Uno sguardo sulla mostra Antrophocene raccontata dalla nostra Jessica, che è andata a visitarla per noi. Tra arte e antropologia si è snodata la visita al Mast…

Inaugurata il 16 maggio e visitabile fino al 5 gennaio 2020, la Fondazione Mast di Bologna ospita la mostra Anthropocene, la quale vede l’esposizione di opere di Edward Burtynsky (fotografo canadese classe 1955), Jennifer Baichwal (regista canadese classe 1965) e Nicholas de Pencier (coniuge e partner professionale di Jennifer Baichwal).
La mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione dell’Art Gallery of Ontario e il Canadian Photography Institute of the National Gallery of Canada e vede la presenza di fotografie, video e installazioni in realtà aumentata (fruibile attraverso il download dell’app Avara), disseminate in un percorso espositivo diviso in quattro sezioni.
Il titolo della mostra deriva da un termine scientifico coniato nel 2000 dal chimico e studioso dell’atmosfera Paul J. Crutzen e da Eugene Stoermer e sta ad indicare l’attuale epoca geologica, definita a partire dalle metà del XX secolo, nella quale la specie umana è la causa primaria di un cambiamento permanente del pianeta. I tre artisti, grazie al The Anthropocene Project viaggiano in giro per il mondo documentando questi mutamenti provocati dall’impatto dell’uomo, tra cui disboscamenti per creare nuovi terreni per le coltivazioni nuove aree urbane e industriali oppure tutti quegli interventi invasivi per estrarre materiali quali petrolio o carbone. La colpa di questi eventi, secondo molti, è da scaricare sulla parte occidentale e più industrializzata del mondo, le cui conseguenze ricadono sui paesi più poveri. Basti pensare, ad esempio, alle piantagioni di palma da olio, le quali stanno distruggendo la foresta dell’Indonesia e della Malesia, mettendo a rischio di estinzione gli oranghi che abitano quelle zone (la produzione dell’olio di palma è quasi del tutto esportata in Occidente). Attraverso le opere, le didascalie e i pannelli esplicativi, lo spettatore prosegue nel percorso in un crescendo d’ansia e paura che attanaglia la mente. Sono molte le domande che fanno sorgere all’osservatore queste immagini. Quanto tempo ci resta? Ci sono delle soluzioni?

L’obiettivo dei tre artisti non è quello di coinvolgere lo spettatore dal punto di vista emozionale, ma di porre la realtà delle cose così com’è, nella maniera più razionale possibile e lasciar lui l’opportunità di farsi una propria opinione personale. Il pubblico esce dalla mostra con una nuova consapevolezza e con la libertà di poter davvero agire o meno per cambiare le cose. Tuttavia l’esposizione non vuole lasciare solo una nota pessimista. Non tutto è perduto. Infatti, durante il percorso dell’esposizione si trovano anche alcune immagini dove l’uomo fortunatamente non ha posto la sua impronta, come la foresta Cathedral Grove nella Columbia Britannica, l’abete Douglas Big Lonely Doug e la barriera corallina del Parco Nazionale di Komodo, i quali restano solo alcuni esempi di ambienti ancora incontaminati. Viviamo in un’epoca in cui il confine col punto di non ritorno è sottile, ma abbiamo ancora delle possibilità per uscire da questa situazione. Un forte dibattito tra scienziati (e non solo) si pone oggi l’obiettivo di proporre soluzioni, tra chi richiede una necessaria riduzione dei consumi e tra chi invece propone di impiegare l’ingegneria climatica (l’insieme delle tecnologie volte a contrastare i cambiamenti climatici), la geoingegneria (la conoscenza delle scienze geologiche applicata all’ingegneria) e l’ingegneria genetica per portarci verso l’idea di un Transumanesimo, ovvero il progredire del genere umano attraverso la scienza e la tecnologia, interferendo con la natura e sfruttando lo stato delle conoscenze presenti e future al fine di evitare un collasso.

Il culmine dell’esposizione è la quarta sezione, dove avviene la proiezione del film-documentario Anthropocene – The Human Epoch, il quale mostra in maniera più approfondita il percorso svolto dai tre artisti insieme all’Anthropocene Working Group (oltre al Mast, è possibile vedere la proiezione in alcune sale cinematografiche d’Italia).
La Fondazione Mast offre al pubblico una mostra didattica ed esaustiva del problema, una visita è d’obbligo, in quanto l’arte può essere uno strumento utile per smuovere le coscienze degli uomini. È giunto il momento di agire, non possiamo fingere che i cambiamenti climatici non esistano e che non sia l’uomo la causa principale di essi, la mostra si pone quindi come un buon punto di partenza per dare consapevolezza a ciò che sta accadendo al nostro unico pianeta. Le soluzioni ci sono e sono possibili, basta metterle in atto.