Scegliere un solo luogo rappresentativo di Padova è molto complesso. Questa piccola, grande città veneta ha una storia artistica e culturale lunghissima e di tutto rispetto: c’è la seconda università più antica d’Italia, è la custode del più grande insieme di affreschi medievale, tanto da essersi candidata all’UNESCO con il titolo di Urbs Picta, ospita l’unico museo del Precinema, conserva alcune opere di Donatello, senza contare che vi fu la prima donna laureata del mondo….
Capite bene che, con questi presupposti, diventa difficile scegliere che cosa consigliarvi, perciò ho deciso di proporvi un breve itinerario. Come la sua collega Bologna, la città patavina ha i suoi misteri, o meglio i suoi senza.
Alcuni si sono uniti alla breve lista negli ultimi anni, con l’accrescersi di questa piccola tradizione, arrivando ad averne sette (quasi non volessimo essere da meno rispetto la città felsinea), ma hanno una storia un po’ meno interessante e folkloristica. Non per questo li ignoreremo assolutamente, anzi iniziamo proprio da loro!

Il primo è il campanile senza chiesa: nell’incrocio tra via S.Fermo e via Giovanni Cittadella vi era una chiesa che successivamente fu sconsacrata. L’antico edificio cominciò a trasformarsi negli anni ’50 diventando un’officina meccanica e poi un istituto bancario, della sua vita precedente come luogo di culto rimane solo un campanile.

A Palazzo della Ragione, nei pressi della Scala delle Erbe, invece, vi è il capitello senza colonna. Si tratta di un capitello che fa da punto di congiunzione tra due archi, solo che a sostenerlo non c’è assolutamente nulla. Un errore di costruzione o un elogio alla capacità dell’architetto?

Se si sale la Scala, si può accedere all’enorme Salone. Si tratta del luogo in cui, nel Medioevo, si svolgeva la maggior parte della vita politica e pubblica di Padova: le pareti sono decorate con uno dei cicli più grandi e integri sui segni zodiacali d’Italia (forse secondo solo a Schifanoia) e con un originale soffitto a carena di nave. Qui vengono ospitati concerti, mostre, eventi, ma soprattutto un enorme cavallo ligneo, il cosiddetto cavallo senza padrone (o cavaliere). Secondo il Vasari sarebbe opera di Donatello, che lo utilizzò come modello preparatorio per il cavallo del Gattamelata, in realtà sappiamo che fu commissionato da Annibale Capodilista per una sfilata carnevalesca a tema mitologico. Probabilmente si tratta del famoso Cavallo di Troia, ma può essere anche il fedele destriero di Antenore (che ha la sua tomba vicina a quella del suo padrone presso l’omonima piazza). Se fosse veramente così, effettivamente, sarebbe senza il suo cavaliere!

Abbiamo poi il bue senza corna: il bucranio, ovvero il teschio di un bue, è il simbolo del Bò, sede storica dell’Universitas studii, e non a caso! Il nome Bò viene dal nome della locanda, acquistata dallo studio patavino secoli orsono, Hospitium Bovis e che aveva proprio come simbolo il bucranio. Secondo la leggenda è lo stesso che ancora oggi si può ammirare, solo che l’età si fa sentire e le corna sono leggermente sparite.

Come già detto questi sono i ‘nuovi’ senza di Padova, perché ce sono tre che sono i più famosi e le mete turistiche per eccellenza della città e sono il bar senza porte, il santo senza nome e il prato senza erba. Posso immaginare le vostre facce perplesse, ma non temete: è più semplice di quanto pensate!
Il bar senza porte non è altro che il Caffè Pedrocchi, il caffè storico più grande del mondo, con ben 3.550 metri quadrati. Fu realizzato da Giuseppe Japelli nel 1831 e la sua pianta, a forma di clavicembalo, è suddivisa in tre stanze: la rossa, la più grande e lussuosa, la verde dove si poteva leggere gratuitamente i quotidiani e assistere a dibattiti politici e la bianca dove si può vedere il segno del proiettile che uno studente sparò contro a un soldato austriaco, facendo partire la rivolta. Perché si chiamava il bar senza porte? Perché era aperto ventiquattr’ore su ventiquattro ed effettivamente non c’era nessuna porta, perché lo si poteva attraversare e consumare senza scendere da cavallo.

Passiamo al prato, o meglio il Prato della Valle. Anche se il nome suggerisce una bellissima distesa di verde, in realtà ci troviamo di fronte a uno spazio tutto fuorché lussureggiante. L’area era dedicata in epoca romana alle adunate militari, successivamente, nel periodo medioevale, divenne l’area mercantile, impedendo quindi all’erba di crescere. Processo complesso anche a causa della depressione del terreno che rendeva l’area soggetta a inondazioni, di conseguenza paludosa. Nel Settecento, però, Andrea Memmio commissionò una ristrutturazione della piazza, proponendo la costruzione di una struttura ad anelli, dove si inserì finalmente una zona verde, ma piccola rispetto agli 88.620 metri quadrati dell’intera piazza, che la rendono una delle più grandi d’Europa.

L’ultima tappa è la Basilica di Sant’Antonio, il santo senza nome. Perché? Perché nessun in tutta Padova vi dirà mai che andrà in basilica o a Sant’Antonio, bensì vi dirà di andare al Santo. Si tratta di uno dei luoghi più importanti di culto della città, probabilmente anche del Veneto; al suo interno sono custodite le spoglie del santo, combattuto tra Padova, dove morì, e Lisbona, città di origine. Essendo la struttura molto grande e un luogo religioso così importante possiamo vedere la coesistenza di diversi linguaggi stilistici, frutto della collaborazione di nomi più o meno noti e del desiderio di donare qualcosa a Dio. Tra i capolavori che potete ammirare ci sono gli stiacciati e l’altare di Donatello, oltre al cielo stellato dell’abside.
E chiudiamo sotto queste stelle dorate il nostro breve, ma intenso giro per la città patavina. Spero di avervi fatto scoprire qualcosa che non sapete sulla vostra città o vi abbia incuriosito abbastanza per recarvi tra queste antiche mura per una gita fuori porta.
Bon Voyage!