Cosa succede dopo la fine dell’arte?

Oggi vi pongo la domanda del secolo, anzi dei secoli, per meglio dire, ovvero: che cos’è l’arte? Beh, diccelo tu, risponderete, visto che sei laureata in questa materia. Ebbene, dispiace deludervi, non posso darvi una risposta esatta, l’arte è un qualcosa di troppo astratto per essere definita in una nozione chiusa e precisa, non è mica una formula matematica.

di Jessica Colaianni

Tuttavia, nel corso degli anni, in particolare da quando è nata la critica d’arte come vera e propria disciplina, si è cercato di teorizzarla quanto il più possibile come se essa fosse una scienza e sono tanti gli studiosi che si sono posti tale domanda e hanno cercato di dare una risposta. In questo articolo vi voglio parlare nello specifico di una riflessione nata da uno studioso americano, Arthur Danto, il quale pubblica nel 1984 un saggio dal titolo eloquente, La fine dell’arte. Per lo storico l’arte ha una fine in una data ben precisa. Siamo nel 1964 e alla Stable Gallery di New York viene esposta la prima Brillo Box di un artista emergente, Andy Warhol. Ve ne abbiamo già parlato in altri articoli, gli anni Sessanta si riconoscono per la diffusione delle poetiche dell’oggetto, i tableaux pièges di Spoerri, le compressioni di César, la Merda d’artista di Manzoni, il Letto di Rauschenberg. 

Brillo Box, A. Warhol – 1964, Moma
Bed, R. Rauschenberg – 1955, Moma
compressioni, Cèsar – Centre Pompidou

Gli oggetti d’uso quotidiano entrano di diritto nell’arte e diventano protagonisti dei messaggi degli artisti. Quale oggetto rappresenta al meglio questo periodo se non la Brillo Box, simbolo per eccellenza della società dei consumi americana? Forse non tutti lo sanno, ma in realtà l’opera di Warhol non è una vera confezione del detersivo più usato dagli americani al tempo, ma una sua riproduzione fedelissima nelle dimensioni e nella grafica. Per Danto quindi questo è il punto di partenza, ma la vera domanda da porsi non è più “cos’è l’arte?” ma “cosa distingue un’opera d’arte da un semplice oggetto nel momento in cui essi siano visivamente indistinguibili?” Per lo studioso in realtà non si tratta della fine dell’arte in sé per sé, ma della fine della storia dell’arte così come la conosciamo. Precedentemente agli Sessanta e Settanta, infatti, la storia dell’arte segue una sua linea temporale ben definita scandita da movimenti artistici che adottano per lo più strumenti tradizionali, quindi pittura e scultura, fatta eccezione per il maestro Duchamp che è un caso unico e raro, colui che ispirerà appunto gli artisti della seconda metà del Novecento. Per quanto le cosiddette avanguardie storiche siano state rivoluzionarie nel cambiare radicalmente il far arte, allontanandosi consapevolmente dalla critica che negli stessi anni cercava invece di ingabbiare l’arte in concetti e canoni precisi, essi operano comunque per lo più realizzando quadri e sculture. Dagli anni Sessanta invece questo cambia, gli artisti cominciano ad adottare sempre più mezzi alternativi, attingendo direttamente alla realtà. Allo stesso tempo assistiamo a un pluralismo, oltre che di strumenti, di poetiche, messaggi, intenti. Sono gli anni in cui assistiamo agli ultimi veri e propri movimenti, gruppi di artisti che si riconoscono e operano sotto delle determinate caratteristiche, cosa che ormai non vediamo quasi più verificarsi. Per Danto, quindi, non viviamo più in una storia che si dispiega in una narrazione razionale, una linea orizzontale progressiva e ordinata come prima, ma viviamo in un’era che egli definisce come post storia, dove vige il pluralismo. Nei suoi scritti Danto si contrappone al collega Greenberg, autore nel 1960 della Pittura Modernista, il quale riconosce nella pittura la  vera e unica arte, contrapposta a tutta il resto, considerata dal critico impura e non appartenente all’ambito della storia. Greenberg è un grande appassionato di Pollock e dell’Espressionismo astratto e il suo scritto viene pubblicato alla soglia della nascita delle poetiche dell’oggetto quindi può risultare del tutto anacronistico rispetto a ciò che è avvenuto. Danto, invece, fa un’analisi corretta di quegli anni riconoscendo e appoggiando gli artisti i quali, liberi dal fardello della storia, possono finalmente esprimersi come meglio credono, senza apporre ad essi nessun limite di immaginazione e creatività.

copertina del libro

Per Danto non esiste un’arte più vera delle altre, né una modalità esclusiva con cui essa debba manifestarsi: tutta l’arte è ugualmente e indifferentemente unica. E questa, a mio parere, è la caratteristica più bella dell’arte, poter essere qualsiasi cosa. 

Fonti:

– A. C. Danto, Dopo la fine dell’arte. L’arte contemporanea e i confini della storia, Bruno Mondadori Milano, 2008.

5+1 opere d’arte che mi hanno fatto amare l’arte contemporanea

La maggior parte di noi di fronte all’arte contemporanea storce il naso, ci si domanda spesso quale sia il significato di quella determinata opera o perché essa venga considerata come tale. Lo ammetto, anche io fino a qualche anno fa non capivo cosa ci fosse di così interessante nell’arte più vicina a noi, preferendo invece l’arte del Rinascimento (che ancora adesso adoro) ma, nonostante alcuni pregiudizi, frequentando il Dams di Bologna non ho potuto evitare di seguire il corso di storia dell’arte contemporanea ed è proprio lì che è scattata la scintilla che mi ha fatto completamente innamorare! Vi starete domandando perché? Beh, ecco allora una carrellata spontanea e di pancia delle opere che studiando mi hanno fatto perdere la testa!

di Jessica Colaianni

1. Nel 1917, appare in pubblico un’opera d’arte un po’ strana, un orinatoio capovolto firmato da un certo Richard Mutt e intitolato enigmaticamente Fontana. Questo lavoro provoca un fortissimo dibattito nella New York dei primi del Novecento, focalizzando in particolare l’attenzione su cosa sia arte e cosa no. Solo in seguito si scoprirà che l’autore non era altro che quel burlone di Duchamp che, già nel 1913, aveva prodotto il suo primo ready-made (oggetto d’uso comune preso e svuotato del proprio significato e reso opera d’arte). Se non lui, chi altri avrebbe potuto essere il padre dell’arte contemporanea?

2. Anche se non si è appassionati d’arte contemporanea, sarà sicuramente capitato a tutti di vedere delle opere rappresentanti linee verticali e orizzontali che formano quadrati bianchi o colorati. Le opere di Mondrian hanno avuto molta fortuna, diventando abiti di alta moda, ma comparendo anche in merchandising come quaderni e agende; pochi però sanno che dietro quelle semplici forme geometriche che “tutti possono fare” (sigh) si nascondono anni e anni di lavoro che coinvolgono l’artista nella sua ricerca di rappresentare la natura nella sua forma più primaria e perfetta, in un ricercato gioco di equilibrio e armonia.

3. Proseguendo sulla scia del “so farlo anche io” un altro personaggio che ha rivoluzionato l’idea dell’arte è sicuramente Jackson Pollock che con il suo dripping (sgocciolamento del colore) ricopre tutta la superficie della tela, rigorosamente posta a terra (diciamo addio alla pittura su cavalletto) in modo da poterci girare attorno, realizzando così quasi una sorta di pre-performance in bilico tra dei sapienti movimenti e dei casuali gesti impulsivi, una danza di colore!

4. Figlio mancato di Duchamp, Piero Manzoni sconvolge la Milano degli anni Sessanta (la sua carriera è purtroppo molto breve a causa della sua prematura scomparsa) realizzando dei lavori assurdi e giocosi al fine di prendere in giro il sistema dell’arte, legato in quegli anni ad un forte incremento del mercato. Impronte d’artista, fiato d’artista, le statue viventi sono solo alcune delle opere da lui realizzate, che rimane noto presso il grande pubblico soprattutto per la sua Merda d’artista, inscatolata ed etichettata bella e pronta per essere venduta al miglior offerente.

5. Negli anni Settanta la maggior parte degli artisti si stufa di dipingere e scolpire e decide così di fare qualcosa di nuovo (le basi vengono poste a partire dagli anni Cinquanta con i primi happening), il tutto per lo più rigorosamente nudi. Nasce così la Performance, di cui la massima protagonista è Marina Abramović, lanciata presso il grande pubblico attraverso Imponderabilia del 1977, la performance realizzata a Bologna insieme al fidanzato nonché compagno artistico Ulay, che vede i due porsi nudi (ma dai?!) davanti all’ingresso dell’allora Galleria d’Arte Moderna, costringendo così i visitatori a strusciare sui loro corpi.

6. Avviciniamoci ai giorni nostri e andiamo in terra nostrana, l’artista italiano attualmente vivente e più famoso a livello internazionale è sicuramente Maurizio Cattelan, le cui opere ironiche e spesso dal tono polemico scatenano controversie anche al di fuori dello stretto mondo dell’arte. I suoi lavori più noti rimangono Apocalypse, scultura di Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite e Him, la scultura di Hitler inginocchiato e con sguardo implorante perdono.

Questo elenco rappresenta solo una minima parte di ciò che riguarda tutto il mondo dell’arte contemporanea. In generale, la cosa che più mi affascina di essa è che non deve essere semplicemente un qualcosa di bello da vedere ma anzi può essere stramba, pazza, divertente, stimolante, assurda e a volte anche un po’ trash. L’arte contemporanea non ha pregiudizi, è libera e libera è l’interpretazione che ognuno di noi può dare a ciò che sta vedendo. Che dite, vi ho convinto ad amarla almeno un po’ di più?

Il genio non esiste!

Vai a uno spettacolo comico sulla storia della scienza fatto dal tuo youtuber preferito, ti siedi e ti prospetti una serata interessante ma allo stesso tempo leggera, fatta di risate e qualche nozione da salvare nel proprio hard disk celebrale, ma non va affatto così!

di Silvia Michelotto

Quando le luci si riaccendono non sai se andare dietro le quinte per incontrare quella mente brillante o fiondarti a casa a scrivere quattro righe su quella lampadina che si è accesa dopo nemmeno cinque secondi dall’inizio dello spettacolo, ovviamente ho fatto la seconda (per onor di cronaca: il giorno dopo l’ho incontrato lo stesso, in occasione di una conferenza in centro a Padova,  e ho persino fatto la foto e chiesto l’autografo, insomma #fangirl!).

Ma che è successo? Qual è l’epifania che mi ha raggiunto in quel momento di estremo godimento?

Be’ molto semplicemente che il Genio non esiste, un po’ banale come illuminazione, calcolando che è anche il titolo dello spettacolo, ma mi ha fatto riflettere quanto questa parola, genio, sia abusata sia nel mondo della scienza sia nel mondo artistico. Il monologo a cui ho assistito è  iniziato proprio portando l’esempio di Picasso. Per chi non lo sapesse il nostro artista preferito dal nome così lungo da usare il formato A4 per la propria carta d’identità è stato tra gli artisti più prolifici del XX secolo: i numeri che riguardano i suoi bozzetti, studi e le opere, sia pittoriche che scultoree, sono da capogiro. Tutte le innovazioni che ha portato nell’arte provengono proprio da tutto ciò, da quelle giornate passate davanti ad un modello a studiare il modo migliore per rappresentarlo, per trovare qualcosa che  descrivesse al meglio quel cambiamento che stava avvenendo in quegli anni.

Monet – impressione sole nascente
Duchamp – Fontana

E non fu l’unico, tutta la storia dell’arte è caratterizzata da personalità che hanno portato innovazioni stilistiche che si sono poi riflettute nel modo di vedere e percepire la realtà. Sono, però, tutte persone normali, con un grandissimo talento a volte, ma che non hanno ricevuto nessun dono divino o qualsivoglia apparizione miracolosa. Per giungere a questi risultati ci sono stati anni di esercizi e di lavoro, ma anche gli elementi giusti perché ciò fosse possibile: Giotto, Michelangelo, Monet, Duchamp non sarebbero stati gli stessi se non si fossero trovati in quel preciso frangente spazio-temporale, se le menti precedenti non avessero raggiunto determinati risultati, sia negativi che positivi. Le loro soluzioni non sarebbero state accettate se altre menti illuminate non avessero riconosciuto le loro scoperte come fondamentali e, perché no, se qualcuno non avesse trovato scandaloso il loro modo di approcciarsi al mondo.

Insomma, certamente la storia è costellata di menti brillanti, ma dobbiamo ricordare anche che i nomi che oggi conosciamo potevano essere diversi, la storia, infatti, premia i più veloci, coloro che per primi mostrarono al mondo la loro scoperta: un esempio? La nascita della fotografia che vede Daguerre anticipare di poco la presentazione delle scoperte di Talbot rubandogli la paternità della nuova tecnica artistica. Ma se Talbot ha avuto la fortuna di essere ricordato, pensate quanti uomini, ma soprattutto donne, sono state ingoiati dalla storia, perdendo così a causa delle poche informazioni che ci sono giunte dai tempi più antichi o perché semplicemente battuti sul tempo.

Prototipo delle ali leonardesche

Perciò è giusto parlare di genio? Assolutamente no! Coloro che studiamo sono persone che hanno avuto menti pronte che hanno colto prima di tutti gli altri il cambiamento e che sono arrivati a delle nuove soluzioni in maniera innovativa. Li immaginiamo molto spesso posati studiosi che osservano il mondo in modo composto, scrivendo frasi poetiche adatte per essere sistemate sotto le foto su instagram (mi sono macchiata di questa colpa anch’io, ahimè!) ma in realtà è molto più probabile che fossero soggetti dal carattere rocambolesco, irritabile e dispettoso. Perciò cerchiamo di toglierci questa idea di Leonardo allegro nonnino che disegnava e studiava nel suo studiolo a lume di candela: stiamo parlando di una persona che ha pensato a delle ali da attaccare a un povero disgraziato per farlo volare e sono abbastanza sicura che ci abbia anche provato a vedere se funzionava. Ci vuole una mente deviata! Una grandissima intelligenza, ma deviata… 

Picasso
Fontana
Cattelan
Caravaggio

Questo toglie valore a quello che questi grandi personaggi hanno realizzato? Assolutamente no! Hanno dimostrato grandi capacità intellettuali e artistiche, nel nostro caso, che hanno dato il via a nuove evoluzioni stilistiche, segnando il progressivo percorso della storia. Hanno permesso ad altri di crescere, di sviluppare, di creare nuove soluzioni e hanno influito sul percorso dell’uomo a livello culturale e sociale. Togliere il termine genio che precede i nomi dei grandi innalza, secondo me, il loro valore, in quanto si cancella quella errata convinzione che vuole queste menti nate e finite così, semplici cervelli che non hanno avuto un’evoluzione, ma che erano progettate fin da subito per conseguire quei risultati o, peggio ancora, le uniche in grado di raggiungerli. Invece non è assolutamente così: riconosciamo il loro lavoro, la loro crescita, la loro intelligenza che man mano si evolveva, i loro occhi curiosi che si posavano sul mondo e quegli insegnanti che hanno colto in loro una luce nuova e forte.

E perciò, ripetiamo, anzi urliamo, tutti insieme: Il genio non esiste!