E la cultura divenne Arte

Vi rivelo una cosa su di me: io amo i libri! Ma non è un semplice ‘ho tanti libri a casa’, è più simile a ‘Se ne prendo ancora devo scegliere se in camera è meglio tenere il letto o mettere una nuova libreria’ o a ‘Questa borsa è troppo piccola, non ci sta nemmeno un libro!’. Insomma, io e i libri: un grande amore!

di Silvia Michelotto

Ovviamente amo anche l’arte, se no non sarei qui a parlare con voi. Quest’ultimo è un sogno che ho da quando ero piccola, da quando ho avuto abbastanza coscienza da capire che cos’è un pittore e com’è bello un Lotto (primo autore che ho analizzato nella mia lunga carriera scolastica, ero alle elementari e avevo una maestra leggermente folle, ma fantastica)!

Quindi, dopo avervi detto queste due cose, secondo voi, quanto è stato il mio grado di felicità quando ho scoperto che esiste un’artista che ha ben deciso di unire la sua passione per la lettura alla sua attività artistica? E’ stato più o meno un’epifania, una rivelazione, vero giubileo!

Ma chi è questa mia nuova eroina? 

Si tratta Alicia Martin, classe 1964, una delle più importanti artiste spagnole attualmente in circolazione. L’idea di utilizzare i libri per le sue opere le venne negli anni 90 dando vita alla serie Bibliografias. Si tratta di installazioni, le quali prevedono un’iniziale struttura in rete metallica che riproduce forme organiche e naturali, successivamente ricoperta da libri aperti o chiusi.

Le strutture si appropriano dello spazio in modo elegante e sinuoso, irrompono nella vita del fruitore in una incontrollata ma perfetta forza, riproducendo i movimenti sinuosi dell’acqua e del vento, che si insinuano nelle pareti, che irrompono fuori dalle finestre di palazzi più o meno storici, cercando di colpire e contaminare con il loro flusso anche il fruitore, quasi a volerlo invitare a far parte di quel movimento, sottolineato anche da come le pagine si muovono toccate dalla brezza che le sfiora o agitandosi in modo forsennato in caso di tempesta. Tutto cerca di riprodurre l’idea di una conoscenza che sinuosa si muove tra la folla, negli edifici che  ci circondano, in quello che vediamo: lenta e irruenta, agitata e calma si muove la cultura e queste installazioni devono guidarci, farci riflettere, e stupirci tanto da chiederci perché non sappiamo di chi era l’edificio che sta ‘vomitando’ libri, perché quella copertina sdrucita da mille mani non l’abbiamo mai vista o, molto più banalmente, se quel libro, quello nell’angolo in fondo, incastrato tra quello verde e quello nero ci sia mai capitato tra le mani e se ci sarebbe piaciuto.

E’ proprio questo lo scopo, spingere il proprio pubblico a immergersi nuovamente in quel mondo di parole e carta, alla ricerca di una realtà più soddisfacente, ma anche di un maggior sapere e di una più ampia conoscenza personale. Le opere della Martin si pongono il compito di spingere coloro che le osservano a cercare di riconoscere la copertina di un qualche libro, chiedersi chi abbia scritto quella pagina che adesso svolazza sotto la guida di quel vento…Non sono solo movimenti sinuosi di un mare di cellulosa o di un vento di parola, ma è la cultura che sinuosa si muove per cercare di raggiungere più menti possibili e renderle vive, capaci di un pensiero critico,  di riuscire ad affrontare al meglio quel mondo complicato che si apre di fronte a ognuno di noi.


Le danze della morte

«Che cosa dipingi?»
«La danza della morte.»
«E quella è la morte?»
«Sì. Che prima o dopo danza con tutti.»

di Ludovica Fasciani

Così si apre la scena dell’incontro tra Jöns e il Pittore ne Il Settimo Sigillo: a fare da quinta alla scena il lungo affresco che si snoda tra le arcate mostra una serie di scheletri e uomini che si tengono per mano, in un intreccio di tristi presagi che oscurò i cimiteri del mondo occidentale alla fine del Medioevo.
La grande peste del 1347 travolse come un fiume in piena le grandi città europee durante un’epoca di rinascenze culturali e grande agio economico. E proprio per questo si rivelò distruttiva e sconvolgente, lasciando una cicatrice indelebile sulla coscienza collettiva degli uomini del tempo. Uno dei segni tangibili di questo trauma fu il fiorire, dalla seconda metà del Trecento, del tema delle Danze Macabre sui muri delle più importanti città europee: dal Camposanto di Pisa al Cimitero degli Innocenti di Parigi fino ai confini delle foreste polacche, la Morte cominciò a prendere per mano uomini di ogni ceto sociale per condurli in una danza vorticosa e inarrestabile.

Uno dei tratti distintivi di questa nuova iconografia fu proprio l’importanza che rivestiva la rappresentazione delle classi sociali nella Danza; il messaggio era che non importa chi tu sia e quanto potere tu abbia, la Morte verrà a prenderti e non c’è posto dove fuggire. A noi moderni la prospettiva di una rappresentazione così -appunto – macabra inquieta e fa storcere un po’ il naso, ci viene quasi la tentazione di metterci a urlare “certo, è ovvio, sempre a pensare all’oscurità questi omini del Medioevo, d’altronde si sa, sono i secoli bui e del ricordati che devi morire”. Ma invece loro, quegli omini preda del Fato e dell’angoscia di veder morire i propri cari, trovarono il modo di ammantare la Morte di implicazioni satiriche e ironiche -e non è un caso se, alla fine, il tema della Danza Macabra ispirò anche un cortometraggio di Walt Disney, che con la magia dell’animazione ai suoi primi passi riuscì ad orchestrare un meraviglioso balletto di scheletri in bianco e nero.

La vera epoca d’oro del tema delle Danze Macabre si aprì con l’invenzione della stampa, che permise la diffusione capillare di un’iconografia di immenso successo in cui ogni uomo, fosse Papa, Imperatore, calzolaio, prete, becchino, giullare o banchiere poteva riconoscersi. Gli esemplari di libri a stampa che riproducevano le Danze furono numerosissimi, ed è anche grazie a queste preziose tracce -quando tante di quelle originali erano già andate distrutte, come il Cimitero degli Innocenti di Parigi, che sorgeva a due passi dalla piazza dove oggi si staglia il Centre Pompidou- che nell’Ottocento si poté assistere alla rinascita del tema. Questa volta la Morte ispirò la Musica, sulle note di Listz, Schubert, Camille Saint-Saëns. Ma anche, molto più di recente, uno dei primi concept album della musica italiana, Tutti morimmo a stento di Fabrizio de André. Gli scheletri abbandonano i muri ed entrano nelle melodie: cosa c’è di più adatto ad una Danza?

PITTORE: Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.
JÖNS: Non servirà a rallegrarla…
PITTORE: E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.
JÖNS: Ah, invece di guardare chiuderanno gli occhi…
PITTORE: E io dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda. JÖNS: Se li spaventi, però…
PITTORE: Li fai pensare…
JÖNS: E se pensano…
PITTORE: Si spaventano ancora di più. PITTORE: Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.
JÖNS: Non servirà a rallegrarla…
PITTORE: E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.
JÖNS: Ah, invece di guardare chiuderanno gli occhi…
PITTORE: E io dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda.