Un cinema ostracista

Abbiamo imparato che il cinema è l’arte che maggiormente parla al popolo, proprio per questo fu utilizzato anche per scopi politici. A pochi giorni dalle celebrazioni per il 2 giugno cerchiamo di capire che cosa è accaduto alla settima arte e come è cambiata dopo la fine di uno dei periodi più oscuri del nostro Paese.

di Lorenzo Carapezzi

Questo vuole essere un articolo provocatorio. Ma come ogni provocazione intelligente essa tende a far riflettere sul significato di azioni e pensieri comuni ormai instillate nella nostra memoria fin da quando siamo nati. Si parla di Repubblica e della sua nascita. È la nascita di un nuovo modo di essere, si tenta di creare una nuova società. Ma questa spinta verso il nuovo bello non è altro che un distaccamento da un passato crudo e cruento. Siamo passati in meno di un secolo da un regime monarchico, passando per un regime dittatoriale per arrivare alla forma di governo democratico. La Costituzione diventa l’arte scritta della vittoria di una liberazione e con essa tutto il mondo politico, economico e sociale ha seguito i suoi passi. L’arte di fare cinema non ha esitato a fare lo stesso. Improvvisamente i cinegiornali divennero spazzatura, un misto di omertà e meschinità volta a confondere le menti, ad ingannarle con le loro piacevoli immagini di una dittatura tanto bella quanto oscena. Registi, sceneggiatori, attori e produttori improvvisamente volgono l’occhio dall’altra parte, il set non viene distrutto, né abbandonato, ma capovolto. Si inizia così a parlare della vita comune, di una quotidianità al di fuori del sogno proibito dei telefoni bianchi e dai documentari di dubbia verità. Nasce così il risorgimento cinematografico italiano, il Neorealismo. Blasetti, Camerini, Zavattini, De Sica sono solo alcuni dei nomi che hanno dato vita a questo nuovo movimento culturale dove la vita viene mostrata attraverso l’occhio della quotidianità.

Si potrebbe chiamarlo (usando termini storici) un “Welfare State cinematografico”, l’obiettivo non è più macchina da propaganda, ma mezzo puro della realtà che ci circonda, una realtà difficile da affrontare, ma sempre meglio di quella del passato mussoliniano. Non si deve più filmare la potenza di un uomo o di una nazione.

Locandina di Ladri di biciclette (1948)
Mario Camerini (1895-1981)

La potenza è qualcosa di astratto, impossibile da mostrare. Si deve invece tendere l’occhio alla realtà, vera ed unica, anche se fatta da infinite storie da raccontare. E chi meglio di tutti può descrivere questa rivincita, questa sensazione di riscatto e di pentimento se non registi, sceneggiatori e attori che hanno contribuito ad alimentare la macchina fascio-artistica? I padri fondatori del cinema moderno provengono tutti da opere fasciste, chi più velate e chi più spinte. La vita rurale costruita e filmata durante gli anni Trenta è il tema principale della prima grande propaganda fascista, intenta a instaurare un senso rivoluzionario al liberalismo giolittiano precedente. Questo ostracismo collettivo, dove in prima fila troviamo Rossellini e il suo magnifico “Roma città aperta”, capolavoro simbolo di un’Italia che rinasce dalle ceneri, tenta non di negare il passato, bensì di dimenticarlo, cercando nuovi spunti non dall’alto dei balconi pieni di parole promesse, ma per terra, nei quartieri e dentro le intimità delle case, della vera realtà italiana: portare il pane a casa a fatica, i vestiti continuamente riutilizzati come macchiette cartoonistiche. Il Neorealismo diventa così un simbolo di speranza, un grido di unione nell’affrontare le difficoltà dell’oggi per avere un migliore domani. Tutti questi artisti sono i nostri maestri, al quale ognuno prende spunto su qualcosa. Eppure, tutto questa sensibilità, tutta questa caparbietà artistica nasce durante le braccia tese e le marce su Roma. Ed ecco qui la provocazione: sarebbe mai esistito un Neorealismo senza le leggi fascistissime, il manifesto degli scienziati razzisti e la terza via? È implicita ovviamente la vera domanda che si nasconde dietro un perbenismo giornalistico: il fascismo ha mai fatto cose buone? La risposta non pensata, ma istintiva sarebbe “ovviamente no”, eppure il cinema è uno dei pochi esempi che tenta di ribaltare l’ovvia risposta che l’italiano si porta ormai da settant’anni.

L’architettura fascista è emblematica, affascinante, volgarmente bella da vedere; m’illumino d’immenso sono parole magnifiche provenienti dalla bocca di un giovane fascista. Questi esempi e tanti altri dimostrano che il fascismo ha fatto cose buone. Ma allora cosa ci deve insegnare la democrazia e la Carta Costituzionale?

Locandina di Roma città aperta (1945)
Cesare Zavattini (1902-1989)
Alessandro Blasetti (1900-1987)

Essere anti-fascisti significa dover rigettare tutti questi artisti e queste opere? Assolutamente no. Quello su cui  gli italiani dovrebbero riflettere ogni 25 aprile e ogni 2 giugno non è il fine del fascismo e cosa ha comportato, quanto il mezzo con il quale tutto quello desiderato è stato ottenuto. Basti guardare i film di Rossellini e di De Sica per capire cosa intendo: uomini alla ricerca di un benessere, il sopravvivere alla giornata cercando di portare gioia e felicità alle proprie famiglie e a sé stessi. In fondo questa è la promessa che tutti speriamo sentire e che ogni uomo politico ha almeno detto una volta nella sua carriera politica. Anche il fascismo prometteva benessere e ordine nelle cose. Quello che il Neorealismo ci vuole insegnare mostrando è un mezzo diverso per arrivare a questo fine: non più la repressione e le sommosse, ma la libertà e l’amore per il prossimo.

Il vero problema non è cosa il fascismo ha fatto, ma come lo ha fatto.

Fonti:

-F. Cammarano, G. Guazzaloca, M. S. Piretti, Storia contemporanea: dal XIX al XXI secolo, Le Monnier Università, Firenze, 2015.

-G. P. Brunetta, Guida alla storia del cinema italiano: dal 1905 al 2003, Einaudi, 2016

Un soldato senza nome

Il Presidente della Repubblica e le più importanti cariche dello Stato si recano ogni 25 aprile (Festa della liberazione dell’Italia), 2 giugno (Festa della Repubblica), e il 4 novembre (Festa delle Forze Armate) a rendere onore al Milite Ignoto. Ma chi è? Qual è la sua storia?

di Silvia Michelotto

Alla fine della Prima Guerra Mondiale molti Paesi cominciarono a seppellire i cosiddetti Militi Ignoti, soldati morti in battaglia ma che a causa delle ferite era impossibile da riconoscere e, quindi, non potevano essere riconciliati alle famiglie nemmeno nel momento della morte.In Italia, il colonnello Giulio Douchet lanciò la medesima proposta con un articolo pubblicato ne’ Il Dovere il 2 agosto del 1920, riportando l’esempio della Francia e dell’Inghilterra. L’idea fu accettata positivamente da molti, tanto che fu portata in Parlamento pochi giorni dopo dall’onorevole Cesare Maria de Vecchi, divenendo poi legge il 4 agosto del 1921. Fu così che l’allora Ministro della Guerra, Luigi Gasparotto, si occupò dell’organizzazione del processo di scelta, della modalità e del luogo di sepoltura. Venne creata una commissione composta da sei soldati, che dovevano rappresentare ogni gruppo e carica militare, coloro che ebbero delle onorificenze e/o furono mutilati. Questi avrebbero dovuto recarsi nei luoghi in cui si erano svolte le più cruente e importanti battaglie e nei cimiteri militari, realizzati durante o subito dopo la fine della guerra, e riesumare undici corpi.

L’altare della patria

La scelta doveva essere il più casuale possibile, nonostante ciò, però, le salme dovevano rispettare alcuni criteri: essere irriconoscibili, sia a livello fisico sia a livello militare, quindi niente tatuaggi, particolarità fisiche, ma anche la divisa, le medaglie, le mostrine o l’elmetto con cui erano stati seppelliti dovevano essere non identificabili, e avere la quasi certezza che fossero italiani. Ovviamente tra le salme scelte vi erano esponenti di diversi gruppi militari e di diversi ranghi gerarchici, per evitare, quindi, che ci fossero delle distinzioni tra questi e rendere ancora più imparziale la scelta finale tutti i corpi furono adagiati in semplici e comuni bare di legno.

I primi sei soldati ignoti, furono sistemati a Udine, successivamente, con l’arrivo della settima salma, le bare trovarono  una nuova collocazione a Gorizia. Furono spostate nuovamente, questa volta nella Chiesa di S.Ignazio, dove si aggiunse l’ottava salma, per poi finire alla Basilica di Aquileia, dove furono sistemati tutti i feretri per la funzione.

Il 28 ottobre 1921, nella commozione generale, furono celebrati i funerali solenni di quegli undici uomini che avevano perso la vita, ma anche la loro identità, per la loro Patria; al termine della cerimonia i feretri furono scambiati di posto fra loro e la signora Maria Bergamas fu chiamata a compiere la sua scelta. Una donna minuta e anziana che aveva perso il figlio in quella stessa guerra la quale aveva strappato alla vita anche quegli uomini. 

La storia militare di Antonio, il figlio di Maria, è piena di amarezza e sfortuna: Trieste, città in cui viveva con la madre, era, all’epoca, sotto il dominio dell’Impero austro-ungarico e, allo scoppio della guerra, fu chiamato a servire la sua Nazione. Il ragazzo, però, disertò per entrare a far parte, volontariamente, del 387°  reggimento italiano di fanteria della Brigata Barletta, di cui divenne sottotenente. Per poter accogliere lui e altri disertori dell’esercito nemico, gli fu assegnata una nuova identità, in questo caso quella di Antonio Bontempelli.

Il ragazzo, però, morì pochi mesi dopo, durante una battaglia a Cimone di Tonezza. Grazie ad un biglietto che aveva in tasca la notizia della sua dipartita raggiunse la sua vera città di origine e, quindi, anche i suoi cari. Se la perdita di un figlio è già tremenda, il fatto di non avere nemmeno un luogo in cui andare a rendergli omaggio può essere un altro durissimo colpo. Infatti Antonio fu seppellito sull’Altopiano d’Asiago, precisamente al cimitero di guerra di Marcesina, insieme ai suoi commilitoni, ma un bombardamento lo distrusse in modo piuttosto vistoso e i corpi di numerosi caduti, tra cui quello di Antonio, furono dispersi per sempre.

Maria, madre-simbolo della tragedia della guerra, ebbe l’onore e l’onere di essere colei che avrebbe scelto il corpo su cui numerose mamme, come lei, avrebbero potuto piangere quei figli per sempre perduti. La donna camminò di fronte alle bare, per accasciarsi in ginocchio davanti alla decima, urlando il nome del suo bambino. 

Il sarcofago del Milite Ignoto

Ci sono controversie riguardo alla scelta della donna: la figlia Anna ha testimoniato che la madre, prima di assolvere il suo compito, era decisa a scegliere o l’ottava o la nona bara, numeri rincorrenti all’interno della data di nascita di Antonio, giunta davanti a queste, però, si sentì in colpa e optò per la successiva, in modo che quello fosse veramente il corpo di un ignoto.  Secondo altre testimonianze, la donna scelse quello che per lei era il corpo del figlio.

Una delle  ipotesi è di sicuro più romantica e spiega come mai, simbolicamente, il Milite ignoto venga identificato come un membro della Fanteria. Come già spiegato, Bergamas ne faceva parte, ma oltre a questo fu il corpo militare che subì il maggior numero di perdita: dei 600 mila soldati italiani morti durante la Prima Grande Guerra, 400 erano proprio fanti.

Alla fine della scelta gli altri dieci corpi furono sistemati all’interno del cimitero nei pressi della Basilica di Aquileia, dove troverà pace anche la signora Maria Bergamas nel 1954. In realtà la donna, inizialmente, fu seppellita a Trieste, ma l’anno successivo, proprio per il suo valore di simbolo delle madri italiane che avevano sacrificato tutto, anche la cosa più preziosa per la Patria, trovò l’eterno riposo vicino a quei dieci figli di nessuno.

ll feretro dell’ufficiale Milite Ignoto partì da Udine il 29 ottobre 1921, attraversò Trieste, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi e Orvieto, arrivando il 2 novembre 1921 a Roma.

Il treno che portò la salma del milite ignoto a Roma

Il viaggio fu molto lento, per permettere a tutte le città e ai paesi, che avrebbero visto scorrere davanti a loro quel treno pieno di fiori,  di onorare il simbolo del sacrificio dei loro figli, padri e fratelli. Tutto questo amore verso i caduti fu raccolto all’interno di Gloria: apoteosi del Milite Ignoto realizzato dalla Federazione Cinematografica Italiana e dall’Unione Fototecnici Cinematografici, un film documentario che racconta ogni passaggio di questa vicenda e che riesce, con immagini forti e delicate, a rappresentare quel momento di comunità che ha vissuto la Nostra Penisola.

Quando il feretro giunse a Roma rimase esposto per due giorni, all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli, per poi essere insignito della medaglia d’oro e collocato, il 4 novembre, nell’Altare della Patria, allontanandosi dalla proposta di Douchet, che, all’epoca del suo articolo, aveva proposto il Pantheon, dove si trovano ancora i corpi di grandissimi artisti, come Sanzio e Carracci, e dei Savoia. 

Fu, però, optato, a buon ragione, un monumento che rappresentasse la Patria e la sua Unione, e di cui  vi racconterò in un altro articolo, in modo da celebrare degnamente questa creazione Risorgimentale e che racchiude dentro di sé un gioiello di storia romana. Per il momento sappiate che per celebrare in modo ancora più degno ed esaustivo, per così dire, tutti i martiri della Guerra per il sarcofago, furono utilizzate le pietre provenienti da ogni campo di battaglia su cui è stato versato sangue italiano, come le rocce di origine marina del Monte Grappa.

Nonostante in tutta Italia vi siano numerosi monumenti al Milite Ignoto nessuno di questi conserva dentro di sé una salma, lasciando a Roma questo onore, come è avvenuto in numerosi Paesi; inoltre la sua identità rimane avvolta nel mistero, anche se le tecnologie forensi hanno fatto passi da gigante. Questo per rispetto delle famiglie oltre al valore simbolico del fatto di ignorare realmente chi si nasconde sotto la targa che ne celebra la memoria. 

La celebrazione per la tumulazione del Milite Ignoto

Negli Stati Uniti d’America le cose, invece, sono leggermente diverse: in Virginia ci sono quattro monumenti dedicati ai caduti in guerra e mai identificati, uno per celebrare quelli deceduti durante la Grande Guerra, quello per la Seconda Guerra Mondiale, quello per il conflitto in Corea e, in fine, per il Vietnam. Quest’ultimo fu identificato nel 1998, quando un veterano riuscì a identificare il luogo di ritrovamento del corpo come quello in cui si era andato a schiantare l’aereo del pilota Michael Blassie. La tomba, quindi, è stata svuotata, per permettere ai suoi cari di seppellirlo nella sua città e al posto della targa in onore dei militari ignoti ve n’è una che celebra tutti coloro che hanno servito la loro Nazione con onore e gloria.

Fonti:

http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/il-milite-ignoto.aspx

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-storia-del-Milite-ignoto-eroe-di-Guerra-la-cui-salma-riposa-altare-della-Patria-a-Roma-a4b3a5f1-76aa-4218-867c-be42075060e1.html#foto-1

Il sorriso della Repubblica

Abbiamo ammirato questa foto milioni di volte, ogni 2 giugno il sorriso di questa meravigliosa ragazza viene pubblicato su giornali, riviste e social. E’ il sorriso di una nuova Italia scelta e creata dal popolo. Ma di chi è questo volto così famigliare? Qual è la sua storia?

di Jessica Colaianni

2 giugno 1946. Dopo gli anni devastanti della Seconda guerra mondiale, l’Italia versa in una condizione drammatica. Intere città distrutte dai bombardamenti, una povertà che coinvolge la gran parte della popolazione e la mancanza di un apparato governativo richiedono agli italiani una gran forza per rialzarsi e costruire la Nazione.2 giugno 1946. Gli italiani, tutti, perché sì, per la prima volta il voto avviene a suffragio universale, sono chiamati alla votazione di un referendum che ha cambiato definitivamente l’identità del paese. Il quesito era molto semplice: Monarchia o Repubblica? Con 12 717 923 cittadini favorevoli alla repubblica e 10 719 284 cittadini favorevoli alla monarchia si decide la forma di stato assunta dall’Italia. Oltre a questa scelta, lo stesso giorno i cittadini eleggono i membri dell’Assemblea Costituente, coloro che hanno avuto il compito di redigere la Costituzione, entrata in vigore il primo gennaio 1948, caposaldo della nostra legislazione. Quel giorno fu una grande festa, e ancora oggi viene celebrato per ricordare il nostro passato e tutti quei passaggi che hanno portato alla costituzione del Paese così come lo conosciamo. Tra le foto simbolo di questo evento così importante è sicuramente l’immagine di una ragazza sorridente che sbuca letteralmente fuori dalla prima pagina del giornale il Corriere della Sera il giorno della proclamazione ufficiale della Repubblica.

Tessera per il Referendum
I titoli di alcune testate giornalistiche al termine del referendum

 Lo scatto è stato realizzato da Federico Patellani, fotoreporter di guerra e tra i caposcuola del fotogiornalismo, ed è diventato sin da subito simbolo di speranza per un paese che provava a guardare avanti dopo gli anni terribili del fascismo e della guerra. Per decenni questo volto è rimasto anonimo, nonostante esso abbia continuato a vivere nel nostro immaginario attraverso libri e manifestazioni politiche: l’identità della ragazza è rimasta per molto tempo sconosciuta. Al Museo di fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo possiamo vedere i 41 scatti che Patellani ha realizzato con la sua Leica della donna, ritratta in diverse pose, ma il fotografo non ha mai apertamente dichiarato l’identità di tale figura. Il mistero viene svelato solo recentemente, il volto è quello di Anna Iberti, moglie di Franco Nasi, uno dei primi giornalisti del Giorno. Lo conferma la figlia, Gabriella, che conserva ancora qualche stampa del servizio fotografico, custodito con cura e grande riservatezza per volere della madre, scomparsa nel 1997. All’epoca Anna aveva 24 anni e non era ancora sposata, lavorava come impiegata nell’amministrazione del quotidiano socialista Avanti! dove probabilmente lavorava anche il futuro marito, Franco.

Alcuni tentativi di Patellani
La foto che fu scelta
Uno dei tentativi prima di trovare l’immagine giusta

Non si sa bene come Patellani abbia incontrato Anna e le abbia proposto di posare per gli scatti ma è probabile che il contatto sia avvenuto tramite colleghi di testate e inoltre sappiamo che le fotografie sono state realizzate nella terrazza della redazione di Avanti! nell’allora sede di via Senato 38, all’epoca ospitante delle maggiori testate giornalistiche. Dopo il matrimonio Anna decide di smettere di lavorare per dedicarsi alla famiglia ma continuerà comunque il suo impegno per il sociale, operando come volontaria del CAM, il centro ausiliario per i problemi minorili. Una vita normale, riservata quella di Anna Iberti, il cui volto è entrato però nella nostra storia, quella più importante, quella che non va dimenticata, quella che ci ricorda chi siamo, italiani. 

Fonti:

-https://www.repubblica.it/cultura/2016/04/24/news/storia_di_anna_che_fece_l_italia-138343580/

-https://newsicilia.it/cultura/e-nata-la-repubblica-italiana-storia-di-una-foto-icona-chi-era-il-volto-della-speranza/327728

Cinema come arte perfetta del popolo

Il cinema è di sicuro l’arte più democratica: tutti, dai grandi ai piccini, dai ricchi ai poveri, rimarranno sempre affascinati da quel telo bianco e dal fascio di luce che proietta e fa vivere nuove e meravigliose storie.

di Lorenzo Carapezzi

Ormai andare al cinema non è più una necessità. La comodità della casa ha sviluppato un ozio nelle persone. Più accresce e più uccide il cinema in quanto luogo fisico. Il culto del trovare posto e aspettare che le luci si spengano è scomparso, dissolto in qualche rara eccezione.
Ma la sala cinematografica è qualcosa di più di un semplice luogo dove vedere un film. È un luogo sacro, non perché presenta qualche divinità o elemento simbolico associato, ma perché è uno spazio dove l’uomo conosce sé stesso, si confronta con l’umanità. Dentro non esistono classi sociali né distinzioni di alcun tipo. È il luogo dove tutte le generalizzazioni svaniscono. La distinzione è un termine che non ha valore dentro la camera buia, piena di poltrone occupate da persone, tutte diverse da loro, ma così unite a formare un unico corpo, un’unica anima. Il povero siede accanto al ricco, eppure questi non si sdegnano tra di loro. Essi non si guardano nemmeno. Il buio della sala impedisce di vedere il volto delle persone sedute a fianco, riusciamo solamente a delineare un contorno sfuocato e indistinto, visibile ma allo stesso tempo confuso con lo sfondo nero. L’unica fonte di luce, il Sole della sala, è il grande schermo quadrato posto di fronte a tutti quanti. Come mosche eccitate osserviamo la luce che si fa movimento. Desideriamo avvicinarci al grande telo e tuffarci nel magico racconto che ci viene mostrato.

Orson Welles mentre recita alla radio La guerra dei mondi, 1938


È un luogo dove il Tempo si ferma, anzi si dilata così tanto da non essere più importante. Le due ore medie di film diventano il tempo vitale, ovvero il corso della nostra vita. Niente di quello che c’è al di fuori delle quattro mura esiste più. Tutto si blocca all’esterno. Persino un’apocalisse non riusciremmo a percepirla per quanto stiamo bene in quell isolamento. Solo e solamente dopo il ritorno della luce artificiale ci renderemo conto che fuori c’è un mondo, un mondo che aspetta noi accanto a tutte le preoccupazioni, tutti gli stress lavorativi, tutte le nostre paure e incertezze. Appena usciti ci accorgiamo dell’apocalisse, un po’ come Orson Welles dopo lo show radiofonico La guerra dei mondi. Un passo al di fuori e la vera luce scotta sulla nostra pelle, brucia le nostre iridi ormai abituate alla fonte di luce più bella che possa esistere: il proiettore.
“La macchina dei sogni” non potrebbe essere così potente senza quel luogo di culto, quel luogo oserei dire religioso, come la Chiesa per i cristiani o la Mecca per i musulmani. Come ogni religione, anche il Cinema ci dà speranza, ci mostra tutte le fantasie della nostra mente e tutto ciò non potrebbe esistere senza la sala cinematografica, tanto buia da permetterci di cadere nell’inconscio, mascherando e nascondendo la realtà esterna, quella vera che tanto ci spaventa.


È luogo sacro anche perché l’aria che si trova all’interno è il respiro della Morte, presente ogni qual volta l’uomo si stacca dalla realtà, sia fisicamente che spiritualmente. “Si muore ogni pomeriggio” direbbe Bazin, che continuerebbe dicendo che la Morte “segna la frontiera della durata cosciente e del tempo oggettivo delle cose”.
Il silenzio non è mai così delicato come nella sala: un colpo di tosse, uno sbadiglio o ancora peggio una bocca che mastica si amplificano, mille volte più intense che fuori, spezzando quel legame amoroso tra lo spettatore e la vita che si fa infinita. Si spezza la magia e il ricco inizia a sentire la puzza del povero, iniziando a schifarlo.
Come il sogno, anche il Cinema, ma soprattutto la sala buia cinematografica sono paradossi: un luogo di culto costruito dall’uomo può solo esistere attraverso la vista e l’udito, artifizi dell’uomo, eppure essa si sgretola attraverso rumori organici e luci artificiali, altresì prodotti umani. Il paradosso all’interno della sala è il paradosso dell’uomo in quanto macchina perfetta.

“Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la
coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete
dell’anima.” Ingmar Bergman


È solo da questo paradosso dell’uomo che dipendono le sorti della sala cinematografica: il rispetto e la concentrazione fanno della sala l’Eden artistico-sociale per eccellenza, la mancanza di un circo senza controllo, la mancanza dell’altro del vuoto. Siamo quindi noi uomini il fertilizzante che dà vita a quel magico fiore, con quel gambo delicato che può essere spezzato col disprezzo, o ancora peggio con l’indifferenza. C’è da chiedersi se il Cinema ci sia vitale, ancor di più se la sala sia essenziale alla nostra anima. Per rispondere a ciò c’è bisogno di fare una logica per sottrazione. Come sarebbe la vita senza il Cinema? E senza la sala cinematografica? Esisteremmo lo stesso, certo. L’uomo è riuscito a vivere senza queste due cose per millenni, ma il nostro spirito, la nostra fantasia, i nostri sogni più profondi? Pensiamo un attimo a come ci sentiamo ora, così distanti dalle cose, rinchiusi in casa. Quanto desideriamo poter rivedere le nostre rispettive città, i luoghi di aggregazione. Ci sentiamo vuoti e soli in questo momento, ci siamo accorti quanto siano speciali le cose fuori dal nostro corpo fisico. Tutta la vita così sarebbe il vero Inferno ed io senza il Cinema mi ucciderei. Ecco che cos’è la sacralità e nello specifico la sacralità della sala.

Fonti:

– A. Bazin, Che cos’è il cinema?, Garzanti, 1973

– S. Savio, Come sogna lo schermo. Concetti psicodinamici nella rappresentazione filmica del sogno

https://www.psiconline.it/articoli/per-saperne-di-piu/come-sogna-lo-schermo-concetti-psicodinamici-nella-rappresentazione-filmica-del-sogno.html;

La bellissima e triste imperatrice

Sissi e la sua vita sono state al centro dell’immaginario comune grazie ai meravigliosi film che hanno visto come protagonista Romy Schnider. Due donne bellissime accomunate da una storia tragica.

di Silvia Michelotto

Di principesse tristi ne è pieno il mondo. In tempi recenti questo epiteto fu dato a Letizia Ortiz, all’epoca principessa ora attuale regina consorte spagnola, e nessuno può scordare la tragica vita di Lady D, ex principessa del Galles e prima moglie di Carlo Windsor. Ma non sono tristi solo le principesse, ma anche le imperatrici: tra queste c’è il nome di Masako, imperatrice del Giappone, e se andiamo a circa un secolo e mezzo fa, in Austria possiamo incontrare Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach

È un nome che vi dovrebbe suonare familiare: si tratta di niente di meno dell’imperatrice Sissi.

Ritratto dell’imperatriece Elisabetta in abito da ballo di F. X. Winterhalter (1865)
Fotografia dell’imperatrice Sissi all’incoronazione come regina d’Ungheria

Difficile da credere, vero? Ricca, bella, innamorata del suo principe (pardon imperatore) e ricambiata, amorevole con i suoi figli e con degli abiti da favola… Una vita che sembra uscita da un film in puro stile Disney. Ovviamente ci furono alti bassi e la serie di film realizzati da Marischka, nella seconda metà degli anni ’50, ha mostrato il suo disagio, ma si sono sempre conclusi con quel meraviglioso lieto fine fiabesco. Tutto reso ancora più stupefacente dalla bellezza dell’attrice protagonista, Romy Schneider, che, nonostante gli anni e altri ruoli di successo, non riuscì a staccarsi di dosso il fantasma dell’imperatrice austriaca. Le due figure si erano così tanto fuse che Visconti la volle in Ludwing (1973) per dare il volto e la voce alla sua Sissi, una donna, questa volta, disincantata, tradita e sofferente.

A portare alla luce la sofferenza di Sissi, quella reale, fu il ritrovamento dei diari poetici dell’imperatrice nel 1998. Tra quelle pagine si percepiva la sofferenza per essere rinchiusa in un mondo fatto da regole rigidissime, protocolli infiniti e impegni asfissianti. Lei voleva essere libera!

Cercò quella libertà con tutta sé stessa, arrivando a sviluppare anche malattie psico-somatiche che la costringevano (con sua grande gioia) ad allontanarsi dal palazzo per viaggiare in tutto il mondo. Arrivò in Francia, in Italia, in Inghilterra, in Grecia… In tutti i Paesi in cui fu ospite viene ricordata con affetto e amore, in quanto realmente interessata al popolo e molto spesso allergica a quei protocolli reali che rendevano le teste coronate così distanti dai comuni reali. Ad Atene erano numerose le voci che la narravano di lunghissime ed estenuanti camminate per raggiungere i luoghi più importanti della città, accompagnata unicamente dalla sua dama di corte.

Ritratto dell’imperatrice Sissi con i capelli annodati di F. X. Winterhalter (1868)
Sissi iniziò a far fotografare con velette che nascondevano il suo volto

Queste pazzie atletiche fecero nascere una leggenda che ancora oggi persiste: la sua ossessione per la bellezza. Effettivamente Sissi era bellissima. Aveva un incarnato così perfetto da sembrare di porcellana, aveva una vita sottilissima che cercava di mantenere in tutti i modi possibili. Non era assolutamente mistero che facesse cavalcate e camminate lunghissime e si allenasse molto spesso; per riuscire a sottolineare la sua figura nel modo migliore gli abiti, molto spesso, le venivano cuciti addosso, rendendo lunghissima la sua preparazione alla mattina o in occasione delle feste. Molti studiosi odierni parlano di disturbi alimentari ma analizzando i menù che la cuoca le sottoponeva ogni giorno si nota che l’imperatrice amasse parecchio i piaceri della tavola, con particolare interesse verso i dolci.

Non possiamo non citare i suoi amati capelli. C’è chi parla di 12 metri di capigliatura, ma in realtà arrivavano solamente alle caviglie. Per lavarli e asciugarli era necessaria una giornata di lavoro, pesavano così tanto che spesso era costretta a legarli al soffitto per scaricare lo stress dal collo e il tempo che la sua parrucchiera impiegava per pettinarli e acconciarli era così tanto che in quei momenti poteva prendere lezioni di latino e ungherese. Così, perché si annoiava!

Un mito che rimase immune al tempo. Mai nella vostra vita troverete una foto di Sissi come donna adulta (morì a 60 anni), in quanto proprio lei, amata e venerata unicamente per la sua bellezza, cominciò a nascondere il suo volto allo sbocciare della prima ruga. Velette, cappelli enormi e ventagli dovevano nascondere gli effetti del tempo che crudele stava chiedendo il conto.

E l’amore? Quello per Franz sarà stato autentico, no? 

Miniatura viennese di Franz con Sissi all’epoca del fidanzamento
Immagine di Katharina Schratt

Quello sì, fu vero, ma pure quello cominciò a farla soffrire irrimediabilmente. Pochi anni dopo il loro matrimonio, Franz abbandonò la camera coniugale per una più vicina allo studio. Non erano tempi assolutamente facili, l’Austria aveva preso il controllo e il possesso di alcuni territori che non amavano essere governati da stranieri (vedi Milano e Venezia: a noi italiano proprio non piace che ci dicano cosa dobbiamo fare!). Franz amava la guerra, era un vero e proprio soldato, quindi molto spesso si lanciava in campagne militari, sempre con il cuore rivolto alla sua amata Sissi, che, però, mal sopportava tutto questo. Era contraria alla politica asburgica, era contraria che i suoi figli fossero accuditi dalla zia-suocera (Franz era suo cugino, figlio della sorella di sua madre: sì, è incesto, ma all’epoca era legale!) che la vedeva come una bambina scapestrata e inadatta ad educare il nuovo imperatore e le future principesse. Tutto ciò detto con amorevole comprensione di zia, ovviamente!

Le sue assenze a corte, sempre più lunghe e sempre più note ai più, non erano assolutamente ben accette e così, per ovviare ai suoi doveri imperial-coniugali, lanciò tra le braccia del marito la famosissima attrice Katharina Schratt. Non è che non lo amasse più, ma non riusciva più a vivere questa situazione. Una situazione che divenne ancora più asfissiante quando morì suicida il suo unico figlio maschio. 

L’idea di aver perso Rodolfo mandò profondamente in crisi l’imperatrice che si allontanò da corte senza farvi più ritorno, se non per il suo funerale. Persino la sua morte fu tragica: assassinata da un anarchico italiano che, non avendo trovato la vittima predestinata, uccise lei per…sbaglio. Sissi si trovava nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Morì sola, con l’unica compagnia della sua dama, a Ginevra, mentre assaporava una libertà amara e crudele, arrivata solo dopo la perdita di un figlio.

Romy Scheider come Sissi nei film di Marischka
Romy Schneider come Sissi nel film di Visconti

Una serie infinita di tragedie che molti non conoscono, troppo innamorati dalla figura sfavillante offerta da Romy Schneider e da Marischka, che hanno reso il suo nome eterno…un nome che non è nemmeno il suo. Il suo nome completo era Elisabetta, come abbiamo già visto, ma nelle sue lettere private lei si firmava con il suo nomignolo: Lisi o Sisi (scriveva piuttosto male, quindi vi sono un po’ di dubbi al riguardo se l’iniziale fosse una S o una L). Sissi è stata un’invenzione cinematografica, un soprannome che, forse, suonava meglio per il grande pubblico.

Un grande pubblico che, come l’imperatrice, ha intrappolato anche Romy Schneider all’interno di un ruolo che le era un po’ troppo stretto. Giovanissima approda sul grande schermo proprio nei panni di Sissi e come lei vivrà una vita travagliata: tutti, quando la vedono, la chiamavano Sissi, rinchiusa in ruoli leggeri e fiabeschi cade in depressione e nell’alcolismo, troverà finalmente una stabilità nel privato con Delon e tornerà alla ribalta tra gli anni ’60 e ’70 con numerosi film, ma una nuova tragedia la colpirà. Una tragedia che colpì anche l’imperatrice: la morte del figlio. Il bambino di Romy muore in un tragico incidente a casa dei nonni nel 1981, pochi mesi dopo la madre lo seguirà. Molti parlarono di suicidio, ma secondo l’autopsia si trattò di un semplice arresto cardiaco.

Per queste meravigliose donne, fragilmente forti, non c’è stata nessuna vita da favola, quella era solo un’illusione per un pubblico che non era realmente pronto per loro.

Fonti:

– E. Bestenreiner, L’imperatrice Sissi: storia e destino di Elisabetta d’Austria e dei suoi fratelli, Mondadori, 2014;

– B. Hamann, Sissi, Tea, 2017; A. Pataki, Sissi: la solitudine di un’imperatrice, Beat, 2017.

Le mostre Blockbuster

Nomi altisonanti, titoli accattivanti e poi…sempre le solite mostre. Continuiamo il nostro viaggio nelle mostre d’arte e cerchiamo di capire che cosa sono le blockbuster.

di Jessica Colaianni

Nello scorso articolo vi ho portato in un viaggio a ritroso alla scoperta di come è nato e si è sviluppato il fenomeno delle mostre d’arte. Ci eravamo lasciati agli anni Sessanta del Novecento, dove sempre di più cresce il numero di questi eventi dal successo conclamato. Facciamo un passo avanti, più precisamente andiamo verso gli anni Novanta, periodo molto fertile sia dal punto di vista dell’apertura di musei e spazi espositivi (ve ne abbiamo parlato in un vecchio articolo qui) e sia dall’organizzazione di manifestazioni temporanee, sempre più presenti all’ordine del giorno. Ed è proprio in questi anni che la critica comincia a rivolgere pesanti accuse nei confronti di tali eventi. Oggetto principale della discussione riguarda l’esposizione per lo più di soliti artisti noti (Picasso, Van Gogh, Warhol) in personali o collettive che spesso denotano una forzatura di accostamento, mancando così di criterio critico metodologico, influendo in tal modo sulla qualità dell’evento organizzato. Questo tipo di mostre vengono volgarmente definite blockbuster, riprendendo un termine coniato durante la Seconda guerra mondiale in riferimento ai bombardamenti aerei e usato poi nel settore cinematografico per indicare i film dal grande successo commerciale, infine approdato in campo artistico anche per definire tutte quelle mostre che raggiungono una grande quantità di visitatori e che spesso girano di città in città, da museo in museo portando, come detto sopra, i soliti nomi.

Già nel 1959 Roberto Longhi, grande storico dell’arte, aveva mostrato segni di preoccupazione riguardo questo tipo di manifestazioni che vengono organizzate per lo più allo scopo di attrarre un maggior numero di visitatori, a cui corrisponde ovviamente un ricavo economico superiore, senza porre attenzione quindi alla ricerca e a criteri scientifici. L’abbassamento qualitativo dell’offerta culturale, a favore di un incremento quantitativo, secondo la giornalista ed esperta d’arte Adriana Polveroni, deriva dall’aumento massiccio del pubblico, il quale sceglie di andare al museo “con lo stesso atteggiamento di una gita domenicale”.

Il fenomeno delle mostre d’arte è entrato a far parte dell’economia, con un termine coniato appositamente, ovvero “exhibition industry” che va a ricadere a sua volta sul turismo e sul settore dei servizi in generale. L’incremento di questi eventi è talmente enorme che nel corso degli anni sono state create perfino società ad hoc, per lo più private, cui i musei si rivolgono per l’organizzazione di questi eventi, sopperendo in tale maniera alla mancanza di fondi e personale che ne permettono la realizzazione. Questo problema riguarda soprattutto l’Italia, la quale vede la cultura dipendere dallo Stato che spesso negli anni non è stato in grado di sostenere adeguatamente, attraverso giusti finanziamenti, le proprie strutture, costringendole così ad acquistare pacchetti di mostre già fatti e pronti all’uso senza alcun tipo di forza lavoro o un’eccessiva perdita economica (perdita che verrà sopperita grazie agli incassi derivanti poi dall’esposizione). L’intento però non è quello di demonizzare completamente questi eventi, io sono la prima che se vede la pubblicità di una mostra interessante cerca ad ogni costo di andare a visitarla, parliamoci chiaro. Una mostra d’arte, se ben organizzata, può costituire un momento importante per approfondire dal punto di vista storico e critico un artista o un’opera in particolare, per indagare e arricchire le ricerche già presenti o per istituire nuovi studi a riguardo e con questo non vuol dire quindi che non si possa comunque continuare a esporre i soliti Caravaggio, Picasso, Van Gogh ecc.

Una mostra d’arte ha lo scopo di studiare e stimolare nuove ricerche e scoperte sugli artisti del passato, o di proporre e valorizzare nuovi artisti. Ha lo scopo di istruire coloro che vanno a visitare un’esposizione, i quali dovrebbero tornare a casa arricchiti e con la voglia di scoprire altro, di saziarsi nuovamente e presto con altra arte.

Prendiamo a esempio le mostre experience, che stanno prendendo sempre di più sopravvento negli ultimi anni. Si tratta di esposizioni giocate completamente sulla spettacolarizzazione e la stimolazione visiva ed emotiva dello spettatore, attraverso delle proiezioni delle opere di un artista, accompagnate spesso da un sottofondo musicale. Sebbene queste mostre possano essere un’occasione per riunire tutte in un luogo le opere di un solo autore, evitando così anche gli eventuali rischi conseguenti al trasporto, oppure siano utili per ricostruire opere o monumenti perduti, queste mostre sono per lo più organizzate al fine di attrarre un pubblico che, mi chiedo,una volta uscito dalle sale, ha appreso davvero qualcosa di nuovo? O ne è valsa la pena andare solo per poi pubblicare una bella foto su Instagram?

Il confine tra una mostra ben riuscita e una realizzata solo per ottenere dei ricavi è molto sottile e tocca agli operatori del settore cercare di cambiare il sistema da dentro, non facendosi inghiottire dalla burocrazia e dai tornaconti economici. Ma sta anche a noi semplici visitatori chiedere di più, non accontentarci: cercare sempre qualcosa di nuovo, spulciare le mostre più sconosciute e minori perché, chissà, potrebbe essere proprio lì dove troveremo la vera bellezza dell’arte. 

La rivoluzione dell’arte: quando le opere diventano parte della cultura pop

Nel corso dei secoli, per diverse vicessitudini, abbiamo avuto la fortuna di vedere e riconoscere come l’arte si sia modificata ed evoluta grazie alla tecnologia, la quale detta le sorti e il ritmo del mondo per come lo conosciamo. Ogni generazione, per concetto barilliano, dura circa vent’anni e noi, generazione nativa digitale, i millennials, ci troviamo a prendere piede nella mondo e chi l’avrebbe mai detto che saremmo stati proprio noi la generazione addicted alle serie tv?

di Jessica Caminiti

Tutti conosciamo la storia delle televisioni, i vari canali tra cui fare zapping, immense soap opera, che non solo duravano una vita, ma anche non avevano e tuttora non hanno una fine (da “ma a quanti figli è già arrivata Brooke?” a “Days of our life è finito?”), ma noi siamo diversi. Siamo la prima generazione, che con tutti i piedi è caduta nel tranello delle serie lunghe, ma che hanno prima o poi una fine: abbiamo visto i sei amici lasciare il Central Perk, Ted finalmente concludere l’odissea della sua vita e siamo abituati a questi addii, siamo abituati a passare da una serie all’altra senza dimenticare niente e possiamo sempre ricominciare tutto da capo, se ci manca troppo… ah, il magico mondo di internet! Ma allora come fa una sitcom a distinguersi da un’altra, cosa la rende importante e piena di carattere? Sicuramente una parte molto importante la gioca non solo la trama, ma anche l’ambientazione e quella serie di particolari che fanno gioire per l’arguzia dei produttori! 

Bojack Horseman- serie targata Netlix

In molti casi, per esempio, per attirare l’attenzione del pubblico, troviamo citazioni ad opere d’arte, ma mai quante in Bojack Horseman. Mi spiego meglio: ci sono serie che sono dettate all’idea di opera d’arte, come per esempio White collar, dove il nostro protagonista è un falsario con i fiocchi, quindi riferimenti all’arte ci sono ogni due per tre, ma nella esilarante e riflessiva serie di cui vi voglio raccontare i richiami sono più sottili e ci vogliono raccontare, a mio avviso qualcosa di più. Difatti, molte volte tra le varie locations troviamo opere con chiari e diretti richiami a quadri del passato, facendoci intuire l’attenzione ai particolari, ma bando alle ciance: iniziamo il viaggio all’interno della serie e proviamo a dare un significato al motivo per cui così tanti capolavori appaiano.

Interno dell’Elefante, ristorante della serie
La nascita di Venere, Sandro Botticelli (1485/6)

Iniziamo dal ristorante italiano per eccellenza: Elefante.

Simpatici e stereotipati camerieri italiani lavorano nell’altrettanto stereotipato ristorante. Alle spalle del tavolo, che molto spesso viene inquadrato, vediamo un magnifico e inconfondibile dipinto: la  Nascita di Venere di Botticelli. Cambiata nelle sembianze, ma uguale nella composizione, una bellissima elefantessa nasce da una conchiglia e nella stessa posa della bella dea si fa accogliere nel mondo degli umani. Essa in questo caso dà risalto al luogo d’origine dei proprietari. Botticelli, mito indiscusso della storia dell’arte nostrana, è stato scelto tra i tanti, perché probabilmente la Nascita di Venere non rimane solo uno dei più importanti quadri della storia dell’arte italiana, ma anche uno dei più riconosciuti e riprodotti nel mondo ed è impossibile non associarlo alla grande arte del Bel Paese.

Quadro della casa di Bojack
Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), David Hockney (1972)
Vista della casa di Bojack
Opera di Keith Haring

Seconda location: la casa di Bojack.

Vediamo il nostro protagonista continuamente immerso nell’arte e molte volte lui stesso diventa opera d’arte all’interno dei quadri. Passiamo da Haring a Kandinsky, da Matisse a David Hockney a tanti altri ancora e purtroppo per capire, dovrò fare un piccolo spoiler, ma spero mi perdonerete, anche perché si scopre anche solo guardando il trailer e leggendo la trama: Bojack è una star televisiva caduta in disgrazia e come ben immaginate in un periodo della sua vita i soldi non mancavano, così fece un po’ la vita che Bender di Futurama ha sempre sognato. In tutto questo, però, per delineare il suo status sociale ha anche fatto incetta di quadri, alcuni ereditati, alcuni (si presume di conseguenza) comprati e questo ci racconta già molto del protagonista. Non essendo uno sfegatato e pazzo collezionista, probabilmente come molti committenti prima di lui nel corso dei secoli, ha deciso di comprare capolavori per dimostrare quanto lui sia acculturato e soprattutto ricco, perché, sì, come sappiamo il mercato dell’arte è una giungla e solo i migliori offerenti possono aggiudicarsi i pezzi migliori. Nell’ipotetica idea, che io vi presento difatti, Bojack pur di dimostrare di essere arrivato e di potersi definire crème de la crème della società ha deciso di mettere in bella vista i suoi soldi, nascondendoli dietro pennellate e colori.

Studio
White center, Mark Rothko (1967)

Ultima location è l’ufficio dell’agente e poi manager di Bojack, Princess Carolyn.

Mentre soppesiamo la differenza tra i due lavori (il manager può produrre), possiamo ammirare dei Rothko piazzati lì, proprio alle spalle della nostra amata gatta rosa. Qui la storia, come per il fatto delle committenze, si ripete. L’arte non è solo fattore di distinzione sociale, ma anche rappresentazione del potere. Non solo ogni presidente viene immortalato in quadri o fotografato davanti ad importanti opere, ma fabbriche e aziende per dare lustro al loro prestigio aprono musei o ali di essi a loro nome. L’arte dà importanza e crea distacco e rispetto per chi può avere un’opera a casa o in ufficio, però delinea anche un capitalismo così chiamato illuminato. Questo cosa significa? Significa saper spendere i propri soldi anche in nome della bellezza e saper rallentare per ammirare la gioia che solo l’arte può dare senza dover sempre rincorrere mercati e azioni. 

Questi sono solo alcuni degli esempi, molti se ne possono fare. Era per riflettere e dare una visione diversa a chi dice: è soltanto una serie, è soltanto un film o è soltanto un cartone animato. È molto di più se ben fatto: è pura arguzia e intelligenza nascosto da una buona dose di capacità di comunicazione.

Fonti:

– L’arte contemporanea. Da Cezanne alle ultime tendenze, Barilli Renato (Feltrinelli 2014)