Veleni e Magiche Pozioni in quel di Este

Un nome accattivante per una mostra interessante ed esaustiva per i neofiti sulla storia dei veleni e sulle pozioni. A pochi passi dal Museo Archeologico Atestino (ne abbiamo parlato un po’ di tempo fa in un precedente articolo, quindi andate a leggerlo! Forza!), si cerca di ripercorrere come la farmacia attuale abbia trovato un’origine proprio da quelle cure e riti magici primitivi, ma anche da leggende e convinzioni popolari. In fin dei conti basti pensare che ancora nel 1732 gli strumenti del farmacista di Nicolas Lémery erano decorati coni simboli alchemici,‘mitica’  antenata dell’odierna chimica.

di Silvia Michelotto

Inoltre, molte cure innovative, nell’antichità erano dei potenti veleni che hanno mietuto numerose vittime: sì, esattamente, avete capito bene! Quello che un tempo uccideva ora salva vite! Degli esempi pratici? All’interno del percorso espositivo potrete trovare la digitale, un meraviglioso fiore che è passato alla storia per aver avvelenato Cangrande della Scale, lo stesso che accolse Dante nella sua città, ma che adesso è alla base di un farmaco per il cuore, oppure l’oppio che fu usato per le più numerose esigenze fin dall’antichità e che adesso è alla base della morfina. E tutti noi sappiamo che cosa fa la morfina se presa in grossi quantità, vero? (Kaput, the end, finish, finisci in una bara, diventi cibo per vermi, ottimo concime per piante… Tutte cose allegre insomma!).

In fin dei conti vi siete mai chiesti perché intorno al bastone di Esculapio, simbolo universale che indica i luoghi di cura come le farmacie e gli ospedali, vi sono due serpenti: proprio perché il confine labile tra salvezza e morte è molto sottile, una dose sbagliata di un farmaco potrebbe arrecare gravi danni (questa non è una giustificazione per non vaccinarsi o per non andare da un medico per curarsi! Errori sui dosaggi sono rarissimi e sono decisi con attente e precedenti sperimentazioni, quindi CURATEVI!).

Per quanto riguarda gli animali (sì, perchè ci sono anche loro!) si trova un fantastico excursus sul basilisco, citando ovviamente il mondo di Harry Potter, ma ve ne è uno ancora più curioso sulle meduse: in questo specifico caso si parte dal mito di Medusa, la mitica fanciulla dai capelli trasformati in serpenti dalla crudele e gelosa Atena. Il suo sguardo trasforma gli esseri in pietra, ma quanti di noi sanno che il suo sangue, invece, aveva un valore benefico? Questa bivalenza è presente anche negli animali omonimi, usati attualmente per cercare delle cure ad alcune malattie.

Vorrei soffermarmi su la parte dedicata agli elementi radioattivi. Furono ampiamente usati nel XX secolo per la cosmesi…avete letto bene, prodotti tossici! Nella storia era già successo: in Egitto di usavano gli ossi di piombo per creare prodotti cosmetici, senza contare la biacca (sempre piombo ossidato) usato per il fondotinta, ma il protagonista dell’episodio che vi voglio narrare è il radio. Le Radium Girls sono quelle donne che negli anni 10 lavoravano nelle fabbriche per gli orologi fosforescenti, addette alla pittura dei numeri, proprio con il radio. Purtroppo inumidendo il pennello con le labbra, per impedire di perdere la precisione offerta da una punta sottile, cominciarono ad avvelenarsi: perdita di capelli, dei denti, di forza, tumori e morti precoci. Per riuscire ad avere un risarcimento e un riconoscimento ci misero molti anni, ma alla fine arrivò e il radio non fu più usato per la cosmesi o per illuminare gli orologi, anche se non se ne andato dalle nostre vite, infatti numerosi farmaci lo contengono!

Questa piccola mostra è stata molto attenta a tutti, dai bambini ai più grandi, inserendo elementi accattivanti e interessanti per tutte le età, i cartelli esplicativi erano semplici, non troppo lunghi o noiosi, quindi anche se il percorso non è lunghissimo è parecchio esaustivo. Unica pecca: lo spazio è troppo piccolo e non adatto ad accogliere troppe persone, quindi vi consiglio di studiare l’orario per entrarvi. Vi consiglio l’ora di pranzo, lo so, è una palla, ma non temete attraversate la strada e c’è un piccolo locale meraviglioso, con una ragazza dolcissima che prepara degli ottimi spritz, quindi potete recuperare tutto nel modo migliore!

Il Museo Nazionale Atestino, un prezioso tesoro estense

A Este, in provincia di Padova, c’è un bellissimo museo archeologico che vuole raccontare una storia antica e che viene scritta giorno dopo giorno. L’unica cosa che bisogna fare è scoprire i gioielli che ci sono al suo interno.

di Silvia Michelotto

Veduta d’Este e del suo castello

Non avete niente da fare la prima domenica del mese,? La vostra giornata sarà divano e qualche bel film di serie B (se non anche Z)? Allora vi do un consiglio io: andate al Museo Nazionale Atestino, ad Este.

Partiamo dal presupposto che già Este merita: è una bellissima città sorvegliata da uno stupendo castello carrarese, che ricorda gli anni in cui questa città era la difesa meridionale dei Colli Euganei, ma che divenne luogo di leggende già nel 1483, quando fu abbandonato prematuramente. Di sicuro, meravigliose rimangono le rovine, che fanno da teatro a numerose attività estive, nonchè il giardino, curatissimo e suggestivo.

Ma vicino alle mura, all’interno di Villa Mocenigo, vi è un arco di pietra che vi conduce all’interno del Museo Archeologico Atestino: al piano terra vi è la sezione dedicata ai reperti romani della città di Ateste, ovvero il nome romano, appunto, di Este, con una considerevole collezione di anfore e lapidi, se questo non è abbastanza, troverete anche una parte dedicata all’epoca medioevale e moderna. Degna di nota è la presenza di una meravigliosa Madonna col Bambino di Cima da Conegliano, datata 1503, che fa bella mostra di sé e dei suoi colori, forse un po’ troppo soffocata da altri reperti e dalle teche con le porcellane di fine Ottocento. Comunque, anche così, fa la sua bellissima figura!

Madonna con bambino – Cima da Conegliano (1503)

Ma è del piano superiore che vi voglio parlare, un viaggio nella preistoria di quella particolare zona del Veneto, una vera e propria cassaforte di reperti, che sono riusciti a portare nuove informazione sui popoli che abitavano le terre di questa regione prima dell’arrivo dei romani. 

Iniziamo, però, dalla nota dolente, così da togliere questo sassolino dalla scarpa immediatamente e poi andare in modo più spedito: le spiegazioni! Non è un problema di questo museo in particolare, ma della maggior parte delle istituzioni presenti sul territorio, che dico d’Europa, ma forse anche del Globo. Le spiegazioni o sono troppo lunghe o non esistono o sono troppo distanti e bisogna attraversare una sala intera per sapere che cosa si è visto all’inizio. Purtroppo non mi reputo una grande fan dell’archeologia – mea culpa – quindi l’idea di imparare qualcosa di nuovo su quelli che potrebbero essere i miei pro-pro-pro-pro-trisavoli mi entusiasma: la prima sala era eccezionale, infatti, ogni reperto era numerato e la sua spiegazione era sistemata all’interno del cartellino, ben distanziato dagli altri, così che, a colpo d’occhio, fosse facilmente rintracciabile. Lacrimuccia di gradita emozione quando ho notato che le spiegazioni della sala o delle vetrine, poi, erano brevi ma dettagliati, così da non annoiare troppo il visitatore. Man mano che si procedeva, però, ecco che la situazione diventava un po’ più critica e per sapere che cosa era il numero 5 bisognava leggere un cartellino pieno di informazioni e la spiegazione generale si trovava più distante rispetto agli oggetti esposti. Ma come già detto non è l’unico museo che presenta il medesimo problema, aspetto che va sicuramente migliorato, ma che non reca assolutamente nessun danno, solo un po’ più di dinamicità nella visita.

Nonostante ciò la storia che viene narrata è interessante e mostra un popolo attivo e ricco di tradizione, che fin dall’antichità sfrutta le vie fluviali per stringere rapporti con altre comunità e future grandi città, come Bologna.

Esempi di vasi
Sepoltura

Tra monili in bronzo, oro e piombo, sepolture ancora intatte (suggestiva è di sicuro quella di una giovane donna e di suo figlio appena nato) e giochi antichissimi, vi è un reperto di eccezionale valore, una specie di stele di Rosetta della lingua venetica, l’antenata della lingua veneta.

Si tratta di una porzione di una tavoletta di bronzo databile intorno al IV secolo a.C. (e sì, all’epoca lavoravano già il bronzo ed erano anche piuttosto bravi!) che riporta scritte il lingua venetica, appunto, ma di tipologia padovana, di carattere pubblico. Proprio questa particolare tipologia di dialetto, se possiamo definirlo tale, ha permesso di collegare la manifattura, e probabilmente anche la committenza, al centro cittadino e che ancora oggi vede Este come una sua provincia. Le scritte non sono poste orizzontalmente, come siamo abituati a vedere nei testi o nelle epigrafi romane e greche, ma bensì a spirale, senza nessun segno di punteggiatura; i caratteri sono di tipo calcidesi, ovvero simili a quelli greci, e presentano una struttura alfabetica simile a quelle delle popolazioni etrusche del nord, nonostante ciò la lingua è di tipo indo-europeo, quindi con legami al latino e al gallico, a mancare è anche la lettera O che vide la sua introduzione solo dopo la nascita di rapporti con la città di Adria.

Frammento della tavoletta in lingua venedica

Ad Este sono state trovate più di 100 iscrizioni in questa antica lingua dalle formule molto spesso ripetitive, che hanno permesso lo studio sempre più concreto e attivo della cultura della zona, ma questa parte di lamina è di sicuro la più importante, nonostante la sua scoperta sia abbastanza recente(fu rinvenuta solo nel 1979 nei pressi dell’Ospedale Civile, molto vicino al museo in cui oggi è conservata) e nuovi studi potrebbero portare alla luce grandi novità. Ma perché è solo una porzione?

Non è stato qualche archeologo poco attento (senza offesa agli archeologi, vi ammiro moltissimo eh!), bensì qualche fabbro del passato: si suppone, infatti, che una volta che la tavoletta ha compiuto la sua funzione si sia pensato di riciclarla (già si pensava a fare del bene al pianeta) per farne uno scudo, quindi la seconda parte potrebbe essere stata gettata, dispersa in qualche antico campo di battaglia, oppure anche rifusa. Chissà!

Intanto, però, vi consiglio una bella gita ad Este a scoprire un popolo antico  e meraviglioso che ha posto le basi per una cultura tutta da scoprire!

Bon, questo è tutto, ora no gavji più scuse! Ndè a vardar el museo de Este che el xe nà figada! (per chi il veneto non lo sa [male!]: Bene, questo è tutto, ora non avete più scuse! Andate a vedere il museo di Este che è una figata!)