Il sorriso della Repubblica

Abbiamo ammirato questa foto milioni di volte, ogni 2 giugno il sorriso di questa meravigliosa ragazza viene pubblicato su giornali, riviste e social. E’ il sorriso di una nuova Italia scelta e creata dal popolo. Ma di chi è questo volto così famigliare? Qual è la sua storia?

di Jessica Colaianni

2 giugno 1946. Dopo gli anni devastanti della Seconda guerra mondiale, l’Italia versa in una condizione drammatica. Intere città distrutte dai bombardamenti, una povertà che coinvolge la gran parte della popolazione e la mancanza di un apparato governativo richiedono agli italiani una gran forza per rialzarsi e costruire la Nazione.2 giugno 1946. Gli italiani, tutti, perché sì, per la prima volta il voto avviene a suffragio universale, sono chiamati alla votazione di un referendum che ha cambiato definitivamente l’identità del paese. Il quesito era molto semplice: Monarchia o Repubblica? Con 12 717 923 cittadini favorevoli alla repubblica e 10 719 284 cittadini favorevoli alla monarchia si decide la forma di stato assunta dall’Italia. Oltre a questa scelta, lo stesso giorno i cittadini eleggono i membri dell’Assemblea Costituente, coloro che hanno avuto il compito di redigere la Costituzione, entrata in vigore il primo gennaio 1948, caposaldo della nostra legislazione. Quel giorno fu una grande festa, e ancora oggi viene celebrato per ricordare il nostro passato e tutti quei passaggi che hanno portato alla costituzione del Paese così come lo conosciamo. Tra le foto simbolo di questo evento così importante è sicuramente l’immagine di una ragazza sorridente che sbuca letteralmente fuori dalla prima pagina del giornale il Corriere della Sera il giorno della proclamazione ufficiale della Repubblica.

Tessera per il Referendum
I titoli di alcune testate giornalistiche al termine del referendum

 Lo scatto è stato realizzato da Federico Patellani, fotoreporter di guerra e tra i caposcuola del fotogiornalismo, ed è diventato sin da subito simbolo di speranza per un paese che provava a guardare avanti dopo gli anni terribili del fascismo e della guerra. Per decenni questo volto è rimasto anonimo, nonostante esso abbia continuato a vivere nel nostro immaginario attraverso libri e manifestazioni politiche: l’identità della ragazza è rimasta per molto tempo sconosciuta. Al Museo di fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo possiamo vedere i 41 scatti che Patellani ha realizzato con la sua Leica della donna, ritratta in diverse pose, ma il fotografo non ha mai apertamente dichiarato l’identità di tale figura. Il mistero viene svelato solo recentemente, il volto è quello di Anna Iberti, moglie di Franco Nasi, uno dei primi giornalisti del Giorno. Lo conferma la figlia, Gabriella, che conserva ancora qualche stampa del servizio fotografico, custodito con cura e grande riservatezza per volere della madre, scomparsa nel 1997. All’epoca Anna aveva 24 anni e non era ancora sposata, lavorava come impiegata nell’amministrazione del quotidiano socialista Avanti! dove probabilmente lavorava anche il futuro marito, Franco.

Alcuni tentativi di Patellani
La foto che fu scelta
Uno dei tentativi prima di trovare l’immagine giusta

Non si sa bene come Patellani abbia incontrato Anna e le abbia proposto di posare per gli scatti ma è probabile che il contatto sia avvenuto tramite colleghi di testate e inoltre sappiamo che le fotografie sono state realizzate nella terrazza della redazione di Avanti! nell’allora sede di via Senato 38, all’epoca ospitante delle maggiori testate giornalistiche. Dopo il matrimonio Anna decide di smettere di lavorare per dedicarsi alla famiglia ma continuerà comunque il suo impegno per il sociale, operando come volontaria del CAM, il centro ausiliario per i problemi minorili. Una vita normale, riservata quella di Anna Iberti, il cui volto è entrato però nella nostra storia, quella più importante, quella che non va dimenticata, quella che ci ricorda chi siamo, italiani. 

Fonti:

-https://www.repubblica.it/cultura/2016/04/24/news/storia_di_anna_che_fece_l_italia-138343580/

-https://newsicilia.it/cultura/e-nata-la-repubblica-italiana-storia-di-una-foto-icona-chi-era-il-volto-della-speranza/327728

Cinema come arte perfetta del popolo

Il cinema è di sicuro l’arte più democratica: tutti, dai grandi ai piccini, dai ricchi ai poveri, rimarranno sempre affascinati da quel telo bianco e dal fascio di luce che proietta e fa vivere nuove e meravigliose storie.

di Lorenzo Carapezzi

Ormai andare al cinema non è più una necessità. La comodità della casa ha sviluppato un ozio nelle persone. Più accresce e più uccide il cinema in quanto luogo fisico. Il culto del trovare posto e aspettare che le luci si spengano è scomparso, dissolto in qualche rara eccezione.
Ma la sala cinematografica è qualcosa di più di un semplice luogo dove vedere un film. È un luogo sacro, non perché presenta qualche divinità o elemento simbolico associato, ma perché è uno spazio dove l’uomo conosce sé stesso, si confronta con l’umanità. Dentro non esistono classi sociali né distinzioni di alcun tipo. È il luogo dove tutte le generalizzazioni svaniscono. La distinzione è un termine che non ha valore dentro la camera buia, piena di poltrone occupate da persone, tutte diverse da loro, ma così unite a formare un unico corpo, un’unica anima. Il povero siede accanto al ricco, eppure questi non si sdegnano tra di loro. Essi non si guardano nemmeno. Il buio della sala impedisce di vedere il volto delle persone sedute a fianco, riusciamo solamente a delineare un contorno sfuocato e indistinto, visibile ma allo stesso tempo confuso con lo sfondo nero. L’unica fonte di luce, il Sole della sala, è il grande schermo quadrato posto di fronte a tutti quanti. Come mosche eccitate osserviamo la luce che si fa movimento. Desideriamo avvicinarci al grande telo e tuffarci nel magico racconto che ci viene mostrato.

Orson Welles mentre recita alla radio La guerra dei mondi, 1938


È un luogo dove il Tempo si ferma, anzi si dilata così tanto da non essere più importante. Le due ore medie di film diventano il tempo vitale, ovvero il corso della nostra vita. Niente di quello che c’è al di fuori delle quattro mura esiste più. Tutto si blocca all’esterno. Persino un’apocalisse non riusciremmo a percepirla per quanto stiamo bene in quell isolamento. Solo e solamente dopo il ritorno della luce artificiale ci renderemo conto che fuori c’è un mondo, un mondo che aspetta noi accanto a tutte le preoccupazioni, tutti gli stress lavorativi, tutte le nostre paure e incertezze. Appena usciti ci accorgiamo dell’apocalisse, un po’ come Orson Welles dopo lo show radiofonico La guerra dei mondi. Un passo al di fuori e la vera luce scotta sulla nostra pelle, brucia le nostre iridi ormai abituate alla fonte di luce più bella che possa esistere: il proiettore.
“La macchina dei sogni” non potrebbe essere così potente senza quel luogo di culto, quel luogo oserei dire religioso, come la Chiesa per i cristiani o la Mecca per i musulmani. Come ogni religione, anche il Cinema ci dà speranza, ci mostra tutte le fantasie della nostra mente e tutto ciò non potrebbe esistere senza la sala cinematografica, tanto buia da permetterci di cadere nell’inconscio, mascherando e nascondendo la realtà esterna, quella vera che tanto ci spaventa.


È luogo sacro anche perché l’aria che si trova all’interno è il respiro della Morte, presente ogni qual volta l’uomo si stacca dalla realtà, sia fisicamente che spiritualmente. “Si muore ogni pomeriggio” direbbe Bazin, che continuerebbe dicendo che la Morte “segna la frontiera della durata cosciente e del tempo oggettivo delle cose”.
Il silenzio non è mai così delicato come nella sala: un colpo di tosse, uno sbadiglio o ancora peggio una bocca che mastica si amplificano, mille volte più intense che fuori, spezzando quel legame amoroso tra lo spettatore e la vita che si fa infinita. Si spezza la magia e il ricco inizia a sentire la puzza del povero, iniziando a schifarlo.
Come il sogno, anche il Cinema, ma soprattutto la sala buia cinematografica sono paradossi: un luogo di culto costruito dall’uomo può solo esistere attraverso la vista e l’udito, artifizi dell’uomo, eppure essa si sgretola attraverso rumori organici e luci artificiali, altresì prodotti umani. Il paradosso all’interno della sala è il paradosso dell’uomo in quanto macchina perfetta.

“Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la
coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete
dell’anima.” Ingmar Bergman


È solo da questo paradosso dell’uomo che dipendono le sorti della sala cinematografica: il rispetto e la concentrazione fanno della sala l’Eden artistico-sociale per eccellenza, la mancanza di un circo senza controllo, la mancanza dell’altro del vuoto. Siamo quindi noi uomini il fertilizzante che dà vita a quel magico fiore, con quel gambo delicato che può essere spezzato col disprezzo, o ancora peggio con l’indifferenza. C’è da chiedersi se il Cinema ci sia vitale, ancor di più se la sala sia essenziale alla nostra anima. Per rispondere a ciò c’è bisogno di fare una logica per sottrazione. Come sarebbe la vita senza il Cinema? E senza la sala cinematografica? Esisteremmo lo stesso, certo. L’uomo è riuscito a vivere senza queste due cose per millenni, ma il nostro spirito, la nostra fantasia, i nostri sogni più profondi? Pensiamo un attimo a come ci sentiamo ora, così distanti dalle cose, rinchiusi in casa. Quanto desideriamo poter rivedere le nostre rispettive città, i luoghi di aggregazione. Ci sentiamo vuoti e soli in questo momento, ci siamo accorti quanto siano speciali le cose fuori dal nostro corpo fisico. Tutta la vita così sarebbe il vero Inferno ed io senza il Cinema mi ucciderei. Ecco che cos’è la sacralità e nello specifico la sacralità della sala.

Fonti:

– A. Bazin, Che cos’è il cinema?, Garzanti, 1973

– S. Savio, Come sogna lo schermo. Concetti psicodinamici nella rappresentazione filmica del sogno

https://www.psiconline.it/articoli/per-saperne-di-piu/come-sogna-lo-schermo-concetti-psicodinamici-nella-rappresentazione-filmica-del-sogno.html;

Brusemo la vecia!

E’ arrivata la Befana che tutte le feste porta via!”. Questa frase mi ha sempre messo molta tristezza da piccola: la fine delle vacanze di Natale, i compiti abbandonati per giorni interi da recuperare il più rapidamente possibile, calze piene di dolci e niente più regali da scartare (che poi a me i dolci non piacciono, quindi dentro le calze, io trovavo lo stesso dei doni, soprattutto libri, tiè!). Ma c’era una cosa positiva: andare a vedere la vecia che brucia!

di Silvia Michelotto

Qui in Veneto, in ogni piazza, che sia piccola o grande, si crea un enorme e altissima pira, dove si sistema un fantoccio, solitamente con vestiti femminili rotti e consumati, e nella prima oscurità della sera (nel mio paese minuscolo, solitamente dopo la Messa delle 18.00) si accende questo strabiliante e suggestivo falò. L’intera comunità si riunisce e con il naso all’insù si guarda il fuoco che sale e distrugge, mentre i più anziani fanno gli scongiuri e osservano se le fiamme salgono bene, ma soprattutto da che parte va il vento.

E voi chiederete, giustamente: chi è questa vecia? E che c’entra il vento?

Easy (jet!), ve lo spiego io e la cultura popolare che scorre in me (insieme alla mia capacità di fare ricerche in biblioteca)! Intanto partiamo dalle basi, o meglio dalla prima domanda: la vecia (aka la vecchia) ha una tradizione millenaria e si può associare tranquillamente alle pratiche politeiste preistoriche in cui il fuoco, elemento purificatore, veniva utilizzato per allontanare i demoni cattivi che avrebbero portato un magro raccolto e la conseguente carestia. Nel Nord Italia questa pratica è rimasta e si è arricchita, infatti, non è solo un modo per allontanare la negatività futura, ma anche un rito propiziatorio per buttarsi alle spalle tutto ciò che, durante l’anno appena trascorso, ha portato malessere. 

E allora perché si fa il 6 gennaio? In realtà non è così, sono parecchie le zone che spostano la data di tale evento, c’è chi, come Bologna e Modena, lo fa la notte di Capodanno, c’è chi lo fa in onore dei processi contro gli eretici (Borgo San Giacomo a Brescia) oppure viene usato come una scusa per interrompere il periodo di magra durante la Quaresima (Visano, sempre a Brescia…furbetti eh!). Ma in questo specifico caso la risposta sta proprio sul perché i vecchietti, chi ancora è legato alle tradizioni e alla scaramanzia (chiamiamola così), sta a controllare con la bussola da che parte tira il vento. Il 6 gennaio è l’ultimo giorno di pausa tra la fine del raccolto e l’inizio di uno nuovo. La Natura è una crudele matrigna (come ci ha insegnato il nostro amicone Leopardi!) e i contadini ne sono gli amanti, così come i nostri fidanzati indagano (forse…in teoria…se il criceto nel loro cervello nel frattempo non si è suicidato per la solitudine!) sul nostro stato d’animo prima di proporci qualcosa, ecco che i maestri della terra fanno lo stesso. Se il fumo viene guidato da un vento da sud-ovest non c’è nulla da temere: arriverà la pioggia, meraviglioso nettare che porterà prosperità, se, invece, il vento è quello da nord-est…beh, sarà un anno arido, con un raccolto misero e una terra secca e priva di vita.

Ma nonostante ciò, loro, intrepidi amanti, pianteranno, magari piante che resistono a queste difficoltà, perché bisogna in qualche modo campare durante l’anno che verrà! Perciò, quando l’ultima fiammella si sarà spenta e l’ultima ansia se ne sarà andata insieme all’anno passato, tutti, contadini, curiosi, bimbi e adulti, si sposteranno verso un qualche locale, banchetto o signora che offrirà quell’altra cosa immancabile al rogo della vecia: il vin brulé e per i più piccoli la cioccolata (ovviamente!) coccola necessaria per sopravvivere alle crudeli notti invernali del nord (manco fossimo in Lapponia, ma c’è poco da fare l’umidità rende tutto più rigido!). 

Un abbraccio gentaglia e che quest’anno ci sia solo un vento di positività a riempire le vostre vele!