubblica si prende carico di conservare e valorizzare la cultura. Questa è solo una delle tante libertà riconosciute per legge e non va data per scontata, poiché negli anni precedenti alla nascita della Repubblica Italiana e dell’avvento della democrazia, il nostro paese viveva sotto un regime accentrato che aveva il controllo su tutte le arti, visive, cinematografiche, musicali e teatrali. Attraverso il Ministero della cultura popolare (MinCulPop), infatti, il fascismo limitava di fatto la libertà di espressione, agevolando coloro che erano a favore di Mussolini e il Governo, censurando, se non addirittura arrestando o costringendo all’esilio chi invece si ribellava ad esso. 

gerarchi nazisti in visita prima dell’apertura
fila all’ingresso della mostra

L’idea di questo Ministero, istituito ufficialmente nel 1937 e creato ad hoc per gestire l’ampio campo della cultura, non è un’idea italiana ma proviene dai cugini tedeschi con cui Mussolini all’epoca andava tanto d’accordo. Quando Hitler sale al potere, nel 1933, istituendo il Terzo Reich, organizza il suo Governo creando il Ministero per l’istruzione pubblica e la propaganda, mettendo a capo Joseph Goebbels col compito di controllare la stampa e la cultura nazionale. Dal punto di vista artistico va ricordato che in quegli anni vi è un grandissimo fermento, siamo nel periodo delle cosiddette avanguardie storiche, dove troviamo diversi gruppi di artisti che, da inizio del Novecento, si riuniscono sotto dei movimenti, cui fa spesso riferimento un manifesto firmatario il quale indica i punti salienti che caratterizzano quel certo modo di far arte. Cubismo, Futurismo, Dadaismo, Surrealismo, sono solo alcuni dei grandi movimenti che scuotevano il mondo dell’arte di inizio secolo. Anche in Germania, nonostante la profonda crisi causata dalla pesante sconfitta della Prima guerra mondiale, vive un periodo felice dal punto di vista artistico, con diverse figure che danno vita al cosiddetto espressionismo tedesco e con la nascita della prima grande scuola di arte e design moderna, la Bauhaus, fondato nel 1919 da Walter Gropius a Weimar e punto di riferimento per gli artisti del tempo (fino alla chiusura purtroppo avvenuta nel 1933). Con la salita al potere del nazismo però, Goebbels comincia subito a mettere in moto il suo Ministero attuando una grande repressione culturale e costringendo alla fuga centinaia di artisti. L’arte doveva essere solo una e completamente assoggettata al regime che ne aveva il controllo e la usava per diffondere la morale nazista

biglietto d’ingresso
parte dedicata al movimento dadaista

Famosi sono i roghi di libri organizzati a Berlino e le continue lotte contro la cosiddetta arte degenerata, ovvero quel tipo di arte che andava contro alle concezioni naziste e i suoi valori tipici della razza ariana. A differenza dei libri bruciati, Goebbels confisca dai musei tedeschi una quantità enorme di opere considerate degrado e involuzione della società e decide di esporle in una speciale mostra itinerante dal titolo Die Ausstellung Entartete Kunst (“mostra di arte degenerata” per l’appunto). Nell’esposizione, inaugurata a Monaco di Baviera il 19 luglio 1937, la maggior parte dei lavori appartenevano all’Espressionismo, fortemente condannato, ma erano presenti opere di vari movimenti delle avanguardie. Parallelamente ad essa apre anche una mostra a favore del nazionalismo tedesco (Große Deutsche Kunstausstellung, “Grande mostra d’arte tedesca“), la quale tuttavia non ottenne lo stesso successo dell’altra. La mostra di arte degenerata, infatti, venne visitata da milioni di tedeschi, grazie anche al biglietto d’ingresso gratuito, e si spostò per 11 città della Germania e dell’Austria ed è considerata tra le esposizioni più visitate nella storia, a scapito dell’esposizione dell’arte di regime, visitata da meno della metà dei visitatori. 

Della serie si sa, ciò che è proibito attrae e piace di più, e così è stato anche per i tedeschi, i quali hanno avuto la possibilità di ammirare in un unico spazio tutta l’arte del primo Novecento, con le sue sperimentazioni, le sue innovazioni, le sue libertà che, seppur limitate temporaneamente in alcuni Paesi a causa dei regimi, sono comunque riuscite a restare nella storia e sopravvivere alle repressioni. 

Fonti: 

– H. Foster, R. Krauss, Y.A. Bois, B. Buchloh, D. Joselit, Arte dal 1900, Modernismo, Antimodernismo e Postmodernismo, Zanichelli, 2017.

– B. Altshuler, Salon to Biennial: Exhibitions That Made Art History, Vol.1 1863-1959, Phaidon, Londra-New York, 2008.

– M. Passaro, Artisti in fuga da Hitler. L’esilio americano delle avanguardie europee, Bologna, Il Mulino, 2018.

Sempre sul pezzo: Weimar la città dell’innovazione!

Cambiamo Stato e voliamo a Weimar, dove lo spirito del Bauhaus è ancora palpabile e la ricerca della novità in campo artistico rimane l’obiettivo di questa visionaria scuola, che non ebbe vita facile, ma è ancora qua

di Jessica Caminiti

Foto panoramica di Weimar

Weimar, 2019. Weimar che? per caso è un formaggio? No, secondo me è quel posto strano dove piovono polli! Niente di tutto questo gente e ora, che ho la vostra curiosità posso iniziare. Ebbene sì, parlerò di questa piccola città, la quale forse vi suona poco familiare, ma fatemi fare un piccolo tuffo nel passato per farvi capire, perché essa risulti come già sentita nel vostro cervello e non solo per qualche strana definizione di Bartezzaghi nella settimana enigmistica!

Oltre ad essere la città natale di volti noti come Goethe e Schiller, i quali sono presenti per tutta la città tra statue, strade intitolate e aggeggini carini nei vari negozietti, essa diventò importante nel 1919; essa divenne famosa sì, ma per riuscire a comprendere meglio come e perché ci conviene saltare su una certa e conosciuta DeLoeran e ritornare indietro a un secolo fa e quindi, eccoci qui: Weimar, 1919.

Targa commemorativa della costituzione della Reppubblica: In questa casa il popolo tedesco si è dato, attraverso un’assemblea nazionale, la costituzione di Weimar dal 11 agosto 1919

Weimar 1919. Subbugli e tafferugli, la prima guerra mondiale è appena finita, ritornano i reduci, le mogli tornano a casa e la vita sembra ricominciare anche in Germania; una piccola Repubblica prende forma ed è proprio la Repubblica di Weimar: libertà e nuove possibilità pullulano per la città, le donne possono già votare, i cittadini non sentono l’oppressione dei Paesi dove la monarchia fa ancora il buono ed il cattivo tempo e proprio qui, arrivò Walter Gropius con la sua scuola. Proprio qui, un secolo fa, il Bauhaus prese forma e da qui inizia la vera storia artistica nella città.

Benvenuti nella magica Scuola dove ragazzi e ragazze condividono gli stessi corsi, tecnici e teorici, per diventare gli architetti e gli artisti di domani. Nei vari anni si possono incrociare per i corridoi i grandi maestri, i quali hanno fatto la storia dell’arte del Novecento; Kandinskij si aggira tra gli alunni insieme a Klee, Itten, Van der Rohe, mentre Gropius da direttore vede nascere e piano piano morire il suo sogno. Sarebbe tutto fin troppo bello, se solo una folle ideologia non si fosse intromessa! La sede c’è ancora, ma la scuola dovette fare i conti con la storia ed il nazismo, che la reputò “troppo liberale e sovversiva”, così dopo lo spostamento a Dessau ed a Berlino, nel 1933 verrà chiusa definitivamente durante l’ascesa del regime.

1919
2019

Cosa rimane nel 2019 del visionario e liberale progetto di Gropius? Il nuovo museo appena inaugurato, enorme e più inclusivo possibile, portatore di storia e di design, oltre alle molte gallerie sparse in tutta la città e la sede della scuola, centro propulsore di idee e di novità, è ancora lì. Mettere un piede dentro l’edificio principale è una  grande emozione, una di quelle che si provano solo quando sai chi è passato prima di te, e, mentre mi lascio alle spalle il padiglione costruito da Henry Van De Velde (sì, avete letto bene, proprio lui!), entro e vedo la magnificenza della scuola: l’androne bianco, che ti accoglie e i murales del 1919 ancora presenti si mischiano e ti fanno respirare la storia. Negli anni si è ingrandita e oltre ad architetti e artisti accoglie anche informatici, un po’ bistrattati e decentrati rispetto all’edificio principale, ma parte integrante di questo piccolo mondo a sé stante. 

Logo della scuola
Lavoro del summary
laboratorio di virtual reality

Perché vi raccontato di questo crogiuolo di personalità così diverse? Perché ogni anno a luglio, tutti gli studenti della scuola presentano i loro progetti al summary  e, curiosissima come pochi, sono ad aggirarmi per corridoi e aule per capire quali sono le novità. Artisti, designer e architetti ci stupiscono come sempre, anche se non offrono nessuna spiegazione o interesse nei confronti dei visitatori, che magari (dico magari, eh?) qualche chiacchiera la vorrebbero pure scambiare. L’ala più stupefacente è stata quella informatica. Voglio raccontarvi cosa succede quando informatici ed artisti iniziano a conoscersi, comprendersi e collaborare. Tutto si svolge in un piccolo laboratorio, dove tutti entrano zuppi (ovviamente vuoi che non piova visto che io esco vestita bene?) e qui lo stupore. Otto videogiochi, dove si viene trasportati nel mondo del Bauhaus, in maniera innovativa, quasi inconsapevole per chi partecipa. Da neofita e bug continuo dell’informatica, mi aggiro tra questi pc dove vedo riproposizioni del tema del Bauhaus: chi ha deciso di usare le forme per sfidare la fisica, chi ti fa aggirare per il nuovo museo cercando indizi, finché mi sposto fisicamente nell’edificio e arrivo alla stanza chiusa. Porta sbarrata e solo quattro persone alla volta possono entrare, cosa ci sarà mai qui dentro? Entro e qui la magia si avvera, l’arte incontra la tecnologia: un semplice gioco di ricerca di due monumenti del Bauhaus persi per una città immaginaria. Sei sotto una cupola e tutto ti circonda: suoni, rumori naturali ed i tuoi passi, mentre ti aggiri scontrandoti con le figure inventate da Oscar Schlemmer e tutto sembra così reale, tutto sembra a portata di mano. Trovo i due edifici e riemergo da questa realtà con due domande: che cos’è il Bauhaus oggi? Quanto è cambiato?

Summary 2018, visione della cupola

Rifletto e penso, niente è cambiato: il Bauhaus è esattamente come cento anni fa! La ricerca della novità, dell’unione di più saperi, l’essere sempre all’avanguardia e un passo avanti rispetto agli altri. Tutto questo è rimasto, si è solo trasformato ed evoluto per arrivare a questo: la scoperta dell’arte nella tecnologia.

In conclusione può essere la tecnologia arte? Certo, che sì! Un’arte diversa, non ancora pienamente compresa, ma può sicuramente aiutare a raggiungere e scrutare nuovi campi, nuovi limiti, che ancora dobbiamo raggiungere.