Il sistema dell’arte contemporanea

Quando pensiamo all’arte non possiamo fare a meno di immaginarci un luogo dove è possibile ammirare opere di ogni tempo, il tutto circondato da un’atmosfera poetica e trasognante. Anche per noi studenti che ci approcciamo a tale materia vale inizialmente questo pensiero ma, procedendo nel percorso di studi o una volta approdati nel fatidico mondo del lavoro, ci rendiamo conto che non “è oro tutto ciò che luccica”.

di Jessica Colaianni

Galleria di Leo Castelli. Foto da https://www.widewalls.ch

Al giorno d’oggi l’arte si scontra con la dura realtà, entrando a far parte anch’essa di un ambito che governa il mondo, stiamo parlando ovviamente dell’economia. Viviamo o no nell’epoca del capitalismo più sfrenato? Ebbene sì, per quanto l’arte sia considerata una cosa pura e lontana da questo male assoluto che imperversa le nostre vite contemporanee, l’economia è riuscita a penetrare in essa, creando un vero e proprio sistema dell’arte che detta le leggi della domanda e dell’offerta e che decide chi merita di starci dentro e chi invece di restare fuori.

Leo Castelli con Jasper Johns

Per capire meglio l’origine di questo sistema, però, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo. Più precisamente andiamo nella New York degli anni Quaranta dove troviamo protagonista un italiano. Leo Castelli, triestino di nascita ed ebreo di origine, fugge dall’Europa nazista verso il nuovo mondo insieme alla moglie, con la quale approda nella grande mela e, appassionato d’arte, trascorre le sue giornate al MoMa, diretto all’epoca da Alfred Barr. Entra in contatto con l’allora nascente arte americana (l’Espressionismo astratto capitanato da Pollock per intenderci) e trasforma il suo appartamento in una galleria. Quella ufficiale verrà aperta nel 1957, dove presenterà al mondo i due grandi protagonisti del New Dada, Johns e Rauschenberg. L’intento di Castelli è quello di, attraverso la sua galleria, certificare gli artisti nascenti e di farne presto una sua esclusiva. Il suo grande intuito lo porta infatti a presentare al pubblico gli artisti della Pop Art, prima, e del Minimalismo, dopo, diventando così primo gallerista rappresentante  di alcuni dei movimenti artistici più importanti del Novecento.

Jasper Johns – Two Flags
Robert Rauschenberg – Retroactive II

Ben presto apre nuove gallerie private in diverse parti del mondo creando una fitta rete di contatti tra artisti, musei, gallerie, collezionisti. Famose per esempio sono le sue liste di attesa, allo scopo di creare grande aspettativa e incrementare il guadagno dalla vendita di un’opera, in una corsa incessante per accaparrarsi i lavori e gli artisti migliori. Al fiuto per il mercato di Leo Castelli si associa l’origine del sistema dell’arte, termine che verrà ufficialmente introdotto dal critico Lawrence Alloway nel 1972 e da Achille Bonito Oliva nel 1975. Proprio nel testo di Bonito Oliva abbiamo una descrizione accurata del sistema dell’arte, riguardante un’élite di musei, artisti, galleristi, collezionisti (il MoMa, Damien Hirst, Gagosian Gallery, Saatchisono solo alcuni esempi) visti come veri e propri brand che creano tendenza. Per esempio, se Saatchi, famoso collezionista, acquista un’opera di un determinato artista, allora anche gli altri cominceranno a comprare quell’artista. Se il MoMa espone tal dei tali, allora anche gli altri musei cominceranno ad esporre tal dei tali, e così via.

Damien Hirst – L’impossibilità fisica della morte nella mente di un essere vivente

Col tempo, all’arte si è sempre dato più un valore economico che prettamente artistico e se si ha il privilegio di entrare a far parte di questo sistema equivale come fare terno al lotto. Molti artisti di grande valore sono rimasti fuori da questi circuiti a causa della mancanza dei giusti agganci e questo è un lato oscuro dell’arte che spesso non si conosce ma che domina attualmente la scena artista, scatenando non poche critiche dai puristi dell’arte. Spero con questo articolo di non aver infranto i vostri bei sogni e le vostre belle illusioni, questa è la realtà che aleggia dietro le opere di arte contemporanea (e non solo) ma continuate a tenervi lontani da questo mondo marcio, passatemi il termine un po’ forte, e continuate ad ammirare l’arte, tutta, a prescindere, senza condizioni e influenze, perché come dice Thomas Merton “L’arte ci consente di trovare noi stessi e di perdere noi stessi nello stesso momento” quindi vale sempre la pena continuare a soffermarsi su di essa.

Brusemo la vecia!

E’ arrivata la Befana che tutte le feste porta via!”. Questa frase mi ha sempre messo molta tristezza da piccola: la fine delle vacanze di Natale, i compiti abbandonati per giorni interi da recuperare il più rapidamente possibile, calze piene di dolci e niente più regali da scartare (che poi a me i dolci non piacciono, quindi dentro le calze, io trovavo lo stesso dei doni, soprattutto libri, tiè!). Ma c’era una cosa positiva: andare a vedere la vecia che brucia!

di Silvia Michelotto

Qui in Veneto, in ogni piazza, che sia piccola o grande, si crea un enorme e altissima pira, dove si sistema un fantoccio, solitamente con vestiti femminili rotti e consumati, e nella prima oscurità della sera (nel mio paese minuscolo, solitamente dopo la Messa delle 18.00) si accende questo strabiliante e suggestivo falò. L’intera comunità si riunisce e con il naso all’insù si guarda il fuoco che sale e distrugge, mentre i più anziani fanno gli scongiuri e osservano se le fiamme salgono bene, ma soprattutto da che parte va il vento.

E voi chiederete, giustamente: chi è questa vecia? E che c’entra il vento?

Easy (jet!), ve lo spiego io e la cultura popolare che scorre in me (insieme alla mia capacità di fare ricerche in biblioteca)! Intanto partiamo dalle basi, o meglio dalla prima domanda: la vecia (aka la vecchia) ha una tradizione millenaria e si può associare tranquillamente alle pratiche politeiste preistoriche in cui il fuoco, elemento purificatore, veniva utilizzato per allontanare i demoni cattivi che avrebbero portato un magro raccolto e la conseguente carestia. Nel Nord Italia questa pratica è rimasta e si è arricchita, infatti, non è solo un modo per allontanare la negatività futura, ma anche un rito propiziatorio per buttarsi alle spalle tutto ciò che, durante l’anno appena trascorso, ha portato malessere. 

E allora perché si fa il 6 gennaio? In realtà non è così, sono parecchie le zone che spostano la data di tale evento, c’è chi, come Bologna e Modena, lo fa la notte di Capodanno, c’è chi lo fa in onore dei processi contro gli eretici (Borgo San Giacomo a Brescia) oppure viene usato come una scusa per interrompere il periodo di magra durante la Quaresima (Visano, sempre a Brescia…furbetti eh!). Ma in questo specifico caso la risposta sta proprio sul perché i vecchietti, chi ancora è legato alle tradizioni e alla scaramanzia (chiamiamola così), sta a controllare con la bussola da che parte tira il vento. Il 6 gennaio è l’ultimo giorno di pausa tra la fine del raccolto e l’inizio di uno nuovo. La Natura è una crudele matrigna (come ci ha insegnato il nostro amicone Leopardi!) e i contadini ne sono gli amanti, così come i nostri fidanzati indagano (forse…in teoria…se il criceto nel loro cervello nel frattempo non si è suicidato per la solitudine!) sul nostro stato d’animo prima di proporci qualcosa, ecco che i maestri della terra fanno lo stesso. Se il fumo viene guidato da un vento da sud-ovest non c’è nulla da temere: arriverà la pioggia, meraviglioso nettare che porterà prosperità, se, invece, il vento è quello da nord-est…beh, sarà un anno arido, con un raccolto misero e una terra secca e priva di vita.

Ma nonostante ciò, loro, intrepidi amanti, pianteranno, magari piante che resistono a queste difficoltà, perché bisogna in qualche modo campare durante l’anno che verrà! Perciò, quando l’ultima fiammella si sarà spenta e l’ultima ansia se ne sarà andata insieme all’anno passato, tutti, contadini, curiosi, bimbi e adulti, si sposteranno verso un qualche locale, banchetto o signora che offrirà quell’altra cosa immancabile al rogo della vecia: il vin brulé e per i più piccoli la cioccolata (ovviamente!) coccola necessaria per sopravvivere alle crudeli notti invernali del nord (manco fossimo in Lapponia, ma c’è poco da fare l’umidità rende tutto più rigido!). 

Un abbraccio gentaglia e che quest’anno ci sia solo un vento di positività a riempire le vostre vele!

Benvenuti e Benvenute!

Benvenuti e benvenute ad Art du Monde!

Probabilmente sarete capitati qui per sbaglio, pensando di trovarvi di fronte  all’ennesimo blog raffinato di arte, dove vi propinano date di mostre e nozioni storiche che vi serviranno a fare bella figura a qualche gitarella fuori porta con degli amici alla Midnight in Paris.  Be’, sì…è così…circa!

Insomma, siamo tutte storiche dell’arte qua dentro quindi ovvio che faremo le saccenti, ma non in quel modo sofisticato tipico della maggior parte degli esperti d’arte. Tutte noi, nella nostra carriera universitaria, abbiamo affrontato quelle noiose e stancanti conferenze dove ti snocciolano solo informazioni, nozioni, date e teorie senza riuscire a intrappolare veramente l’attenzione del pubblico. Stessa cosa nei musei o mostre, dove almeno una volta, abbiamo lavorato nelle vesti di guide o guardia-sala: quanto di quello che c’è stato insegnato di dire è veramente rimasto alle persone che erano davanti a noi? Quante di loro ricorderanno almeno una frase, un concetto, un pensiero il giorno dopo?

Ed è proprio tra le mura di una delle sale di Palazzo d’Accursio che ci siamo rese conto che, forse, ripetere a pappagallo delle stupide conoscenze non sarebbe servito a nulla, che era molto meglio accompagnare quei (relativi) pochi visitatori in una vera e propria avventura, fatta di una vita d’artista meravigliosa, di curiosità e di piccoli aneddoti. Permettere al visitatore di essere partecipe e co-creatore della visita, renderlo attivo e curioso: il percorso diventava un colloquio perenne tra noi storici e i visitatori, che erano in grado di far mutare il percorso in base alle loro esigenze e alle loro domande e alla loro risposta. Quante volte una visita standard di 20 minuti diventava di un’ora abbondante o si riduceva a 5 scarsissimi minuti!

Questa, miei cari signori e signore, è la mediazione culturale!

Ed è proprio questo il nostro obiettivo: aprire l’arte a tutti, renderla sempre meno un semplice oggetto da ammirare e da contemplare in venerazione di un qualche genio (che non esiste, ricordiamocelo!) misterioso del passato. Bensì, vogliamo renderla viva, farla respirare a chiunque ci voglia far compagnia, anche solo per un piccolo viaggio.

 Questo è un piccolo angolo di web che non deve assolutamente sembrare una noiosa aula universitaria, fatta di paroloni come prepierfrancescano o fenomenologico, bensì un salotto- anzi no!- una piazza dove poter fare due chiacchiere tra amici davanti a una birra, a uno spritz o a una coca cola, dove i temi non saranno gli ultimi post della Ferragni o l’ultimo scandalo riguardo la Lohan (che poi qualcuno ha la minima idea di che fine abbia fatto?). Si parlerà piuttosto dello indecenza di Caravaggio, di quello sporcaccione di Klimt, del dispetto che la bottega dei Carracci fece a tutti i pittori bolognesi e di quella voce che gira sul rapporto incestuoso tra Schiele e sua sorella, dello scherzo di Cattelan a un noto studioso d’arte e- perché no?- di quanto quella mostra d’arte sia stata noiosa (sì, perché anche per noi del settore alcune mostre sono terribilmente noiose!).

Questo è il nostro scopo, un’idea nata mentre sistemavamo dei pesanti cataloghi su un tavolo, mentre la gente intorno a noi chiedeva dove fosse la mostra di un certo McCartney/McFlurry/McCarry, ma conosciuto ai più come McCurry e che finalmente, dopo ben 10 mesi, ha preso finalmente vita con questo blog, con una pagina di instagram e su facebook, con la speranza che forse, un giorno, possa diventare qualcosa di più. qualcosa di più grande e concreto.
Quindi, bando alle ciance e ciancio alle bande: benvenuti su Art du Monde e speriamo che questo viaggio sia di vostro gradimento.

Le (tutt’altro che normali e totalmente folli) fondatrici

Jessica e Silvia