Il parco di Bomarzo dove fantasia e realtà si incontrano (LAZIO)

Il parco dei mostri di Bomarzo è una particolare località situata in provincia di Viterbo, un parco naturale ornato di strane figuri, che hanno reso questo luogo celebre e indimenticabile.

di Jessica Caminiti

Il parco chiamato anche Sacro Bosco o Villa delle Meraviglie accoglie al suo interno numerose sculture in basalto, una roccia effusiva di origine vulcanica, databili nel XVI secolo e ritraenti animali mitologici, mostri e divinità.

Molte storie narrano, che dietro l’architettura e la progettazione di questo parco ci sia stato nientemeno che Michelangelo Buonarroti, ma ahimè, queste voci sono state smentite, difatti il fortunato architetto è il meno noto Pirro Ligorio, che pensò questo spazio per volere del condottiero Pier Francesco Orsini (chiamato Vicino Orsini). Il cosiddetto “boschetto” di Orsini fu pensato come dedica alla moglie Giulia Farnese dopo la sua morte (“sol per sfogare il core”) e tutte le statue presenti, create da Simone Moschino (vero nome Simone Simoncelli), creano un percorso di difficile interpretazione, che tuttora non ha una soluzione logica di correlazione tra tutti i simboli presenti.

Si è ricercato un Fil rouge tra tutte queste entità che affollano il parco, c’è chi ha intravisto le tappe di un percorso iniziatico alchemico, ma non c’è la certezza, se non che alcune figure siano riprese da importanti scritti italiani della letteratura rinascimentale: Il Canzoniere di Petrarca, L’Orlando furioso di Ariosto per concludere con Amadigi e Floridante di Bernardo Tasso – padre del più famoso Torquato.

una delle tante iscrizioni presenti nel parco

La superficie che si estende per circa tre ettari, purtroppo, si presenta in maniera diversa rispetto a come Orsini aveva pensato. La famiglia Bettini – che nel corso del XX secolo ha rilevato questo spiazzo di terreno – ha cambiato la disposizione di alcune delle statue e ha reso pubblico questo incantevole luogo, il quale però nel corso dei secoli non ha solo perso la sua reale disposizione, ma anche gran parte delle scritte, che accompagnavano alcune delle mostruose figure, che il parco accoglie. Tra quelle tuttora presenti è difficile districarsi e provare ad avanzare qualche ipotesi sulla reale funzione di ciò che si può ammirare; alcune confondono e parlano direttamente all’osservatore “Voi che pel mondo gite errando vaghi di veder meraviglie alte et stupende venite qua, dove son facce horrende, elefanti, leoni, orchi et draghi.”, altre hanno implicazioni morali “Animus quiescendo fit prudentior ergo”, mentre altre ancora parlano dell’arte stessa “Tu ch’entri qua pon mente parte a parte et dimmi poi se tante maraviglie sien fatte per inganno o pur per arte”. Difficile trovare una risposta, ma la nuova disposizione delle statue voluta nel dopoguerra dai nuovi proprietari sicuramente cerca di dare una visione complessiva attraverso un percorso prestabilito a chi decide di addentrarsi tra queste statue.

Ecco alcune tra le sculturepiù famose: 

una delle due sfingi, le quali accolgono i visitatori nel parco

Due sfingi accolgono il visitatore dentro il parco: esse sono le custodi di ciò che c’è al suo interno; rispettano sia i canoni classici (donne con il corpo da leone), sia quelli egizi (sono prive d’ali). Sono le guardiane che aprono le porte di questo labirinto.

Proteo o Glauco con una torre a simboleggiare il potere della famiglia Orsini

Il secondo mostro in cui ci imbattiamo è di dubbia interpretazione: alcuni lo identificano come Proteo, altri come Glauco, entrambe le figure hanno in comune quelle di essere tratte dalla mitologia greca . Questa pietra dalle sembianze antropomorfe sembra emergere direttamente dal terreno e sulla sua testa sostiene un globo sormontato da una torre: esso simboleggia i possedimenti della famiglia Orsini.

parte del gruppo scultoreo della tartaruga e della balena. Il forte animale porta sul suo carapace una dea alata

Il gruppo della tartaruga e della balena. I due animali, che sembrano fissarsi negli occhi fanno parte di questo gruppo scultoreo e sopra il carapace della tartaruga è presente una Nike. Quest’ultimo animale è simbolo di stabilità e di longevità, rappresenta in qualche modo l’unione tra la terra e il cielo. Questo elemento del parco simboleggia il passaggio verso la purificazione e la dea alata è l’apice di questa trasformazione.

la casa pendente del parco

La casa pendente sicuramente è una delle attrattive più conosciute e ammirate del parco. Si ritiene che l’entrata fosse situata proprio di fronte a questo edificio, che crea smarrimento in chi ci si avventura all’interno. Costruito su un masso inclinato esso non è solo pendente, ma gli interni stessi non sono ortogonali, creando un senso di non contatto con la realtà.

l’orco, una particolare caverna in tufo all’interno del parco. All’interno di questo antro le voci vengono distorte e questo lo rende uno dei posti più conosciuti e suggestivi

L’orco è la figura più celebre del Parco e ne è il simbolo. Questa enorme viso di pietra con la bocca spalancata è una camera scavata nel tufo. Scendendo alcuni gradini si può entrare al suo interno, dove sono collocate delle panche e un tavolo. Data la forma particolare dell’ambiente, le voci di coloro che vi entrano sono amplificate e distorte, creando un effetto spaventoso e del tutto inaspettato.

Molte sono ancora le statue che si potrebbero raccontare come Ercole, Proserpina, Cerere, l’Elefante e tante altre, che un articolo non basterebbe per muoversi tra significati, scritte e collocazioni, nonché speculazioni sull’argomento.

Forse questo era proprio l’obiettivo di Orsini, creare qualcosa che destasse stupore e fosse invidiato da tutti, nessuno lo saprà, ma esso sicuramente rimarrà un affascinante mistero.

Le donne dalla faccia tatuata, Chin State (Myanmar)

Periodo di Carnevale, tempo di maschere. Eppure, c’è chi è costretto ad indossare una maschera molto speciale sul proprio volto per tutta la vita! Tra le remote e quasi inaccessibili montagne dello Stato di Chin, in un’area del Myanmar al confine con Bangladesh e India, le donne di alcune tribù etniche sono rinomate in tutto il Paese per i tatuaggi che ospitano sul proprio viso.

di Andrea Ferro

La leggenda locale narra di un sovrano birmano che nella notte dei tempi viaggiò nella regione e fu talmente colpito dalla bellezza delle donne locali da decidere di rapirne una per prenderla in moglie. In seguito a ciò, le famiglie Chin iniziarono a tatuare le loro figlie in modo da coprirne la bellezza per assicurarsi che non fossero portate via. Il tatuaggio veniva disegnato sul volto delle ragazze tra gli 11 e i 15 anni e richiedeva almeno un giorno. Col tempo questa tradizione che doveva rendere le donne indesiderabili ha iniziato ad avere l’effetto opposto. I tatuaggi facciali completi sono diventati segni distintivi di bellezza per ogni donna Chin della vecchia generazione. 

Altre favole Chin raccontano invece di quando la pratica iniziò a diffondersi per differenziare le diverse tribù nel caso di rapimenti. 

Un’ultima spiegazione collega i tatuaggi alla religione. A partire dal periodo della colonizzazione inglese, molte minoranze Chin si convertirono al Cristianesimo o lo accettarono accanto alle credenze animiste. Alcuni esponenti Chin ricordano che i pastori locali insegnavano loro che solo chi avesse avuto il volto tatuato sarebbe stato considerato degno di entrare nell’aldilà.

Negli anni Sessanta, il governo Birmano bandì la pratica dei tatuaggi sul volto, come parte di un programma politico che la considerava retaggio del passato. Molti missionari iniziarono anche a denunciarla come atto barbarico

Ci sono sei modelli di tatuaggi facciali nella regione Chin e ognuno differisce dall’altro a seconda della tribù. Ad esempio, le donne di M’uun sono riconoscibili per i tatuaggi dalle loro grandi forme a D, mentre le tribù Yin Du hanno lunghe linee verticali distinte che attraversano tutto il loro viso. Generalmente la tecnica più comune consisteva nell’utilizzare una spina di canna per applicare sul viso una miscela di corteccia di pini verdi, fuliggine e foglie di fagioli. Dopo aver applicato il liquido, il viso doveva essere lavato per due giorni e se i segni non erano abbastanza chiari, allora il processo doveva essere ripetuto di nuovo. Il processo risultava estremamente doloroso, anche perché spesso doveva essere ripetuto diverse volte prima di essere completato.

Col tempo, questa regione che per secoli era rimasta isolata iniziò ad aprirsi al mondo. Le giovani generazioni iniziarono a trovare quasi imbarazzanti quei segni distintivi sul volto delle madri. Ad oggi, le donne anziane sopra i 60 anni sono le uniche che portano ancora la tradizione del tatuaggio del viso, e sono considerate come le ultime del loro genere. Una volta che se ne saranno andate, un capitolo della storia Chin sarà relegata per sempre nei libri di storia.

Buongiorno siora maschera!

Quando si parla di Carnevale non si può non pensare a Venezia, la città lagunare che ogni anno per due settimane sembra letteralmente riempirsi di ogni tipo di maschere e personaggi. Forse anche troppo: i treni troppo pieni, la stazione affollata, il ponte di Calatrava e degli Scalzi che sembrano essere presi d’assalto da eterne processioni, ma quando ci si perde tra le calli e i campi…be’, inizia la vera magia!

di Silvia Michelotto

Dame con abiti ampissimi, signorotti dalle parrucche bianchissime, belletti, broccati e sete riprendono il loro posto all’interno di una città che sembra sempre con un piede nel passato. Eppure quello che noi possiamo ammirare è solo una piccola e minuscola scintilla di quello che in realtà era una tradizione molto più complessa.

Le maschere a Venezia erano un vero e proprio must have, meglio del tubino nero ai giorni nostri! Praticamente si fa prima a dire quando non si usavano che i giorni in cui si potevano utilizzare, ma visto che a noi le cose facili non piacciono, vi elencheremo i giorni e le motivazioni in cui i veneziani celavano la propria identità.

Iniziamo con i quindici giorni dedicati all’Ascensione, in cui si celebrava anche lo Sposalizio con il Mare, e per chi ne faceva specifica richiesta, poteva usare la maschera fino a Giugno; inoltre potevano essere utilizzate durante i banchetti ufficiali e le feste della Repubblica, e, appunto, per Carnevale, che, però, iniziava il Giorno di Santo Stefano  e si festeggiava fino alla mezzanotte del Martedì Grasso. Quindi un periodo molto più lungo rispetto a oggi (molto più tempo per mangiare i galani, crostoli, frittole, bugie…gnam!)!

Proprio perché le maschere erano così importanti nella vita pubblica e sociale, il mercato delle maschere era piuttosto florido ed erano realizzate da veri e propri artisti, eppure, stranamente, nel 1773, vi erano solo 12 botteghe.

Ovviamente la domanda era troppo alta rispetto alla quatità che effettivamente si riusciva a realizzare. Una maschera richiedeva il lavoro di alcuni artigiani facenti parte dell’ordine dei pittori che realizzavano la struttura di carta pesta e dipingevano le decorazioni in stucco realizzate prima dai targheri. Successivamente, per far fronte alle richieste iniziarono a diffondersi le più economiche e semplici maschere nere. Molto più rapide da realizzare che non avevano bisogno di una grande manodopera, permettendo inoltre anche a molti veneziani di trovare un lavoro!

Ma se c’era chi guadagnava da vivere realizzandole, chi  acquistava questi piccoli tesori artigianali riceveva la tanto agognata libertà. 

Infatti, con il termine maschera, nella cultura veneziana, si riconoscevano quelle donne e quegli uomini che si travestivano con gli abiti del sesso opposto, così la possibilità di celare la propria identità permetteva di portar avanti giochi proibiti, dimenticandosi del proprio ceto e ruolo sociale. E tutti…e intendo veramente tutti… potevano parteciparvi! Donne, uomini, ricchi, poveri, prostitute, preti, suore…

All’interno di quei palazzi che voi ammirate e fotografate, probabilmente si trovava il piacere in alcuni modi da far arrossire persino Mr Grey!

Ovviamente, le maschere non aiutavano solo in giochini sessuali, ma anche a commettere piccoli crimini. Risale, infatti, al 1268 una legge con cui si cercò di arginare l’utilizzo delle maschere per evitare il gioco delle ova, che consisteva nel lanciare delle uova piene di acqua di rosa contro le dame che passeggiavano (vediamo il lato positivo della situazione: almeno profumavano!).In Seguito, nel Trecento le leggi aumentarono, arrivando a vietarle nei luoghi di culto, agli uomini che frequentavano i casino e alle prostitute nel disperato tentativo di riuscire a fermare la sempre più presente promiscuità. Purtroppo aihmè, non accadde!

Fu con la caduta della Serenissima, che tutto si fermò, completamente! Anche se si cercò di riportare in auge questa meravigliosa pratica, nulla fu più lo stesso. Venezia, dopo l’Unificazione d’Italia, non era più la stessa città, non vedeva il Carnevale come quella fuga dalla realtà e dalle etichette di palazzo. L’ombra calava sulla meravigliosa Serenissima.

Ma oggi il suo Carnevale è ritornato. Il mondo invidia la laguna vestita a festa, la gente che riempie le calli festante. Venezia è rinata ed è di nuovo l’ombelico del mondo del Carnevale. Quindi…Buongiorno, siora maschera!