Giorgione e la magnificenza della Luce

Giorgio Zorzi per tutti Giorgione da Castelfranco o per meglio dire solo Giorgione è uno  di quegli artisti che ha dato tanto e tanto poteva ancora dare, se non fosse stato il primo della lista dei “belli e dannati”, condannati ad una vita intensa e fuori dalle regole, ma che per sua natura finisce presto. James Dean, Amy Winehouse, River Phoenix e chi più ne ha più ne metta, e Giorgio, il grande Giorgio deve essere inserito nella lista.

di Jessica Caminiti

Autoritratto di Giorgione

Morto troppo giovane, si presume all’età di soli 32 anni, fu uno dei grandi pittori, che ammodernò e rese grande la pittura veneta insieme a Tiziano e Tintoretto, ma la sua innovazione fu come un fulmine a ciel sereno, uno  squarcio della linea temporale, un rimbalzo storto della palla… Insomma, stupì tutti e ancora oggi il mistero e la misticità che avvolgono le sue opere sono innegabile.

Quindi, breve ricapitolo: artista giovane e innovativo veneto e a quanto ne sappiamo molto bravo, ma… Perchè non ci ricordiamo di lui? La sfida per il primo posto per la regione migliore  la vince la Toscana, grazie a Vasari, che la descrive per filo e per segno. Così gli artisti veneti rimangono un po’ ai margini: gli eterni secondi, che la giuria guarda affranta e dice “bravi, ma…”, mentre, nel frattempo, si lancia sguardi  infuocati con il primo premio.

I tre filosofi
La vecchia

Bando alle ciance e ciancio alle bande, questa settimana dedicata alla Luce e alla sua potenza non può, che essere declinata attraverso questo grande pittore. Dovete sapere, che la caratteristica principale di tutti gli artisti veneti del Cinquecento è disegnare la luce e grazie alla luce: la potenza del chiaroscuro, il filtrare di quei raggi di sole, che segna e contrassegna ciò che possiamo vedere, è invenzione loro, in particolare la luce simbolica e potente, che lascia attonito e incredulo lo spettatore. In poche parole mentre i fiorentini usavano il disegno, quindi contornare le figure con precise linee di demarcazione, i veneti dal canto loro fecero sì che fosse solo il colore a descrivere margini e interconnessioni rendendo il tutto più fluido e compenetrativo.

L’amato Cerchiari e de Vecchi (compagno fedele di ogni storico dell’arte) recita, che la meditazione sui modelli di Leonardo porta Giorgione a riproporli, MA solo attraverso variazioni cromatiche, riportando “macchie” che con il magico tocco diventano persone, cose, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale…(sappiamo che l’avete canticchiata!)

Ora che vi abbiamo introdotti al santo Graal della storia dell’arte, cercheremo di raccontarvi attraverso due opere, quello che abbiamo cercato di dire a parole del grande Giorgio e useremo due quadri da cui un modernista non può prescindere per dirsi realmente tale: La pala di Castelfranco e La tempesta. Forse del secondo ne avete già sentito parlare e qualche reminiscenza liceale affiora tra simboli, domande, nonché risposte e, come aperto il vaso di Pandora, iniziano a riaffiorare quadri e immagini sfuggenti; I tre filosofi, La Venere, tutte affascinanti ed estremamente enigmatiche, ma focus: la Luce (anche per me è difficilissimo non divagare!)… Come dicevo: la luce nei due quadri si presenta come caratterizzante, nonostante il tema sia apparentemente opposto: religione vs profano, nudità vs castità, ma vediamoli da vicino!

Pala di Castelfranco

Nella pala (e voi mi direte: come in tutte le pale) troviamo la madonna con il bambino nella parte superiore con dei santi  sottostanti San Liberale e Francesco. La cosa, che stupisce (oltre la scelta di San Liberale) è proprio questa cadenza prospettica e di colore disegnata come fosse un’immensa danza a cui siamo ammessi grazie al nostro sguardo. La morbidezza dei panneggi delle figure e dei drappi, che troviamo in primo piano, viene ricreata dal gioco di luci e ombre, interrotto bruscamente dal podio che sorregge la Vergine e il Bambino e dal parapetto dietro il quale si apre una natura tipicamente padana. Questo immenso paesaggio, che troviamo alle spalle dei protagonisti, ricorda lo sfumato leonardesco (tecnica usata dall’artista fiorentino per richiamare il pulviscolo dell’aria, che sfuoca tutto ciò che si trova nei piani prospettici successivi…alias tutto ciò che è distante) e Maria e il bambino per la loro posizione rialzata sembrano immensi in questo locus amenus, che digrada il colore mano a mano, che ci allontaniamo dalla scena principe. Ci sembra di vedere due scene diverse: il chiaro e luminoso paesaggio si scontra con il  regalo siparietto sacro, eppure grande gioco di proporzioni e di prospettive differenti, fanno percepire la scena come unitaria e il boschetto, che si apre alle spalle di Maria, come sicura continuazione del primo piano.

La tempesta

La scena appena analizzata non ha niente di così strano e simbolico a livello iconografico per quel che riguarda il piano luce: essa è solo un riferimento atmosferico, ma le cose si fanno più complicate quando si parla de La tempesta (qui gli storici dell’arte fanno  un sorrisetto beffardo, si tirano su le maniche e iniziano a sbavare quasi dall’emozione!). Questo quadro datato tra il 1506 e il 1508 è un mistero, ma di quelli enormi! Commissionato dal veneziano Marcantonio Michiel vi descrivo la scena così giusto per intenderci: in primo piano a destra c’è una donna nuda, mentre sul lato opposto  un uomo vestito la osserva appoggiato ad un bastone; oltre possiamo vedere tanta, tanta natura, una città un fiume e un fulmine… ora… parliamoci chiaro… COSA??? Questa è la scena da cui nessuno riesce a staccare lo sguardo, perché assurda e si percepisce qualcosa di altamente contrastante, ma cos’è, perché tutti questi elementi sembrano così lontani eppure così possibili? Settis, importante storico dell’arte, descrive la scena come la cacciata del paradiso, ovvero Adamo ed Eva arrivati sulla Terra si ritrovano a rincorrere delle nuove esistenze umane dove il tempo scandisce secondi e minuti (il fiume e la decana rappresentazione del panta rei) e loro saranno i primi a provare le fatiche del lavoro e del parto e ricostruire la civiltà. Questa però è solo una delle molti chiavi di lettura, che si possono trovare sparse tra i manuali: chiavi mitologiche, chiavi alchemico-magiche tutte affascinanti e piene di punti a favore, tanto da non saper scegliere. Quello che poi complica la vita sono le radiografie (che sì, si fanno anche ai quadri) con le quali  si scoprono nuove posizioni, nuovi personaggi, diverse impostazioni, come ad esempio la donna, che doveva essere in un primo momento vestita intenta ad abbeverarsi al fiume proprio dove si trova l’uomo! Un super Ambaradan insomma!! 

Particolare de La tempesta

Quello, che però è certo è la luce grave, la quale rende a livello emozionale il pathos del momento, ma dobbiamo concentrarci su un’altra luce simbolica e prepotente nel quadro: il fulmine. Questa entità naturale e sovrannaturale allo stesso tempo indica uno strappo, un cambiamento repentino. Nella natura indica il lento avvicinarsi di una tempesta, qualcosa che l’uomo non può comandare e che teme, ma essa è molto di più, è la manifestazione del Divino in persona. Proprio Lui, che molte volte viene simboleggiato dalla Luce, questa volta si manifesta nell’ira e nel furore della tempesta, ma d’altronde come si può biasimare: una cosa aveva chiesto, solo una, ma si sa la curiosità umana è innata e grazie Eva!

Luce reale e luce simbolica, in questo breve percorso vi abbiamo descritto due quadri cardine del movimento veneto di cui non ci si può che innamorare e che dire di più? non si può sfuggire dalle emozioni e dalla sete di conoscenza, che porta a risfogliare ogni libro di storia dell’arte, che abbiamo in casa per cercare risposte a quel fulmine o a mille altri quesiti… Che questo Giorgione non sia la nostra mela maledetta?

I rebus di Lotto

Una bocca piccola, dalle labbra sottili, si schiude su un mento un po’ troppo avanzato, a formare quella che volgarmente si chiamerebbe “scucchia”. Le sopracciglia sfuggenti si inarcano sulle palpebre pesanti, un foruncolo fa capolino sulla fronte ampia incorniciata da un berretto nero da cui sfuggono ampie ciocche di capelli di un color biondo sporco. Bello quest’uomo non può dirsi, eppure è difficile smettere di fissarlo: c’è qualcosa nel suo sguardo che magnetizza l’attenzione, come se nonostante la giovane età potesse raccontarci molte cose sugli abissi dell’animo umano. E non c’è da stupirsi.

di Ludovica Fasciani

Stiamo guardando negli occhi un uomo scampato ad un assassinio.

Quando ci immaginiamo il nostro Rinascimento è facile fantasticare sulle congiure che animavano le lussuose stanze dei Signori italiani; anni di romanzi, film e racconti ci hanno abituati a tremare di fronte al nome dei Borgia, ad aspettarci le più succulente nefandezze dai cardinali romani, a sorridere di fronte ai racconti delle scorribande degli artisti, durante le quali più di una volta ci è scappato il morto. Ma forse proprio per questo è curioso immaginare una congiura mortale ai danni di un ecclesiastico di un centro secondario come Treviso, lontano dai vizi di Roma e dagli sfarzi delle altre grandi città italiane.

Certo, non che Treviso fosse un paesino dimenticato da Dio e dagli uomini: la città faceva in quegli anni il suo compiaciuto ingresso nel Cinquecento e nella pax veneta, dopo essere stata percorsa per decenni da eserciti stranieri e reclamata da questo o quel signorotto di passaggio. Sotto il dominio veneziano, la città conosce anni di quiete e stabilità: ma quiete relativa, se il suo vescovo, Bernardo de’ Rossi, poteva essere la vittima designata di un agguato letale che coinvolgeva anche tutto il suo entourage. Ad ordire la congiura furono i componenti della famiglia Onigo, con la silente approvazione del podestà di Treviso, Girolamo Contarini: il delitto di cui Bernardo si era macchiato ai loro occhi consisteva nell’aver reclamato il controllo dei beni ecclesiastici, indebolendo il potere dei notabili cittadini.

Ritratto di Bernando de’ Rossi – L. Lotto

Il vescovo reagì alla scoperta della congiura sfoggiando una signorilità da manuale, spedendo a processo i suoi avversari (assolti poi, prevedibilmente, dal tribunale veneziano) e commissionando una serie di ritratti, pale d’altare e coperti ad un giovane artista di passaggio, il cui stile si era da subito rivelato di suo gusto: Lorenzo Lotto.

Ma torniamo al giovane dagli occhi penetranti con cui abbiamo aperto il nostro racconto: il suo ritratto, conservato al Kunsthistorisches di Vienna, è incorniciato da una tenda dai riflessi chiari e mostra una lucerna nell’angolo superiore destro. E’ proprio questo dettaglio a fornire la chiave di lettura simbolica del dipinto: la fiamma è tipicamente simbolo di passione o di conoscenza. Ma se lasciamo scivolare lo sguardo dal viso del giovane fino al suo abito ci accorgiamo che si tratta di un ecclesiastico, per cui la passione non sarebbe forse indicata – a parte forse quella di stampo religioso, che però solitamente viene rappresentata in altri modi. Quanto al secondo significato, bè, una fiammella così misera potrebbe al massimo sbandierare l’ignoranza del ragazzo, non certo la sua cultura!

Dobbiamo allora cercare un’altra interpretazione. Stabilendo, per ragioni stilistiche, una stretta affinità con il ritratto di Bernardo de Rossi, Augusto Gentili ipotizza che anche questa tela sia stata dipinta a Treviso all’inizio del Cinquecento, per qualcuno in stretti rapporti con il vescovo, magari talmente vicino a lui da essere scampato per un soffio alla congiura che quasi costò la vita a Bernardo. Per un soffio, appunto, come quello che potrebbe spegnere l’esile fuoco di una fiammella o di una vita umana.

Ritratto di Broccardo Malchiostro – L. Lotto

Chi è infine costui? La passione per l’enigma di Lotto ce lo rivela, mettendoci sotto gli occhi tutti gli indizi che ci servono, dipinti sulla tenda che fa da sfondo: una tenda di broccato, decorata con un motivo di cardi. Il giovane dagli occhi tristi è Broccardo (BROC-CARDO) Malchiostro, fedelissimo vicario del vescovo, che condivise con Bernardo de’ Rossi i giorni bui della congiura e con Lorenzo Lotto la passione per i rebus: sul suo stemma, dipinto in una delle cappelle absidali del duomo, troneggia una mano stretta a pugno che regge un mazzo di cardi.

In quella stessa cappella, pochi anni dopo, un altro suo ritratto verrà sfregiato irreparabilmente: questa volta era inserito in un’Annunciazione di Tiziano, ancora conservata nel luogo per cui era stata pensata. Il giovane dagli occhi tristi invecchierà in una Treviso che continuerà ad odiarlo per il resto dei suoi giorni.

Lorenzo Lotto: pittore di Rebus

Ancona, anno santo millecinquecentocinquanta, una dolce mattina di mezza estate. Dal mare si leva un venticello fresco che si insinua tra le travi delle bettole e delle taverne del porto per poi incanalarsi tra i vicoli che salgono verso il duomo, carico di nuovi odori.

di Ludovica Fasciani

È la fine di luglio e la città è in fermento: il suo porto è uno dei principali approdi dei pellegrini diretti a Roma per l’anno santo; marinai sboccati, commercianti zelanti e nobili più o meno eleganti sono investiti da un’ondata di vitalità e di movimento. Tra il caos del mercato, qualcuno si degna di prestare orecchio al banditore che va su e giù per le vie del centro, raccomandando a piena voce a tutti i cittadini di correre al più presto verso la Loggia dei Mercanti, dove il noto pittore Lorenzo Lotto ha radunato tutti i suoi invenduti per organizzare…una lotteria!

Non che Lotto fosse nuovo ai giochi di parole, o ai giochi in generale, anzi! Come molti dei suoi contemporanei, si ingegnava ad infilare nelle sue opere qualcosa che tenesse impegnata la mente, oltre che l’occhio, di chi le ammirava. Il che, visto il tempo che gli uomini dell’epoca passavano davanti alle opere d’arte – le quali non erano solo oggetti decorativi, ma supporti per la meditazione, veri perni del pensiero – sembra più che naturale. Nel caso di questo pittore veneziano, in particolare, queste scintille d’arguzia riguardano una serie di rebus che Lorenzo si divertiva a mascherare nei suoi dipinti; proprio così, rebus, giusto come quelli della Settimana Enigmistica, qualcosa che noi contemporanei non ci aspettiamo di trovare nei quadri del Rinascimento. E siamo così poco abituati a cercarli che il più famoso di essi è rimasto sotto gli occhi di accademici, umanisti e appassionati per vari decenni, tra le luci dei corridoi dell’Accademia Carrara di Bergamo, prima di essere individuato: si nascondeva in un ritratto di gentildonna, al tempo ancora ignota. È stata appunto la scoperta del rebus a rivelare il nome della prominente signora bergamasca: nella falce di luna in alto a sinistra si legge infatti la sillaba “CI”. Questo dettaglio, una volta risolto il gioco enigmistico, ci rivela che la donna si chiama LU “CI” NA. Il suo cognome sarà poi svelato da un altro particolare nascosto nel quadro, lo stemma di famiglia inciso sull’anello: così Lotto ci presenta Lucina Brembati, dipingendola con un’accuratezza, che la dice lunga sia sull’interesse dell’artista per la pittura del Nord, sia sull’avvenenza della matrona.

Ritratto di Lucina Brembati – L. Lotto

Lorenzo sembra invece essere stato leggermente più caritatevole con un altro soggetto, quello del Ritratto di gentiluomo con zampino di leone (o forse il signore aveva già in partenza un aspetto più dignitoso di quello di Lucina?), che nasconde un altro dei supposti rompicapi di Lotto. Secondo un’ipotesi ampiamente accreditata, infatti, il nostro gentiluomo altri non è che il fortunato consorte di Lucina: a giungere a questa conclusione per primo è stato Augusto Gentili, che negli anni ’80 si premurò di correggere l’errore di concetto insito nel titolo del quadro. Quello rappresentato non sarebbe così un gentiluomo con zampino di leone,  piuttosto un gentiluomo con zampa di leoncino!Poca differenza, direte voi. Ma nel caso di un pittore che si dilettava con i giochi di parole, le parole sono niente meno che essenziali: se accettiamo che quella sia una zampa di leoncino, infatti, ecco qui che l’ignoto gentiluomo ci si presenta all’improvviso come Leonino Brembate!

Ritratto di Leonino Brembate – L. Lotto

Questi due coniugi sono stati alcuni tra i committenti più noti di Lorenzo, che a onor del vero non riscuoteva molto successo tra gli uomini del suo tempo: costretto ad una vita nomade, cominciò il suo vagabondare abbandonando, ancora giovane, Venezia, educata al gusto artistico da Tiziano. Per un breve periodo fu anche a Roma, lasciando un’impronta del suo passaggio in una delle famigerate Stanze di Raffaello: poi però ripartì, ricominciò a viaggiare, visse a Treviso, a Bergamo, a Jesi, e chissà in quanti altri posti. E in tutti lasciò qualcosa, tutti gli lasciarono qualcosa.

Se volete scoprire qualcosa di più su questo pittore inquieto de la mente e sul suo gusto per il gioco e lo scherzo, l’appuntamento è al prossimo articolo: scopriremo insieme una storia di un intrigo sventato e di un rompicapo nascosto dietro un velo.