di Andrea Ferro
Come tutti sanno, il ‘‘Sommo Poeta’’ fu condannato all’esilio da Firenze: una sorte amara e pesante per un uomo destinato all’eternità.


Ma fu proprio durante quel periodo che l’opera monumentale del suo ingegno, quella ‘Commedia’ che Boccaccio definì ‘Divina’, prese forma. Dante infatti rimase in esilio per 19 anni, 17 dei quali (tra il 1304 e il 1321) impiegati a scrivere i 14.223 endecasillabi dei 100 canti che compongono le tre Cantiche dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso.
Le due condanne, di gennaio e marzo, che gli valsero l’esilio sono riportate nel ‘Libro del Chiodo’ che si trova all’Archivio di Stato di Firenze, e contiene le sentenze emesse contro le famiglie ribelli al potere dell’epoca. L’accusa che si legge nei confronti di Dante è ‘baratteria’, l’attuale corruzione e concussione.
La condanna del 27 gennaio appare durissima: 5000 fiorini d’oro con confisca dei beni in mancanza del versamento imposto entro tre giorni, bando per due anni, interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ancora più tremenda quella del 10 marzo successivo: esilio perpetuo e rogo “così che muoia”, qualora cada nelle mani del libero Comune. Dante non solo non conoscerà amnistie ma la pena capitale, l’esilio e la confisca dei beni verranno addirittura allargati anche ai figli del sommo poeta, Jacopo e Pietro.

Il giudice che promulgò le sentenze era umbro: il nobile Cante de’ Gabrielli di Gubbio (1260-1355), guelfo, più volte podestà di Firenze. Ebbene, hanno avuto risonanza internazionale proprio le scuse ufficiali che nel 2016, in apertura del ‘Festival del Medioevo’, il Consiglio Comunale di Gubbio ha voluto porgere in maniera simbolica a Dante, dando vita all’anno successivo all’incontro tra due discendenti di entrambi gli illustri personaggi. Come si dice, « meglio tardi che mai » !