Il tempio Malatestiano: un gioiello della riviera romagnola (Emilia Romagna)

di Jessica Colaianni

Tutti conoscono la Riviera Romagnola prevalentemente per il turismo balneare, fatto da spiagge attrezzate, animazione e discoteche dove divertirsi. Ma se ci si allontana un po’ dal mare, ci si rende conto che la Romagna ha tanto altro da offrire, soprattutto a livello culturale.

Rimini

Tra le città che meritano sicuramente una visita, c’è Rimini, città di origine romana fondata nel 268 a.C, fondamentale nodo fra il nord e il sud della penisola. Del periodo romano ci restano importanti testimonianze quali l’Arco di Augusto, il Ponte di Tiberio e la Domus del Chirurgo, ma Rimini continuerà ad essere un centro importante anche durante il Trecento e il Quattrocento, sotto il governo della famiglia Malatesta. In particolare Sigismondo, il quale chiamerà a corte gli artisti più importanti del momento tra cui Piero della Francesca, Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti. A quest’ultimo, importante architetto nonché autore di trattati in materia, viene commissionata il riammodernamento del Tempio Malatestiano, edificio gotico edificato nel 1257 il quale si attesta già nel Trecento come luogo di sepoltura della famiglia.

Rinnovato completamente sotto la signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesta, sebbene incompleto a causa della sconfitta del signore della città, rimane tuttavia opera chiave del Rinascimento riminese e tra le opere architettoniche più significative del Quattrocento italiano. I lavori di Alberti iniziarono intorno al 1453 e, nonostante l’edificio appartenga alla cristianità, l’architetto volle inserire diversi elementi costruttivi appartenenti all’epoca classica, ritornata in auge proprio agli albori del Rinascimento.

facciata del Tempio Malatestiano
interno del Tempio

Egli ideò un involucro marmoreo che lasciasse intatto l’edificio preesistente. La facciata è tripartita orizzontalmente: troviamo nella zona più bassa uno zoccolo che corre attorno all’intera struttura, interrotto solo in corrispondenza del portale centrale. Questa tripartizione prevede degli archi inquadrati da semicolonne con capitello composito e una parte superiore che doveva avere un frontone con arco al centro. Nella parte centrale dell’edificio è presente il portone mentre negli spazi laterali si trovano degli archi leggermente aggettanti. Le colonne sorreggono una trabeazione da cui si sviluppa l’embrione di un timpano che doveva avere al centro un altro arco. Sulle fiancate invece troviamo disposte una sequenza di archi su pilastri, il cui modello rimanda a quello del Colosseo, le cui arcate cieche erano invece destinate ad accogliere i sarcofagi dei più alti dignitari di corte. Come anticipato, Alberti trae spunto dall’architettura classica, in particolare da quella presente in città, come l’Arco di Augusto, il cui modulo è triplicato nella parte centrale della facciata del tempio. La medaglia realizzata da Matteo de’ Pasti del 1450, ci restituisce l’immagine di quello che dovrebbe essere stato il tempio una volta realizzato. L’interno, infatti, avrebbe dovuto avere, all’altezza del coro, una grande rotonda coperta da una cupola emisferica simile a quella del Pantheon mentre il resto della struttura doveva fare da ‘colonnato esterno’, riproducendo quindi l’idea di Templum romano. A seguito della sconfitta di Sigismondo Malatesta, i lavori vennero abbandonati per essere ripresi e poi completati nel 1503 per volere dell’ordine francescano che reggeva la chiesa. Purtroppo però, essi proseguirono in difformità dal progetto dell’Alberti, che non potè completare il suo piano di rinnovamento fondato sulle basi dell’arte classica. 

Fonti:

– Pierluigi De Vecchi e Elda Cerchiari, I tempi dell’arte, vol. 2, Milano, Bompiani, 1999.