di Andrea Ferro
Sulle rive del Bosforo a Istanbul si erge la basilica di Santa Sofia (Hagia Sophia, come viene comunemente chiamata), simbolo indiscusso della capitale turca.

Patrimonio Unesco dal 1985, ritorna oggi sotto i riflettori della politica internazionale, a seguito della decisione del premier Erdogan di riconvertirla da museo a moschea.
La storia del complesso monumentale si perde nella notte dei tempi: nata come basilica bizantina dedicata alla Divina Sapienza (Hagia Sophia), sorge sulle ceneri della basilica di Teodosio II, incendiata durante la sommossa di Nika, quando una rivolta popolare nata nell’Ippodromo dell’allora Costantinopoli si diffuse in tutta la città al grido di “Nikā, Nikā” (“Vinci! Vinci!”), con cui il popolo era solito incitare i propri campioni nelle corse di carri. La folla tentò di rovesciare l’imperatore Giustiniano I che, dopo essersi barricato nel palazzo per tre giorni, ordinò il massacro di 30 mila rivoltosi.
I lavori della nuova basilica iniziarono nel 532 e richiesero 10 mila operai, immensi cumuli d’oro e marmi fatti giungere da ogni angolo dell’Impero: da quello bianco di Marmara al verde dell’isola di Eubea, da quello rosa delle cave di Synnada al giallo dall’Africa. Non mancò il porfido estratto dalle cave egiziane e pietra nera del Bosforo; vennero addirittura fatte arrivare colonne elleniche dal tempio di Artemide di Efeso. La realizzazione fu affidata a Isidoro di Mileto, che all’epoca dirigeva l’Accademia platonica di Atene, e Antemio di Tralle, matematico e fisico dell’Anatolia.
“Salomone, ti ho superato!”, così avrebbe esclamato l’imperatore Giustiniano quando la basilica venne inaugurata, il 27 dicembre 537. E, in effetti, Santa Sofia lascia davvero a bocca aperta: una navata di 70 metri per lato con la cupola centrale di 30 metri di diametro e 56 di altezza, traforata da 40 finestre ad arco e sostenuta da quattro pennacchi. Si presenta come il tempio della luce: le finestre sulla circonferenza formano una fulgida corona iridescente che sembra galleggiare sopra la sala di preghiera.

Chiesa madre della cristianità bizantina, adornata di splendidi mosaici, fu il centro della vita religiosa e politica dell’Oriente cristiano. Basti ricordare che qui, nel 1043, il legato del papa consegnò la scomunica del patriarca ecumenico Michele Cerulario, che rispose a sua volta scomunicando la Chiesa di Roma, episodio che marcò l’inizio dello scisma tra l’Oriente ortodosso e l’Occidente cattolico. E sempre qui, tra il 1204 e il 1261 arrivarono i crociati a saccheggiarla: un fatto vissuto come un trama nella memoria ortodossa.
La svolta arrivò poi nel 1453, con la conquista del sultano ottomano Mehemet II che la volle moschea. Furono coperti i mosaici, alcuni furono anche distrutti. Iniziarono lavori di restauro e vennero aggiunti i minareti e le fontane per le abluzioni. Ben visibili all’interno sono i grandi pannelli circolari in pelle di cammello appesi nell’Ottocento, opera del calligrafo Kazasker Izzed Efendi, che in lettere d’oro riportano i nomi dei primi quattro califfi (Abu Bakr, Umar, Uthman e Ali) e che si aggiungono ai medaglioni dedicati ad Allah, al profeta Maometto e ai suoi nipoti Hassan e Hussein.
Ataturk, politico pragmatico e campione del nazionalismo laico, capì che era meglio spegnere sul nascere le rivendicazioni religiose sul monumento nell’ottica di affermare la laicità della Repubblica: con la sua musealizzazione nel 1935, permetteva non solo di preservarne la straordinaria fattura architettonica ma anche il suo valore simbolico e la sua storia stratificata. Ricordiamo inoltre che i musei, per loro stessa natura, testimoniano l’incontro tra civiltà e il dialogo tra diversità.


Arriviamo così al presente, con il presidente turco Erdogan che ha firmato il decreto che, sulla base di una sentenza del Consiglio di Stato turco, ordina che Santa Sofia passi dal ministero della Cultura a quello degli Affari Religiosi. Il museo di Santa Sofia torna ad essere moschea.

Evidentemente, il presidente turco ha deliberatamente deciso di usare in modo strumentale questo patrimonio prezioso, per assicurare la sopravvivenza del suo potere, accreditarsi difensore dell’islam e favorire le sue ambizioni di nuovo sultano postmoderno del Vicino Oriente. Quel che è certo è che il fatto non è una questione di fede: non ci troviamo di fronte all’emblema della fragilità del cristianesimo opposta all’aggressività dell’islam ma piuttosto dinanzi alla pericolosa strumentalizzazione politica della religione. Basti ricordare che molti Stati arabo-islamici, tra cui la stessa Arabia Saudita, hanno fortemente criticato l’iniziativa del Governo turco. La maggior parte dei musulmani non islamisti sono contrari alla conversione dell’edificio in moschea. L’errore costante dell’Occidente è identificare l’islam con l’islam politico, facendo il gioco del presidente turco.
Per Erdogan, concretizzare la riapertura di Santa Sofia come moschea risponde proprio al bisogno disperato di “palcoscenico simbolico” nel cuore della storia turca, nel tentativo di accaparrarsi consensi con una decisione che non può certo nascondere i veri problemi della popolazione, attanagliata dalla crisi economica.
Fonti:
– AL JAZEERA, 24 Luglio 2020, “Muslim prayers in Hagia Sophia for first time in 86 years”
– BBC News, 14 Luglio 2020, “Hagia Sophia: Pope ‘pained’ as Istanbul museum reverts to mosque”
– BBC News, 10 Luglio 2020, “Hagia Sophia: Turkey turns iconic Istanbul museum into mosque”