But first let me take a photo!

La Polaroid è stata una delle rivoluzioni più entusiasmanti della fotografia: in pochi secondi era possibile vedere il risultato del proprio scatto. Fu l’inizio di un’era in cui l’immagine fotografica diveniva ancora più istantanea e sempre alla portata di tutti!

di Jessica Colaianni

7 gennaio 1839. Lo studioso e uomo politico François Jean Dominique Arago presenta all’Accademia di Francia il dagherrotipo, dal nome del suo inventore, Louis Mandé Daguerre. Questa è la data convenzionale con cui si celebra la nascita della fotografia. In realtà sappiamo che il primo scatto è del 1826 per mano di Nicéphore Niépce, il quale collaborerà con Daguerre per il perfezionamento della tecnica, ma che non vedrà purtroppo la sua nascita ufficiale a causa della morte prematura. La fotografia nasce dal sistema della camera oscura, una scatola con un foro e un piano di proiezione per immagini, conosciuta sin dal Rinascimento e usata spesso dagli artisti come ausilio per la realizzazione di quadri, ma è nell’Ottocento che finalmente si trova il modo per imprimere questa immagine in modo che perduri nel tempo. Oltre a Niépce e Daguerre, altri studiosi del tempo sperimentarono in materia, come ad esempio l’inglese William Henry Fox Talbot, il quale presentò la sua invenzione, la calotipia, alla Royal Society rivendicandone quindi la paternità. 

Esempio di ritratto fotografico dell’Ottocento
Boullevard du temple di Daguerre (1838)

A prescindere da chi sia il vero inventore di tale strumento, è indubbio che la fotografia ha sin da subito riscosso un grande successo e una forte diffusione, entrando presto nelle vite delle famiglie borghesi e suscitando un acceso dibattito all’interno del mondo dell’arte. Il campo più diffuso della fotografia è ovviamente quello della ritrattistica, dal pittore si passa al fotografo, dal quadro si passa alla fotografia, più economica e più veloce. Su quest’ultimo punto però, bisogna fare una precisazione: è sì, più rapida rispetto alla realizzazione di un quadro, che prevede più sedute e quindi tempi più lunghi, ma inizialmente per produrre uno scatto ci volevano comunque parecchi minuti dove il soggetto doveva mantenere immobile la posa. Per questo motivo, se osserviamo i ritratti del tempo, quasi nessuno sorride e sono spesso appoggiati a dei sostegni per impedire impercettibili movimenti che avrebbero potuto rovinare lo scatto.Man mano che si procede con gli anni, la tecnica viene perfezionata e i tempi di scatto diminuiscono, fino a diventare delle vere e proprie instantanee e qui dovreste sentire un campanello d’allarme. Ma andiamo un passo per volta. Ci spostiamo in America, dove troviamo Edwin Land, uno degli ultimi grandi inventori in campo fotografico. Nel 1937 fonda la Polaroid Corporation ed è nel 1948 che presenta al pubblico la prima macchina a sviluppo immediato. Finalmente niente più attese, basta prendere in mano la macchina fotografica, di conseguenza non c’è bisogno di essere un professionista, inquadrare il soggetto, scattare, attendere un paio di minuti ed ecco pronta la fotografia! Per noi che viviamo nella generazione degli smartphone risulta ovvio e scontato scattare una fotografia, osservarla e condividerla immediatamente sui social ma immaginate al tempo invece quanto fosse avanguardistica questa innovazione! Il pieno sviluppo avviene intorno agli anni Sessanta e Settanta dove praticamente tutti avevano in casa almeno una Polaroid, anche mia madre mi conferma infatti di averla avuta. Ovviamente anche il mondo dell’arte non rimane neutrale davanti a tale strumento e sono tanti gli artisti che, chi per diletto e chi per vera vocazione poetica, hanno usato la Polaroid e realizzato degli scatti che rimarranno impressi nella storia dell’arte.

Warhol
Land mostra la sua invenzione

Da Andy Warhol a Mario Schifano, passando per Richard Hamilton fino a Robert Mapplethorpe, di cui ad esempio un ritratto formato polaroid di Patti Smith è stato venduto all’asta per più di 5000 euro. Con l’avvento del digitale la Polaroid ha perso il suo fascino. La sua caratteristica principale, l’istantaneità, è stata sostituita, come già anticipato, dagli smartphone, relegando tali macchine a meri oggetti vintage. Negli ultimi anni, però, si è assistito a un ritorno di moda, attraverso una nuova diffusione di macchine sia dallo stampo vecchio stile sia a strumenti con componenti analogici e digitali. Ammetto che anche io, essendo grande appassionata di fotografia, non ho potuto cedere a tale ritorno in auge quindi, ebbene sì, pure io ho una Polaroid!

Fonti:

– R. Krauss, Teoria e storia della fotografia, Milano, Bruno Mondadori, 1996;

– C. Marra, Fotografia e arti visive, Roma, Carocci, 2014

Il genio non esiste!

Vai a uno spettacolo comico sulla storia della scienza fatto dal tuo youtuber preferito, ti siedi e ti prospetti una serata interessante ma allo stesso tempo leggera, fatta di risate e qualche nozione da salvare nel proprio hard disk celebrale, ma non va affatto così!

di Silvia Michelotto

Quando le luci si riaccendono non sai se andare dietro le quinte per incontrare quella mente brillante o fiondarti a casa a scrivere quattro righe su quella lampadina che si è accesa dopo nemmeno cinque secondi dall’inizio dello spettacolo, ovviamente ho fatto la seconda (per onor di cronaca: il giorno dopo l’ho incontrato lo stesso, in occasione di una conferenza in centro a Padova,  e ho persino fatto la foto e chiesto l’autografo, insomma #fangirl!).

Ma che è successo? Qual è l’epifania che mi ha raggiunto in quel momento di estremo godimento?

Be’ molto semplicemente che il Genio non esiste, un po’ banale come illuminazione, calcolando che è anche il titolo dello spettacolo, ma mi ha fatto riflettere quanto questa parola, genio, sia abusata sia nel mondo della scienza sia nel mondo artistico. Il monologo a cui ho assistito è  iniziato proprio portando l’esempio di Picasso. Per chi non lo sapesse il nostro artista preferito dal nome così lungo da usare il formato A4 per la propria carta d’identità è stato tra gli artisti più prolifici del XX secolo: i numeri che riguardano i suoi bozzetti, studi e le opere, sia pittoriche che scultoree, sono da capogiro. Tutte le innovazioni che ha portato nell’arte provengono proprio da tutto ciò, da quelle giornate passate davanti ad un modello a studiare il modo migliore per rappresentarlo, per trovare qualcosa che  descrivesse al meglio quel cambiamento che stava avvenendo in quegli anni.

Monet – impressione sole nascente
Duchamp – Fontana

E non fu l’unico, tutta la storia dell’arte è caratterizzata da personalità che hanno portato innovazioni stilistiche che si sono poi riflettute nel modo di vedere e percepire la realtà. Sono, però, tutte persone normali, con un grandissimo talento a volte, ma che non hanno ricevuto nessun dono divino o qualsivoglia apparizione miracolosa. Per giungere a questi risultati ci sono stati anni di esercizi e di lavoro, ma anche gli elementi giusti perché ciò fosse possibile: Giotto, Michelangelo, Monet, Duchamp non sarebbero stati gli stessi se non si fossero trovati in quel preciso frangente spazio-temporale, se le menti precedenti non avessero raggiunto determinati risultati, sia negativi che positivi. Le loro soluzioni non sarebbero state accettate se altre menti illuminate non avessero riconosciuto le loro scoperte come fondamentali e, perché no, se qualcuno non avesse trovato scandaloso il loro modo di approcciarsi al mondo.

Insomma, certamente la storia è costellata di menti brillanti, ma dobbiamo ricordare anche che i nomi che oggi conosciamo potevano essere diversi, la storia, infatti, premia i più veloci, coloro che per primi mostrarono al mondo la loro scoperta: un esempio? La nascita della fotografia che vede Daguerre anticipare di poco la presentazione delle scoperte di Talbot rubandogli la paternità della nuova tecnica artistica. Ma se Talbot ha avuto la fortuna di essere ricordato, pensate quanti uomini, ma soprattutto donne, sono state ingoiati dalla storia, perdendo così a causa delle poche informazioni che ci sono giunte dai tempi più antichi o perché semplicemente battuti sul tempo.

Prototipo delle ali leonardesche

Perciò è giusto parlare di genio? Assolutamente no! Coloro che studiamo sono persone che hanno avuto menti pronte che hanno colto prima di tutti gli altri il cambiamento e che sono arrivati a delle nuove soluzioni in maniera innovativa. Li immaginiamo molto spesso posati studiosi che osservano il mondo in modo composto, scrivendo frasi poetiche adatte per essere sistemate sotto le foto su instagram (mi sono macchiata di questa colpa anch’io, ahimè!) ma in realtà è molto più probabile che fossero soggetti dal carattere rocambolesco, irritabile e dispettoso. Perciò cerchiamo di toglierci questa idea di Leonardo allegro nonnino che disegnava e studiava nel suo studiolo a lume di candela: stiamo parlando di una persona che ha pensato a delle ali da attaccare a un povero disgraziato per farlo volare e sono abbastanza sicura che ci abbia anche provato a vedere se funzionava. Ci vuole una mente deviata! Una grandissima intelligenza, ma deviata… 

Picasso
Fontana
Cattelan
Caravaggio

Questo toglie valore a quello che questi grandi personaggi hanno realizzato? Assolutamente no! Hanno dimostrato grandi capacità intellettuali e artistiche, nel nostro caso, che hanno dato il via a nuove evoluzioni stilistiche, segnando il progressivo percorso della storia. Hanno permesso ad altri di crescere, di sviluppare, di creare nuove soluzioni e hanno influito sul percorso dell’uomo a livello culturale e sociale. Togliere il termine genio che precede i nomi dei grandi innalza, secondo me, il loro valore, in quanto si cancella quella errata convinzione che vuole queste menti nate e finite così, semplici cervelli che non hanno avuto un’evoluzione, ma che erano progettate fin da subito per conseguire quei risultati o, peggio ancora, le uniche in grado di raggiungerli. Invece non è assolutamente così: riconosciamo il loro lavoro, la loro crescita, la loro intelligenza che man mano si evolveva, i loro occhi curiosi che si posavano sul mondo e quegli insegnanti che hanno colto in loro una luce nuova e forte.

E perciò, ripetiamo, anzi urliamo, tutti insieme: Il genio non esiste!