L’architettura di Gaudì

Tra le strade di Barcellona si possono trovare edifici dalle forme particolari, che ci portano all’interno di mondi magici, dove la gravità e la materia possono essere manipolate liberamente.

di Jessica Colaianni

Alla fine dell’Ottocento assistiamo a una fase di grande fermento sotto ogni punto di vista. L’epoca colonialista ha raggiunto il suo massimo apice, gli sviluppi tecnologici diventano sempre più rapidi e si è pronti ad accogliere il nuovo secolo caratterizzato da una grandissima innovazione dal punto di vista artistico, con le cosiddette avanguardie storiche che rivoluzionarono il mondo dell’arte ma allo stesso tempo ci si avvia verso gli anni drammatici delle due grandi guerre, che segnarono definitivamente il passaggio di un’era. In questi anni l’arte, ormai superata nei suoi canoni prettamente accademici, inizia ad aprirsi verso nuovi mondi, ad essa collegati, tra cui quelli del design e della moda. Sono gli anni dell’Art Nouveau, o del Liberty, chiamatelo come volete, ogni paese ha assunto il proprio nome ma si tratta di un movimento artistico e filosofico che si diffonde in tutta Europa e che coinvolge le arti figurative, l’architettura e le arti applicate. Si tratta di uno stile che spinge verso un rinnovato dialogo con la natura e i suoi elementi e che si contrappone quindi all’industrializzazione feroce che ha caratterizzato la fine del XIX secolo e la sua conseguente urbanizzazione delle città.

Fermata della metropolitana a Parigi
La scala interno di Tassel House

Questo approccio legato a una rappresentazione della natura è espresso attraverso l’uso di figure e forme che richiamano principalmente motivi floreali e zoomorfi i quali iniziano a diventare elementi decorativi di mobili, manufatti in metallo, vetri e ceramiche. In Spagna il movimento prende il nome di Modernismo e massimo esponente di tale corrente è l’architetto Antoni Gaudì, nato a Reus nel 1852. Sin dalla gioventù si avvicina al mondo dell’architettura, svolgendo i suoi studi a Barcellona, dove rimarrà per il resto della sua vita e dove lascerà traccia del suo operato con i lavori considerati tra i più significativi della città. Nonostante egli non si sia mai ufficialmente associato al Modernismo, con cui comunque condivideva a grandi linee lo stile, l’architetto elaborò un linguaggio del tutto unico e personale che lo contraddistinse da tutti i suoi colleghi.

Casa Batllò di A.Gaudì
Park Güell di Gaudì

Tra le commissioni private principali abbiamo le costruzioni di due case. La prima è la Casa Batllò, dal nome del suo committente, un altolocato industriale che affida all’architetto il rinnovamento della sua dimora nel quartiere borghese dell’Eixample. Al gusto estetico, caratterizzato da linee sinuose e ondulate ed elementi che richiamano il mondo marino e quello fantastico (gli elementi del tetto, ad esempio, ricordano delle scaglie di drago), Gaudì associa una grande attenzione alla funzionalità dell’edificio, avendo cura di provvedere a una buona aerazione e ventilazione, grazie alla distribuzione dei corpi di fabbrica disposti intorno a uno spazio aperto centrale, il patio, decorato da vibranti maioliche azzurre. Quasi in contemporanea si dedica alla Casa Milà, o Pedrera, anch’essa nello stesso quartiere, la quale si differenzia dalla prima per essere meno esuberante e decorativa ma che resta comunque unica nello stile. La facciata si presenta come una grande pietra grezza ondulata (da qui il nome), come se essa fosse stata battuta e plasmata dagli agenti atmosferici mentre più decorativo è il tetto, dove si assiste a un percorso di trenta camini che valgono ognuno come opera d’arte singola. Un’altro importante lavoro di Gaudì è la realizzazione di Park Güell, commissionato dall’impresario Eusebi e reso parco pubblico nel 1926 e tuttora luogo di ritrovo per i cittadini e per i turisti. Qui gli elementi architettonici si fondono completamente con il paesaggio naturale che circonda il parco, creando un’armonia unica tra le due parti. Fulcro centrale è la Plaza de la Naturaleza, dove si trova una lunga panchina ondulata rivestita da mosaici colorati che cambiano i riflessi a seconda della condizione atmosferica.

Casa Milà detta La Pedrera di Gaudì
Il tetto di Casa Milà detta La Pedrera

Ma conosciamo tutti qual è il grande lavoro di Gaudì, quello che non l’ha fatto dormire la notte, che lo ha ossessionato tutta una vita e che è purtroppo rimasto incompiuto ai suoi occhi e, ancora oggi, ai nostri. I lavori per la Sagrada Familia cominciano nel 1883, quando gli viene assegnato l’incarico di costruire una chiesa affidata inizialmente all’architetto Francisco de Paula del Villar y Lozano, il quale abbandona il progetto a causa di discordanze con un collega. Gaudì mantiene l’idea di Villar di concepire la struttura in uno stile neogotico ma ridefinisce comunque l’intero progetto inserendo vari elementi a lui cari. Oltre alla caratteristica facciata realizzata in pietra, una volta entrati all’interno si assiste a una visione quasi fatata, le colonne sembrano alberi e i vari elementi decorativi rendono il tutto come un bosco incantato, un luogo magico e sacro, dove restare in silenzio e ritrovare ognuno la propria spiritualità. Nonostante la morte di Gaudì, i lavori hanno continuato, sebbene a rilento, grazie all’aiuto di donazioni e ai progetti lasciati dall’architetto, si spera possa essere conclusa nel 2026, anno in cui finalmente potremo apprezzare a pieno questo capolavoro.

La Sagrada Familia di A.Gaudì

Fonti:

-R. Schmutzler, Art Nouveau, New York & Londra, 1962 trad. it. Art Nouveau, Milano, 1966.

-M. A.  Crippa, Gaudì, Taschen, Colonia, 2007.

Anarchitecture: l’arte della distruzione

Anarchia e architettura: questo è quello che Matta-Clack cerca nelle sue opere. Qualcosa che vada oltre il banale accademismo che gli è stato insegnato.

di Silvia Michelotto

Progettare, dare forma e vita a un edificio è qualcosa di estremamente idilliaco, oserei dire quasi divino. A differenza delle altre arti, o almeno delle altre due che compongono la santa e antica trinità artistica, ovvero Pittura e Scultura, l’Architettura, per esistere come tale, ha bisogno che il pubblico la viva e la modifichi in base ai suoi bisogni.

Un progetto rimane un’opera grafica, un modellino rimane una scultura, ma l’Architettura è composta da gente che si affolla sotto soffitti dai pattern sofisticati, di uomini e donne che vivono la loro vita, privata o lavorativa, tra le stanze sapientemente pensate per i più svariati usi. Architettura vuol dire pensare e immaginare la vita che deve scorrere tra quelle mura e aiutarla a trovare un habitat confortevole per potersi insediare e prosperare. 

La costruzione, quindi, di un edificio diviene la sublime arte della vita, l’architetto, come un demiurgo generoso, dona all’infertile pietra una nuova forma che ben presto inizierà a invecchiare e ad evolversi al passo con i tempi; i geometri, i muratori, gli impiantisti e quel complesso organismo che si nasconde tra la progettazione e l’inaugurazione della struttura sono silenziosi angeli che creano fisicamente la magia.

Ma se erigere un edificio è arte, lo può essere anche la sua distruzione? Polvere, calcinacci e travi che saltano possono essere qualcosa di così bello e affascinante da trovare un nuova casa in un museo? A quanto pare sì, e lo fece il MoMA nel 1974, quando acquistò Bingo di Gordon Matta-Clark o almeno una parte dell’opera.

Bingo di Matta-Clark (1974) lato interno
Bingo di Matta-Clark (1974) lato esterno

Matta-Clark era un architetto, aveva completato tutti gli studi necessari per poter iniziare la sua florida carriera quando decise di abbandonare quel destino roseo per fare l’artista a New York. Fu tra le luci della Grande Mela che, insieme a Pozzi, Anderson e Nonas, diede vita all’Anarchitecture, un nome coniato da lui stesso e che univa le parole anarchia e architettura, vocaboli che apparentemente non hanno nulla a che fare tra di loro, incompatibili, ma che nel mondo dell’arte – dove praticamente tutto è possibile – diedero vita a creazioni meravigliose.

Le loro opere erano realizzate attraverso l’uso di diversi media e andavano dalla performance alla fotografia, dalla scultura al fotomontaggio…Tutto si muoveva liberamente, seguendo il flusso anarchico degli scoppiettanti anni Settanta. Le forme seguivano l’ispirazione degli artisti e del materiale che trovavano, molto spesso erano le stesse gallerie, interessate al movimento, che offrivano gli elementi tridimensionali da forare, spezzare e distruggere.

Ma il mondo delle gallerie d’arte, come già visto in un altro articolo, è pregno di regole, giochi di potere e di vendibilità dell’opera. Gordon, invece, voleva sperimentare quella anarchia che tanto ricercava con quel nome che aveva creato. Fu così che nel 1974  andò alle Cascate del Niagara.  Nell’immediato dopoguerra quella era stata una delle zone più turistiche dello Stato di New York, perfetto per lune di miele e gite scolastiche, ma ci fu, negli anni a seguire, un vero e proprio esodo delle fabbriche che portò a un progressivo abbandono dell’area. Abitazioni, strutture scolastiche e sedi aziendali furono completamente svuotate ed è in questo stato che Matta Clark trovò Niagara Falls, la città che sarebbe diventata per 10 giorni il suo laboratorio artistico.

Aveva preso accordi con la commissione cittadina: avrebbe avuto 10 giorni per completare il progetto che aveva in mente, presso il 349 di Erie Avenue, poi la casa sarebbe stata distrutta come già pattuito con l’azienda demolitrice. Fu così che si mise al lavoro.

Divise la facciata principale della casa in una griglia perfetta di nove quadrati, tre in lunghezza e in tre in altezza, riproducendo una schedina del Bingo, da qui il nome, appunto. Con estrema attenzione, senza danneggiare l’intonaco esterno o le tracce lasciate sulla superficie interna, furono asportate otto sezioni: cinque di queste furono trasportate in un parco con la speranza che il materiale edilizio potesse tornare alla terra, mentre tre furono consegnate al MoMA. Un solo quadrato rimase al suo posto, quello centrale, che fu distrutto, come il resto della struttura, pochi minuti dopo che Matta-Clark affermò di aver completato la sua opera.

È normale chiedersi quale fosse lo scopo di quest’impresa, alla fine di tutto, a parte un filmato che racconta la vicenda e tre pezzi di parete ( di colore abbastanza discutibile) tutto è andato perduto, diventando nuovamente polvere. Cosa voleva dimostrare l’artista?

Proprio quel legame che l’architettura ha con la vita: lo scopo di Matta-Clark è quello di ostentare il rapporto edificio-uomo, una relazione di amore e odio l’uno nei confronti dell’altro. Quelle mura devono adattarsi alla vita dell’uomo, che lascia dei segni su di esso, ma allo stesso tempo è necessario che i suoi abitanti si adeguino a quello che gli viene offerto. Allo stesso tempo, nel momento in cui questa relazione finisce, avviene una distruzione mentale del luogo: non esiste più per i vecchi inquilini, non è più casa, non è più il porto sicuro in cui tornare. Quel luogo che raccoglie dentro di sé numerosi ricordi diviene qualcosa da abbandonare al momento della necessità, togliendo a esso quel respiro che prima lo rendeva Architettura viva, ma le tracce di quei coinquilini che hanno permesso questa vitalità rimarranno per sempre come ombre su quelle pareti.

Bingo di Matta-Clark (1974) quello che è rimasto della casa al 349 di Erin Avenue prima della sua distruzione

Un rapporto indelebile e che è possibile solo analizzare al momento dell’autopsia di quel corpo fatto di mattoni e calce, un’autopsia che però, irrimediabilmente, vuol dire anche distruzione.

Fonti:

Gordon Matta-Clark, Bingo https://www.davidzwirner.com/exhibitions/bingo;

Gordon Matta-Clark, Bingo, https://www.moma.org/collection/works/91762