Una nuova dignità al lavoro

Le origine dei Carracci erano umili, soprattutto erano lontanissime dal mondo artistico. Proprio per questo motivo si preoccuparono di dare ai ‘mestieri’ una nuova dignità, distante da quella proposta dal Manierismo.

di Silvia Michelotto

I Carracci furono il trio artistico più importante della Bologna di fine Cinquecento. Ludovico, Agostino e Annibale provenivano da famiglie lontanissime dal mondo dell’arte (il primo era figlio di un macellaio, gli altri due, invece, di un sarto), ma la loro bravura e la loro determinazione permise loro di fondare una delle botteghe più famose della città. Non servirono a nulla le proteste dei loro colleghi di cooperazione, che li detestavano per i più svariati motivi, dal già citato fatto di non essere figli d’arte al loro modo di dipingere fin troppo innovativo.

Di sicuro quello che ricevette più critiche, ma a cui la storia regalò il maggior numero di onorificenze, segnando la sua vittoria sull’ormai maturo e stanco stile tardo manieristico, fu Annibale. Era il più giovane dei tre, ma il più combattivo e innovativo, il più sovversivo in una bottega di sovversivi. Portò numerosi grattacapi al cugino Ludovico, il più anziano e che gestiva la bottega che avevano fondato, soprattutto al momento del suo debutto come artista completamente formato e autonomo. Ma della sua Crocefissione ne parleremo un’altra volta, perché vogliamo volgere lo sguardo ad un altro caposaldo della sua produzione: La macelleria, attualmente conservata a Oxford.

La pescheria (Serie Mattei) di B.Passerotti (1577-78)
La macelleria (Serie Mattei) di B. Passerotti (1577-78)

Perché fu così importante? In questo periodo la pittura raffigurava i lavoratori come esseri ignobili, peccaminosi e volgari. La Serie Mattei di Passerotti ci mostra uomini e donne mostruosi, dai volti distorti quasi caricaturali che dietro ai loro banchi non offrono solo cibi, ma anche riferimenti al sesso. La pollivendola che abbraccia il pollo come se fosse un amante, la pescivendola che accenna al fatto che l’anziano marito non fosse più attivo sotto le lenzuola e il macellaio che accarezza il grugno del maiale richiamando atti amorosi. Di sicuro non sono le persone a cui ci rivolgeremmo per i nostri acquisti.

Le pollivendole (Serie Mattei) di B.Passerotti (1577-78)
I pescivendoli (Serie mattei) di B.Passerotti (1577-78)

E fu così che La macelleria di Carracci con le sue figure dignitose e realistiche, divenne il primo elogio al lavoro onesto e corretto.  Certamente il fatto che Ludovico avesse un padre che lavorava nel settore ha permesso ad Annibale di comprendere effettivamente la fatica del mestiere, che, ci può sembrare strano, era regolato da pesanti normative. A Bologna, il cardinale Paleotti aveva emanato regole precise sul commercio della carne, vietandolo in periodo di quaresima se non in casi eccezionali, come ad esempio se a farne richiesta erano donne in dolce attesa o anziani e malati. Questa bottega, dipinta dal pennello sapiente del giovane Carracci, è perfettamente a norma: presenta le carni magre della quaresima, sta servendo una signora anziana con, invece, della carne più grassa ed è così affidabile che persino una guardia svizzera, probabilmente dopo un controllo, decide di fare acquisti in questo negozio.

Il lavoro viene descritto con attenzione, non sono solo uomini che offrono la loro carne invitante, ma la stanno pesando, tagliando e lavorando. Non stanno con le mani in mano, non alludono al sesso, stanno facendo il loro mestiere.

Macelleria di A.Carracci (1585)

Purtroppo non sappiamo se quella è la rappresentazione di una vera macelleria, se sia un’opera commissionata o un semplice esercizio di bottega. Alcuni hanno ipotizzato fosse stata richiesta dai Canobbi, macellai, appunto, i quali commissionarono all’artista anche un’altra tela, il Battesimo di Cristo. Martin, storico illustre, invece, propose una lettura particolare: quelle figure impegnate nel lavoro non sarebbero altro che i tre Carracci e il loro garzone così  quello che noi staremmo osservando non sarebbe altro che il loro manifesto artistico. La loro arte, come già detto, guarda alla realtà e alla sua rappresentazione dignitosa e verosimigliante, ciò porterebbe, quindi, a rappresentar una bottega circondata dal fermento del lavoro, con i suoi dipendenti indaffarati che si muovono intorno ad essa e non in posa dietro alla merce. Inoltre, sancirebbe l’intenzione di rappresentare la verità nella sua integrità, senza un giudizio morale e discriminante come fece Passerotti.

Anche se questa lettura è stata smentita, di sicuro è interessante vedere come nell’opera di Annibale le loro origini umili siano elogiate e non nascoste, siano viste come elemento fondamentale della loro formazione, rendendo ancora più interessante e importante la loro arte.

Fonti:

– D.Benati, Carracci e il vero, Mondadori Electa, 2007;

– E.Negro, M.Pirondini, La scuola dei Carracci. I seguaci di Annibale e Agostino, Artioli, 1995;

– A. Ghirardi, Passerotti, Luisé, 1990.

Il caso Trumbo

La storia è la filosofia preposta a guardare il passato per non compiere gli stessi errori nel futuro. Rivediamo le azioni e i pensieri dei nostri avi, acquisendo sempre più facoltà di noi stessi. È la coscienza collettiva quello che muove tutto lo studio del passato. Comprendiamo di non essere perfetti, di essere colpevoli delle peggiori atrocità che la Natura possa concepire nella sua realtà. È un processo continuo di agnizione comune.

di Lorenzo Carapezzi

Episodi vicini al nostro presente, come la Grande Depressione, la Seconda Guerra Mondiale e subito dopo la Guerra Fredda, esistono ancora nelle nostre coscienze come segnale di allarme verso un mondo il quale vocabolario non contiene i termini “democrazia”, “libertà” e “coesistenza”. L’uomo non è riuscito a strappare queste pagine solo dalla storia comune, ma anche dal mondo artistico e il cinema non fa eccezione . Hollywood, la casa natale del cinema classico, ha avuto la sua pagina storica buia, o per meglio dire nera. In un’epoca fatta dalla sola combinazione di comunisti e anticomunisti non può esserci una fazione di mezzo. Una tipica storia tra buoni e cattivi, senza esclusioni di colpi. Ed ecco che in un’America fatta di capitalismo e forte timore verso il comunismo, anche Hollywood si schierò da una parte.

Manifesto contro i comunisti da parte di Hollywood
Manifestazione contro la black list

Il 29 giugno del 1949, William R. Wilkerson, fondatore di “The Hollywood Reporter”, pubblicò una rubrica intitolata “Un voto per Joe Stalin”, contenente una lista piena di nomi di artisti, produttori e tecnici accusati di favoritismo al comunismo staliniano, che andarono contro la società americana cinematografica e politica, favorendo argomenti marxisti usati come strumento ideologico per l’educazione di bambini e normali cittadini .  Le tensioni contro i presunti comunisti si intensificarono ancora di più con l’arrivo della guerra di Corea (1950-1953), tant’è che il 25 giugno dell’anno successivo al Voto di Stalin fu pubblicato “Red Channel’s”, un opuscolo contenente 151 nomi, soprattutto di sceneggiatori, accusati di essere “fascisti rossi”, invitando le produzioni e le distribuzione a impedire di dare lavoro e possibilità di contagiare le menti del pubblico a tutti questi “assassini della democrazia”. Questa lista verrà poi rinominata e ricordata fino ad oggi come “Lista di Billy”, rifacendosi al soprannome di Wilkerson. Sceneggiatori, registi, attori e gente del settore si ritrovò improvvisamente senza lavoro o costretti a lavorare sotto falso nome, soprattutto gli sceneggiatori, i quali potevano lavorare da casa, continuamente spiati e controllati dall’intelligence statunitense. Quest’ultimi, riuscirono a farsi continuamente scritturare da registi e produttori consapevoli del malsano pensiero di terrore nei loro confronti. I casi più eclatanti di questo licenziamento e allontanamento di massa furono quelli presieduti dall’amato e gigante Walt Disney, il quale confermò la reale pericolosità del comunismo all’interno degli studios, e dalle azioni di Ronald Reagan, futuro presidente degli Stati Uniti, ancora presidente della Screen Actors Guild, il sindacato statunitense per eccellenza, rappresentando più di 160000 attori di cinema e televisione.  Reagan affermò che una piccola cricca all’interno del suo sindacato stava usando “tattiche filocomuniste” nel tentativo di orientare la politica.

Donald Trumbo (1905-1976)

Solo a partire dal 1960 la lista perderà importanza, facendo crollare la struttura anticomunista formatasi e accresciuta in soli dieci anni. Sarà il maestro della tensione, Alfred Hitchcock, a dare un primo segno di speranza per i “cattivi”, assumendo per il suo programma televisivo “Alfred Hitchcock presenta” l’attore Norman Lloyd come produttore associato. Ma il caso più eclatante fu la figura di Donald Trumbo, sceneggiatore all’epoca di film come “Ho sposato una strega” diretto da René Clair e del film omaggio all’Italia “Vacanze romane” con una strepitosa Audrey Hepburn.  Inserito nella lista dei “Dieci di Hollywood”, indicativa di quali fossero i comunisti più pericolosi da allontanare immediatamente, Trumbo riuscirà a riscattarsi in segreto riuscendo a conquistare due Oscar alla migliore sceneggiatura (allora denominato “Miglior soggetto”) sotto falso nome. Solo quando si scoprirà di essere stato lo sceneggiatore di “Exodus”, altro film tanto bello quanto di successo, il pubblico americano comprenderà le grandi doti di Trumbo e di molti artisti bloccati e allontanati. Trumbo rivedrà per la prima volta il suo nome scritto sulla pellicola grazie al maestro Stanley Kubrick con il film “Spartacus”, interpretato dal grande Kirk Douglas. Sarà proprio quest’ultimo a voler accanto a sé la “cattiva” penna comunista.
Re-introdotto ufficialmente nel mondo cinematografico, Trumbo sfornerà capolavoro su capolavoro, sia in veste di sceneggiatore che in quelle di regista, fino alla sua morte, il 10 settembre 1976. Trumbo non deve essere ricordato solo come un artista di grande talento, con una spiccata fantasia nel creare storie, ma anche come uno dei tanti simboli della libertà d’espressione e di pensiero ideologico.
La storia di Donald Trumbo e gli altri “amiconi di Billy” ci fanno comprendere l’importanza e l’immensa bellezza nel leggere, comprendere ma soprattutto applicare l’articolo 3 della Costituzione italiana: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Parole che dovremmo leggere ogni giorno appena svegli, per ricordarci che non esistiamo solo noi.

Fonti:

-Hollywood Reporter:
https://www.hollywoodreporter.com/features/blacklist-thr-addresses-role-65-391931

-Manifesto contro i comunisti:
https://simple.wikipedia.org/wiki/Hollywood_blacklist

I contadini di Millet

Millet rappresenta nelle sue opere un lavoro povero e faticoso, che spezza la schiena e che molto spesso è sinonimo di miseria. Eppure, osservando i suoi quadri, non possiamo fare a meno di vederlo come il più poetico e dignitoso di sempre.

di Jessica Colaianni

Ci siamo appena lasciati alle spalle il 25 aprile e la Festa della liberazione italiana dal nazifascismo e con la nuova settimana ci avviamo verso un’altra importante ricorrenza. Stiamo parlando ovviamente del primo maggio, giorno dedicato ai lavoratori. Tale festività viene celebrata non solo in Italia, ma in vari paesi del mondo e ha lo scopo di ricordare le lotte che hanno portato all’attenzione i diritti in tale settore, quali la riduzione della giornata lavorativa, la paga minima del salario e così via. La lotta e la conquista di tali diritti risale all’Ottocento a seguito della rivoluzione industriale che ha catapultato la società verso l’epoca contemporanea e la conseguente nascita e sviluppo delle fabbriche e quindi della classe operaia, inizialmente brutalmente sfruttata e costretta a lavorare in condizioni ignobili.

Le spigolatrici (1857)
La pastorella (1864)

La questione in quegli anni è talmente rilevante che coinvolge anche le arti: noti sono i grandi classici letterari come Oliver Twist di Charles Dickens e Rosso Malpelo di Giovanni Verga, i quali pongono la loro attenzione sul lavoro minorile, ma sono ancora tanti gli esempi che si possono fare. Anche l’arte non rimane esente dal dovere di mostrare tali condizioni e nel corso del XIX secolo, infatti, vediamo i lavoratori diventare protagonisti in molte opere che faranno poi la storia. Tra i pittori che si sono dedicati maggiormente a questi temi, abbiamo Jean-François Millet, artista francese considerato tra i massimi esponenti della corrente del Realismo. Nato in un piccolo paese della Normandia nel 1814 da una famiglia di poveri contadini, riesce comunque a trasferirsi a Parigi per studiare all’École des Beaux-Arts, esordendo senza successo al Salon del 1839. Nei successivi anni si trasferisce a Barbizon, dove viene fondata una scuola di pittura, un luogo in cui Millet e altri pittori possono dedicarsi a un nuovo tipo di arte, lontana dai valori accademici. Distante dalla città e dagli sviluppi industriali, il pittore accoglie le sue umili origini contadine e inizia a raccontare, attraverso le sue opere, le condizioni e le vite di coloro che abitano e lavorano la campagna.

Ecco allora quadri come il Seminatore (1850), l’Angelus (1857) e il più noto, le Spigolatrici (1857); in tutti i suoi lavori le figure rappresentate appaiono solenni, Millet gli affida una dignità quasi eroica, diventando simbolo di emancipazione. Zappatori, piantatori di patate, contadini e pastorelle: il pittore racconta la vita agreste con una vicinanza affettiva, analizzando semplicemente la loro quotidianità, modesta ma faticosa, in tutti i momenti della giornata, dal mattino alla sera. A differenza di altri pittori del suo tempo, appartenuti alla sfera del realismo, le opere di Millet sono tuttavia prive di un’aperta denuncia sociale, fatto che gli valse tra l’altro alcune critiche, ma sono frutto dell’intento di mostrare il mondo rurale e i suoi valori, legato a un contatto maggiore con la natura ed estraneo al disordine rivoluzionario della città. Nonostante ciò, è indubbio che questi quadri hanno avuto una grande importanza sia dal punto di vista pittorico, influenzando pittori successivi, sia dal punto di vista delle tematiche, mettendo in luce le condizioni di vita di chi lavora i campi.

Angelus (1857)
Il seminatore (1850)

Dall’Ottocento in poi molte sono le conquiste che hanno riguardato i diritti dei lavoratori ma dobbiamo ricordarci, e il primo maggio serve anche a questo, che non dobbiamo mai smettere di combattere per essi, e forse oggi ancora di più è forte questa necessità, poiché, a causa dell’emergenza che stiamo vivendo, la salute e la sicurezza del lavoratore deve rimanere in primo piano e l’arte, come ha sempre fatto e sempre farà, può contribuire in tale senso.

Fonti:

– R. Rosenblum, H. W. Janson, L’arte dell’Ottocento, Palombi, 1986