Donne e violenza: una prospettiva antropologica

Materie apparentemente distanti, come tutto il sapere umano, inevitabilmente finiscono per incontrarsi e incrociarsi, andando a riempire il nostro bagaglio di sapere di piccole e preziose pepite, al fine di renderci persone diverse e sicuramente più aperte alla conoscenza a tutto tondo e alla curiosità di ciò che è nuovo. 

di Giada Antonutti e Jessica Caminiti

La prima ad aprire il giro di danze è la nostra futura antropologa Giada, che avete già conosciuto per la visita all’Arsenale durante la Biennale.

JESSICA: Di cosa si parlerà oggi? Di violenza sulle donne, violenza di genere, di rinascita, riscatto e di speranza, ma iniziamo introducendo il vero messaggio: perché l’antropologia e l‘arte?

GIADA: Nonostante possa sembrare ad una prima lettura che i nostri ambiti di studio siano completamente agli antipodi, essi viaggiano in parallelo: l’arte porta a sensibilizzare lo spettatore tramite immagini di forte impatto sia visivo che emotivo, mentre l’antropologia cerca di studiare la reazione del singolo e della società; ricerca le motivazioni e il come si è arrivati a questo punto. Porta ad astrarre, dallo studiare il singolo si cerca di comprendere dinamiche maggiormente legate all’universale, cercando un percorso di scambio. Astrazione però non significa non dare un luogo o un periodo storico ben definito. 

JESSICA: Mi anticipavi che, la questione della violenza sulle donne, è un tema cardine in antropologia, soprattutto negli studi legati all’America Latina, dove il tasso di vittime per femminicidio raggiunge livelli esorbitanti. L’antropologa femminista Rita Segato si è occupata a lungo di ciò, dibattendosi per la presa di posizione femminile contro la subordinazione maschile. C’è correlazione tra emancipazione e soprusi?

GIADA: Questo è il senso comune. Ciò che cerca di mettere in luce la Segato è il sentire degli uomini. Capovolgendo il punto di vista, si parla di come la dinamica di potere e la concezione della mascolinità, diventino un paradigma nel quale essi stessi si ritrovano vittime involontarie. La violenza, che a prescindere non è giustificabile umanamente, si può comprendere ricercando le motivazioni della sua esistenza nel modello errato a cui ancora la società ci obbliga ad aspirare. La cultura occidentale si fonda storicamente sulla subordinazione dell’altro, in una guerra per la supremazia.

JESSICA: In Italia Carla Lonzi si ricollega a questo argomento. Dimostra come tempo e cultura influenzino proprio anche l’arte e la comunità. Lei, fondatrice della rivolta femminista italiana insieme a Carla Accardi, parla proprio di astrazione e concretizzazione. Crede assolutamente nella necessità di intervenire urlando in piazza “per secoli siamo state in silenzio, ora abbiamo visto” spronando le donne a seguirla. Lei quindi inneggia alla concretizzazione di questo sentire, è contrapposta all’astrazione dell’antropologia oppure si possono unire?

GIADA: Credo che esse vadano di pari passo, anche l’antropologia prende posizione, molto dure a volte. Mi viene in mente una antropologa nostrana, Paola Tabet. Anche lei ha studiato le dinamiche di potere legate alla subordinazione e alla violenza femminile. Lei crede che la discriminazione parta dalla divisione del lavoro, in uno scambio sessuo-economico ben preciso dove la donna viene controllata in tutti i suoi aspetti vitali, in particolari quelli legati al controllo della riproduzione. La sua denuncia è molto forte, molto simile a quella delle femministe negli anni ‘70 nel mondo dell’arte. Al contrario dell’antropologia, la denuncia sociale legata alla sfera artistica è sicuramente più d’impatto visivo, in linea con una società digitale dedita alle immagini e alla velocità. L’arte si presenta come una sorta di epifania sul mondo, ma si svela solo davanti a chi la sa cogliere. Ciò che spesso ci sfugge è il costante legame con la cultura: niente è naturale (no, neanche la famiglia naturale è naturale), sono tutte concezioni derivate dalla nostra tradizione e dal nostro retaggio. Il meccanismo malato legato ai soprusi di uomini verso le donne è fortemente inserito in una dinamica sociale che umilia entrambi i sessi, che li fa sentire inevitabilmente inadeguati, scatenando forme brutali di violenza. L’antropologia cerca il nucleo del dolore, dove l’arte va a scontrarsi con esso: per essere al massimo delle loro potenzialità, esse dovrebbero creare una forma di collaborazione-denuncia d’impatto sociale non indifferente.

JESSICA: Natura e cultura sono uno scontro continuo all’interno dell’arte e della donna in generale. Molte di loro pensano che la natura sia rappresentata dall’ambiente e ricercano un allontanamento dalla cultura attraverso essa. Ana Mendieta, artista sudamericana riporta il suo corpo alla natura per non riconoscersi nella cultura maschilista e riduttiva degli anni Settanta. Questo ritorno alle origini è lo stesso messaggio che lanciano molte artiste: ricercarsi nel primitivo, oltre la cultura, ma si può sfuggire alla cultura?

Performance di Ana Mendieta
Opere di Ana

GIADA: Questo ritorno alla Natura, per tornare alle radici, è assolutamente simbolico perché rimane un atto culturale. Lei cerca una comunione tra corpo e ambiente, ma lei stessa è oggetto culturale, come anche il paesaggio che la circonda. Una dolce illusione è il pensiero di riuscire a scappare dalla cultura, rifugiandosi nella natura.

JESSICA: Ci avviamo verso la conclusione di questo discorso su donne e violenza (psicologica e fisica) in Sud America, vorrei fare un salto e arrivare ai giorni nostri. Quest’anno il padiglione del Guatemala alla Biennale ha presentato “Il muro del silenzio” di Marco Manzo ed esso ha creato un forte impatto su chiunque l’abbia visitato, tu cosa hai provato?

Particolare de Il muro del silenzio

GIADA: Hai ragione, l’emozione e l’impatto visivo è veramente forte! Egli lavora con le mani, esse possono fare del bene e del male (banalizzazione da prendere sempre con le pinze). La forza è ancora più grande nel momento in cui si riflette sul perché il Guatemala: è uno dei Paesi al mondo con maggior numero di vittime per violenza. Torniamo al discorso cos’è considerato “naturale”? Lì, tutto questo è “naturale”, è ruotine. Le violenze sono talmente tanto incorporate nel pensiero comune da essere considerate legittime. Manzo cerca di dare, attraverso le sue sculture e i suoi tatuaggi, valore al corpo della donna, andando contro il senso comune e stereotipi di genere. 

JESSICA: Le mani sono maschili o femminili? Si riesce a riconoscere il genere?

GIADA: Sì, e sono presenti entrambi i sessi. Quelle maschili brandiscono coltelli e altri oggetti pericolosi. Esso dimostra il valore subordinato della donna, ma c’è una speranza, infatti alcune mani abbandonano le armi, mentre altre si ribellano alla violenza decidendo di non subire mai più.

JESSICA: Vedo nelle mani, la ricerca della rappresentazione della parte del corpo che plasma e crea. Di conseguenza esse formano anche la cultura e tutto ciò che ci circonda. Esse sono un tramite tra natura e cultura, una specie di ponte biologico. L’abbandono delle armi può essere vista come un’evoluzione ulteriore della cultura e della società.

GIADA: Sì, esse sono uno spiraglio di luce, una reazione necessaria. Questa quotidianità deve continuare ad essere combattuta affinchè non lo sia più, non solo per le morti, ma anche per tutte le abitudini quotidiane, che spesso lasciamo correre.

JESSICA: Possiamo chiudere con un messaggio positivo: lo studio teorico e l’immagine possono portare ad un miglioramento della situazione attuale e questo continuo bombardamento di immagini e non solo, ma anche di messaggi, potrebbe portare ad una sensibilizzazione maggiore: prendiamo come esempio cardine i bagni dell’IKEA, che in quelli femminili hanno scritto il numero verde antiviolenza per le donne.

GIADA: Miglioriamo, ma quello che bisogna combattere è questa idea di mascolinità malata, che non permette equità ed evoluzione. Valorizzare la differenza è la soluzione e la nostra speranza.

JESSICA: Bene, con questa vena di luce, chiudiamo. L’unione empatica e di studio porterà ad una sempre maggiore visibilità, almeno questo si spera. La soluzione c’è e la leggerezza, la sensibilità nell’entrare a piedi leggeri nella vita degli altri può essere tutto racchiuso in due parole semplici e antiche: AMORE E RISPETTO. Basterebbero questi.