Questa volta ci siamo dovute fermare e sedere. Noi, anime sempre in un turbolento movimento, che quando parliamo camminiamo sempre, fino a raggiungere la Cina e che facciamo nostri solo quei muretti che ci ispirano di più.
Ma è per un bene superiore, quindi: registratore alla mano e iniziamo!
E partiamo a dire chi ho davanti a me. Si tratta di Ludovica: la ricorderete sicuramente per i due articoli dedicati a Lotto e ai suoi rebus e quello dedicato alle Danze macabre. Piccoli e grandi successi per questo progetto e abbiamo ben pensato di farla diventare la nostra (mia lo era già!) iconologa di fiducia.
Silvia: Vedo le vostre facce perplesse, in fin dei conti se ne parla tanto, ma cos’è l’iconologia?
Ludovica: E’ un approccio nuovo rispetto alla storia dell’arte, che è una disciplina trita e ritrita, con secoli di storia alle spalle. E si vede questo lato innovativo e nuovo di analisi. Il suo fascino poi è l’interdisciplinarietà, coinvolge tutti i campi del sapere umanistico e, alcune volte, anche scientifico. Ad esempio per la tesi sto facendo delle ricerche sulle iconologie dei mesi e mi trovo ad aver a che fare con la botanica, perché bisogna riconoscere e analizzare le diverse piante. Augusto Gentili (fuochi d’artificio per l’iconologia di Gentili, grazie!) fece una conferenza alla Sapienza sulle piante presenti nel Cavaliere Thyssen, importantissime e dai moltissimi significati, dimostrando come il dettaglio non sia mai fine a te stesso. E’ qua che sta l’innovazione dell’iconologia: ti fa riflettere che niente è fatto a caso, che se c’è qualcosa, se il pittore si è preso la briga di rappresentare quella precisa cosa, è difficile che non abbia un suo significato. Può capitare che sia lì per pura decorazione, ma nella maggior parte delle occasioni nasconde qualcosa! E’ la materia perfetta per una persona curiosa!
Silvia: Mi è capitato ultimamente di trovarmi a leggere alcune biografie di Aby Warburg (il papà dell’iconologia vera e propria, come la conosciamo noi, e che ha lavorato molto su Botticelli) e ho trovato molto spesso riferimenti al fatto che venisse chiamato ad insegnare all’interno delle università in cui si stavano creando le cattedre di storia dell’arte. E’ possibile che l’iconologia sia stata fondamentale per la nascita della storia dell’arte come è oggi?
Ludovica: Per la materia in sé non so, ma è di sicuro stata fondamentale per la creazione di nuovi storici. La storia dell’arte, soprattutto nella Vecchia Europa, è considerata una scienza pura (non mi piace chiamarla così, usiamo il termine ‘materia’ che è meglio), al pari della fisica e della matematica. In realtà è una grande ricchezza l’a-scentificità delle materie umanistiche, ma la storia dell’arte, in particolare quella italiana, è rimasta molto legata alle categorie statiche, basandosi unicamente su cose tipo ‘questo è innovativo’ o ‘questo è antiquato’, ‘questo è più bello e quello meno’. L’iconologia ha permesso di aprire la mente, di spaziare e pensare fuori dagli schemi, cosa che non si addice a un mondo scientifico. Se ci soffermiamo a guardare il panorama nostrano Federico Zeri, che lavorava molto sull’aspetto stilistico, sul segno, il tratto, da bravo conoscitore, ma il suo modo di ragionare e il suo modo di vedere la storia dell’arte è da iconologo.
Silvia: Questa continua evoluzione dell’iconologia, sempre in movimento può essere dimostrata dalla rottura intellettuale che ci fu tra Warburg e i suoi allievi?
Ludovica: Certo. Alla fine i suoi allievi sono tutte foglie cadute lontanissime dall’albero. Da Warburg hanno preso l’impostazione per essere studiosi in generale, il riuscire ad andare oltre alla specializzazione. Un buon iconologo deve riuscire a comprendere il più possibile la mentalità dell’epoca moderna e avere le stesse conoscenze, dalla matematica alla musica, passando alla filosofia. In quel periodo (quello moderno per intenderci) non c’erano gli stessi scompartimenti stagni che ci sono oggi, non andavi all’università e facevi quell’unica materia, per essere un sapiente dovevi conoscere tutto. Warburg, in questo è stato importante: ha trasmesso ai suoi allievi la fluidità, non il metodo (in fin dei conti era un pellerossa dentro la sua biblioteca, chiuso lì dentro e sbarellava male) ma ha insegnato a non farsi ingabbiare dalle specializzazioni. Cosa che la ricerca italiana tende, ma un bravo iconologo non deve essere specializzato.
Silvia: E’ possibile applicare lo studio dell’iconologia all’arte contemporanea?
Ludovica: è auspicabile. Da un lato è più semplice, proprio perché abbiamo un contatto diretto con l’epoca in cui vive l’artista, ma da un altro purtroppo non si ha la lucidità di vedere le cose dalla giusta distanza, senza il punto di vista dello storico. Non è per forza un male ma non può essere puntuale. Di sicuro fondamentale può essere la collaborazione con l’antropologia per comprendere la società odierna. Non è assolutamente un gemellaggio campato in aria: lo propone Carlo Ginzburg che accomuna il ruolo dello storico e quello dell’antropologo a quello dell’iconologo. Sarebbe veramente particolare e importante riuscire ad uscire dalla barriera del Seicento che è insita anche nella formazione dell’iconologo.
Silvia: E l’informale? Penso a Pollock, ad esempio, come può l’iconologia, che si basa sulle ‘icone’, quindi immagini, a poterlo comprendere e analizzare?
Ludovica: è un esempio della divisione in settori a cui siamo tanto legati. Bisogna evitare queste categorie. In questo caso ti trovi di fronte a qualcosa di non figurativo, ma questo non toglie il valore simbolico o concettuale. E alcuni critici d’arte contemporanea lo fanno già, più o meno consapevolmente.
Silvia: Quindi si può trovare un appoggio nella psicologia dell’arte (quella materia che analizza le opere d’arte da un punto di vista puramente psicologico).
Ludovica: esatto, proprio per il discorso iniziale. L’iconologia può trovare appoggio su tutto: un giorno potrebbe trovarlo nella matematica. Cavolata! L’ha già trovato con la Malanchonia di Durer. E’ bella proprio per questo: perché tocca ogni cosa. Se non ti trovi a interessarti, ad un certo punto dei tuoi studi, a come si tosavano le pecore nel Quattrocento (cosa che ho dovuto fare!) non lo stai facendo bene. Per quanto riguarda l’arte contemporanea magari ci si sposta dall’immagine, dal gesto dipinto, al significato del gesto del dipingere, dell’artista, spostandosi su un aspetto ancora più concettuale. Ovviamente le tecniche di analisi cambiano, ma la mente per farlo deve essere quella di un iconologo, perché alla fine bisogna sapere il più possibile di quell’epoca, che sia contemporanea o moderna. Se manca quella conoscenza di base storico-culturale stai facendo solo storia dell’arte
Silvia: Un’ultima domanda, che mi sta particolarmente a cuore perché prende in campo uno dei miei scrittori preferiti: come si può capire se una lettura iconologica è corretta o non sta diventando uno ‘svarione’ alla Dan Brown? Che, bravissimo a scrivere, ma alcune volte dici delle cose che fanno accapponare la pelle….
Ludovica: L’iconologia è abbastanza semplice finire nell’accatonata, proprio perché stai cercando se sono lì visibili ma che hanno un significato nascosto. Si può finire con il sovraccaricare di significato qualcosa di banale: magari è stato il committente a chiedere un mazzo di cardi lì nell’angolo, ma non come simbolo della passione o cose del genere, ma perché semplicemente sua moglie si chiamava Carda. L’unica cosa che può succedere è risultare ridicoli, ma nascondere un’ipotesi, se ben strutturata, per questo timore è sbagliato, perché se no non si andrebbe avanti con gli studi. E ti dirò di più, alcune volte sono studiosi di altri campi ad essere più bravi degli storici dell’arte a trovare dei nuovi significati che noi, troppo abituati, non notiamo più, anche se alcune volte a fare da contorno a queste idee geniali ci possono essere delle vere e proprie ciofeche.
Ludovica Fasciani e Silvia Michelotto