L’ossessione della Violenza

La violenza fa parte della nostra vita, dall’alba dei tempi, accompagnandoci nella nostra evoluzione come specie ma anche come individui. Ci affascina ma allo stesso tempo ci spaventa. Il cinema riesce a raccontare questo strano e intenso rapporto magnificamente.

di Lorenzo Carapezzi

Il passo evolutivo dell’uomo per eccellenza è la presa di coscienza della propria identità. La nascente egomania della propria superiorità intellettuale è il primo vero passo dell’uomo. In una realtà dove la Natura è la costitutrice delle regole l’uomo non riesce ad alzare la testa. Lo sviluppo di aree celebrali superiori rende l’uomo, ormai non più scimmia, ad una maggiore capacità di elaborazioni delle informazioni. L’uomo si stacca dal regno animale e si eleva ad un nuovo regno, fatto di autovalutazione delle azioni e delle esperienze. L’uomo diventa erectus, immagazzinando nella sua psiche la razionalità e la consapevolezza di sé stesso. Guarda un mondo completamente diverso, arrivando a vedere l’oggetto come strumento e non come oggetto in quanto tale. Un qualsiasi oggetto diventa strumento di caccia, di artigianato…può diventare persino un’arma, tale da poter ferire un altro essere umano uguale consapevolmente. Stanley Kubrick individua nella violenza il primo passo evolutivo dell’uomo.

Il leader del gruppo impara la violenza (2001: Odissea nello
spazio
, Stanley Kubrick, 1968)

Ormai tutti, persino chi non guarda film, sanno dell’esistenza e dell’influenza di una delle scene più emblematiche del capolavoro “2001: Odissea nello spazio” dove il leader di un clan, dopo aver toccato un misterioso monolite, si evolve. Le sue connessioni celebrali si moltiplicano e ciò fa di quel gesto per niente banale, tant’è che il regista rende quella scena quasi sacrale accompagnando le immagini con una musica intensa, composta da voci corali accavallate una sopra l’altra. Ciò che segue è il primo passo evolutivo, “l’alba dell’uomo” come indica lo stesso Kubrick. Il leader del clan, giocando con la carcassa di un animale, lentamente inizia a capire come l’osso possa essere utilizzato per ferire. Il lento innalzamento della musica di Strauss ci indica l’apice, il raggiungimento di una contezza fondamentale per la sopravvivenza. Il neo-uomo non si fa scrupoli, riuscendo fin dalla scena successiva a conquistare una pozzanghera per il proprio clan, arrivando a massacrare fino alla morte l’ancora scimmia di un altro clan. L’osso-arma verrà poi lanciato e attraverso la grammatica del montaggio diverrà astronave fluttuante nello spazio profondo, costruendo un’ellissi millenaria.

K. (Jamie Bell) sistema Joe (Charlotte Gainsbourg) prima di
picchiarla (Nymphomaniac, Lars Von Trier, 2013)


È quindi la violenza che ci contrattidistingue, violenza intesa come atto cosciente e volontario. Che ci piaccia o meno essa, accanto al sesso, è un elemento intrinseco nella nostra istintualità e ciò spiega il fascino che proviamo ogni volta nel vedere rappresentazioni e mostrazioni di scene violente. Non è possibile sopprimere questa nostra parte più intima. Il presente non è altro che il frutto di un passato fatto di violenza e di ego. Ma oltre a fendere dolore, la violenza può divenire lo strumento dionisiaco prediletto. Ne è un esempio Joe (Charlotte Gainsbourg), protagonista dei due volumi di “Nymphomaniac”, diretti da Lars Von Trier. Le ferite che scottano, i lividi, tutto ciò che concerna il dolore non intensifica solo l’atto sessuale, ma anche l’altro elemento del sesso, ovvero l’amore. L’insaziabilità della ninfomania porterà Joe a trovare nel giovane K. la salvezza da una vita sofferente e per nulla appagante. In una grande sala illuminata, con pochi mobili presenti, in una sorta di aurea sado-minimalista, K. farà scoprire tutte quelle sensazioni che Joe ha sempre desiderato ma che mai è riuscita a incontrare. È un rapporto di padre-padrone fatto di frustate che citano flagellazioni religiose, corde per legare, schiaffi, sputi. K. è l’unico a capire cosa sia la ninfomania, molto di più di chi studia la sessualità. Joe sa quanto K. sia consapevole di questo mondo, arrivando al punto di non volerlo, ma di amarlo. La generosità di K. non si limita alla sodomizzazione, ma insegna a Joe, tra l’altro, come fabbricare con pochi oggetti una frusta, strumento di goduria per lei. Nel film non ci è dato sapere perché K. faccia questo verso la mattina presto, eppure azzardo a dire che il motivo è proprio collegato all’istinto: K. è un superuomo intento a evolvere le persone ancora umane, lontane dall’Ubermensch.

“Ti svegli ancora qualche volta, vero? Ti svegli al buio e
senti il grido di quegli innocenti.” (Il silenzio degli innocenti,
Jonathan Demme, 1991)

Personalmente c’è una netta supremazia della violenza rispetto all’amore iconico, quasi smielato, ma ancora di più c’è una netta superiorità della violenza psicologica su quella carnale. La violazione della mente è molto più intensa perché ci attacca nel profondo, non si limita a distruggere la nostra barriera corporale. La vera tensione in “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme non sta nella ricerca dell’agente apprendista Clarissa (Jodie Foster) del serial killer Buffalo Bill (Ted Levine), che scuoia le sue giovani vittime in carne, bensì il rapporto tra lei e Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), psicologico, intimo diviso da una semplice barriera di vetro antiproiettile. Lo sguardo maniacale di Lecter, tanto da non chiudere mai le palpebre, riesce a penetrare l’intimità psichica di una giovane ragazza pronta a riscattarsi da un’adolescenza travagliata. Semplici dettagli, analizzati con una naturalezza tipica di Sherlock Holmes, il cannibale dottore aiuterà non solo a trovare il serial killer, ma a psicanalizzare e scovare nella memoria perduta ricordi rimossi dalla ragazza, sotto sotto ancora traumatizzata. L’urlo dei poveri agnelli è il trauma che Clarisse si porta da una vita. Il trauma è la violenza più intensa che l’uomo evoluto possa conoscere.

Fonti:

– M. Servilli, 2001: Odissea nello spazio, l’Uomo e la nascita dell’Ego http://www.latelanera.com/abisso/articolo.asp?id=172;

– V. Randone, Sulla ninfomaniahttps://www.valeriarandone.it/sessuologia/ninfomania/;

– A. Castle, The Stanley Kubrick , Taschen, 2005; F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, 1986.