Per chi conosce Pier Vittorio Tondelli non è difficile immaginare Correggio, sentire la sua rivalità con la più grande Carpi e conoscere quel piccolo ed immenso borgo. Prima di essere la “piccola città eterna” di Luciano Ligabue, Correggio è stata la città bella e dannata di Tondelli, grande autore di letteratura post moderna del panorama italiano. Nato nel 1955, egli è morto solo all’età di 36 anni, nel 1991, dopo aver contratto l’AIDS, la notorietà arrivò grazie ad Altri libertini, il suo primo romanzo. In esso descrive una periferia di Bologna, sboccata, degradata tra scene forti e psicologicamente violente, che calzano perfettamente la vita degli anni ‘70.

Ma torniamo a Correggio, questo piccolo paese in provincia di Reggio Emilia. Stava stretto a Tondelli, per quello nei suoi libri si respira ricerca di libertà e ingabbiamento volontario come nei migliori libri degli scrittori della beat generation, in un continuo vortice di fuga e ritorno che l’artista continua a proporci. Questo desiderio di scappare era dettato dalla chiusura mentale degli abitanti e, in particolare, delle istituzioni di Correggio: Tondelli, omosessuale dichiarato, era visto in malo modo da chiesa e PC, ancora ottuso nei confronti della libertà sessuale.

Cosa capiamo dai libri? Beh che, Correggio, non è molto cambiata durante la breve esistenza dello scrittore, ma si è modificato lo sguardo di Tondelli. Per la prima volta la guarda, vede la bellezza oltre quelle alte e colorate case. Mentre nel suo primo romanzo sopracitato, Altri libertini la fuga sembra l’unica soluzione, dopo un percorso interiore scopre che essa è inutile. Camere separate, l’ultimo suo libro, ha uno stile completamente diverso: niente più rabbia nei confronti del mondo e della sua città, c’è più una ricerca di senso e di comprensione. Essere a Correggio, significava essere sotto i riflettori di tutti, ma allo stesso tempo sentirsi a casa, o almeno quella che lui descrive come Casa: “era l’odore della mia terra, di una campagna in cui vivevano più porci che uomini”.
L’insofferenza geografica che respiriamo nei primi romanzi è data dalla giovinezza, quando i vizi pervadono le serate e la trasgressione è il senso di appartenenza che più si ricerca. Poi qualcosa cambia, il dolore, la guerra, le difficoltà. Si può vedere la parabola della sua vita e la riscoperta dei valori veri, universali: la vita, la morte, le amicizie, la famiglia, il dolore.
La sua parabola è durata veramente poco è stato un astro nascente, che si è spento senza dare la possibilità di ammirare tutta la sua lucentezza. La verità è che molti hanno odiato Tondelli, come persona e come scrittore, e lui era stanco della mondanità, così vuota: “ ho lasciato Milano e sono tornato qui, a Correggio. Corsi, ricorsi, regressioni, nostalgie? Però quando stavo male, lo scorso inverno, era bello pensare di avere un luogo in cui poter tornare: Correggio (…)Il successo non mi interessa, preferisco vivere isolato”. Un grande ritorno alle origini, la nostalgia della realtà, eppure questa fragilità nasconde la consapevolezza di essere tornato a Casa.

Leggere Tondelli è un po’ scoprire Correggio, è vivere quella piccola realtà, è immaginare i giovani che odiano “Karpi”, è viaggiare senza meta. È stata una grande scoperta, avvenuta per caso alla Feltrinelli, ho vissuto con lui la voglia di andarmene e tornare in quella piccola immensa città, ho viaggiato sulle note di Ligabue, che ben conosce i suoi libri e le sue sensazioni, siamo cambiati ognuno con le sue ragioni e le sue vie di fuga e ritorno, con i suoi drammi e le sue gioie. Forse ci vuole un lungo viaggio per capire che “da te non ci scappi anche se sei Eddy Merckx” ed è così che Correggio diventa meta e non fa così schifo come poteva sembrare. È tornare a respirare e capire che non è colpa sua quello che accade, è semplicemente tornare a casa.