di Lorenzo Carapezzi
La guerra non è un tema così scontato nello stile e nella filosofia di Stanley Kubrick, regista di opere come “Dottor Stranamore” (1964), “Full Metal Jacket” (1987) e, scavando ancora più indietro nel tempo, “Paura e Desiderio” (1953). Le battaglie, le strategie e i rapporti politici tra i paesi in lotta sono messi in secondo piano. Quello che prevale è, invece, la psicologia delle prime vittime di questo gioco: i soldati. Al confronto degli storici e dei libri di storia, Kubrick analizza le debolezze e le fragilità della mente umana costretta ad affrontare situazioni crudeli, ingiuste e alquanto folli. Se si guardano bene queste opere possiamo notare come l’intera trama di ogni suo film di guerra sia abitato da due soggetti principali: da un lato troviamo il “vecchio generale”, il soggetto attivo, il quale vede la guerra come mezzo per accrescere non solo l’importanza del proprio Paese, ma anche l’egocentrismo della propria persona. Essi rimangono ancora alla vecchia mentalità delle classi, dove le cariche, che siano militari, politiche o anche economiche, affermano il prestigio. La realtà, non solo sociale ma addirittura naturale, è perfettamente descrivibile con la solida piramide sociale, dove ricchezza, prestigio e potere sono le tre qualità essenziali per dare maggiore o minore importanza ad una persona rispetto non solo ad un singolo uomo, ma ad un’intera aggregazione. L’idea weberiana, dunque, è la filosofia di vita di questi personaggi come il sergente maggiore Hartman (Ronald Lee Ermey), il generale Jack D. Ripper (Sterling Hayden) e il tenente Corby (Kenneth Harp), uomini talmente ossessionati dal potere che non contemplano nemmeno la sofferenza e l’instabilità mentale che la guerra causa ai soldati. Dall’altro lato, al polo opposto, abbiamo invece “i poveri soldati”, i soggetti passivi, costretti a combattere per un fine superiore alla propria esistenza individuale. Che siano uomini umili o che appoggiano il senso della guerra, essi sono vittime di essa, semplicemente perché ci rimettono la pelle. Per quanto possa sembrare strano, in Full Metal Jacket, Joker (Matthew Modine) è vittima quanto Animal (Adam Baldwin). Le trame di Kubrick si creano quindi tra la follia degli attivi e la psicologia dei passivi.
Nel film “Orizzonti di gloria” (1957) troviamo, invece, un terzo tipo di archetipo della guerra kubrickiana: se da una parte Paul Mireau (George Macready) è il tipico generale amante della guerra come mezzo di dimostrazione della propria potenza, il quale non si vergogna nemmeno a sfoggiare la lunga cicatrice che scava tutto il volto, dall’altra i tre poveri soldati (Timothy Carrey, Ralph Meeker e Joe Turkel) scelti per essere mandati al patibolo non sono altro che i soggetti passivi vittime della crudeltà della punizione esemplare. Ecco che si manifesta un ponte tra queste due sfere sociali: il colonnello Dax interpretato dal grande Kirk Douglas. Anche se dovrebbe far parte di quella élite di generali volta a guardare alla guerra come la vedeva il futurista Marinetti, ovvero “sola igiene del mondo”, egli vede solamente crudeltà ingiustificata. Douglas, all’interno del film, prende le redini e si fa avvocato difensore dei tre poveri disgraziati con un piede già nella fossa.
Invece di analizzare la meravigliosa scena del processo farsa o del patibolo presente alla fine del film, vorrei soffermarmi con voi su come Kubrick riesca a descrivere il personaggio di Paul Mireau attraverso i suoi gesti e tutto ciò che gli accade intorno. Ci troviamo nella trincea del generale. Questo percorre tutti i corridoi con grande eleganza, passando tra i soldati e chiacchierando con alcuni di essi (guarda caso due di questi saranno poi condannati a morte, il terzo lo vediamo, ma in disparte). Rivolge ad ognuno poche parole, non tanto per chiedere come effettivamente stiano, ma per assicurarsi che nulla possa intaccare la missione. Ecco che però, il generale si ritrova di fronte ad un terzo soldato, il quale ha sul suo volto un sorriso vuoto e uno sguardo perso nel nulla. Analizziamo bene le battute di questo dialogo:
(P= Paul Mireau, S= Soldato, A= Altro soldato)
P: “Salve soldato. Pronto ad uccidere altri tedeschi?”
Notiamo subito come il generale voglia rassicurarsi non tanto della salute del soldato, quanto della sua identità e dello scopo assegnato in quanto soldato, ovvero uccidere a tutti i costi, anche sacrificando la propria vita per la patria.
Il soldato non accenna a rispondere.
P: “Va tutto bene, soldato?”
Anche questa domanda, anche se può sembrare amichevole, non è altro che un enfatizzare la vera preoccupazione del generale. Kubrick si sposta sul primo piano di questo soldato e vediamo il suo sguardo bene messo a fuoco. Sembra lo sguardo non di un uomo, ma di un pazzo.

S: “Bene? Sì signore, tutto bene”
Nemmeno il soldato si aspetta una domanda del genere, chiedendo addirittura conferma.
P: “Bravo ragazzo. Sei sposato soldato?”
S: “Sposato? Io sposato?”
P: “Sì, hai una moglie?”
S: “Una moglie? Io una moglie?”
Ecco che si fa avanti con le parole il terzo dei tre poveri soldati che poi verranno scelti come cavie della punizione, tentando di spiegare lo stato psicologico attuale del suo compagno, ormai perso per sempre.
A: “Signore, è in preda a shock da esplosione”
P: “Mi perdoni sergente, ma non esiste qualcosa come ‘shock da esplosione’. Hai una moglie soldato?”
Ecco che il generale dimostra la sua mancata empatia. Egli vede al soldato come macchina perfetta, che non ha difetti e che può essere distrutta solo compiendo il proprio lavoro. La guerra è per lui un evento storico, non un’atrocità umana.
S: “Mia moglie? Mia moglie… sì, ho una moglie, ma non la rivedrò più perché sarò ucciso”
P: (interrompendolo) “Non si comporti come un codardo”
S: “Io sono un codardo!”
Il generale non può tollerare certe blasfemie, così tira uno schiaffo al soldato nel tentativo di rimetterlo in sesto, come se la violenza fosse una mano calda contro le malattie. Non c’è bisogno ancora di dire per l’ennesima volta che questa è mancanza di empatia.

P: “Torna in te soldato! Sergente, organizzi subito il trasferimento di questo poppante fuori dal mio reggimento! Non voglio che altri uomini coraggiosi siano contagiati da lui!”
Il generale se ne va e scambia le ultime battute della scena con il suo sottufficiale, che lo asseconda e lo acclama come grande maestro di vita.
P: “Quello spirito è innato in loro”
Questo semplice dialogo potrebbe bastare a descrivere la mentalità del generale e di tutto l’archetipo che esso va a rappresentare. Ma a Kubrick questo non basta. Le sole parole non sono sufficienti a lui per descrivere un tale personaggio, ha bisogno anche di un secondo linguaggio umano, forse quello più vero e più scientifico: il linguaggio del corpo.
Lo stesso percorso fatto dal generale sarà fatto successivamente da Kirk Douglas in persona. L’inquadratura è molto più vicina rispetto a quella del predecessore, segno di un’empatia più grande con ciò che lo circonda: soldati spaventati, arresi all’idea che presto moriranno. Si crea un forte legame tra Douglas e i suoi soldati tramite una semplice inquadratura, che ha preso valore aggiunto proprio perché in netto contrasto con quella dedicata al generale.


Nella scena successiva al dialogo tra il generale e il soldato impazzito, Mireau incontra per la prima volta nel film Kirk Douglas. Parlando del formicaio, ovvero dell’obiettivo da conquistare, Kirk Douglas guarda nel binocolo e dice che l’unico modo per conquistare quella posizione è “andarci di persona”. Una frase banale quanto scontata. Ma sotto alla banalità si nasconde la follia, intendendo che l’unico modo per conquistare quella posizione è “andare a morire”. Il generale controbatte con una frase emblematica:
“Beh, non sarà una questione di molto, vero?”. Nel dirlo, il generale guarda anch’egli dentro il binocolo, oscurando quindi il suo sguardo da ciò che lo circonda. In quel momento, dietro alle sue spalle, soldati feriti e fasciati passano con sguardo triste. Il generale, subito dopo che essi escono dal campo visuale dell’inquadratura, racconta di aver visto obiettivi molto più complicati da conquistare. Il suo sguardo si stacca dal binocolo e torna a guardare i suoi sottoufficiali. È abbordabile” dice successivamente.
Cosa ci vuole dire questa scena in modo molto sottile?
L’unico modo di capire la psicologia e le ideologie di una persona è quella di immedesimarsi nel suo punto di vista (concetto roussoniano). Guardiamo quindi la scena dal punto di vista del generale Mireau.

È evidente che Kubrick inscena tutto quanto durante la Prima guerra mondiale: lo capiamo dalle trincee, dalle divise di quell’epoca. Capiamo anche che si tratta dell’esercito francese: basti guardare i nomi dei generali e dei soldati, le divise francesi ai tempi della Grande guerra. A livello storico, dunque, l’ultima guerra vissuta dal generale è di certo la guerra franco-prussiana (1870-1871). La Prima guerra mondiale fu un nuovo tipo di guerra, con nuovi armamenti e tecnologia più innovativa; basti pensare che i cavalli, allora il mezzo per eccellenza, furono sostituiti dai carri armati. Un nuovo tipo di guerra più frenetico comporta un tipo di guerra più sanguinosa, violenta e crudele. Questo il generale non può saperlo. La sua nuova carica non lo fa andare a contatto con la dura realtà che i soldati semplici devono affrontare ogni giorno nelle trincee. E’ quindi comprensibile il suo atteggiamento: egli non conosce la vera sofferenza, è rimasto a vecchi stili militari, non comprende che un’operazione fallita causa migliaia di morti in più di una vecchia.
Ma guardiamo nel concreto, analizziamo il punto di vista del generale all’interno della scena appena citata. Egli, quando parla della facilità nel prendere il formicaio, guarda dentro il binocolo. Non si accorge della presenza di soldati feriti che gli passano dietro. Ergo, dal suo punto di vista, questi non sono mai passati e quindi non esistono. La guerra fa morire, ma non fa soffrire. La morte è un elemento di orgoglio, un soldato è martire se muore per la patria. Ma la sofferenza nel sopportare le ferite e sapere di dover comunque tornare a combattere in seguito per lui è totalmente inesistente.
La bravura come regista di Stanley Kubrick sta proprio in questa scena: in pochi secondi, con pochissime battute e movenze degli attori è riuscito a descrivere a pieno la psicologia, quindi l’identità, di uno dei personaggi principali della vicenda. Questo è il genio! Riuscire a parlare di guerra preferendo il discorso e le interazioni umane invece che solite battaglie.
Fonti:
scena analizzata: https://www.youtube.com/watch?v=Xi78Utg7mmo