La censura ai tempi della Black Lives Matter

Ogni opera d’arte nasce in un preciso contesto storico e artistico, un aspetto che influisce su di essa e che non può essere ignorato. Guardare il passato con gli occhi del presente è il modo migliore per iniziare solo atti di censura ingiustificati.

di Lorenzo Carapezzi

“Anche in questa battaglia, come in tutto nella vita, è importante trovare un equilibrio”. La premessa di Alessandro Masala, in arte Shy sul suo canale YouTube “Breaking Italy”, detta durante uno dei suoi ultimi video, è di fondamentale importanza per ragionare su quello che da un mese a questa parte sta accadendo attorno a noi.


Dalla morte di George Floyd e dal successivo movimento nato sotto il nome di Black Lives Matter (BLM) si è instaurata nella mente di molti giovani l’idea di una rivoluzione non solo a livello sociale, ma anche a livello artistico. Si è messo in moto un’azione collettiva di imbrattamento e distruzioni di opere d’arte, monumenti, film e serie tv in particolare, con l’obiettivo di eliminare e difendere la nuova società dal razzismo. Intorno a noi cresce sempre di più un senso di vendetta verso una storia fatta di oppressione e dittatura. Improvvisamente un’opera d’arte diventa dato storico. Personaggi storici come Kosciuszko non rimangono più personaggi monumentali che notiamo di sfuggita durante una passeggiata in piazza, si trasformano in personaggi storici, negativi soprattutto. Ci soffermiamo, iniziamo ad analizzarli e da passanti qualsiasi diventiamo spettatori di queste opere. Fin qui sembrerebbe tutto molto bello, si realizzerebbe uno dei sogni dell’arte: essere osservata ed apprezzata. Qui entra quello che Masala ha detto: “trovare un equilibrio”. E dove sta questo equilibrio nella BLM, oppure, meglio ancora, è presente questo equilibrio in questa nuova battaglia storico-artistica? Imbrattare i monumenti con la vernice-spray o mettere delle avvertenze prima di una proiezione mostrano una lacuna, quell’assenza appunto di equilibrio. Ciò che manca in queste azioni è la contestualizzazione storica, anzi, proprio il fatto che questa manchi nell’ideologia fa sì che si arrivi a risultati del genere. Queste persone non riescono ad immedesimarsi nel periodo storico nel quale una certa opera è stata pensata e poi realizzata. L’opera sembra non avere un passato, quasi come se il tempo per essa non esistesse) ma questo ovviamente è ridicolo e la natura fisica ce lo dimostra sempre: i palazzi iniziano a creparsi, le pellicole a deteriorarsi, le pagine dei libri ad ingiallirsi. Sono questi piccoli dettagli che danno tempo alle opere, le conferiscono un passato, quindi una storia. Si tratta di un movimento pensato con la pancia e non con la testa. Ci si ferma a giudicare senza pensare: perché questo schiavista è stato messo come monumento in quell’epoca, come mai il cinema degli anni Trenta usufruiva della tecnica della Blackface, in film come “La nascita di una nazione” di G.W.Griffith e con attori come Al Johnson e Bing Crosby? Non c’è contestualizzazione e questa assenza fa sì che questa nuova morale sia giusta, poiché tenta di difendere la società dal razzismo sfrenato.

Esempio di blackface (The jazz singer, Alan Crosland, 1927)


Ma è veramente giusta, anche senza la presenza di una base storica? Assolutamente no. Non solo è ingiusta, ma è anche assurda e immorale. Se diamo un valore storico alle opere d’arte allora bisogna comprendere l’importanza che tali cose ci offrono. La storia non deve essere studiata e compresa solamente come valore culturale e intellettuale. Noi la studiamo soprattutto per una questione morale, cerchiamo di capire come agire e cosa evitare per creare un futuro migliore. Questi valori intrinsechi nelle opere rendono le stesse ancora più giustificate a rimanere salde ed essere analizzate. Il regista Spike Lee, per esempio, nelle sue lezioni fa vedere film come quelli sopra citati. Egli cerca di insegnare ai suoi studenti il valore dietro un’opera, che contenga momenti razzisti o meno, o che abbia alle spalle una storia atroce o pacifica. L’equilibrio manca e queste persone sono talmente prese e accecate da questo buonismo che neanche si rendono conto del torto che stanno facendo, non solo all’arte, non solo alla società, ma anche a loro stessi. “Noi non siamo che copertine di libri, il cui solo significato è proteggerli dalla polvere.” scriveva Ray Bradbury nel suo libro “Fahrenheit 451” parlando di una società distopica in cui leggere o possedere libri era considerato reato. Qualsiasi cosa, anche al di fuori dell’arte, contiene delle tracce storiche.

statua di Winston Churchill imbrattata

I nazisti bruciavano tutti i libri di ideologie opposte, la dittatura di Videla in Argentina eliminava tutti i libri e pubblicazioni sulla psicanalisi e sul partito comunista. Questi sono puri atti di censura, ovvero eliminare o tagliare quanto non ritenuto conforme a criteri particolari di sicurezza o moralità. Lo stesso lo stiamo vedendo in queste settimane. Imbrattare, distruggere e oscurare sono pratiche di oppressione verso l’arte, verso la storia, quindi verso la nostra conoscenza. Eliminare dati storici non significa eliminare il passato, quello rimane fisso e non potrà essere modificato. Il presente non è altro che il risultato di un tempo già trascorso. Noi siamo in un certo modo proprio per quello che c’è stato prima, nel bene e nel male. Tentare di eliminare ciò che sta alle nostre spalle significa perdere identità e non dare un senso a quello che ci ritroviamo davanti, ovvero il futuro.
Quello che bisogna fare è pensare prima di agire e parlare dopo aver saputo. Se non lo si fa allora il caos e l’ipocrisia regnano nelle nostre menti e nelle nostre azioni.
Infine, quello di cui molti di loro non si rendono conto è che l’uomo è malvagio, la storia ce lo dice continuamente parlandoci di guerre, di schiavismo, di torture e molto altro. Se dovessimo usare questa nuova morale, la quale tenta di definirsi l’unica giusta, considerando le altre come atti di violenza (oserei chiamarla dittatura morale a questo punto), allora tre quarti delle opere d’arte dovrebbero essere distrutte o al massimo censurate. Prendiamo solo il caso italiano, per esempio. La lista si farebbe lunga ed estenuante: Colosseo, Città del Vaticano, tutta l’architettura fascista (Forlì dovremmo bombardarla) ecc… E’ pura follia mischiata ad una buona dose di ignoranza. Siamo arrivati ad una situazione davvero stramba. Persino una serie leggera e comica come “Scrubs” si ritrova contro di sé molte dita puntate per alcuni dettagli inseriti appunto per ridicolizzare certi usi e costumi del passato.

episodio cancellato di Scrubs a causa della Blackface


La storia ci ispira e ci deve insegnare. Non ha senso giudicare un’opera d’arte, bensì il soggetto raffigurato nell’opera. Noi esseri umani abbiamo bisogno dell’arte, sia perché dobbiamo godere di qualcosa al di fuori della Natura, sia perché è il motore della nostra coscienza, sia collettiva che individuale.

Fonti:

-Paolo Mieli, Perché ci serve la Storia: https://www.corriere.it/sette/18_ottobre_25/perche-ci-serve-storia-e8e22e42-d617-11e8-8d40-82f2988440be.shtml
-Blackface: https://it.wikipedia.org/wiki/Blackface

MAY YOU LIVE IN INTERESTING TIMES…

In questi giorni abbiamo deciso di parlare di censura, un tema caldissimo, soprattutto in questi ultimi giorni. Di atti di censura ne è piena la storia, soprattutto nei momenti in cui si sono vissuti cambi di governo e di religione, oppure durante i totalitarismi (di cui vi abbiamo parlato in questo articolo). Quando le cose cambiano sembra necessario cancellare qualcosa per andare avanti, ma è veramente così? E’ veramente necessario fare tabula rasa di quello che è successo prima, come si sta chiedendo ora  a grande voce?Ma soprattutto è giusto dimenticare?

Di Silvia Michelotto

Non vi voglio parlare dell’equilibrio tra giustizia storica e vera e propria caccia alle streghe, ma raccontarvi di dati allarmanti e vicini a noi che dimostrano come mai il mondo abbia bisogno di ricordare. Per farlo voglio partire da un’opera letteraria, un grande classico della letteratura distopica: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.

In questo mondo angosciante, sono stati distrutti tutti i libri, il motivo sembra assurdo ma allo stesso tempo sensato: togliere dalla circolazione tutte quelle idee che possono causare discordia e discriminazione. Ovviamente, cancellando qualsiasi libro con idee moralmente e socialmente pericolose si è innescato un processo che ha portato al rogo di anche quelle opere che, invece, parlano di amore e uguaglianza. Come puoi conoscere il nero senza il bianco? La luce senza il buio? Tutto, così, è stato cancellato. 

Quello che si viene a creare è effettivamente una società che vive in un’apparente armonia, spaventata unicamente dalla possibilità che il malessere dei pochi libri sopravvissuti possa arrivare a toccarli, ma le giornate sono vuote, riempite dagli auricolari, dagli schermi sulle pareti, dalle pillole e dalla velocità. Tutti elementi che portano alla lenta e inesorabile decadenza dell’essere umano, che tenta, senza rendersene conto, di trovare la morte. 

In qualche modo ci tranquillizziamo dicendo che è qualcosa di impossibile, un’esagerazione per farci apprezzare di più il mondo dei libri e la cultura. Ci vogliamo nascondere dietro alla scusa che quello è un romanzo e la realtà è un’altra cosa, ma quello che è raccontato in un libro del 1953 esiste già, quella vita vuota è un male che si è già insinuato tra di noi e ha un nome che mette un po’ di ansia: trasmissione intergenerazionale del trauma.

È una condizione genetica che è stata studiata  grazie alla collaborazione di psichiatrici ed epigenetici, ovvero scienziati che si occupano dello studio della mutazione di geni avvenute senza una trasmissione da parte dei genitori. 

Come è possibile? Ci hanno sempre spiegato che il nostro DNA è composto da metà del corredo genetico del padre e metà della madre e che le mutazioni che possiamo presentare sono già presenti e individuabili all’interno della loro struttura genetica, come è possibile, quindi, che il nostro patrimonio muti  senza un motivo? Gli studi che hanno riconosciuto questa patologia, invece, hanno dimostrato che il DNA registra nel caso in cui un individuo viva all’interno di un ambiente ostile, stressante e pericoloso e trasmetterà queste informazioni attraverso delle mutazioni, appunto, agli eredi, che saranno più sensibili ad attacchi di panico, stress e, nei casi più gravi, presenteranno i sintomi da stress post traumatico. Come per il protagonista del romanzo di Bradbury, sarà la memoria ad aiutarli, quella tramandata dai genitori e/o dalla stessa società. Verrà dato loro tutto ciò che permetterà di spiegare e comprendere il proprio malessere, riuscendo a descriverlo, ma soprattutto arriveranno a rendersi conto di non essere i soli a portare il fardello pesante della storia.

monumento di Stalin abbattuto in Ucraina, atto che si inserisce all’interno di una politica di decomunismo
abbattimento della statua di Cristofero Colombo durante le proteste in America

Se, invece, ciò non succede sono poche le possibilità che quelle persone, quei bambini, riescano a vivere una vita serena e completa. Quel continuo disagio li porterà ad isolarsi, a comportamenti pericolosi, fino a tentare il suicidio, magari riuscendoci. E’ quello che i report dello studio hanno dimostrato accadere nelle cosiddette Terre di Sangue, ovvero i territori dell’Est Europa che furono il teatro di numerosi stragi naziste, in cui vige il totale silenzio sull’ultimo conflitto mondiale o nelle comunità afro-americane che non accettano e tacciono il loro passato di schiavi. Quell’ostinato silenzio ha portato i ragazzi che hanno ereditato gli effetti della vita difficile dei loro avi, fatta di campi di cotone, di abusi, di centri di morte nazisti e di violenza, a non capire perché loro si sentissero diversi, più pensanti, più sensibili a una società in cui ancora vige la legge del più forte. Ragazzi e giovani uomini che hanno aumentato le percentuali di suicidio di quelle zone, rendendole ancora portatrici di morte.

Non si sa ancora quando questa mutazione scomparirà, gli effetti dei soprusi del passato sembrano trascinarsi per lungo tempo, quindi è impossibile calcolare quante saranno ancora le loro vittime, ma di certo abbattere la statua di Colombo, di Jefferson o di chiunque altro accusandolo di schiavismo, di razzismo o di altre bellissime parole che finiscono in ismo e chiedendo che la storia sia riscritta non è una buona cosa. Se finiamo a nascondere lo schifo del passato a favore di una narrazione totally friendly per chiunque, a parte perdere tutto il nostro bagaglio culturale, in quanto, raramente, la storia non ha avuto spargimenti di sangue, schiavi, nemici e conquistatori, non ci sarà più nessun modo per dare a quei ragazzi la possibilità di sentirsi meglio. Daremmo ai nostri figli il peso di un passato che non sanno esistere, ma soprattutto non avranno più le loro radici, perché cancellando il male, come già detto, bisognerebbe cancellare il bene.

una scena di ‘Via col vento’, accusato di essere razzista per il modo in Rossella/Scarlett tratta Mamy
Hattie McDaniel, l’attrice che interpretò Mamy, vinse l’Oscar nel 1940

Mettere in un cassetto Via col vento per razzismo vuol dire dimenticare che fu grazie a quel film che la prima donna di colore, Hattie McDaniel, vinse l’Oscar. Ne vale la pena, quindi? Certo, aggiungere una sottospecie di breve premessa prima della pellicola, che raggiungerebbe, così, la durata pari all’eternità, potrebbe essere una soluzione, in modo che tutti, anche chi non conosce la storia Americana o del film stesso possa comprenderlo a pieno e con l’ottica del passato. Ma cosa bisogna dire per non offendere o creare altri problemi di comprensione? 

Perché è questo che molto spesso facciamo: condanniamo il passato guardandolo con gli occhi del presente. Consideriamo i vichinghi un popolo barbaro, gli egiziani, come i romani, dei depravati, le tribù africane prive di una cultura, quando in realtà il saccheggio e la conquista erano un’attività normale, l’incesto era una pratica comune per le famiglie reali per evitare che il trono fosse instabile e che la pedofilia era una naturale conseguenza di un’aspettativa di vita bassissima, soprattutto per le donne, e che la civilizzazione, come la intendiamo noi, tendente alla globalizzazione, non poteva avvenire in territori dove le popolazioni vivevano tendenzialmente isolate a causa della scarsità delle risorse. È difficile entrare nella mentalità dei popoli del passato, ma renderci conto che non sono come noi è fondamentale, che la cultura e la società è cambiata e che dal passato bisogna solo prendere degli insegnamenti.

Penso che noi italiani questo lo abbiamo imparato molto bene: nella docuserie americana I gerarchi di Hitler vi è una puntata dedicata a Mussolini e al suo ruolo nella salita al potere di Hitler, il presentatore e i tre esperti presenti nel programma continuarono a chiedersi come fosse possibile che noi italiani continuassimo a girare per le nostre città senza rimanere sconvolti alla vista dei fasci, dei monumenti inneggianti al nostro dittatore, a vivere sapendo che le nostre stazioni e le nostre università fossero elogi di colui che ha ispirato i più grandi mostri della storia. La risposta è arrivata dall’ex sindaco di Predappio, Giorgio Frassinetti, che vinse nel 2016 il premio per la Memoria dell’Olocausto: la sedia e il tavolo con i fasci dove lui si sedeva ogni giorno per lavorare avevano assaggiato il peso dello stesso Mussolini, buttare tutto sarebbe stato facile, ma avrebbe significato anche dimenticare, fingere, che non fosse successo nulla, invece averli lì sotto gli occhi lo spinsero a fare meglio, a lavorare pensando a come rendere quella città un luogo migliore e di lotta al fascismo.

Palazzo della Civiltà Italiana realizzato durante il ventennio fascista e che doveva essere il centro di un nuovo quartiere romano

È vero i nostalgici ci sono, ma quell’obelisco e quel teatro a Roma, quella tomba in un piccolo paesino romagnolo, quei palazzi pesanti, squadrati e bianchi sparsi per la nostra Penisola ricordano a noi e alle generazioni future che l’Italia ha avuto un periodo nero, nerissimo, si è macchiata di crimini orrendi, ma ne siamo usciti con dolore, onore, coraggio e lacerati, seguendo i nostri ideali e l’amore per la Patria e per la famiglia. La nostra è una memoria viva, noi, con il nostro passato, non abbiamo fatto a botte ma abbiamo stretto un patto: ci prendiamo dei cialtroni, dei voltafaccia, degli eterni indecisi, ma la nostra storia la portiamo con sulle nostre spalle con dignità, perché quanto è bello sentire “Sì, l’Università di Padova era considerata il baluardo fascista nel Nord, ma è la stessa che ha avuto la Medaglia all’Onor Militare in quanto principale centro della Resistenza” oppure “Mia madre ospitava i Nazisti in casa, ma sotto, in cantina, nascondeva degli ebrei”.

Noi lo sappiamo che la storia è fatta di infinite sfumature di grigio, se noi ci fermiamo al nero allora è la fine. Guardiamo quelle gradazioni, impariamo da loro e raccontiamole ai nostri figli, noi che sappiamo gli errori, ma anche le vittorie, del nostro passato. Invogliamo i nostri nonni e genitori a raccontare la loro, la nostra, storia, ascoltiamoli e impariamo. Giriamo per le nostre strade guardando i monumenti e raccontiamo che quelli sono uomini che hanno fatto grandi cose, ma anche terribili, che noi non possiamo giudicare ma dobbiamo capire e comprendere che erano momenti diversi. Non giustificarli, ma chiederci cosa avremmo fatto al loro posto, cosa possiamo fare ora.

Cancellare, censurare, mutilare non è mai la soluzione giusta!

Fonti:

– T. Snyder, Terre di sangue. L’Europa nella morta di Hitler e Stalin, Rizzoli, 2011https://lamenteemeravigliosa.it/trauma-transgenerazionale-cose/

– R. Avico, Gli effetti di un trauma si possono ereditare con la genetica?, https://psiche.cmsantagostino.it/2019/10/08/ereditarieta-trauma-epigenetica/

Attenzione! Contenuti espliciti

La censura è il frutto del paradosso della democrazia: in un mondo in cui esiste la libertà di parola chi decide cosa si può dire e cosa no? Chi ha il potere di giudicare o di fermare una libera espressione? E se questo atto  fosse frutto di un’interpretazione errata? Se la censura portasse alla stigmatizzazione degli artisti? Tante domande che il 1985  furono poste al Senato degli Stati Uniti d’America.

di Silvia Michelotto

Gli anni ’70 furono l’inizio della rivoluzione musicale. Il pubblico giovane, con idee rivoluzionarie rispetto a quelle dei propri padri, disilluso da un mondo che non stava cambiando, non riusciva più a trovare nella musica imbellettata in eleganti vinili e in rigide performance televisive una sua rappresentazione. Fu così che in polverosi garages cominciò a formarsi una nuova sonorità, denominata inizialmente garage rock, che prevede una struttura musicale più essenziale, brani più brevi e testi violenti e ribelli, che non temono di affrontare ogni tipo di argomento. La critica ne rimase affascinata e vide nei Ramones, nei Sex Pistols¸ nei The Who e in Iggy Pop la prima ondata di un nuovo genere che stava finalmente dando voce alle nuove generazioni. Fu così che il punk rock cominciò ad arrivare nelle case di un pubblico sempre più ampio, ma soprattutto ruppe le ultime regole della musica, permettendo ai successivi anni ’80 di essere una delle decadi più importanti della storia musicale.

Blitzkrieg Bop (1975) dei Ramones è considerato il primo brano punk rock

In meno di dieci anni si svilupparono numerosi generi di derivazione rock grazie all’emergere di gruppi come i Metallica, U2, i Guns’N’Roses e gli AC/DC, e post-punk, con nomi come David Bowie e Madonna (anche se la cantante non ha mai voluto riconoscersi all’interno di un solo genere). Il panorama artistico musicale offriva sul mercato una selezione ampissima, dai toni sempre più espliciti e irriverenti, che portò a un primo scialbo intervento da parte dei consumatori. Nel 1984, la Parent-Teachers Association cercò di convincere l’Associazione nazionale dei Discografici (R.I.A.A.) a porre delle avvertenze sul contenuto dei dischi, in modo che i genitori fossero sicuri di comprare materiale adatto ai figli.

La performance di Darling Nikki all’interno del film Purple Rain (1984)

La lettera sarebbe caduta velocemente nel dimenticatoio se, pochi mesi più tardi, non si fosse alzata una nuova ondata di protesta, la quale aveva il volto di Mary Elizabeth ‘Tipper’ Gore, moglie di Al Gore all’epoca Governatore di Washington e, successivamente, Vicepresidente degli Stati Uniti d’America. La donna aveva acquistato alla figlia di circa dieci anni il brano Darling Nikki di Prince, facente parte della colonna sonora del film Purple Rain (vietato ai minori di 14 anni) ed era rimasta sconvolta sentendo che il pezzo parlava apertamente di masturbazione e ninfomania. Lo stato di incredulità  della donna crebbe ulteriormente quando scoprì che MTV mandava in onda, senza nessun limite orario, video musicali violenti e con un’elevata carica sessuale, come Rock You Like a Hurricane degli Scorpions.

Come ogni brava donna americana creò, quindi, un comitato, il Parent Music Resource Center (P.M.R.C.) a cui aderirono Susan Baker, Sally Nevils  e Pam Hawer, rispettivamente la moglie del futuro Segretario di Stato, del sindaco di Washington  e di uno degli agenti immobiliari più influenti della capitale americana. Le quattro donne scrissero una nuova lettera indirizzata a diciannove delle più importanti case discografiche, chiedendo collaborazione per evitare che i bambini fossero esposti a tale scempio. Allegata alla missiva vi era la lista dei Filthy Fifteen (Sporchi Quindici) in cui comparivano i primi brani che, secondo la loro lettura, spacciata per verità assoluta ma, in realtà, facente parte della loro libera interpretazione, dovevano presentare la famosa avvertenza.

Prima, però, che questi sigilli fossero posti sulle copertine dei dischi ci fu un’audizione in Senato, che avvenne il 19 settembre del 1985. A controbattere al P.M.R.C. si recarono Dee Snider, frontman dei Twisted Sister, John Denver e Frank Zappa. Quest’ultimo fu il primo a parlare, presentando un discorso che andava a snocciolare ogni aspetto della questione: la musica è libera espressione dell’artista, che mette le sue parole e la sua voce a disposizione di chiunque voglia ascoltare il messaggio. Quello che il neonato comitato voleva fare era bloccare questa libertà espressiva e, anche se le donne non avevano imposto nessun tipo di censura diretta, la loro iniziativa avrebbe portato, indirettamente, alla creazione di regole per impedire che i dischi fossero in qualche modo penalizzati all’interno del mercato . La soluzione migliore: comprare album diversi alla prole, invece di impedire la creazione artistica.

John Denver portò all’attenzione del Senato il grande problema dell’interpretazione.  Come già detto le donne avevano condannato dei testi in base alla loro personale lettura e nel mirino era finita anche Rocky Mountain High, del cantante stesso appunto, in quanto pensavano  si trattasse di un brano che inneggiava l’utilizzo della droga. Stessa cosa era accaduta ai Twisted Sister, veri e propri capri espiatori del P.M.R.C., che avevano visto togliere dalle rotazioni radiofoniche Under the Blade letta da Tipper e dalle sue amiche come una canzone dedicata alla violenza, allo stupro e al sadomasochismo, quando in realtà parlava delle paure insite in ognuno di noi. La band, poi, era stata presa di mira anche per una maglietta recante il loro nome e, sotto ad esso, l’immagine di una donna ammanettata, facente parte, però, di un merchandising che non era mai stato autorizzato dal gruppo, il quale in quel momento stava cercando di bloccare la diffusione. Purtroppo, però, le voci messe in giro dal comitato sui Twisted era paragonabili a una vera e propria campagna diffamatoria, che aveva portato al crollo delle vendite dei loro album.

Live Under the Blade dei Twister Sister (1982)

Purtroppo non sappiamo come andò la delibera del Senato, perché la R.I.A.A., trovandosi con l’acqua alla gola a causa della situazione complessa in cui versava, scelse la via dell’accordo: avrebbe utilizzato il sigillo di avvertenza, ma a propria discrezione. Fu l’inizio di un vero e proprio collasso delle vendite per numerosi artisti che, dovendo per forza porre il sigillo, non erano più distribuiti all’interno di alcune grandi catene di negozi che si rivolgevano in particolare alle famiglie, se non proponendo versioni tagliate. Inoltre il P.M.R.C. segnalava in modo zelante ogni singola mancanza dei discografici, sollecitando l’utilizzo dell’avvertenza anche in casi assurdi come quello di G-Spot Tornado. Il brano, completamente strumentale, come tutto l’album (Jazz from Hell del 1986) di Zappa, fu accusato di alludere al punto G e alla vagina. Non è assolutamente illogico pensare che fosse un modo per vendicarsi contro colui che più aspramente attaccò il comitato.

G-Spot Tornado in uno degli ultimi concerti di Zappa nel 1992

Questa soluzione portò a numerose proteste, da quelle clamorose come i Rage Agaist The Machine che salirono imbavagliati e nudi sul palco, a quelle più simpatiche e irriverenti, come l’etichetta d’avvertenza utilizzata dai Metallica per Master of Puppets. Le etichette utilizzate in questo primo periodo furono molto fantasiose e piuttosto allusive, obbligando, così, la creazione del famoso rettangolino che ancora oggi vediamo su alcuni CD. Questo piccolo logo è l’unica eredità del P.M.R.C. che, sconfitto dai cantanti che non rinunciarono a testi espliciti e dai ragazzini che continuarono ad apprezzare questo nuovo genere di musica, si sciolse negli anni ‘90.

Il parental advisor dei Metallica in Master of Puppets

La musica aveva vinto e la censura…be’ perse miseramente. Ne fu la dimostrazione la campagna elettorale di Al Gore: la moglie, Tipper, la stessa fondatrice del comitato, contattò numerosi gruppi e cantanti per un concerto per raccogliere fondi. A rispondere ci furono i R.E.M. e i Grateful Dead,  gruppi che, se fossero esistiti all’alba del P.M.R.C., sarebbero stati demonizzati dalla stessa donna che, in quel momento, li stava ingaggiando.

Fonti:

-G. Galvàn, Parent Music Resource Center(PMRC), https://www.oxfordmusiconline.com/grovemusic/view/10.1093/gmo/9781561592630.001.0001/omo-9781561592630-e-1002252137

-C.Lindsay, Quando i Rage Against the Machine protestarono nudi contro la censura, https://www.vice.com/it/article/wjkdyw/rage-against-the-machine-lollapalooza-93-protesta-nudi

-N. Berardinelli, Come Frank Zappa sfidò la società americana in nome della libertà di pensiero, https://thevision.com/musica/frank-zappa/https://nonsolocultura.studenti.it/generi-musicali-degli-anni-80-175193.html#:~:text=Il%20genere%20Pop,Duran%20e%20gli%20Spandau%20Ballet.

L’oppressione che crea curiosità: il caso dell’arte degenerata

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. 

di Jessica Colaianni

Queste parole sono scritte nero su bianco nell’articolo 33 della Costituzione Italiana e rappresentano una delle tante conquiste ottenute grazie all’avvento della democrazia. Al termine della Seconda guerra mondiale e del regime fascista, l’Italia sente il bisogno di ripartire e scandisce principi, diritti e libertà attraverso la carta costituzionale, entrata in vigore il primo gennaio del 1948. Nell’articolo 33 viene riconosciuta da parte dello Stato la libertà di espressione artistica, oltre a quella della scienza e va richiamato in questo senso anche l’articolo 9, dove la Repubblica si prende carico di conservare e valorizzare la cultura. Questa è solo una delle tante libertà riconosciute per legge e non va data per scontata, poiché negli anni precedenti alla nascita della Repubblica Italiana e dell’avvento della democrazia, il nostro paese viveva sotto un regime accentrato che aveva il controllo su tutte le arti, visive, cinematografiche, musicali e teatrali. Attraverso il Ministero della cultura popolare (MinCulPop), infatti, il fascismo limitava di fatto la libertà di espressione, agevolando coloro che erano a favore di Mussolini e il Governo, censurando, se non addirittura arrestando o costringendo all’esilio chi invece si ribellava ad esso. 

gerarchi nazisti in visita prima dell’apertura
fila all’ingresso della mostra

L’idea di questo Ministero, istituito ufficialmente nel 1937 e creato ad hoc per gestire l’ampio campo della cultura, non è un’idea italiana ma proviene dai cugini tedeschi con cui Mussolini all’epoca andava tanto d’accordo. Quando Hitler sale al potere, nel 1933, istituendo il Terzo Reich, organizza il suo Governo creando il Ministero per l’istruzione pubblica e la propaganda, mettendo a capo Joseph Goebbels col compito di controllare la stampa e la cultura nazionale. Dal punto di vista artistico va ricordato che in quegli anni vi è un grandissimo fermento, siamo nel periodo delle cosiddette avanguardie storiche, dove troviamo diversi gruppi di artisti che, da inizio del Novecento, si riuniscono sotto dei movimenti, cui fa spesso riferimento un manifesto firmatario il quale indica i punti salienti che caratterizzano quel certo modo di far arte. Cubismo, Futurismo, Dadaismo, Surrealismo, sono solo alcuni dei grandi movimenti che scuotevano il mondo dell’arte di inizio secolo. Anche in Germania, nonostante la profonda crisi causata dalla pesante sconfitta della Prima guerra mondiale, vive un periodo felice dal punto di vista artistico, con diverse figure che danno vita al cosiddetto espressionismo tedesco e con la nascita della prima grande scuola di arte e design moderna, la Bauhaus, fondato nel 1919 da Walter Gropius a Weimar e punto di riferimento per gli artisti del tempo (fino alla chiusura purtroppo avvenuta nel 1933). Con la salita al potere del nazismo però, Goebbels comincia subito a mettere in moto il suo Ministero attuando una grande repressione culturale e costringendo alla fuga centinaia di artisti. L’arte doveva essere solo una e completamente assoggettata al regime che ne aveva il controllo e la usava per diffondere la morale nazista

biglietto d’ingresso
parte dedicata al movimento dadaista

Famosi sono i roghi di libri organizzati a Berlino e le continue lotte contro la cosiddetta arte degenerata, ovvero quel tipo di arte che andava contro alle concezioni naziste e i suoi valori tipici della razza ariana. A differenza dei libri bruciati, Goebbels confisca dai musei tedeschi una quantità enorme di opere considerate degrado e involuzione della società e decide di esporle in una speciale mostra itinerante dal titolo Die Ausstellung Entartete Kunst (“mostra di arte degenerata” per l’appunto). Nell’esposizione, inaugurata a Monaco di Baviera il 19 luglio 1937, la maggior parte dei lavori appartenevano all’Espressionismo, fortemente condannato, ma erano presenti opere di vari movimenti delle avanguardie. Parallelamente ad essa apre anche una mostra a favore del nazionalismo tedesco (Große Deutsche Kunstausstellung, “Grande mostra d’arte tedesca“), la quale tuttavia non ottenne lo stesso successo dell’altra. La mostra di arte degenerata, infatti, venne visitata da milioni di tedeschi, grazie anche al biglietto d’ingresso gratuito, e si spostò per 11 città della Germania e dell’Austria ed è considerata tra le esposizioni più visitate nella storia, a scapito dell’esposizione dell’arte di regime, visitata da meno della metà dei visitatori. 

Della serie si sa, ciò che è proibito attrae e piace di più, e così è stato anche per i tedeschi, i quali hanno avuto la possibilità di ammirare in un unico spazio tutta l’arte del primo Novecento, con le sue sperimentazioni, le sue innovazioni, le sue libertà che, seppur limitate temporaneamente in alcuni Paesi a causa dei regimi, sono comunque riuscite a restare nella storia e sopravvivere alle repressioni. 

Fonti: 

– H. Foster, R. Krauss, Y.A. Bois, B. Buchloh, D. Joselit, Arte dal 1900, Modernismo, Antimodernismo e Postmodernismo, Zanichelli, 2017.

– B. Altshuler, Salon to Biennial: Exhibitions That Made Art History, Vol.1 1863-1959, Phaidon, Londra-New York, 2008.

– M. Passaro, Artisti in fuga da Hitler. L’esilio americano delle avanguardie europee, Bologna, Il Mulino, 2018.

La censura come paura del vero

Ogni volta che qualcuno applica una censura verso un’opera d’arte, che sia artistica, cinematografica o letteraria, ammette di avere paura verso quella particolare cosa. Che sia il potere di un bacio o di un corpo, poco importa, deve essere celata la verità.

di Lorenzo Carapezzi

La potenza che il Cinema propone ormai è conosciuta a tutti: attraverso immagini ci viene presentato e mostrato il mondo che ci appartiene. La forma e la narrazione costruiscono una realtà verosimile e non reale, ma proprio grazie a questa differenza noi spettatori, usciti dalla sala cinematografica, iniziamo a vedere il mondo che ci circonda sotto un nuovo tipo di sguardo: più attento, più analitico. Usciti da spettatori continuiamo ad esserlo, iniziamo a formare un nuovo tipo di conoscenza, quella che Jean Epstein chiama “conoscenza d’amore”, diversificandola dalla conoscenza puramente fatta di ragione che accompagna la scienza. Si arriva a formare un pensiero estetico, sentimentale con il mondo che ci appartiene e andando verso questa strada, fatta dall’unione tra ragione e sentimento, scopriamo una nuova conoscenza di sé stessi. Epstein la chiama “lirosofia” nel suo testo La Lyrosophie, una conoscenza ben più forte di quella puramente analitica perché “conosce meglio perché conosce due volte, raddoppia la verità scientifica con una verità di sentimento”. Non a caso, il cinema, o per meglio dire la fabbrica delle immagini (incorporando quindi anche la pubblicità, la televisione e, ormai, anche l’internet) diventa il mezzo principale di quella pratica mentale chiamata propaganda. Ma come ogni cosa, anche questa trascina dietro di sé lati positivi e negativi. Una delle conseguenze negative è senza dubbio la censura, un atto tanto antidemocratico quanto delicato da trattare.
I politici conoscono bene il potere mentale del cinema e per questo molto spesso si concentrano su di essa, tentando di inserire la politica e la loro unica verità dentro l’Arte. Un esempio della storia cinematografica è il politico americano William Harrison Hays, creatore dell’omonimo codice di censura creato ed entrato in vigore dal 1934 al 1967. La nascita del Codice Hays nasce in un contesto di grave fragilità cronistica nella Hollywood degli anni Venti, tra omicidi e morti causate dalla droga, tanto da donare alla città del cinema americano l’epiteto di “città del peccato”. Fu così che Hays, attraverso l’Associazione dei produttori e distributori di pellicole cinematografiche (Motion Pictures Producers and Distributors Association, che divenne la Motion Picture Association of America nel 1945) iniziò a pensare ad una serie di regole propense a presentare un’immagine positiva dell’industria cinematografica. Migliorare l’immagine in movimento significava migliorare l’aspetto estetico dell’intero paese, fatto di un cinema espanso in tutto il mondo, persino nella Russia rivoluzionaria. Attraverso tre principi generali, che tendevano a mostrare solo lo standard di vita corretto, eliminando tutte quelle caratteristiche fastidiose da dover gestire, Hays e Hollywood (come la chiamo io la “Tripla H” inserendo anche la parola Hell) iniziano a scrivere ed applicare censura di vario tipo, eliminando per esempio qualsiasi riferimento a rapporti sessuali, sia fisici che amorosi, al nudo, allo sbeffeggiamento della religione, addirittura arrivando a vietare la rappresentazione di baci abbastanza lunghi da diventare scene passionali, le principali cause di “stimolazione degli elementi più bassi e grossolani” della nostra anima. Gli esempi diventano molteplici.
La seducente Betty Boop si copre dai suoi peccati di donna desiderosadi libertà espressiva e corporale per divenire l’ennesima cenerentola intenta a lavare e a coprire il suo corpo spettacolare quanto provocante. Gli abiti più castigati e meno succinti diventano simbolo di un’America fiera della propria castità religiosa. Betty Boop diventa così Betty Purity (per non usare un altro termine sempre con la P).

Betty Boop prima e dopo l’introduzione del codice Hays

Ma al di là delle figure iconiche americane anche il cinema arriva a diventare vittima. Un primo esempio di battuta d’arresto lo troviamo nel film cecoslovacco Estasi (Ekstase, 1933) di Gustav Machaty, fermato alla dogana per aver mostrato il corpo scoperto di Hedy Lamarr, il primo nudo mostrato sul grande schermo. Questo ancora prima che il codice Hays divenisse atto puro e legale, passando dalla fase pre-Hays (1930-1933) a quella matura e più catastrofica. Le prime cesoie le ritroviamo in una delle prime, forse possiamo dire addirittura la prima coppia della storia del cinema, Johnny Weissmuller e Maureen O’Sullivan, rispettivamente Tarzan e Jane nel film “Tarzan e la compagna” di Cedric Gibbons. L’occhio conservatore scandalizzato non poteva sopportare di vedere il corpo statuario coperto di una sola pezza di stoffa da una parte, mentre dall’altra, ancora più scandaloso, fu il corpo nudo dell’amata Jane a subire una vera e propria rimozione, cancellando così un pezzo di esistenza, un pezzo di presente fissato nell’infinito temporale. Non da meno vennero criticate persino le locandine, i biglietti da visita del cinema. Primo fra tutti fu la locandina del film “Il mio corpo ti scalderà” (The Outlaw, 1943) di Howard Huges. La stessa promozione del film fu criticata poiché troppo concentrata sull’esposizione e valorizzazione del seno prosperoso dell’attrice Jane Russell, ancora alla sua prima apparizione da protagonista sul grande schermo.

Hedy Lamarr è la prima persona ad apparire nuda sul grande
schermo (tratto dal film Ecstasy,  Gustav Machatý, 1933)
locandina del film Il mio corpo di scalderà criticato per
focalizzato l’attenzione sul prosperoso seno dell’attrice Jane Russell

Fortunatamente, alcuni film si salvarono da questo terribile massacro anti-espressivo, fortunati ad essere usciti nelle sale qualche mese prima dell’ideazione del codice. Possiamo ammirare tutta la spettacolarità di “Marocco” (Morocco, 1930) di Josef Von Sternberg, film importante tanto a livello qualitativo quanto a livello storico-sociale, mostrando il primo bacio omosessuale, un bacio fortuito di Marlene Dietrich, forse la madre della femme fatale come archetipo femminile per antonomasia della narrazione filmica e pittorica.

Marlene Dietrich rappresenta il primo bacio omosessuale del
grande schermo

Questo articolo, più lungo dei soliti scritti in precedenza da me, non ha tanto il compito di spiegare cosa LGBTQ+ sia, non ne sarei capace in quanto non facente parte di quel gruppo, tanto meno spiegare perché sia importante la libertà sessuale, quanto per spiegare come l’assurdità della censura porti, alla morte di quest’ultima, a dare ancora più importanza a quelle caratteristiche che tanto si tentava di nascondere. La censura vera e propria troverà una prima battuta d’arresto negli anni ’60 con “Psycho”, dove il signor Alfred Hitchcock ci mostrerà dentro l’inquadratura un bagno, ancor più preciso sarebbe dire il dettaglio di un water, per poi morire definitivamente alla fine degli anni ’60. In quella semplice inquadratura mi viene solo da ridere. Capisco quanto la censura sia un pensiero che continua a ridicolizzarsi attraverso le sue regole illogiche. In un’epoca dove la persona media iniziava a stufarsi della cinematografia spostandosi verso la televisione, le Major per attrarre gente aveva bisogno di accattivare il cinema cercando così di ri-attrarre quel pubblico che piano piano iniziava a scomparire. La censura è un’arma tanto immorale quanto stupida, incapace di capire che vincere una battaglia non significhi vincere la guerra. La gente non ama le regole, soprattutto quelle più ferree e più restrittive. La storia recente ce lo ha confermato: il proibizionismo. Viva il cinema e la libertà d’espressione, anche quella stupida, basta che non diventi solamente stupida, allora lì sarò io a censurarmi dal mondo iniziando a dovermi chiedere quale sia il suicidio meno doloroso.

La censura verso il ridicolo (Psycho, Alfred Hitchcock, 1960)

Fonti:

-J. Epstein, La lyrosophie, De L Oeil, 1923

– https://tvtropes.org/pmwiki/pmwiki.php/UsefulNotes/TheHaysCode

https://it.wikipedia.org/wiki/Codice_Hays