di Lorenzo Carapezzi
La mente chiusa in sé stessa scoppia nel momento in cui l’aria entra. Come in una camera pressurizzata sballata, tutto esplode, rivelandoci la realtà che pensavamo fosse reale, ma che in verità si trattava di abitudine. È solo nella quotidianità che qualsiasi cosa ci sembra normale, anche vivere nella sporcizia.
Sicuramente usciti dal lockdown tutto quanto è cambiato. Le abitudini prese in quarantena sono tutt’ora difficili da dimenticare. Chiusi nelle quattro mura tutto quello che decora la casa improvvisamente ci è apparso vitale. L’ultimo sprizzo del fuori, iniziamo a ricordare dove abbiamo comprato questi oggetti, alla strada che abbiamo fatto, a che tempo faceva, se era estate o se era inverno. Ogni singolo oggetto, anche il più insignificante, come un rotolo di carta igienica finito, diventa per noi una croce, un simbolo che si fa materia, a ricordarci costantemente ad un mondo impercettibile. Tutto si trasmuta in qualcos’altro: le pieghe delle lenzuola intrappolano l’impronta, come il fango tradisce la furtività degli animali; i peletti di barba che cascano si appoggiano sul lavandino come i dripping di Pollock; le tazzine da caffè diventano posaceneri, i posaceneri diventano vasetti di yogurt e quest’ultimi odorano di caffè, tutto in una moltiplicazione confusa, nel quale solo il dettaglio ci mostra le vere differenze, le macchie, segni quasi impercettibili che ci rivelano il vero, così infinitesimali, ma così reali, come tracce di dna su una scena del crimine.
La quotidianità fa nascere la primitività: oggetti banali cambiano scopo nell’esistenza che noi crediamo sia quella giusta, come lenzuola e tende da doccia che prendono anima e sembrano corpi cadaverici e addirittura spettri in attesa del nostro arrivo per scomparire, catturabili solamente nell’atto meccanico del fotografare e filmare.
Infine, la primitività conduce alla novità: gli oggetti assumono ruoli incomprensibili fuori dalle quattro mura del nostro universo: un libro, ad esempio, può diventare un ferma coperchio del gabinetto, come se qualche creatura all’interno di esse dovesse restare imprigionato.
Ma è solamente usciti dalla zona di conforto, al di fuori del mondo creato inconsciamente da noi, che rendiamo conto di quanto sia complesso fare Dio e di come quello reale, ovvero la Natura, faccia così bene il suo compito artistico: l’alluminio risplende di “alluminio”; la condensa si addensa; le croste di cibo si incrostano. Quel filo d’aria che ci fa ritornare nella realtà reale ci apre gli occhi. Il sole nuovo ci abbaglia, ma non ci acceca, anzi, ci rende tutto più chiaro e quel paradiso creato da noi si rivela per quello che è in realtà: un inferno. E così la lavatrice non sembra più una dolce compagnia che si sfama del nostro marciume, bensì soffre vomitando cascate di vestiti sporchi.
Si tratta tutto di rivelazione e di apprensione. Ci rendiamo conto di come la realtà verosimile sia magnifica, disperandoci di vivere nell’inferno, nella pura realtà. Cos’è questo se non il Cinema?













