Lirosofia: la conoscenza al quadrato

di Lorenzo Carapezzi

La nascita del cinema, come ancora prima quella della fotografia, ha comportato fin da subito un quesito essenziale: la riproducibilità tecnica, non avendo bisogno del tocco umano, può essere considerata arte?
Per rispondere a questa domanda bisogna prima di tutto definire cosa l’arte sia. Arte deriva dal latino artem che, a sua volta, deriva dal greco téchne, ovvero tecnica. La professione artistica, dunque, prevede una maestria nella manualità e nell’abilità del tratto. Banalmente si potrebbe dire che artista è colui che sa usare le proprie mani a vantaggio della bellezza estetica. 

La fotografia e il cinema, in questo contesto, rimangono solamente mezzi di riproducibilità tecnica del reale, esse non possono elevarsi verso il monte Olimpo dell’Arte. La macchina non è artistica perché è fredda e oggettiva, non pensa e non vive. L’unico tocco umano risiede nel premere il tasto per scattare o per riprendere. Ma per dare senso all’arte non basta riprendere vecchi dizionari polverosi, bisogna capire bene quale debba essere lo scopo dell’arte. Per quanto abbia molta più longevità dell’essere umano, l’arte senza quest’ultimo non ha esistenza, vi è il corpo ma manca l’anima. L’arte è il mezzo per soddisfare questo nostro bisogno, ma qual è? L’uomo è un essere effimero, il suo modo di pensare, il suo modo di fare, il suo modo di parlare cambiano con il tempo. Il Tempo è la nostra più grande paura, ci avvicina sempre di più alla Morte, all’estinzione della nostra esistenza.

Questa è cronofobia o, come direbbe Bazin, il “complesso della mummia”. Ed ecco che l’arte ci soccorre. Il bisogno di rappresentare diventa l’unica arma che abbiamo per combattere il tempo. Per sconfiggerlo bisogna creare uno spazio senza tempo, una realtà fissata e impenetrabile alla quarta dimensione. Ma la nostra manualità non è che soggettiva, impossibilitata a riprodurre fedelmente la realtà e, quindi, a fissarla. Ci rendiamo subito conto di quanto noi uomini possiamo vincere battaglie una dietro l’altra, ma mai e poi mai riusciremo a vincere la guerra e finiremo sottoterra o gettati al vento senza esserci nemmeno avvicinati all’obiettivo sperato. Ma ecco che comparvero alla fine dell’800 i veri eroi di questa guerra: Niépce, Edison, i fratelli Lumière. Tutti uomini di scienza venuti in soccorso all’umanità, come dottori in cerca della cura. Riusciti a sconfiggere il tempo, il bisogno primario cambia. Perché si crei un nuovo bisogno ci vuole una nuova crisi. La nuova crisi, la crisi di inizio secolo, nasce dalla consapevolezza della nostra percezione del mondo. Prima Freud, poi Einstein ci insegnano una nuova parola: relatività. Il nostro occhio non possiede il dono dell’oggettività. Il nostro sguardo non è più scientifico, bensì sensibile. L’arte perde il suo senso di mimesi e diventa mezzo per indurre a pensare attraverso nuove emozioni create dallo schermo.

Jean Epstein (1897-1953)

Jean Epstein, scienziato di formazione e artista di professione, aveva ben capito questa nuova filosofia quando iniziò a parlare di lirosofia. Ma che cos’è? Egli afferma che esistono due tipi di conoscenze: quella scientifica razionale e quella che lui chiama “conoscenza d’amore”. La realtà non è concepibile al cento per cento attraverso la sola ragione, questo perché non possiamo concepire il presente. Appena pensiamo all’attimo, esso è già diventato passato. Conoscere il presente è possibile solo attraverso un’esperienza sensibile che solo il cinema ci riesce a donare. Il cinema fissa il presente, l’attimo, come la fotografia, ma in confronto a quest’ultima ci dona il movimento, una sequenza di istanti veloci 24 fotogrammi al secondo. La lirosofia, ovvero questa conoscenza puramente sensibile, si aggiunge a quella razionale, sovrapponendola. Grazie a questa nuova conoscenza possiamo quindi concepire in due modi la realtà reale: attraverso la ragione e attraverso le emozioni. Questa concezione romantica è una nuova conoscenza, una conoscenza al quadrato, poiché conosciamo due volte.
Il cinema è la dimostrazione di come noi uomini siamo fatti di cervello, ma anche di emozioni. Ecco cosa ci differenzia dalla macchina da presa, che guarda solamente con l’occhio oggettivo. L’obiettivo e l’occhio possono e devono aiutarsi a vicenda in ogni momento. Senza la scienza vaghiamo nel soggettivismo egoistico, senza l’arte viviamo una vita senza cuore. Il cinema diventa la salvezza verso un mondo vuoto e puramente razionale e questo Epstein lo aveva capito. Non a caso il suo più grande saggio si chiama “Bonjour Cinema” (1921). Accogliamo il cinema a braccia aperte e ringraziamo del suo dono, darci un nuovo punto di vista per accrescere ancora di più la nostra conoscenza verso il mondo.

Fonti:
– Jean Epstein, Bonjour Cinema, Fahrenheit 451, Roma, 2015

– André Bazin, Che cos’è il cinema, Garzanti, Milano, 1999