La fotografia post mortem

La fotografia racchiude la memoria di un momento e delle persone che ci sono state vicine e care. Proprio per questo nell’Ottocento questa l’arte fotografica era l’oggetto di una pratica piuttosto…particolare.

di Jessica Colaianni

Sin dagli inizi della diffusione della fotografia, questo strumento, ancora prima di entrare di diritto nel mondo dell’arte, venne usato per lo più dalle persone comuni. I ritratti pittorici, infatti, vengono sostituiti da quelli fotografici e ben presto si sviluppa la moda degli album di famiglia, libri che racchiudono la storia di essa per immagini.

Durante l’epoca vittoriana però, si diffonde una pratica che, agli occhi di noi contemporanei, può risultare piuttosto macabra. Stiamo parlando della pratica di realizzazione di fotografie post mortem. In caso di dipartita del proprio caro, in quegli anni divenne d’uso comune contattare un fotografo e affidargli il compito di scattare un ultimo, e spesso unico, ritratto. In particolare, i protagonisti maggiori di questi scatti erano i bambini, a causa proprio dell’alta mortalità infantile che investiva l’Europa in quegli anni. Le fotografie, inoltre, all’epoca del loro sviluppo, richiedevano somme dispendiose per essere realizzate quindi, in caso di morte, si contattava il fotografo al fine di ottenere uno scatto che potesse in qualche modo preservare il ricordo della persona venuta a mancare. Pertanto lo scopo primario di queste fotografie era prevalentemente quello di mantenere viva la memoria di quel determinato membro della famiglia. Proprio per questi motivi, spesso, questi scatti ritraevano la persona defunta con gli occhi aperti e in atteggiamenti che suggerivano fosse ancora in vita, per non lasciare ai familiari un ricordo doloroso ma dando quindi un risultato che potesse in una certa maniera risultare piacevole.Per fare ciò, i fotografi realizzavano delle vere e proprie manipolazioni sul cadavere dimostrando così come questo processo facesse completamente parte dell’intero rituale funebre del tempo.

Mirko Orlando, nel suo libro Fotografia post mortem, analizza questa prassi dando spunti diversi, ampliando il discorso anche dal punto di vista antropologico e sociale. Prima di tutto, da allora, è certamente cambiato il rapporto che l’uomo ha con la morte. In passato, essa era presente in ogni famiglia, poiché, a causa della scarsa igiene e della mancanza di cure mediche adatte, era facile morire prematuramente. Questo avveniva per lo più in casa, legando di conseguenza l’esperienza diretta della morte con la famiglia, la quale assisteva il malato fino alla fine. Attualmente, invece, vi è una netta distanza tra la vita, che si consuma nell’ambiente familiare o altrove, e la morte, la quale avviene prevalentemente in ospedale. In tutte le culture, la perdita di un caro è un evento tragico a cui, attraverso determinati rituali, bisogna reagire. Questi rituali coinvolgono allo stesso modo il defunto quanto i parenti rimasti, i quali, essendo in vita, hanno il compito di occuparsi di esso che, secondo certe credenze, è sostituto dello spirito e quindi, per evitare eventuali ritorsioni e tormenti, è necessario che la sua dipartita avvenga nei migliori dei modi.

L’essere umano ha paura della morte, quando si trova davanti ad essa, adotta dei meccanismi di rimozione che possano in qualche modo eluderla. Sin dalla sua origine, l’uomo ha cercato di rendersi immortale costruendo piramidi, commissionando statue e ritratti, rendendo eterna la propria immagine attraverso la permanenza del segno. Ma perché si sceglie in questi casi di fotografare proprio il cadavere? La fotografia post mortem interviene in questi casi come parte integrante del rito funebre, come componente essenziale che, insieme a tutti gli altri elementi, contribuisce a far mantenere vivo il ricordo della perdita subita, oltre al fatto che, come già accennato all’inizio, spesso il ritratto dopo la morte era l’unico che una famiglia potesse possedere, a causa dei costi delle fotografia che non tutti potevano permettersi abitudinariamente. Questi scatti risultano essere utili ai parenti rimasti come un modo per affrontare la paura della morte e allo stesso tempo come sostegno importante per il superamento del lutto. Il dispositivo fotografico quindi giunge in aiuto ai familiari per affrontare il dolore in maniera attiva. Queste immagini quindi, non devono essere viste come frutto di una qualche macabra e strana pulsione, ma esse risultano avere invece un effetto terapeutico per chi le possiede. Per quanto possa risultare a noi straniante, questa pratica era allora molto comune e diffusa, ma bisogna precisare che essa restava comunque legata ad un’atmosfera intima e privata.

Nel corso degli anni, infatti, con l’ingresso della fotografia nell’arte, sono molti gli artisti che hanno reso pubblico il dolore della perdita attraverso degli scatti, come ad esempio Nan Goldin o Nobuyoshi Araki, di cui vi abbiamo parlato in altri articoli in passato, non suscitando poche critiche.

Fonti:

– M. Orlando, Fotografia post mortem, Roma, Castelvecchi, 2013;

– S. Sontag, Davanti al dolore degli altri, Milano, Mondadori, 2003 .

Endimione:Ontani

Ci sono riferimenti alla letteratura anche in luoghi che mai ci aspetteremmo: all’interno delle sue perfomances Ontani si rifà all’antichità, al mito, al passato e lo riporta in vita.

di Jessica Colaianni

Luigi Ontani nasce a Vergato, in provincia di Bologna, nel 1943 ed è considerato tra i più rilevanti artisti italiani appartenenti alla corrente della Body Art. Laureato all’Accademia di Belle Arti della città felsinea, comincia la sua carriera negli anni Settanta. Le opere che lo hanno reso celebre in tutto il mondo sono le sue rappresentazioni attraverso dei veri e propri tableaux vivants dove vediamo l’artista, protagonista assoluto nonché Narciso per eccellenza, trasformarsi in un ricco e variato repertorio di personaggi facenti parte della nostra tradizione, sia iconografica che letteraria. La ricerca poetica dell’artista può essere associata al tema dell’apparenza e del travestimento, argomento spesso affrontato dall’arte contemporanea e che ottiene il punto più alto tramite lo sviluppo tecnologico, il quale permette con facilità di realizzare opere che distorcono la realtà delle cose, portando all’estremo queste immagini fino a scadere quasi nel kitsch.

Dante Alighieri (1972)
Pinocchio (1972)

Oltre a realizzare performances dal vivo, infatti, Ontani opera spesso anche tramite l’uso della fotografia e il video. Attraverso il proprio corpo e i vari travestimenti, l’artista indaga l’ambiguità e la complessità della natura umana e lo fa mettendo in campo il mito, i simboli e la rappresentazione iconografica, dove la tradizione si mischia con l’ironia e crea un gioco di continui rimandi tra sacro e profano, mito e favola, cultura orientale e occidentale. Queste immagini, tratte direttamente da un vasto repertorio del passato, vengono reinventate e immerse in un mondo, quello della fotografia e del video, dall’atmosfera illusoria e incantata.

Dall’interpretazione di Dante a quella della maschera bolognese di Balanzone, Ontani attinge a una cultura alta o bassa senza esprimere nessuna particolare preferenza per l’una o per l’altra, anche a causa dell’attuale cultura di massa che ha in parte contribuito ad appiattire tali differenze (basti pensare a Warhol e le sue icone riprodotte in serialità). Prendiamo ad esempio la performance che ha realizzato a Bologna in occasione della Settimana internazionale della performance nel 1977, la quale ha visto la presenza in città dei più rilevanti protagonisti della scena artistica le cui ricerche erano appunto legate al tema del corpo e del comportamento.

San Sebastiano di Guido Reni (1970)
Ecce Homo (970)

Negli spazi dell’allora Galleria d’Arte Moderna, Ontani entra nei panni di Endimione, pastore dotato di incredibile bellezza, cui il mito narra la sua condanna a un sonno eterno da parte di Giove per aver commesso l’errore di essersi innamorata di Era. Vestiti i panni del pastore, l’artista ha dormito per un’ora al centro della galleria, mentre alle pareti venivano proiettate delle diapositive dove vediamo sempre Ontani impersonificare le undici principali divinità mitologiche dell’Olimpo e tre celebri maschere popolari bolognesi, Balanzone, Fagiolino e Sganapino, circondato da elementi bucolici tratti da alcuni celebri quadri del pittore bolognese Annibale Carracci. La visione, ammirabile dagli spettatori attraverso una balaustra posta sopra una scalinata, era arricchita da ulteriori dettagli scenografici quali dei tappeti volanti pilotati dall’artista, immagini del sole, nonché un variopinto prato fiorito sovrastato da un limpido cielo blu colmo di stelle. A completamento di questa atmosfera trasognante, nella sala si diffondeva il suono di una languida e dolcissima musica pastorale.

Endimione(1977)
Endimione (1977)

La performance bolognese rende in modo chiaro ed esplicito l’idea d’arte di Ontani, poiché si trovano molti degli elementi che caratterizzano la sua ricerca: il travestimento, il mito, il sogno, la tradizione iconografica mischiata alla cultura popolare delle maschere carnevalesche e una componente sottile di ironia e kitsch che accompagnano tutti i suoi lavori.

Fonti:

– C. Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012;

– F.Alinovi, R.Barilli, R. Daolio, M.Pasquali, F.Solmi (a cura di), La performance, catalogo della mostra, Istituzione Bologna Musei MAMbo, Bologna, ristampa 2017.

But first let me take a photo!

La Polaroid è stata una delle rivoluzioni più entusiasmanti della fotografia: in pochi secondi era possibile vedere il risultato del proprio scatto. Fu l’inizio di un’era in cui l’immagine fotografica diveniva ancora più istantanea e sempre alla portata di tutti!

di Jessica Colaianni

7 gennaio 1839. Lo studioso e uomo politico François Jean Dominique Arago presenta all’Accademia di Francia il dagherrotipo, dal nome del suo inventore, Louis Mandé Daguerre. Questa è la data convenzionale con cui si celebra la nascita della fotografia. In realtà sappiamo che il primo scatto è del 1826 per mano di Nicéphore Niépce, il quale collaborerà con Daguerre per il perfezionamento della tecnica, ma che non vedrà purtroppo la sua nascita ufficiale a causa della morte prematura. La fotografia nasce dal sistema della camera oscura, una scatola con un foro e un piano di proiezione per immagini, conosciuta sin dal Rinascimento e usata spesso dagli artisti come ausilio per la realizzazione di quadri, ma è nell’Ottocento che finalmente si trova il modo per imprimere questa immagine in modo che perduri nel tempo. Oltre a Niépce e Daguerre, altri studiosi del tempo sperimentarono in materia, come ad esempio l’inglese William Henry Fox Talbot, il quale presentò la sua invenzione, la calotipia, alla Royal Society rivendicandone quindi la paternità. 

Esempio di ritratto fotografico dell’Ottocento
Boullevard du temple di Daguerre (1838)

A prescindere da chi sia il vero inventore di tale strumento, è indubbio che la fotografia ha sin da subito riscosso un grande successo e una forte diffusione, entrando presto nelle vite delle famiglie borghesi e suscitando un acceso dibattito all’interno del mondo dell’arte. Il campo più diffuso della fotografia è ovviamente quello della ritrattistica, dal pittore si passa al fotografo, dal quadro si passa alla fotografia, più economica e più veloce. Su quest’ultimo punto però, bisogna fare una precisazione: è sì, più rapida rispetto alla realizzazione di un quadro, che prevede più sedute e quindi tempi più lunghi, ma inizialmente per produrre uno scatto ci volevano comunque parecchi minuti dove il soggetto doveva mantenere immobile la posa. Per questo motivo, se osserviamo i ritratti del tempo, quasi nessuno sorride e sono spesso appoggiati a dei sostegni per impedire impercettibili movimenti che avrebbero potuto rovinare lo scatto.Man mano che si procede con gli anni, la tecnica viene perfezionata e i tempi di scatto diminuiscono, fino a diventare delle vere e proprie instantanee e qui dovreste sentire un campanello d’allarme. Ma andiamo un passo per volta. Ci spostiamo in America, dove troviamo Edwin Land, uno degli ultimi grandi inventori in campo fotografico. Nel 1937 fonda la Polaroid Corporation ed è nel 1948 che presenta al pubblico la prima macchina a sviluppo immediato. Finalmente niente più attese, basta prendere in mano la macchina fotografica, di conseguenza non c’è bisogno di essere un professionista, inquadrare il soggetto, scattare, attendere un paio di minuti ed ecco pronta la fotografia! Per noi che viviamo nella generazione degli smartphone risulta ovvio e scontato scattare una fotografia, osservarla e condividerla immediatamente sui social ma immaginate al tempo invece quanto fosse avanguardistica questa innovazione! Il pieno sviluppo avviene intorno agli anni Sessanta e Settanta dove praticamente tutti avevano in casa almeno una Polaroid, anche mia madre mi conferma infatti di averla avuta. Ovviamente anche il mondo dell’arte non rimane neutrale davanti a tale strumento e sono tanti gli artisti che, chi per diletto e chi per vera vocazione poetica, hanno usato la Polaroid e realizzato degli scatti che rimarranno impressi nella storia dell’arte.

Warhol
Land mostra la sua invenzione

Da Andy Warhol a Mario Schifano, passando per Richard Hamilton fino a Robert Mapplethorpe, di cui ad esempio un ritratto formato polaroid di Patti Smith è stato venduto all’asta per più di 5000 euro. Con l’avvento del digitale la Polaroid ha perso il suo fascino. La sua caratteristica principale, l’istantaneità, è stata sostituita, come già anticipato, dagli smartphone, relegando tali macchine a meri oggetti vintage. Negli ultimi anni, però, si è assistito a un ritorno di moda, attraverso una nuova diffusione di macchine sia dallo stampo vecchio stile sia a strumenti con componenti analogici e digitali. Ammetto che anche io, essendo grande appassionata di fotografia, non ho potuto cedere a tale ritorno in auge quindi, ebbene sì, pure io ho una Polaroid!

Fonti:

– R. Krauss, Teoria e storia della fotografia, Milano, Bruno Mondadori, 1996;

– C. Marra, Fotografia e arti visive, Roma, Carocci, 2014

La realtà di Mapplethorpe

Mapplethorpe ha reso la sua fotografia il manifesto di quello che lui era. Ha rappresentato il suo mondo, il suo modo di essere e di amare, una scelta coraggiosa in un’epoca dove l’omosessualità era sinonimo di una delle malattie più pericolose del secolo: AIDS.

di Jessica Colaianni

Gli anni Settanta e Ottanta vedono un forte fermento sia dal punto di vista socio politico, con la fine della Guerra Fredda e la caduta del muro di Berlino, sia dal punto di vista artistico, dove assistiamo a una varietà incredibile di linguaggi, stili e poetiche. Con l’avvento dei media tecnologici, il quadro su tela, anche se usato ancora da alcuni artisti, viene per lo più soppiantato dall’utilizzo di altri strumenti, quali la fotografia, il video, le installazioni. Diventa ormai impossibile etichettare un artista sotto il nome di pittore, scultore, fotografo e non esistono più movimenti che racchiudono un gruppo legato da uno stile comune. Assistiamo invece a una vera e propria poetica del mescolamento, dove gli artisti, liberi da queste classificazioni, possono esprimere le loro idee usando vari stili e linguaggi per trasmettere i propri messaggi.

Calla Lily (anni ’80)
Portfolio X (1978)

In questi anni di grande fermento, un evento particolarmente significativo sconvolge il mondo, si scopre una nuova malattia, l’AIDS, un’infezione virale che inizialmente si pensava colpisse solo gli omosessuali e che fece, in particolare nei primi anni, migliaia di vittime. Molti artisti rimangono intimamente coinvolti, perdendo i propri cari e alcuni furono vittime della malattia stessa; molti sono coloro che, sensibili a tali tematiche, iniziano a raccontarle attraverso la loro arte. Tra questi abbiamo Robert Mapplethorpe, fotografo statunitense nato a New York nel 1946 e morto nel 1989 proprio a causa di complicazioni derivate dall’AIDS. Si avvicina al mondo dell’arte iscrivendosi al Pratt Institute, senza però portare a termine gli studi.

L’incontro con la fotografia e il conseguente innamoramento, avviene al MoMa, dove Mapplethorpe ebbe accesso alle camere blindate che custodivano l’intera collezione del museo. In un primo momento realizza delle immagini con la Polaroid mentre successivamente si dedica alla fotografia analogica. Gli scatti che realizza si sono da sempre contraddistinti per una qualità formale ed estetica eccezionale. Le foto, infatti, oltre ad avere una sapiente e accurata composizione, sono stampate in grandi formati e con tecniche raffinate e costose, come la stampa al platino. Nei lavori di Mapplethorpe si assiste a una totale fusione tra arte e vita, dove il fotografo stesso è spesso protagonista o comunque particolarmente legato ai personaggi fotografati. Le tematiche principali che tratta sono la sottocultura omosessuale di New York, di cui lui stesso faceva parte, l’identità di genere e la pornografia, la quale Robert eleva ad arte, ricevendo non poche critiche e sconvolgendo la società.

Portfolio X (1978)
Autoritratto (1988)

Le sue immagini sono estremamente crude e dirette, l’esempio più eclatante è la serie Portfolio X (del 1978), dove troviamo, ad esempio, un autoritratto di spalle con una frusta inserita nell’ano o ritratti di coppie autentiche della scena S&M gay di New York, intenti nello svolgimento di pratiche erotiche estreme. Attraverso questi scatti Mapplethorpe ha dato voce a un’omosessualità violenta, sadomasochista e non effeminata, rendendo pubblica e senza vergogna tale realtà, restituita dal fotografo in una sorta di diario intimo e da album di famiglia.

Negli anni Ottanta si dedica a scatti meno cruenti e nota è la serie dedicata a fiori e piante, ritratti estremamente raffinati e stilizzati che rimandano comunque, in modo più poetico, agli organi sessuali maschili e femminili. Uno degli ultimi scatti, e forse quello più toccante, è sicuramente l’autoritratto del 1988, dove vediamo il volto di Robert emergere da uno sfondo nero e tenere in mano un bastone che ha come pomello un teschio, immagine inevitabile della morte imminente. Oltre a Mapplethorpe sono molti gli artisti che hanno posto attenzione al tema e i suoi scatti hanno indubbiamente influenzato molti fotografi degli anni Novanta. Possiamo affermare con certezza che le sue immagini hanno raccontato con fierezza il suo essere, in un periodo in cui gli omosessuali venivano presi di mira e maltrattati semplicemente per quello che sono, ovvero persone, come tutti.

Fonti:

– C. Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012;

– Patti Smith, Just Kids, Feltrinelli, 2010

Una riflessione sulla settimana appena passata

La fotografia non è nata immediatamente come uno strumento artistico, infatti la sua entrata in scena fu fatta davanti a grandi scienziati e dottori, all’interno di grandi centri scientifici. Questa riproduzione meccanica del mondo, perfetta sotto ogni punto di vista, senza nessuna selezione e omissione, doveva permettere di conservare il ricordo di quello che è stato nella sua interezza e di tramandarlo ai posteri.

di Jessica Caminiti e Silvia Michelotto

Sappiamo, sbirciando rapidamente nella linea di eventi della storia dell’arte, che le cose non sono andate proprio così e che le nuove tecnologie, non solo hanno permesso di avere immagini sempre più definite, ma anche più artistiche grazie a manipolazioni in post produzione. Eppure, almeno che la modifica non sia così palese, tendiamo a vedere nella fotografia una traccia del vero e non solo. È una traccia della memoria.

Viviamo in una società dove ormai c’è la compulsione allo scatto: tutti si possono improvvisare fotografi grazie a macchine fotografiche più o meno costose ma soprattutto a cellulari con obiettivi sempre più potenti e che permettono immediatamente, non solo di modificare la fotografia, ma anche di condividerla ai nostri amici grazie ai social. Siamo in un momento della storia dove, stranamente, non ci interessa vivere l’attimo bensì condividerlo con gente che non conosciamo grazie a immagini sempre più belle e instagrammabili.

Facilmente critichiamo queste scelte, ma allo stesso tempo non possiamo farne a meno perché è alla base del nostro bisogno di apparire in questa nuova società, così veloce e attenta agli aspetti più superficiali. Sarebbe da aprire un discorso immenso a livello psicologico e sociologico, ma non è questo il luogo. Non è questo il momento.

Quella stessa scelta di condividere ogni cosa che vediamo su un social network, su internet, magico e oscuro mondo dove ogni cosa rimarrà sempre indelebile, ha portato allo scoperchiamento del vaso di Pandora. Nonostante sia il 2020, nonostante siamo in una società evoluta tecnologicamente, umanamente abbiamo ancora molta strada da fare

Frame del video diventato virale della morte di George Floyd
Copertina del Time riportante i problemi razziali dell’America

Qualcuno ha deciso di mettere in rete un video in cui si vede una persona uccisa brutalmente da un rappresentate dell’ordine, qualcuno che doveva proteggere la comunità e quello stesso malcapitato che si trovava a implorare di respirare sotto di lui e la sua uniforme. La morte di George Floyd è finita su ogni dispositivo connesso ad una rete internet e il mondo ha urlato e si è ribellato.

In questa settimana abbiamo parlato della nascita della Repubblica, della vittoria della democrazia. La voce di un popolo che ha deciso di farsi sentire,  e che in questi ultimi giorni ha deciso di farsi udire nuovamente e a livello mondiale. Si sono alzate urla e parole forti e di cordoglio, ma anche silenzio. Un silenzio che è rimbombato sui social proprio nel giorno dell’anniversario in cui il nostro Paese ha deciso che sarebbe stato il Governo ad avere paura del popolo e non viceversa.

Sembrerebbe esserci un lieto fine in questa storia, forse la nascita di un mondo migliore, ma non è così.

Siamo assuefatti di immagini strazianti e di tragedie, dalle fosse comuni frutto della follia dei Nazisti alla strage della Stazione di Bologna. Dalle nuvole di fumo dalle Torri Gemelle a quel poco che rimane della strage di Capaci. Dal corpo distrutto di Igrid Escamilla al corpicino del bambino annegato che sperava di raggiungere finalmente un luogo di pace. Dalla morte di Stefano, massacrato a quella di George fino al vecchietto con il bastone buttato a terra da un poliziotto in tenuta antisommossa con l’unica colpa di chiedere rispetto della vita di tutti, e per finire con un’elefantessa che muore in piedi con il cucciolo che aveva in grembo per la crudeltà umana. E di queste immagini ce ne saranno ancora e ancora in futuro e queste devono essere le nostre pietre d’inciampo. Dobbiamo cadere, farci male, piangere ma rialzarci con la voglia di fare meglio dei nostri predecessori

bambino annegato morto sulla spiaggia di Lesbo. Foto da https://www.lastampa.it
foto del corpo esanime di Stefano Cucchi. Foto da https://www.articolo21.org

Sono fotografie che meritano di incastonarsi nella nostra anima per sempre come ricordi, perchè devono tappezzare la nostra mente, le nostre strade per dimostrare che possiamo essere migliori di così, che non dobbiamo per forza sottostare alle ingiustizie.

E sì, fa male pensare che la tanto agognata umanità, la vicinanza e la compassione per il prossimo che doveva nascere con la pandemia alla fine sia rimasta un’utopia per molti. Il razzismo, il sessismo, gli abusi di potere e l’odio sono ancora qui, tra di noi. 

immagine dell’elefantessa incinta morta a causa di alcuni petardi nascosti dentro un ananas. Foto da https://www.ilfattoquotidiano.it

La domanda, ormai, sembra ovvia: Che c’entra un blog d’arte con questa faccenda? Perché parlare? Perché schierarsi?

La risposta è semplice! L’arte è tutto, rappresenta il bello e il brutto della vita, ma è soprattutto memoria, in particolar modo l’arte contemporanea. Numerosi sono gli artisti che hanno parlato di stragi e di dolore utilizzando la fotografia o immagini e sculture simboliche, ma sono tanti quelli che hanno sottolineato l’importanza della Memoria, quella che rimane indelebile proprio grazie a quelle immagini di cronaca che si trovano sui giornali, sui libri di storia, in internet e, ora come ora, sui social . Cariche di una loro bellezza sublime, fatta di stupore, dolore e di orrore, che si conficcano nella nostra mente e non ci abbandonano. Sono altre immagini su cui dobbiamo che dobbiamo portarci sulla coscienza e su cui dobbiamo riflettere continuamente chiedendoci: è solo questo il ricordo che vogliamo lasciare ai posteri?.

Il sorriso della Repubblica

Abbiamo ammirato questa foto milioni di volte, ogni 2 giugno il sorriso di questa meravigliosa ragazza viene pubblicato su giornali, riviste e social. E’ il sorriso di una nuova Italia scelta e creata dal popolo. Ma di chi è questo volto così famigliare? Qual è la sua storia?

di Jessica Colaianni

2 giugno 1946. Dopo gli anni devastanti della Seconda guerra mondiale, l’Italia versa in una condizione drammatica. Intere città distrutte dai bombardamenti, una povertà che coinvolge la gran parte della popolazione e la mancanza di un apparato governativo richiedono agli italiani una gran forza per rialzarsi e costruire la Nazione.2 giugno 1946. Gli italiani, tutti, perché sì, per la prima volta il voto avviene a suffragio universale, sono chiamati alla votazione di un referendum che ha cambiato definitivamente l’identità del paese. Il quesito era molto semplice: Monarchia o Repubblica? Con 12 717 923 cittadini favorevoli alla repubblica e 10 719 284 cittadini favorevoli alla monarchia si decide la forma di stato assunta dall’Italia. Oltre a questa scelta, lo stesso giorno i cittadini eleggono i membri dell’Assemblea Costituente, coloro che hanno avuto il compito di redigere la Costituzione, entrata in vigore il primo gennaio 1948, caposaldo della nostra legislazione. Quel giorno fu una grande festa, e ancora oggi viene celebrato per ricordare il nostro passato e tutti quei passaggi che hanno portato alla costituzione del Paese così come lo conosciamo. Tra le foto simbolo di questo evento così importante è sicuramente l’immagine di una ragazza sorridente che sbuca letteralmente fuori dalla prima pagina del giornale il Corriere della Sera il giorno della proclamazione ufficiale della Repubblica.

Tessera per il Referendum
I titoli di alcune testate giornalistiche al termine del referendum

 Lo scatto è stato realizzato da Federico Patellani, fotoreporter di guerra e tra i caposcuola del fotogiornalismo, ed è diventato sin da subito simbolo di speranza per un paese che provava a guardare avanti dopo gli anni terribili del fascismo e della guerra. Per decenni questo volto è rimasto anonimo, nonostante esso abbia continuato a vivere nel nostro immaginario attraverso libri e manifestazioni politiche: l’identità della ragazza è rimasta per molto tempo sconosciuta. Al Museo di fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo possiamo vedere i 41 scatti che Patellani ha realizzato con la sua Leica della donna, ritratta in diverse pose, ma il fotografo non ha mai apertamente dichiarato l’identità di tale figura. Il mistero viene svelato solo recentemente, il volto è quello di Anna Iberti, moglie di Franco Nasi, uno dei primi giornalisti del Giorno. Lo conferma la figlia, Gabriella, che conserva ancora qualche stampa del servizio fotografico, custodito con cura e grande riservatezza per volere della madre, scomparsa nel 1997. All’epoca Anna aveva 24 anni e non era ancora sposata, lavorava come impiegata nell’amministrazione del quotidiano socialista Avanti! dove probabilmente lavorava anche il futuro marito, Franco.

Alcuni tentativi di Patellani
La foto che fu scelta
Uno dei tentativi prima di trovare l’immagine giusta

Non si sa bene come Patellani abbia incontrato Anna e le abbia proposto di posare per gli scatti ma è probabile che il contatto sia avvenuto tramite colleghi di testate e inoltre sappiamo che le fotografie sono state realizzate nella terrazza della redazione di Avanti! nell’allora sede di via Senato 38, all’epoca ospitante delle maggiori testate giornalistiche. Dopo il matrimonio Anna decide di smettere di lavorare per dedicarsi alla famiglia ma continuerà comunque il suo impegno per il sociale, operando come volontaria del CAM, il centro ausiliario per i problemi minorili. Una vita normale, riservata quella di Anna Iberti, il cui volto è entrato però nella nostra storia, quella più importante, quella che non va dimenticata, quella che ci ricorda chi siamo, italiani. 

Fonti:

-https://www.repubblica.it/cultura/2016/04/24/news/storia_di_anna_che_fece_l_italia-138343580/

-https://newsicilia.it/cultura/e-nata-la-repubblica-italiana-storia-di-una-foto-icona-chi-era-il-volto-della-speranza/327728

Il vero amore di Araki

Araki indagò la depravazione e la sessualità della sua terra natia attraverso la fotografia, ma di sicuro i suoi lavori più autentici e significativi riguardano, senza ombra di dubbio, quelli del suo grande amore: la moglie.

di Jessica Colaianni

Nobuyoshi Araki è un fotografo giapponese che, a partire dagli anni Ottanta, ha dominato lo scenario artistico internazionale. È conosciuto in particolar modo grazie alla sua opera più famosa, Tokyo Lucky Hole, una raccolta di fotografie realizzate tra il 1983 e il 1985 nei locali di prostituzione del quartiere di Tokyo, Shinjuku, dove “mette in pubblico un lungo e sincero diario delle proprie pulsioni erotiche e dei propri comportamenti sessuali”. La novità nel lavoro di Araki sta nel partecipare direttamente alla scena, comparendo in alcuni casi egli stesso negli scatti, instaurando così un rapporto con le protagoniste e facendo assumere quindi alle immagini un carattere familiare e diaristico. Araki, infatti, è consapevole delle capacità che la fotografia ha di stimolare la memoria e di rappresentare, nel momento stesso dello scatto, già un evento passato e in qualche modo, morto. Le tematiche trattate e lo stile basso espresso, accostano questo autore a Nan Goldin (di cui vi abbiamo parlato in un articolo tempo fa), con la quale peraltro collabora nel 1994, realizzando la serie Tokyo Love, dove i due esplorano, attraverso immagini di giovani ragazzi, le ansie, le gioie e la sessualità adolescenziale. Vita, sesso, morte. Queste sono le tematiche che ricorrono in ogni scatto dell’artista, mettendo in risalto quella continua lotta tra eros, ovvero la pulsione alla vita, e thanatos, pulsione di morte, che la fotografia riesce, con la sua crudezza, ad esprimere nelle massime potenzialità.

Proprio Araki ci parla di questa dualità, scaturita per la prima volta in occasione della morte della madre, dove sentì per la prima volta “il desiderio di vita che, in seguito a un lutto, sembra crescere in noi attraverso il sesso”. Massima espressione di queste peculiarità sono le serie di fotografie più intime e toccanti realizzate da Araki con protagonista la moglie Yoko, le quale risultano una vera e propria dichiarazione d’amore che accompagna il tempo trascorso insieme. La documentazione della loro storia comincia nel 1971, anno del matrimonio. In Sentimental Journey, vediamo Yoko durante la luna di miele mentre guarda fuori dal finestrino appoggiata al bracciolo del divano, con la giacca pronta ad uscire o mentre dorme dentro a una canoa.

Serie Sentimental Journey (1971-1990)
Serie Sentimental Journey (1971-1990)

Il diario fotografico della compagna di vita di Araki dura fino al 1990, anno in cui Yoko, al seguito della diagnosi di un tumore, muore. Nel 1991, il fotografo pubblica la serie Winter Journey, che racchiude in foto l’ultimo anno di vita trascorso insieme all’amata. È importante notare come in questi scatti sia presente, in basso a destra, la data digitalizzata, la quale sembra, senza pietà, scandire l’inesorabile trascorrere del tempo, contribuendo allo stesso tempo a rendere maggiormente efficace l’effetto diaristico dell’opera. Araki decide di fotografare la moglie defunta dentro la bara, in un primo piano abbastanza ravvicinato il quale rende, anche attraverso l’uso del flash, sorprendentemente bianco e luminoso il volto di Yoko che, tramite la bocca e gli occhi estremamente serrati, ci fa capire che non si sveglierà mai più. Di effetto sono anche i dettagli delle maniche nere in contrasto al viso che toccano la bara sommersa dai fiori e dalla foto di Chiro, il gatto tanto amato dalla donna. Araki stesso ci parla di questo momento così delicato della sua vita affermando che non documentare anche la morte della donna sarebbe stata come una dichiarazione d’amore incompleta alla compagna di vita e un modo meno intenso di affrontare il dolore per la perdita. 

Serie Winter journey (1990-91)
Serie Winter Journey (1990-91)

Dopo questo tragico evento, Araki si butterà a capofitto nel suo lavoro realizzando tantissimi altri progetti, tra cui la serie intitolata Life By Leica, dove troviamo soggetti sorridenti e, come li definisce Araki in persona, perfettamente “umani”. Questo cambiamento è dovuto proprio alla conseguente scomparsa della moglie, infatti in un’intervista dichiara: “Con la sua morte è scomparso l’amore più vicino a me. Da questa esperienza io sono ripartito verso la vita. Oggi c’è voglia di mostrare la gioia di vivere”. I lavori di Araki mettono in luce degli esempi in cui scattare fotografie funge in questi casi da mediazione tra la vita e la morte, trasformando l’evento negativo e l’immagine di morte in un qualcosa che spinge verso una nuova gioia di vivere, agendo “come esito catartico di tante avventure e drammi veri o simulati” cui, attraverso la fotografia, l’artista “ha fissato ed esorcizzato, dalla sofferenza, dalla malinconia, dai malesseri esistenziali e dagli inferni urbani, nel generale superamento verso il consapevole rinnovarsi dell’impulso vivente”.

Fonti:

– C. Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012;

– Fuyumi Namioka, Nobuyoshi Araki, Tre viaggi sentimentali, dal catalogo della mostra Araki, Love and Death del Museo d’Arte di Lugano, 2016, http://www.adhikara.com/araki/biography.htm;

– Araki Nobuyoshi, Self, life and death, a cura di Akiko Miki, Yoshiko, Isshiki e Tomoko Sato, Londra, New York, Phaidon, 2005;

Araki Nobuyoshi, Viaggio Sentimentale, stampato per il Museo Pecci di Prato da Bandecchi&Vivaldi per conto de Gli Ori, Pontedera 2000.

L’ambiguità di Claude Cahun

“Maschile? Femminile? Ma dipende dai casi. Neutro è il solo genere che mi si addice sempre”.

di Jessica Colaianni

Con queste parole oggi vi portiamo alla scoperta di Claude Cahun, pseudonimo di Lucy Renée Mathilde Schwob, artista, fotografa e scrittrice francese tra le massime esponenti del surrealismo.

Nata a Nantes nel 1894 sin da subito si appassiona alla scrittura, alla fotografia e alla recitazione, firmando i suoi primi lavori adoperando diversi pseudonimi, da Claude Courlis a Daniel Douglas fino a optare per quello definitivo che l’ha resa celebre fino ai giorni nostri. Appena quindicenne si lega sentimentalmente con la sorellastra Suzanne Malherbe, fotografa conosciuta col nome di Marcel Moore con cui trascorrerà il resto della sua vita. Insieme a quest’ultima, negli anni Venti, si trasferisce a Parigi ed è in questa occasione che l’artista entra in contatto con le figure centrali del movimento surrealista, André Breton (autore del manifesto nel 1924), Tristan Tzara, Salvador Dalì, Man Ray e molti altri. La fotografia si lega al movimento pittorico non tanto per lo stile o il linguaggio formale utilizzato, quanto per l’approccio concettuale con la quale vengono trattati i temi e i soggetti raffigurati. Ai fotografi surrealisti, infatti, non importa la ricerca di una tecnica precisa dell’esecuzione ma, come per i colleghi pittori, prevale il concetto di automatismo che viene spiegato da Breton nel manifesto del movimento.

118mm x 92mm (whole)115mm x 89mm (image)also neg

Lo scatto non è meditato né sapientemente orchestrato ma è il risultato del caso, il quale ci ricollega all’altro concetto fondamentale della poetica surrealista, quello dell’objet trouvé, ovvero un qualcosa che l’artista trova casualmente girovagando ma che diventa opera significante. Le immagini sono quindi stranianti, spesso volutamente sbagliate ed espressione di una dimensione che ha a che fare con la psiche umana. Tra i rappresentanti del gruppo Cahun trae più ispirazione da Cecil Beaton, fotografo di moda la cui caratteristica è quella di mettere in scena delle immagini allusive che rimandano ad atmosfere trasognanti. Protagonista indiscussa dei suoi scatti è lei stessa, la quale scinde il suo corpo in più identità affrontando in maniera precoce, rispetto al tempo, il tema della sessualità e dell’identità di genere.

La fotografa mette in scena una vera e propria trasformazione di sé stessa andando oltre la semplice differenziazione tra femminile e maschile e ponendo in essere quasi una sorta di body art ante litteram, in quanto attraverso questa pratica attua una vera e propria verifica e oggettivazione del suo corpo, diventando pioniera di una tematica tutt’oggi viva e fortemente dibattuta.Claude Cahun è un’artista forse non particolarmente conosciuta presso il grande pubblico, ma la cui poetica avanguardistica ha influenzato molti autori dei decenni successivi. In particolare in Italia, sono poche le istituzioni pubbliche che hanno posto attenzione alla sua ricerca, tra questi emerge la Fondazione del Monte di Bologna che, in occasione di Arte Fiera 2020 ha inaugurato la mostra 3 Body Configurations in cui, insieme a Valie EXPORT e Ottonella Mocellin, vengono esposte 38 opere fotografiche dell’artista grazie alla collaborazione col Jersey Heritage Collection, dalla città dove Cahun ha trascorso gli ultimi anni della sua vita e che conserva la maggior produzione della fotografa.

La durata dell’esposizione era prevista fino al 30 aprile, con la speranza di poter presto riaffollare (ma non troppo) i luoghi della cultura vi consiglio quindi di segnarvela in agenda!

Fonti:

– Silvia Mazzucchelli, Oltre lo specchio : Claude Cahun e la pulsione fotografica, Milano, Johan & Levi, 2013;

– Claude Cahun, Le scommesse sono aperte (Les paris sont ouverts, traduzione in italiano di Marcello Giulini e Marco Dell’Omodarme, prefazione di Silvia Mazzucchelli), Edizioni WunderKammer, 2018;

– Claudio Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012.

“Ci sono 35 modi per morire a Mauthausen e io credo di conoscerli tutti perfettamente”

Ricordo solo una cosa del campo di concentramento, che ho visitato: la paura e la claustrofobia. Avevo già compiuto 18 anni, non ero una bambina. Era la nostra gita di quinta, andammo a Praga e l’umore e la gioia erano alti tra boccali di birra, visite e balotta (scusate credo che la mia parte bolognese, si sia impossessata di me), ma quando l’ultima tappa è stata Terezin, niente è stato uguale, come ben immaginate. Ricordo ancora il grigio, che ho sentito come se mi avvolgesse in una coperta, da prima di entrare si respira la crudezza del posto e della cattiveria umana e non può che esserci il silenzio ad incombere su tutti noi.

di Jessica Caminiti

Testimonianza di Boix

È buffo e vagamente crudele, perché nella mia vita, l’olocausto è stata una costante, non ho potuto abbandonare quel pezzo di storia, che tanto mi terrorizza: San Saba è a due passi da Trieste, un sopravvissuto abita nel mio paese natale e ora, quando apro la finestra di casa anche in Germania vedo Buchenwald e le sue ciminiere. Eppure niente, ogni volta questa giornata e questo orrore arriva dritto come un pugno nello stomaco.

Ma non siamo qui per raccontare la storia, anche perché in casi come questi le parole sono riduttive e non si riescono a caricare di tutto il significato, che dovrebbero avere quindi saranno le immagini a fare da filo conduttore nella tragedia e attraverso l’Europa spaccata da un falso mito di supremazia e di ricerca della perfezione ariana. 

Francisco Boix

Parleremo di un fotografo, il fotografo di Mauthausen, Francisco Boix, fotoreporter spagnolo, classe 1920, nato a Barcellona e morto solo a 31 anni, nel 1951 a Parigi, dove continuò la sua carriera. Gli appassionati di cinema lo conosceranno per il recente film fatto su di lui, intitolato proprio il fotografo di Mauthausen, ma tanti lo ricorderanno anche per i suoi scatti voluti dai nazisti e dopo salvati dai detenuti per mostrare al mondo questa barbarie. Prima di iniziare a raccontare la parentesi tedesca, dovete sapere, che egli prima di essere imprigionato nel campo di concentramento di Mauthausen, fu un partigiano comunista, che lottò contro la dittatura franchista e in seguito continuò, come abbiamo già detto, la sua carriera di fotoreporter in Francia, rimanendo fedele al suo stile di denuncia. Egli, identificato con un triangolo blu (contrassegno dei prigionieri politici spagnoli) fu catturato dopo l’invasione della Francia, sua casa di esilio, fu uno dei pochi sopravvissuti spagnoli, difatti quasi 10.000 detenuti iberici persero la vita, e questo è dovuto tutto alla sua arte.

Gli scatti che fece durante la sua prigionia probabilmente gli salvarono la vita: i gerarchi nazisti usarono la sua abilità per non solo immortalare le feroci morti dei detenuti, ma anche per ricordare il passaggio di importanti personalità, che visitarono il campo. Questo fece di lui una pedina del gioco e lo rese una parte importante durante il famoso processo di Norimberga e quello di Dachau avvenuti dopo la cattura degli assassini (diamo i giusti nomi senza paura) nazisti. Le sue foto vennero usate come prova e lui come testimonianza. 

Strage di ebrei con Boix a sinistra con la macchina fotografica

Egli, che era considerato un “privilegiato” per la fortuna di lavorare per la Germania non smise mai di denunciare cosa i gerarchi non volevano far vedere: l’atrocità e le morti “accidentali”, che nel campo di concentramento avvennero. Ogni volta, che reputava la foto di valore, ne faceva due copie: una per il regime, l’altra per sé; il coraggio, che contraddistingue questa decisione è ineguagliabile: se fosse stato scoperto, la morte per lui sarebbe stata certa e niente l’avrebbe salvato, neanche la sua utilità. “Ci sono 35 modi per morire a Mauthausen e io credo di conoscerli tutti perfettamente”, tutti documentati, nascosti prima nel crematorio e poi nella falegnameria dove dei suoi connazionali salvavano nel disordine dell’ambiente queste preziose foto, che sarebbero poi uscite con la liberazione del campo. Cosa ritraggono? Visi morti, pieni di paura, corpi straziati e dall’altra parte gerarchi sorridenti e convinti della loro missione.  I due volti della tragedia, la fine e la convinzione dell’essere nel giusto.

La memoria di Boix negli anni si è rafforzata, ma bisogna aspettare il 2017 perché egli abbia un giusto riconoscimento anche nella morte: con una cerimonia solenne il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, portò le sue spoglie nel famoso cimitero di Pere Lachaise, dove finalmente si può onorare un uomo, che ha messo in gioco la sua vita per testimoniare le atrocità,  per portare a compimento la sua missione: non dimenticare. Non dimenticare ogni essere umano, che è diventato numero, per poi passare ad essere carne da macello per la semplice colpa di non essere biondo, di essere ebreo, di essere omosessuale oppure per essere un ricercatore della libertà.

Liberazione del campo

Nella mente riaffiorano ricordi: le pareti di quelle camere troppo strette per essere vere, i muri graffiati nella disperazione, il tocco della pelle di un sopravvissuto e la lettura di quel numero. Forse non siamo ancora pronti a raccontare con mente lucida questo ricordo troppo vicino, ma le parentesi buie della storia servono per ricordarci che è una lotta continua e che la libertà bisogna sudarla.

Sarei morta: vuoi per i miei ricci scuri, vuoi per gli occhi non azzurri, vuoi perché sarei andata contro una dittatura, ma è semplice parlarne ora: lunga memoria a chi per la libertà e per l’uguaglianza ha lottato. Sempre pugno alzato. 

se volete approfondire vi lasciamo il link di una graphic novel (fumetto) sulla sua vita: https://amzn.to/2GpXUFt

La realtà di Nan Goldin

Oggi parliamo di una delle fotografe più famose dello scenario artistico degli anni Ottanta e attualmente ancora in attività, Nan Goldin, artista statunitense, è diventata nota presso il grande pubblico per i suoi scatti intimi ed emozionali, rappresentanti una sorta di diario della sua vita.

di Jessica Colaianni

Un’esperienza traumatica durante l’infanzia, ovvero il suicidio della sorella Barbara, è il fattore che avvicina alla fotografia la Goldin, la quale, da quel momento, immortala ogni momento della sua vita e di quella dei suoi amici in un tentativo quasi disperato di mantenere il controllo sullo scorrere inevitabile del tempo. Nella sua opera più famosa, The Ballad of Sexual Dependency, Nan dichiara il suo dispiacere nel non avere abbastanza foto della sorella, con una conseguente difficoltà nel ricordarla davvero per come era e non per come la immaginava. Al fine di non ripetere questo errore, comincia a fare fotografie perché, come lei stessa afferma: “Non voglio nuovamente perdere la vera memoria di nessuno”.

Non potendo sopportare il dolore della perdita e l’indifferenza dei genitori, da adolescente scappa da casa e va prima a Boston e poi a New York. In queste città, Goldin incomincia a sviluppare un suo linguaggio fotografico personale, scattando immagini delle persone che le stanno intorno, componendo un reportage generazionale dello stile di vita underground tipico di quegli anni. Una caratteristica importante del suo lavoro è che la fotografa diventa anch’essa protagonista dei suoi ritratti partecipando, direttamente o indirettamente, al racconto immortalato dalla macchina, che in questo caso agisce come estensione corporale dell’artista. Per Nan Goldin “fare una fotografia è un modo di toccare qualcuno, è una carezza, è accettazione”.

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Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta l’avvento dell’AIDS sconvolge la vita di dell’artista e quella dei suoi amici, i quali sono costretti a fare i conti con le conseguenze di una vita sregolata e piena di eccessi. L’artista resta accanto a loro durante tutto il percorso della malattia documentando ogni passaggio fino agli ultimi istanti di vita. Tra le serie più emozionanti e commoventi che l’hanno resa celebre a livello internazionale è il portfolio dedicato all’amica Cookie Mueller, la quale muore a pochi mesi di distanza dal marito Vittorio e la serie di fotografie dedicate all’amico, nonché profondo sostenitore della sua arte, Gilles, dal momento in cui scopre di essere malato fino alla morte, la quale avviene nel 1992. In queste immagini drammatiche si riesce a percepire il dolore e la tragicità del momento. Per esempio, in uno degli scatti di Nan, vediamo il braccio di Gilles ormai esanime raffigurato in una composizione austera ma allo stesso tempo dignitosa, la quale esprime con forza una sorta di memento mori che richiama, per certi versi, i quadri classici.

Immagine correlata

Attraverso queste fotografie abbiamo uno spaccato di una generazione che è stata percossa da un evento drammatico, documentato in questo caso con una tale partecipazione che non ci può lasciare indifferenti. Queste immagini sono importanti perché agiscono come documentazione di un avvenimento che ha toccato profondamente le vite di molti artisti e non solo, collocando in tal modo Nan Goldin tra quegli artisti che hanno fatto della denuncia sociale la propria ricerca. Anche se per Nan la cosa più importante resta “fotografare, e poi ancora fotografare, sempre di più, con l’ansia di fermare ciò che altrimenti scomparirebbe, o verrebbe dimenticato”. Gli scatti di Nan sono quasi rubati, spesso imprecisi e non completamente messi a fuoco, appartengono a uno stile da “album di famiglia”, rappresentano un tipo di far fotografia che influenza molti fotografi delle generazioni successive. Un’altra particolarità di questa artista è il creare dei video montando le immagini con un sottofondo musicale, creando così un allestimento emozionale e che coinvolge nell’intimo lo spettatore osservante.

L’artista è tuttora attiva nella realizzazione di performance e call action volte a sensibilizzare il grande pubblico su temi delicati come appunto l’AIDS o la dipendenza da oppiacei, e lo fa attraverso le sue fotografie e i canali social di Facebook e Instagram. 

Nan Goldin è la dimostrazione che l’arte non è soltanto bellezza e gioia, ma è anche espressione di difficoltà, sofferenza. L’arte, più semplicemente, è vita.