La pellicola fotografica come nuova tela

di Lorenzo Carapezzi

A differenza di tutti gli altri animali, l’uomo percorre due tipi di evoluzione: quella della selezione naturale darwiniana, comune a quella degli animali meno sviluppati, e una seconda che possiamo definire come “inventiva sociale”, propensa a sfoggiare il nostro intelletto superiore attraverso invenzioni necessarie per costruire una vita più agiata e più semplice da gestire. La prima invenzione volta a questa utilità è senza dubbio databile al V millennio a.C. in Mesopotamia: la  ruota dei Sumeri fu il primo ingranaggio di questa seconda evoluzione. Da lì in poi l’uomo continuerà sempre in questo gesto umano di inventare. Vennero le quattro grandi invenzioni dei cinesi: la bussola, la carta, la polvere da sparo e infine la stampa. Quest’ultima arriverà al suo massimo fascino grazie a Gutenberg e alla sua tecnica di stampa a caratteri mobili. Grazie al cannocchiale di Galileo il desiderio di conoscere da più vicino le stelle poté diventare atto possibile. Il positivismo aprirà le porte alle miriadi di possibilità di sviluppo, sia in ambito tecnologico, grazie agli studi sul campo elettromagnetico di Maxwell, sia in ambito sanitario, con le ricerche criticate fino alla morte dall’ungherese Semmelweis.

Joseph Nicéphore Niépce (1765 – 1833)
“Vista dalla finestra a Le Gras” prima fotografia della
storia, 1826 (conservata all’ University of Texas, Austin, Texas,
Stati Uniti d’America)

L’inizio del Novecento conoscerà infine l’uomo nella sua profondità. L’inconscio sarà una importantissima scoperta.
Eppure, tra le miriadi di invenzioni e scoperte, pochi conoscono il nome del francese Joseph Nicéphore Niépce fautore del primo procedimento fotografico per lo sviluppo delle immagini. La realtà verrà catturata per la prima volta nei pressi della regione Borgogna, in Francia.

Nel 1826, dopo una lunga esposizione durata 8 ore, Niépce darà alla luce “Vista dalla finestra a Le Gras”, la prima fotografia mai realizzata. Fu quello il momento in cui qualsiasi disegno perse di valore e di spettacolarizzazione. Con la matita l’artista cercava di riprodurre il più verosimilmente ciò che i raggi solari illuminavano davanti oltre la tela. Niépce riuscì a catturarla e fissarla sulla nuova tela: la pellicola. Attraverso l’eliografia la luce non è più libera dalle nostre grinfie. Possiamo andare oltre alla riproduzione: siamo capaci addirittura di imprigionarla nel bitume di Giudea, miscela chimica che si indurisce se esposta alla luce. Molti artisti si spostano verso questo nuovo tesoro. C’è chi invece critica questo passaggio, accusando la fotografia di essere “rifugio di tutti i pittori mancati” come direbbe Baudelaire. Per molti artisti, questo meccanicismo non è altro che una fossa profonda dove la tecnica cade morendo. Ma la storia andrà contro questi pensieri negativi, basta notare come la fotografia ci circonda ogni giorno. Siamo entrati nell’epoca della riproducibilità maniacale ai limiti dell’ossessione, dove la realtà la si può godere solo se fotografata. C’è bisogno di tornare alle origini, di lavorare accanto a Niépce e comprendere che la fotografia è il prolungamento del nostro occhio, non la sua sostituzione totale.


Fonti:

– F. Muzzarelli, L’invenzione del fotografico: storie e idee della fotografia, 2014, Piccola Biblioteca Einaudi

– Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Nic%C3%A9phore_Ni%C3%A9pce