Se pensiamo alle Crociate ci immaginiamo truppe di cavalieri in lucenti armature che si appropinquano a riconquistare in modo eroico Gerusalemme, guidati da valorosi condottieri, sotto il vessillo di una croce rossa. E se vi dicessi che una non vi arrivò mai, preferendo fermarsi, e a depredare, Costantinpoli?
Si tratta delle IV crociata, che durò a malapena 2 anni (dal 1202 fino al 1204), e che permise ai veneziani di rifare, praticamente per intero, l’arredamento della loro amata basilica di San Marco; basti pensare che fu proprio in questa occasione che arrivarono i famosi cavalli di bronzo che dominano la piazza con vista sulla laguna (attualmente quelli all’esterno sono delle copie, gli originali li potete vedere all’interno del Museo Marciano). Ovviamente molti criticarono la Serenissima in quanto, secondo molti dei comandanti che parteciparono alla conquista della città imperiale, si accaparrò gli oggetti di maggior valore grazie alla conoscenza del greco dei suoi generali, perciò mediando a favore della loro Repubblica Marinara. La risposta di quest’ultima fu molto lacunosa: in qualche modo bisognava pagare la flotta che aveva permesso i crociati di raggiungere il loro obiettivo e fortunatamente avevano trovato oggetti di grande interesse artistico, religioso e con un bel po’ di gemme sopra. Insomma Dio aveva preferito loro agli altri!
Ma questo gruzzolo fu solo il nucleo iniziale dell’enorme Tesoro di San Marco, che crebbe a vista d’occhio, raggiungendo un valore inimmaginabile, grazie a donazione di patrizi veneziani, sovrani e altre razzie. Purtroppo, le informazioni relative agli elementi devoluti alla Serenissima e alla loro provenienza sono ben poche: gli stessi che crearono un sistema enormemente complesso per eleggere il doge non pensarono fino al 1231, quando l’ala della basilica dedicata alla custodia di tali beni non andò a fuoco, di creare una semplice e innocua lista! Per la prima enumerazioni ci misero ben cinquant’anni, per poi perderla e ritrovarla a metà del Seicento, ma la cosa spassosa è che mancavano dati fondamentali quali la provenienza delle opere, una descrizione dettagliata di queste, eventuali restauri e tutti quegli elementi che avevano trovato spazio nella basilica o in sacrestia perché utilizzati quotidianamente per le liturgie. Insomma, un odierno catalogatore avrebbe avuto una crisi di nervi di fronte a un lavoro del genere!
Per non metterci altri cinquant’anni nel fare un nuovo catalogo fu istituita una commissione che doveva redigerne con una precisa cadenza, ma furono sempre realizzati in modo abbastanza grossolano.

Incendi a parte, il Tesoro di San Marco si vide dimezzare i suoi beni a causa di quell’adorabile momento storico in cui Venezia andò sotto il dominio napoleonico. Quei furbastri dei veneziani riuscirono a salvare molte opere (tra cui la Pala d’oro rimasta al suo posto grazie a quel gioco di parole legato alla parola dialettale vero: si narra, infatti, che uno degli agenti napoleonici chiese a un prete se le gemme della Pala fossero vere e l’uomo rispose Xe tuto vero, che può essere tradotto sia come è tutto vero ma anche è tutto vetro) ma, purtroppo, ne dovettero sacrificare molte altre per pagare le tasse imposte dal caro e buon vecchio Napoleone: fusero oro e gioielli, staccarono gemme e vendettero oggetti ai conquistatori. Quello che è conservato odiernamente nel Museo Marciano e nella basilica è ciò che è sopravvissuto, ed è una minima parte.
Gli storici si sono cimentanti nell’ardua impresa di ricostruire l’immensità storico-artistica di queste opere, creando una bibliografia di tutto rispetto sugli smalti, i gioielli e sulle icone, ma trovando non poche difficoltà su una determinata tipologia di opere: i vetri!
Gli oggetti in questo materiale sono veramente complessi da studiare perché, nonostante ogni zona del Mediterraneo avesse una propria ricetta compositiva, non è possibile ricostruire un quadro chimico preciso del materiale usato in quanto i nostri antenati erano già ambientalisti e, invece di gettare i frammenti, li rivendevano alle fornaci dell’intera area mediterranea per ricavare nuovo materiale grezzo. Quindi il vetro arabo poteva benissimo finire in una bottega bizantina, romana, greca…
Cosa rimane da studiare quindi? Le decorazioni, ovviamente. Anche in questo caso però sorgono dei problemi: come abbiamo già visto i nostri amici veneziani si sono dimenticati di riportare le decorazioni e i restauri che i vari elementi del tesoro hanno subito, quindi risulta difficile trovare qualche elemento realmente risolutivo, portando alla nascita di non pochi dibattiti, e alcune volte anche ridicoli.
Il più famoso riguarda la provenienza della Lampada dell’arcivescovo Zaccaria (detta anche Tesoro n.67) a opera di Axel Von Saldern e Andre Grabar. Il primo sosterebbe che la parte in vetro sia di origine persiana, o di una zona dell’Impero bizantino vicina, e mentre la montatura risulterebbe essere opera di orafi veneziani dell’Ottocento addirittura, in quanto questa viene nominata solo nell’inventario del 1880. Una prova ben misera!
Grabar, infatti, pensa bene di non concentrarsi solo sulla nostra lampada, ma analizzare altri elementi all’interno del Tesoro stesso e il quadro storico in cui si collocherebbe l’opera. Innanzitutto dimostra come questa tipologia di lampada fosse ampiamente utilizzata nel mondo bizantino e come questo popolo non fosse assolutamente digiuno, nemmeno nella capitale, di cultura persiana e araba grazie ai commerci, quindi potrebbe essere stata realizzata tranquillamente nella zona più centrale dell’Impero. Inoltre, la semplicità decorativa toglierebbe valore all’ipotesi di un acquisto all’interno del mercato internazionale, molto esigente e ricco, prediligendo, in conclusione, l’ipotesi di prodotto legato a un mercato più autoctono.
E poi perché andare a ‘disturbare’ un arcivescovo bizantino, realmente esistito, ma così lontano nella storia, quando poteva essere tranquillamente riportata una frase biblica, come si vede in altre opere del Tesoro, per creare un’iscrizione su una montatura ottocentesca? È più probabile che sia stata commissionata dallo stesso arcivescovo, come dimostra Katharine Brown, nel 1984, portando ad esempio altre decorazioni bizantine del medesimo tipo.
Purtroppo rimangono studi non conclusivi, perché non esistono testimonianze certe al riguardo. Quelli appena analizzare partono dal presupposto che la lampada sia del nucleo iniziale, ma non bisogna dimenticare che i veneziani occuparono la zona bizantina fino al 1261 e i commerci intensi con quella parte del mar Adriatico continuarono per quasi altri tre secoli, senza ignorare il grande numero di donazioni da parte di imperatori e re stranieri. L’unica cosa che ci rimane è aspettare che la scienza riesca ad evolversi abbastanza da poterci dare una risposta a questo piccolo mistero veneziano.