«Chi mai sì duro o sì invido non lodasse Pippo architetto vedendo qui struttura sì grande, erta sopra e’ cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e’ popoli toscani, fatta sanza alcuno aiuto di travamenti o di copia di legname, quale artificio certo, se io ben iudico, come a questi tempi era incredibile potersi, così forse appresso gli antichi fu non saputo né conosciuto?» così descrive Leon Battista Alberti nel suo De pictura il grande progetto e la grande genialità di Filippo Brunelleschi, l’architetto che molto ha prodotto, ma che per tutti è sicuramente almeno “L’architetto della cupola di Firenze”.
Non si può dire di aver visto Firenze, se non si è saliti sul cupolone di Santa Maria del Fiore, da cui a perdita d’occhio si può vedere tutta la città gigliata, la città di Dante, di Lorenzo il Magnifico e di Brunelleschi. Vederla maestosa in mezzo al traffico cittadino imponente e rappresentativa è solo il primo passo per conoscerla, essa come un bocciolo chiuso su sé stesso racchiude tutta la genialità del genere umano dell’epoca.
Il cantiere che durò dal 1420 al 1436, fino al 1471 rimane incompleto, difatti solo quell’anno venne appoggiata il pezzo finale, la bellissima lanterna. La sua progettazione e la sua costruzione fu complessa e per più di un secolo il Duomo di Firenze, ideato da Arnolfo di Cambio, fu privato della copertura nella zona absidale. Dagli affreschi, che ancora possiamo vedere, sappiamo che avevano immaginato una copertura più tradizionale per la chiesa principe di Firenze, nessuno potè immaginare quello che il buon Filippo ideò per l’enorme tamburo, spropositato per quei tempi.
Appariva impossibile realizzare una struttura con le tecniche tradizionali, così venne indetto un concorso per trovare una soluzione. I progetti selezionati sono quelli di due architetti, che bene si conoscono per essersi già scontrati proprio nel cantiere per la Porta Nord del Battistero di fronte a S.Maria del Fiore, ovvero Lorenzo Ghiberti e il giá citato Filippo Brunelleschi. Buon sangue di certo non scorreva, in particolare dopo che il primo si aggiudicò le famose formelle della porta del battistero, ma l’idea vincitrice questa volta fu quella del secondo, diversa e moderna. Nel suo progetto Brunelleschi presentò una cupola senza un’armatura fissa e la sua natura doveva in questo modo risultare autoportante in tutta la sua progettazione. Rendendola così il più leggera, i pilastri sottostanti non avrebbero dovuto sostenere il peso immane che una cupola tradizionale come avrebbe dovuto essere, poteva invece raggiungere.


Ma perché fu tutto così difficile? Cosa aveva escogitato e pensato Filippo per risolvere i continui problemi?
La mente estrosa del Brunelleschi riuscì ad immaginare un tamburo sopraelevato ottagonale sul quale la cupola si erge su otto spicchi, le vele, con due calotte, una interna all’altra separate da un vuoto, un’intercapedine di ben 1,2 metri, in modo che esse siano autonome, ma collegate da un’intelaiatura che le attraversava entrambe. Questo vuoto lo conoscono bene tutti quelli saliti fino alla cima: i gradini e la scalata al punto più bello della città avvengono proprio qua, tra la cupola interna e quella esterna, in questa piccola e stretta intercapedine.


L’armonia della cupola, delle sue proporzioni e il suo equilibrio architettonico sono dettati dalle proporzioni auree utilizzate nella sua composizione. Questa matematica proporzione, conosciuta dall’epoca classica, rende tutto più piacevole per l’occhio umano, che vede ogni cosa correttamente dimensionata e questo succede anche per l’udito. La proporzione aurea difatti venne ripresa anche la sera dell’inaugurazione avvenuta nel 1436. Quella speciale sera, un cantante fiammingo, Guillaume Dufay, compose Nuper rosarum flores, in cui riecheggia, questa attraverso le sue note, il ritmo dettato da questa spettacolare architettura. Brunelleschi in conclusione si può dire aver creato il simbolo d’eccellenza per Firenze, ma anche, grazie al suo essere estroso e completamente fuori dalle regole, può essere considerato il primo architetto-ingegnere della storia. Non si occupò solo del disegno preparatorio, ma anche del cantiere, degli studi matematici, dei metodi costruttivi e dell’organizzazione del lavoro. È l’uomo nuovo, l’uomo di passaggio, che non affida più solo a Dio la sua vita, ma crea il suo destino, “homo faber fortunae suae”, è la rappresentazione della genialità umana non si può fermare.
Fonti:
-C.L.Frommel, Architettura del Rinascimento italiano, Skira, 2007
-C.Bertelli, La storia dell’arte, dal Rinascimento al Manierismo, Pearson, 2012