Il sesso è cinematografico

Il cinema ha raccontato di ogni aspetto della vita, anche quello più intimo, utilizzando uno sguardo sempre nuovo e mai banale. E il sesso non fa eccezioni: la pellicola cinematografica ha indagato la sessualità sotto i più diversi punti di vista e noi ve ne offriamo alcuni.

di Lorenzo Carapezzi

Il sesso è cinematografico. È quel pezzo della nostra essenza che rispecchia la nostra primitività. Il sesso ci fa spogliare da tutte le maschere che indossiamo ogni giorno, rendendoci nudi sia esteriormente che interiormente. Lì, davanti a tutto quel mondo, non si può mentire, non ci riusciamo, perché l’istinto è qualcosa che appartiene al nostro corpo e il corpo non mente, anzi, molte volte tradisce la nostra bugia. Qualsiasi persona, uomo o donna che sia, vecchio o giovane, davanti alla sessualità non può che parlare prima di pensare, poiché è sentimento primitivo, quindi originale, unico e vero. E all’interno di tutto questo il Cinema è lo strumento psicologico per eccellenza. Attraverso il primo piano, strumento unicamente cinematografico, tutta l’identità di una persona, quella vera, traspare e scorre sotto i nostri occhi da spettatore. Il cinema riesce a raccontare il sesso in tutte le sue fasi. Racconta la storia di chi siamo veramente.

Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) reagisce alla
domanda della psichiatra “Sei mai stato a letto con una
donna?”(François Truffaut, I 400 colpi,
1959)

Se penso a tutto ciò, la prima immagine che mi viene in mente è quella che io considero come il miglior sguardo cinematografico nella storia. Non si parla di un vecchio anziano che guarda alla giovinezza e alla bellezza come valori assoluti, tipico sguardo viscontiniano, nemmeno allo sguardo adolescenziale di qualsiasi film improntato sulla neo-apocalisse dei quattordicenni. Questo sguardo per eccellenza lo troviamo nel film esordio, per lo più capolavoro assoluto, di Truffaut, I 400 colpi. Jean-Pierre Léaud, interprete di Antoine Doinel, figura-mito della Nouvelle Vague, è un semplice ragazzino, anzi bambino. “Sei mai stato a letto con una donna?” questa è la domanda che la psichiatra fa a Léaud/Doinel. Una domanda così secca e diretta che sprigiona ai nostri occhi l’innocenza della fanciullezza, il desiderio di un tesoro che un giorno spera di trovare. Gli occhi illuminati rispecchiano il desiderio inarrestabile. Qui non c’è bisogno di nessuna tetta e di nessun culo esposto, Truffaut cattura il momento nel quale qualsiasi fantasia è desiderata ma non espressa, per timore verso l’altro, verso la società. All’interno di quel sorriso fatto di marachelle e giochi c’è l’intero universo dell’eros.

Paul (Marlon Brando) e Jeanne (Maria Schneider)
si guardano dopo aver fatto l’amore (Bernardo Bertolucci, Ultimo tango
a Parigi,
1972)

Ovviamente né il cinema né il sottoscritto rinnega scene esplicite, che entrano anche nelle caverne più oscure e oscene. La storia, anche quella cinematografica, ci ha dimostrato come con l’invecchiare del tempo i tabù diventino sempre meno intensi e che le pupille si allargano sempre di più, divenendo piano piano meno scandalizzati. Scene di sesso, di nudità e di sodomia come quelle di “Ultimo Tango a Parigi”, oggi non farebbero scandalo, questo perché in quest’epoca il sesso non è più mistero da essere svelato, lentamente come le calze sciolte in “Il Laureato”, ma è diventato gara a chi è più perverso. Non si cerca di mostrare più la bellezza dell’amore, bensì la spettacolarità del sesso. Da un tipo di film fatto di calze a rete ed effetti vedo-non vedo si è passati alle acrobazie più sfrenate e più strane, un cinema che trae continuamente spunto dal Kamasutra.
Dunque, il cinema traspare non solo il desiderio, ma anche l’evoluzione dello sguardo umano. Ma può il cinema riflettere questi due aspetti dentro alla stessa inquadratura? È veramente possibile unire la visione infantile (in senso encomiastico) alla frenesia dell’eccesso? Un film che può venire in mente è sicuramente il primo sguardo verso l’Ovest da parte di un giovane tedesco dell’Est Berlino. Non a caso la prima ricerca del nuovo mondo non è la bellezza dell’Arte o la bellezza della natura terrestre, bensì la bellezza primaria, per eccellenza, ovvero il sesso. In “Goodbye, Lenin!”, il nostro Alex, emozionato dal crollo del muro e frenetico di vedere l’Eden di cui tanto si parlava nelle fiabe, la prima cosa su cui si fionda non in modo casuale è la visione di un’attrice pornografica all’interno di una videoteca porno. L’eccessivo volume del seno e la panna sparsa su tutto il corpo mostrano gli eccessi che non ci stanchiamo mai di approfondire e di migliorare, volta per volta, sguardo per sguardo. La folla fatta di giovani, anziani e anziane rispecchiano i sogni di una libertà, perché sesso è libertà e parlarne è simbolo di democrazia.

“[…]ne valse la mia tempesta ormonale […]”
(
Wolfgang Becker, Good bye, Lenin!, 2003)

Il sesso è bello da fare e da vedere non solo perché ci trasporta in un paradiso sensazionale, dove tutti i sensi giocano al piacere, ma perché è riflesso di noi stessi. Noi ci identifichiamo in base ai nostri gusti sessuali, alle nostre fantasie e al nostro modo di farlo! Il sesso ci piace perché ci trasporta in una intimità umana mai concepita dalla natura prima di noi, come il cinema, che ha il talento di raccontare chi siamo e cosa facciamo. Pascal è colui che è riuscito a meglio esprimere tutto questo rapporto tra cinema e sessualità: “Ciò che interessa l’uomo è l’uomo”.
Che si tratti di sensazioni romantiche, scoperta della propria sessualità, battaglia ideologica, eccesso dionisiaco, oscure perversioni o semplicemente un modo per attirare spettatori medi in commedie pseudo-deficienti, il sesso è la luce che irradia e costruisce tutto ciò che il cinema dovrebbe mostrare continuamente, ovvero l’uomo e la sua storia, quella vera, quella intima e nascosta che fa di noi ciò che siamo. L’intimità grazie al cinematografo diventa identità.

Fonti:

-B. Pascal, Pensieri, Giunti Editore, 2010

-F. Truffaut, Il piacere degli occhi, Minimum Fax, 2013.