L’uomo che cambiò la moda

Le regole delle grandi copertine di moda americane furono decise da un tedesco ebreo che stava cercando di fuggire dalla guerra, nella valigia un grande sogno: la fotografia. Una rivoluzione straordinaria che ancora oggi fa scuola.

di Silvia Michelotto

Mi vuoi sposare?

Erwin Blumenfeld ripete questa domanda mille e mille volte tra gli anni ’40 e ’50 nel suo studio fotografico vicino a Central Park a New York. Eppure all’altare ci andò solo una volta, nel lontano 1920, ad Amsterdam, con la donna che lo accompagnerà per tutta la vita. Quella domanda, però, aveva uno scopo artistico: le donne davanti al suo obiettivo sorridevano, ammorbidendo e ingentilendo i propri tratti. 

Ci sembra strano che fosse necessario rendere ancora più radiose donne di quel calibro, perché tra coloro che posarono per Blumenfeld ci furono Grace Kelly, una giovanissima Audrey Hepburn e Carmen dell’Orefice fu consacrata nell’Olimpo delle Top Model proprio grazie a una sua foto. Se si voleva tornare alla ribalta, iniziare la scalata al successo o celebrare il momento clou della propria carriera bisognava farsi fotografare da Blumenfeld!

Erwin aveva 44 anni quando arrivò con la famiglia e una valigia di cartone in America. La sua passione per la fotografia, nata quando era ancora un pargoletto, lo aveva condotto lentamente al 1938, quando ricevette un ingaggio per Vogue Francia. Fu l’inizio della sua rivoluzione: niente più modelle-manichini,  bensì donne piene di energia, dotate di un forte senso di libertà artistica. Tra le fotografie più importanti di questo periodo ci furono la serie della Ragazza sulla Tour Eiffel, un’immagine all’epoca considerata audace e fuori dalle regole.

Carmen dell’Orefice (1956)

Il lavoro per la nota rivista di moda francese durò poco purtroppo, obbligando i Blumenfeld a partire per la Grande Mela chiedendosi se sarebbero riusciti a riavere il successo che il capofamiglia aveva tanto faticato a raggiungere. Eppure, due giorni dopo, aveva già un contratto per Harper’s Bazaar, il più importante giornale d’alta moda americana dell’epoca. Gli fu data la più totale libertà di sperimentazione, diventando il fotografo più importante e più pagato del suo tempo: era il fotografo giusto al momento giusto, perché solo uno sguardo esterno, straniero, poteva cogliere la grande rivoluzione sociale e stilistica che stava avvenendo in quegli anni nel Nuovo Mondo.

A lui spettano tutti i grandi onori come quello di ritrarre, all’interno di Rage for color (1952), Bani Yevelston, la prima modella afroamericana che calcò le passerelle statunitensi. Nonostante la donna sia sulla estrema sinistra, una posizione che permetteva ai lettori poco soddisfatti di strapparla facilmente, senza rovinare l’immagine, ella cattura totalmente l’attenzione, grazie al contrasto tra la pelle scurissima e il viola intenso e semitrasparente che la incornicia.

Rage of color (1952)

Il suo scopo era quello di creare un’icona ad ogni scatto, creando qualcosa che colpisse l’immaginario e che rimanesse impressa nella mente della collettività. Da questo punto di vista, sicuramente, il suo massimo successo fu Doe Eye: un occhio con un ombretto azzurrino e incorniciato da un nerissimo eyeliner, delle labbra rosso rubino e un neo  nelle vicinanze. Il tutto si staglia su uno sfondo completamente bianco, non ci sono altri indizi su come sia il volto della donna. Un’immagine che rimane impressa e che tantissimi altri artisti hanno cercato di riproporre, tra gli ultimi il fotografo Solve Sundsbo che ha pensato di dare vita a questa iconica immagine per la campagna pubblicitaria per il make up del marchio Chanel.

Doe Eye
Audrey Hepburn (1952)

Colori forti, sovrapposizioni, trasparenze e contrasti erano le armi che Erwin utilizzava per riuscire a rappresentare la sua donna perfetta, era alla continua ricerca del prototipo della bellezza ideale, ma che non rimanesse fermo alla mera estetica, bensì indagasse un aspetto più intimo. La domanda con cui abbiamo aperto questo articolo non era mera frivolezza, doveva far emergere l’emozione – che sia gioia, amore, sorpresa, confusione – di una donna. Essa non era mai un banale insieme di carne, per Blumenfeld era un essere sociale complesso e il suo scopo era, appunto, quello di cogliere nei volti delle sue modelle i più intimi segreti.

Erwin Blumenfeld a lavoro
Grace Kelly (1955)

L’arrivo degli scoppiettanti anni Sessanta, però, sancirono la fine dell’epoca d’oro del fotografo tedesco. Nonostante dimostrò di poter portare la grazia e l’innovazione delle sue fotografie su pellicola, dirigendo e realizzando il suo primo film di moda, la moda stessa e il pubblico si stavano evolvendo, scoprendo nuove esigenze e desideri. Le fotografie di Blumenfeld, per così tanto tempo considerate rivoluzionarie, era diventate tradizionali, la regola, quella che lui stesso aveva superato tempo prima. Fu così obbligato a mettere la macchina al chiodo e salutare il mondo patinato delle riviste di moda.

Ormai, era ora di voltare pagina.

Fonti:

– M.Métayer, Erwin Blumenfeld, Phaidon, 2004; Stern fotografie Portfolio n.65, TeNeues, 2012.

Klimt: tra donne e sesso

Klimt ci viene sempre rappresentato come l’artista dell’élite viennese, l’artista più importante e famoso del suo tempo, ma in realtà, nei suoi disegni, è celato un sordido segreto.

di Silvia Michelotto

Vi voglio distruggere un mito, mi dispiace così tanto… Non è vero, adoro distruggere certezze altrui. E’ un piccolo e amorevole piacere sadico che mi attanaglia ogni volta che scopro un gossip del mondo artistico. E quindi procediamo!
Messer, oppure dovrei dire Herr, Gustav Klimt, padre della Secessione Viennese, l’artista che riportò in auge l’oro e il mosaico (dipinto questa volta), che nei suoi quadri ha sempre rappresentato l’eleganza, la raffinatezza, dove anche i nudi erano pieni di un’estrema grazia e compostezza, era un birbantello! 

Era ossessionato da un pensiero, un unico e infinito chiodo fisso che attanaglia molti altri esponenti del genere maschile: le donne

Le sue figure femminili sono di un’aurea bellezza, dalle pelli quasi diafane, si porgono allo spettatore come ammalianti dee che vogliono sedurre chiunque le osservi, moderne Cleopatre alla ricerca del proprio Giulio Cesare. Un esempio è la meravigliosa Giuditta I che si mostra all’avventore in tutta la sua statuaria bellezza, sottolineata dai gioielli e dai tessuti preziosi, con lo sguardo provocante e determinato. Non ci rendiamo immediatamente conto che lei è Giuditta, colei che, secondo la Bibbia, uccise il generale nemico tagliandogli la testa, seminascosta nell’opera. Sempre rappresentata come una donna pia, eroina delle sacre scritture, nella Giuditta di Klimt viene sottolineata una sensualità inaspettata che ci porta alla mente più un’altra donna biblica, più controversa e terribile, che sfrutta il suo corpo e la sua bellezza per ottenere la testa dell’uomo che l’ha rifiutata: Eroidiade.

Per Klimt, il gentil sesso era una vera e propria ossessione, ma non si fermava unicamente ad ammirarlo o a ritrarlo. Ebbe numerose amanti che gli diedero altrettanti figli (secondo il suo biografo ufficiale, Nebehay, furono 14, ma di certi ce ne sono solo 6) di cui nessuno poté vantare il cognome del padre. Inoltre, come se non bastasse, Gustav- vecchio marpione- si dedicava a più di una donna nello stesso periodo, infatti, si sa che due dei figli nacquero nello stesso periodo da due madri diverse.  Quindi, quante altre donne sono passate per il suo letto nello stesso periodo?

Parecchie e di sicuro quel via vai di modelle dal suo studio era fonte di eterna tentazione. Donne che, ci viene raccontato nel film dedicato a Egon Schiele, Klimt lasciava attendere seminude da sole nello studio, fino al momento in cui non iniziavano atti di autoerotismo, che l’artista immortalava su carte grossolane e con matite e carboncini. Via gli ori, i blu oltremare, le figure alcune volte troppo spigolose! In quei bozzetti trovano spazio solo corpi morbidi e invitanti, tracciati con una linea sinuosa e delicata che sembra essere il frutto del medesimo compiacimento dell’artista.

Rappresenta l’intimità femminile, la scoperta di un corpo che per molto tempo è dovuto rimanere celato ed essere privo di qualsivoglia desiderio sessuale, la diversità delle donne nel raggiungere il proprio piacere, la posizione che più le aggrada… Un tema rappresentato con una lucidità ineguagliabile, reso ancora più evidente dal segno semplice, privo di orpelli inutili, che rende evidente un disagio nell’artista. L’esistenza di un’ossessione che lo ha portato a realizzare più di quattromila disegni, di cui ne sono sopravvissuti solo duecento, tutte opere rimaste nascoste nello studio di Klimt, consapevole che nella perbenista Vienna non sarebbero state accolte con estrema gioia. 

Già i suoi affreschi all’interno dell’Università (Quadri della facoltà, andati perduti durante la Seconda Guerra Mondiale) furono al centro di numerose polemiche a causa del forte carattere sensuale che, secondo molti, avrebbe portato corruzione nella mente dei giovani studenti, in più  il successivo processo contro il suo giovane amico Schiele per diffusione di arte pornografica lo hanno spinto a nascondere questa sua vena nel profondo. Nel cassetto della sua scrivania.

Chissà quanti altri artisti hanno dovuto rinunciare ad esprimere sé stessi completamente per evitare la gogna pubblica? 

Certamente la vita di Klimt, con i suoi successi e le sue grandi opere, non era così luminosa come i quadri che lui realizzava, bensì era molto più complessa e degenerata di quanto pensiamo, e forse è proprio questo il bello dell’arte: dietro alla mera tranquillità ci sono demoni molto più grandi e intensi di quanto ci aspetteremmo.

Fonti:

– E. Di Stefano, Klimt. Le donne, Giunti Editore, 2017;

– G. Néret, Klimt, Taschen, 2015