L’erotismo di Khajuraho

di Andrea Ferro

Khajuraho non è che un piccolo villaggio dell’India settentrionale, il cui nome deriva dalla parola hindi Khajur che significa “palma da datteri“. Grazie al complesso di templi edificati sotto il regno dei Chandela – tra il 950 e il 1050 d.C. – e ritenuti oggi la punta di diamante dell’architettura medievale indiana, la località è diventata col tempo una delle attrazioni principali dell’India.

I templi, disposti su un’area di 21 km2, sono iscritti nelle liste del Patrimonio UNESCO dal 1986 e sono costituiti da un corpus centrale con quattro santuari agli angoli e si sviluppano in verticale grazie ad una serie di guglie che fungono da base per la guglia principale del tempio centrale, richiamando la forma dei picchi himalayani.

Elefante tricipite
Khajuraho

Degli originari 85 templi del complesso di Khajuraho consacrati al culto induista e jainista e riscoperti dai britannici alla fine del XIX secolo, oggi ne restano solo 22 su cui sono scolpite, oltre a scene ascrivibili alla vita tradizionale e alla mitologia indiana di 1.000 anni fa, alcune posture tantriche ispirate dal Kama Sutra. Oltre, infatti, alle classiche raffigurazioni di divinità, guerrieri, musicisti, animali e bassorilievi che ritraggono la vita terrena e divina  come un qualsiasi altro tempio dell’India, si può notare che molti di questi intagli sono di natura intensamente sensuale: tra le figure erotiche più comuni e facilmente riconoscibili  possiamo notare le apsara, ovvero fanciulle sensuali o ninfe celesti che espongono le loro sensuali natiche o i prosperosi seni e le mithuna, coppie di amanti dai corpi flessuosi e appassionati. Il complesso è il capolavoro di abili artisti attivi negli anni fra il 950 e il 1050 dopo Cristo. 

Secondo alcuni studiosi la posizione delle sculture erotiche – presenti solo sulle pareti esterne – sarebbe da attribuire al fatto che per giungere al cospetto della divinità sia necessario lasciare le proprie pulsioni fuori dal tempio e fungerebbe quindi da cancello simbolico per raggiungere Dio. Altre teorie ipotizzano che questi templi avessero invece una funzione educativa.

E’ interessante notare che in quest’arte la protagonista assoluta sia la donna, che a Khajuraho è raffigurata ovunque e in mille modi: ci sono sculture di donne che scrivono, che danzano, che si mettono il kajal sugli occhi o l’henné sui piedi, si specchiano, cantano, sempre soggetto e mai mero oggetto.