Figlia contro Madre

Nel 1222 un gruppo di professori e studenti dell’Università di Bologna si spostarono a Padova, dando vita al secondo studio più antico d’Italia. L’Alma Mater Studiorum, nata per cibare le giovani menti con conoscenza e sapere, si stava rivelando, invece schiava delle superstizioni e del consono; tutt’altro ambiente era quello, invece, della città patavina: ampia libertà di pensiero e di azione, numerose agevolazioni fiscali, privilegi e una maggiore quantità di fondi per lo studio.

di Silvia Michelotto

Il motto, Universa Universis Patavina Libertas (Tutta intera, per tutti, la libertà nell’Università di Padova), non fu mai smentito, nemmeno sotto le numerose dominazione che dovette affrontare il territorio. Gli studenti patavini reclamavano sempre la loro libertà e il loro diritto di espressione e all’apprendimento di ogni forma del sapere, dando vita a movimenti studenteschi, rivolte, guerre civili e occupazioni. Con questa sete di conoscenza e la voglia di primeggiare, non è assolutamente strano, quindi, che lo studio padovano vanti numerosi primati in campo accademico e abbia visto passare per le sue aule nomi importantissimi, come i celeberrimi Galileo, Morgani e Falloppio, o dando la laurea a personalità come Cavalletto, Vesalio e a Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, ovvero la prima donna laureata al mondo. Bologna avrà la sua prima laureata solo cinquant’anni dopo, ovvero Laura Bassi, la quale sarà ricordata per un suo personale primato: essere la prima donna ad avere una cattedra accademica.

Bologna e Padova, Madre e Figlia, furono spesso in competizione, cercando di scalzarsi dal podio a vicenda.  E di sicuro il più grande simbolo di un’Università libera, illuminata, desiderosa di apprendere e di essere il centro dell’avanzamento scientifico è il Teatro anatomico di Padova. Fino a quel momento, in tutti i centri universitari, lo studio pratico dell’anatomia e degli organi avveniva in strutture temporanee che, poi, venivano distrutte e il materiale riutilizzato, eppure nel Cinquecento l’Universitas Studii Paduani si rese conto che le serviva una struttura permanente, che permettesse di intervenire sui cadaveri donati il più rapidamente possibile. 

l’iscrizione latina sulla porta che collega la cucina al tavolo del Teatro Anatomico. Essa recita  Hic est locus ubi mors ubi gaudet succurrere vitae, traducibile con E’ questo il luogo dove la morte gode nel dare soccorso alla vita

Il Teatro Anatomico di Padova visto dall’alto

La Facoltà di Medicina, inserita all’interno dell’Università degli Artisti, stava per toccare il momento di massimo splendore e gli studenti bramano di poter mettere le mani in pasta, scoprire e imparare i segreti del corpo umano e il governo cittadino li asseconda: una volta all’anno, tendenzialmente a Febbraio, vengono donati i corpi di due giustiziati, preferibilmente un maschio e una femmina, in modo che gli iscritti al corso possano svolgere l’autopsia e studiarne le viscere. Successivamente anche i professori si aggiungono alla pratica, donando i loro corpi: proprio per questo motivo si sviluppa la tradizione di conservare i teschi dei docenti più illustri per sistemarli all’interno di una teca nella Sala di Medicina del Bo, luogo in cui, ancora oggi, si svolgono le lauree della suddetta materia. Ve ne sono attualmente cinque, tra cui quello di Morgagni, il primo a trovare un nesso tra malattia e organo. 

Ma la morte arriva improvvisamente e, tra l’arrivo del corpo e la realizzazione di una struttura adatta per ospitare i numerosi (anche se non come oggi) studenti, si aveva una terribile perdita di tempo, quasi un peccato mortale! Fu così che si pensò alla realizzazione di un Teatro permanente, il primo al mondo, sotto le numerose insistenze di Girolamo Fabrici d’Acquapendente. Troviamo notizie al riguardo già nel 1543, all’interno di De humani corporis fabrica di Andrea Vesalio, ma i lavori furono completati solo nel 1595. La struttura si basa su quella di un anfiteatro romano, riproponendo un cono rovesciato costituito da sei ordini, un’immagine che ci riporta immediatamente alla mente l’Inferno dantesco come ci suggerisce lo stesso Goëthe nei suoi diari di viaggio. Ogni ‘girone’ è protetto da una balaustra alta circa un metro e dieci, questo perché, essendo i corridoi molto stretti, era impossibile soccorrere gli studenti che, per il cattivo odore o perché particolarmente sensibili, svenivano, in questo modo, invece, essi potevano essere lasciati svenuti sul  corrimano, senza che cadessero o fossero colpiti dai propri colleghi. 

A presiedere le lezioni vi erano il professore, che però rimaneva seduto sul suo scranno, e due studenti dell’ultimo anno, i massari, uno che aveva il compito di incidere e uno che doveva mostrare l’organo estratto. Ma tutti riuscivano a vedere bene quello che accadeva? Non esattamente. Stiamo parlando di una struttura alta quasi 16 metri, quindi risulta difficile che chi si trovasse sulla parte più alta vedesse qualcosa, proprio per questo, quei posti così lontani dal corpo, erano per le matricole. Esse sostanzialmente ascoltavano unicamente la lezione e, con lo scorrere degli anni di studio, sarebbero scesi di livello, fino ad arrivare all’ultimo, a quello più vicino al corpo.

Le lezioni di anatomia erano così importanti che, il 24 settembre 1596, furono aperte gratuitamente a tutti gli studenti dell’Università di Padova. Una grandissima conquista all’epoca!

 Due piccole e ulteriori curiosità su quest’opera. Gira la leggenda che il tavolo delle autopsie girasse in modo da gettare il cadavere in un fiume e cancellare le prove di questo atto blasfemo, in realtà il vescovo di Padova era al corrente delle attività dell’Università, in quanto cancelliere della stessa, e aveva appunto pensato il sopracitato accordo, quello inerente alla donazione di due cadaveri annui, con le autorità laiche. Che poi gli studenti trovassero altri modi per procurarsi i corpi da esaminare era un segreto di pulcinella, ma per amore della scienza si chiudeva un occhio. I corpi, poi, anche alla fine della lezione, erano importanti a fini didattici: quando la salma diventava inutilizzabile veniva portata nella cucina, dove veniva inserita in un pentolone pieno d’acqua calda, in modo che le parti molli si sciogliessero e le ossa si pulissero. In questo modo avevano degli scheletri ‘freschi’ per continuare con le lezioni teoriche.

La Cucina del Teatro Anatomico di Padova dove è conservato il modellino del Teatro

Le attività si interruppero nel 1872, dopo quasi 400 anni di onorato e servizio (e allo scoccare dei 650 anni dalla Fondazione dell’Università di Padova).

A Bologna, invece? La Madre nutrice degli studi dovette aspettare fino al 1637 e la forma, nonostante riprenda sempre quella dell’anfiteatro, è completamente diversa, più lussuosa, rispetto al Teatro dell’amata e odiata figlia.

 Il Teatro Anatomico di Bologna

Il progetto fu opera di Antonio Paolucci detto il Levanti, allievo dei Carracci. La sala che crea mostra ancora un forte legame con la scaramanzia e il pensiero magico, infatti le autopsie si svolgevano sotto un tetto ligneo a cassettoni con una decorazione astrologica e al centro Apollo. Infatti, se a Padova non si doveva perdere tempo e le superstizioni erano per lo più abbandonate a favore di un pensiero più razionale, nella città felsinea si interrogavano ancora gli astri per sapere se si poteva procedere alle lezioni pratiche. 

La sala è costituita da soli tre livelli, quindi con una capienza già minore rispetto alla sua controparte, e Levanti non si è risparmiato nelle decorazioni lignee, che, poi, nel corso degli anni sono implementate. Il progetto originale prevedeva due ordini di statue, il primo composto da dodici elementi raffiguranti i medici più celebri mentre il secondo, di venti unità, i più importanti anatomisti dell’Università. Imponenti si stagliano le due cattedre, quella del dimostratore che è sovrastata da quella del lettore. Queste sono incorniciate da due statue, gli Scuoiati, risalenti al 1734, opere di Ercole Lelli, famoso per essere stato il ceroplasta dell’Istituto delle Scienze bolognese. Sopra di esse, invece, possiamo vedere la personificazione dell’Anatomia mentre riceve un femore da un putto. 

Le statue degli Scuoiati realizzati da Lelli e la personificazione dell’Anatomia

Quello che possiamo ammirare oggi è solo una ricostruzione, anche se precisa, della sala, ricostruita a ridosso della fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo essere stata distrutta da un bombardamento del ’44.

Perché questi luoghi, con la medesima funzione, sono diametralmente opposti? Perché l’oppressivo spazio di Padova a Bologna diventa una stanza decorata e arieggiata? Probabilmente Levanti ha voluto evitare che si ripetessero i disagi patavini, come appunto gli studenti che svenivano e rimanevano sulle balaustre, ma c’era anche un’altra sostanziale differenza: se a Padova, le autopsie, erano per gli studenti, nella città rossa a parteciparvi erano le autorità ecclesiastiche e pochi alunni. Il vescovo, quindi, assisteva alle lezioni e, quando sentiva qualcosa che poteva andare contro il credo cattolico, annullava la lezione, minacciando tutti con la scomunica per eresia. 

Il potere ecclesiastico sullo studio felsineo era piuttosto potente tanto che, la sua sede storica, l’Archiginnasio, si trova all’ombra di S.Petronio, e queste perenni incursioni rallentarono, sotto alcuni punti di vista, l’ascesa bolognese. Questo non tolse, però, a Bologna la possibilità di brillare. Numerose furono le menti geniali che attraversarono quei corridoi e le scoperte che presero vita sotto gli occhi delle solenni statue.

Ma, chissà, che cosa avrebbe potuto fare se avesse avuto quella stessa libertà con cui era cresciuta la sua ribelle figlia… 

FONTI

http://www.archiginnasio.it/teatro.htm

http://bimu.comune.bologna.it/biblioweb/palazzo-archiginnasio/2019/08/11/461/

https://www.unipd.it/teatro-anatomicohttps://www.ottocentenariouniversitadipadova.it/storia/il-teatro-anatomico/

But first let me take a photo!

La Polaroid è stata una delle rivoluzioni più entusiasmanti della fotografia: in pochi secondi era possibile vedere il risultato del proprio scatto. Fu l’inizio di un’era in cui l’immagine fotografica diveniva ancora più istantanea e sempre alla portata di tutti!

di Jessica Colaianni

7 gennaio 1839. Lo studioso e uomo politico François Jean Dominique Arago presenta all’Accademia di Francia il dagherrotipo, dal nome del suo inventore, Louis Mandé Daguerre. Questa è la data convenzionale con cui si celebra la nascita della fotografia. In realtà sappiamo che il primo scatto è del 1826 per mano di Nicéphore Niépce, il quale collaborerà con Daguerre per il perfezionamento della tecnica, ma che non vedrà purtroppo la sua nascita ufficiale a causa della morte prematura. La fotografia nasce dal sistema della camera oscura, una scatola con un foro e un piano di proiezione per immagini, conosciuta sin dal Rinascimento e usata spesso dagli artisti come ausilio per la realizzazione di quadri, ma è nell’Ottocento che finalmente si trova il modo per imprimere questa immagine in modo che perduri nel tempo. Oltre a Niépce e Daguerre, altri studiosi del tempo sperimentarono in materia, come ad esempio l’inglese William Henry Fox Talbot, il quale presentò la sua invenzione, la calotipia, alla Royal Society rivendicandone quindi la paternità. 

Esempio di ritratto fotografico dell’Ottocento
Boullevard du temple di Daguerre (1838)

A prescindere da chi sia il vero inventore di tale strumento, è indubbio che la fotografia ha sin da subito riscosso un grande successo e una forte diffusione, entrando presto nelle vite delle famiglie borghesi e suscitando un acceso dibattito all’interno del mondo dell’arte. Il campo più diffuso della fotografia è ovviamente quello della ritrattistica, dal pittore si passa al fotografo, dal quadro si passa alla fotografia, più economica e più veloce. Su quest’ultimo punto però, bisogna fare una precisazione: è sì, più rapida rispetto alla realizzazione di un quadro, che prevede più sedute e quindi tempi più lunghi, ma inizialmente per produrre uno scatto ci volevano comunque parecchi minuti dove il soggetto doveva mantenere immobile la posa. Per questo motivo, se osserviamo i ritratti del tempo, quasi nessuno sorride e sono spesso appoggiati a dei sostegni per impedire impercettibili movimenti che avrebbero potuto rovinare lo scatto.Man mano che si procede con gli anni, la tecnica viene perfezionata e i tempi di scatto diminuiscono, fino a diventare delle vere e proprie instantanee e qui dovreste sentire un campanello d’allarme. Ma andiamo un passo per volta. Ci spostiamo in America, dove troviamo Edwin Land, uno degli ultimi grandi inventori in campo fotografico. Nel 1937 fonda la Polaroid Corporation ed è nel 1948 che presenta al pubblico la prima macchina a sviluppo immediato. Finalmente niente più attese, basta prendere in mano la macchina fotografica, di conseguenza non c’è bisogno di essere un professionista, inquadrare il soggetto, scattare, attendere un paio di minuti ed ecco pronta la fotografia! Per noi che viviamo nella generazione degli smartphone risulta ovvio e scontato scattare una fotografia, osservarla e condividerla immediatamente sui social ma immaginate al tempo invece quanto fosse avanguardistica questa innovazione! Il pieno sviluppo avviene intorno agli anni Sessanta e Settanta dove praticamente tutti avevano in casa almeno una Polaroid, anche mia madre mi conferma infatti di averla avuta. Ovviamente anche il mondo dell’arte non rimane neutrale davanti a tale strumento e sono tanti gli artisti che, chi per diletto e chi per vera vocazione poetica, hanno usato la Polaroid e realizzato degli scatti che rimarranno impressi nella storia dell’arte.

Warhol
Land mostra la sua invenzione

Da Andy Warhol a Mario Schifano, passando per Richard Hamilton fino a Robert Mapplethorpe, di cui ad esempio un ritratto formato polaroid di Patti Smith è stato venduto all’asta per più di 5000 euro. Con l’avvento del digitale la Polaroid ha perso il suo fascino. La sua caratteristica principale, l’istantaneità, è stata sostituita, come già anticipato, dagli smartphone, relegando tali macchine a meri oggetti vintage. Negli ultimi anni, però, si è assistito a un ritorno di moda, attraverso una nuova diffusione di macchine sia dallo stampo vecchio stile sia a strumenti con componenti analogici e digitali. Ammetto che anche io, essendo grande appassionata di fotografia, non ho potuto cedere a tale ritorno in auge quindi, ebbene sì, pure io ho una Polaroid!

Fonti:

– R. Krauss, Teoria e storia della fotografia, Milano, Bruno Mondadori, 1996;

– C. Marra, Fotografia e arti visive, Roma, Carocci, 2014

Pittura di Genere: dalle Fiandre con Furore!

Al tempo di guerre di religioni, della divisioni di territori e delle grandi committenze, il mondo degli artisti invocavano una mente geniale per poter continuare a realizzare i propri lavori. Finalmente arrivò la città di Anversa, forgiata da mille culture, colei che poteva salvare il mondo dell’arte.

di Silvia Michelotto

Oggi faremmo un bel viaggio in T.A.R.D.I.S. (o sulla Delorean se preferite) per visitare le Fiandre del Cinquecento, alla scoperta della pittura di genere, aka composizioni d’allegrezza, aka pittura d’umiltà, alias pitture ridicole. Mille termini per indicare unicamente una pittura popolare, non alla Andy Warhol, ma bensì dove a farla da padrone sono le persone povere e umili, impegnate nei loro lavori.

Ma non è l’Italia la capitale cinquecentesca dell’arte mondiale? Ehm…Snì, all’epoca tutta l’Europa era paese e, in effetti, di pittura di genere ne abbiamo parecchia anche qui, nella nostra bella penisola, ma la sua nascita arriva proprio dal Belgio e non per hobby, ma per necessità. Il territorio era percorso da due movimenti religiosi, quello cattolico (il classico) e quello protestante (o eretico che dir si voglia), che avevano una percezione completamente diversa del mondo  e dell’arte. Se i primi si crogiolavano fra i ricchi Santi e meravigliose Madonne (sto parlando di quadri! Non siamo mica blasfemi!), gli altri non vedevano di buon occhio quelle raffigurazione, accennando a un peccatuccio da niente come l’idolatria. Tale dibattito, insieme ad altri piccoli problemucci di comprensione, portarono alla Guerra delle Fiandre che sconvolse il territorio dal 1566 al 1579 e alla conseguente divisione in due distretti, uno per i cattolici e uno per i protestanti, appunto.

Ovviamente gli artisti non potevano perdere clienti e dovevano trovare un modo per accontentare sia coloro che volevano immagini sacre esplicite e chi, invece, preferiva qualcosa di più ‘simbolico’, ma soprattutto dovevano riuscire a far viaggiar le opere da una regione all’altra senza incappare in sovvenzioni o essere accusati di eresia (finire flambato su un palo non era di certo il sogno di tutti!). E da qui che nasce la ‘pittura di genere’: utilizzare i poveri e la loro  vita per nascondervi un significato più alto e importante. 

E mentre ciarlavamo siamo finalmente atterrati! E allora eccoci ad Anversa e, no, non l’ho scelta perché voglio assaggiare la Carbonade o le Moules et frites (giuro!), ma perché questa bellissima città, divisa tra i possenti castelli medioevali e le leggere cattedrali gotiche, fu il centro artistico del Belgio. Ciò fu possibile in quanto era prima di tutto un grande snodo commerciale che permetteva, quindi, a numerose culture di incrociarsi e conoscersi, aiutando di conseguenza lo sviluppo di numerose scuole artistiche, tra cui quella del Danubio, dove gli artisti si dedicavano alla rappresentazione dei paesaggi del loro territorio. Con un così grosso numero di artisti tra le vie della città non ci si deve stupire che  qui siano nate tre delle iconologie fondanti di questo genere, che vi voglio presentare mentre sorseggiamo un po’ di birra (per me anche delle patatine fritte, grazie!).

Il ballo dell’uovo di P.Aertsen (1551)
La cuoca di P.Aertsen (1558)

La più antica iconologia è quella del Ballo dell’uovo, realizzato per la prima volta da Aertsen, e che rappresentava un antico danza in cui con estrema maestria e delicatezza il ballerino doveva rimanere all’interno di un cerchio di gesso mentre cercava di far uscire un uovo dalla ciotola per poi rovesciarla, senza, ovviamente, uscire  dal cerchio o rompere l’uovo. Questa complessa coreografia e la fragilità dell’oggetto protagonista diventarono il perfetto modo per alludere all’Innocenza e quanto sia facile perderla, soprattutto a causa di mascalzoni (non a caso molto spesso queste scene sono ambientate in qualche bordello o durante rumorose e rocambolesche feste).

Allusiva e monumentale diviene l’iconologia della Cuoca, a cui non può mai mancare lo spiedo in mano, con il quale fa molto spesso gesti alquanto…ehm…diciamo poco consoni. Questa donna divenne l’archetipo della vita pratica, richiamando la figura di Marta, criticata ampiamente all’interno dell’episodio evangelico in cui la vede protagonista insieme alla sorella Maria, alla quale, invece, vengono tessute lodi in quanto incarna la tanto amata, dai cattolici, vita contemplativa. 

Passiamo all’iconografia un po’ meno spassosa: l’Animale macellato. Nato dal pennello di Beuckelaer, nel 1563, essa rappresenta un bel pezzo di animale, solitamente un bue, ma non mancano i maiali, sistemato in una stanza vuota mentre viene frollato. Si tratta di un bel memento mori, un modo carino e coccoloso per ricordarci che dobbiamo morire (mo, mo! Me lo segno, guarda!).

La macelleria di H. Beuckelaer (1568)

Ma cosa c’entrano queste opere con la religione? Ovviamente con la cuoca abbiamo già citato l’episodio biblico a cui spesso si collega, ma, come già detto, non doveva essere palese, quindi come facevano? Con la scena rovesciata, un bellissimo e simpatico stratagemma! Non vuol dire assolutamente mettere a gambe all’aria i suoi personaggi, ma significa sistemare in primo piano una scena innocua (la carne, una scena di una festa o di cucina) mentre nel secondo o terzo, se non addirittura quarto piano si nasconde la vera scena principale, il vero significato, ben nascosto da occhi indiscreti.

Ma ho parlato anche troppo e c’è ancora molto da dire su questo argomento, quindi beviamoci qualcosa e ci si vede la prossima volta con il resto!

Cheers babies!     

Fonti:

– A. Ghirardi, Pittura e vita popolare: un sentiero tra Anversa e l’Italia nel secondo Cinquecento, Tre Lune, 2016

Sempre sul pezzo: Weimar la città dell’innovazione!

Cambiamo Stato e voliamo a Weimar, dove lo spirito del Bauhaus è ancora palpabile e la ricerca della novità in campo artistico rimane l’obiettivo di questa visionaria scuola, che non ebbe vita facile, ma è ancora qua

di Jessica Caminiti

Foto panoramica di Weimar

Weimar, 2019. Weimar che? per caso è un formaggio? No, secondo me è quel posto strano dove piovono polli! Niente di tutto questo gente e ora, che ho la vostra curiosità posso iniziare. Ebbene sì, parlerò di questa piccola città, la quale forse vi suona poco familiare, ma fatemi fare un piccolo tuffo nel passato per farvi capire, perché essa risulti come già sentita nel vostro cervello e non solo per qualche strana definizione di Bartezzaghi nella settimana enigmistica!

Oltre ad essere la città natale di volti noti come Goethe e Schiller, i quali sono presenti per tutta la città tra statue, strade intitolate e aggeggini carini nei vari negozietti, essa diventò importante nel 1919; essa divenne famosa sì, ma per riuscire a comprendere meglio come e perché ci conviene saltare su una certa e conosciuta DeLoeran e ritornare indietro a un secolo fa e quindi, eccoci qui: Weimar, 1919.

Targa commemorativa della costituzione della Reppubblica: In questa casa il popolo tedesco si è dato, attraverso un’assemblea nazionale, la costituzione di Weimar dal 11 agosto 1919

Weimar 1919. Subbugli e tafferugli, la prima guerra mondiale è appena finita, ritornano i reduci, le mogli tornano a casa e la vita sembra ricominciare anche in Germania; una piccola Repubblica prende forma ed è proprio la Repubblica di Weimar: libertà e nuove possibilità pullulano per la città, le donne possono già votare, i cittadini non sentono l’oppressione dei Paesi dove la monarchia fa ancora il buono ed il cattivo tempo e proprio qui, arrivò Walter Gropius con la sua scuola. Proprio qui, un secolo fa, il Bauhaus prese forma e da qui inizia la vera storia artistica nella città.

Benvenuti nella magica Scuola dove ragazzi e ragazze condividono gli stessi corsi, tecnici e teorici, per diventare gli architetti e gli artisti di domani. Nei vari anni si possono incrociare per i corridoi i grandi maestri, i quali hanno fatto la storia dell’arte del Novecento; Kandinskij si aggira tra gli alunni insieme a Klee, Itten, Van der Rohe, mentre Gropius da direttore vede nascere e piano piano morire il suo sogno. Sarebbe tutto fin troppo bello, se solo una folle ideologia non si fosse intromessa! La sede c’è ancora, ma la scuola dovette fare i conti con la storia ed il nazismo, che la reputò “troppo liberale e sovversiva”, così dopo lo spostamento a Dessau ed a Berlino, nel 1933 verrà chiusa definitivamente durante l’ascesa del regime.

1919
2019

Cosa rimane nel 2019 del visionario e liberale progetto di Gropius? Il nuovo museo appena inaugurato, enorme e più inclusivo possibile, portatore di storia e di design, oltre alle molte gallerie sparse in tutta la città e la sede della scuola, centro propulsore di idee e di novità, è ancora lì. Mettere un piede dentro l’edificio principale è una  grande emozione, una di quelle che si provano solo quando sai chi è passato prima di te, e, mentre mi lascio alle spalle il padiglione costruito da Henry Van De Velde (sì, avete letto bene, proprio lui!), entro e vedo la magnificenza della scuola: l’androne bianco, che ti accoglie e i murales del 1919 ancora presenti si mischiano e ti fanno respirare la storia. Negli anni si è ingrandita e oltre ad architetti e artisti accoglie anche informatici, un po’ bistrattati e decentrati rispetto all’edificio principale, ma parte integrante di questo piccolo mondo a sé stante. 

Logo della scuola
Lavoro del summary
laboratorio di virtual reality

Perché vi raccontato di questo crogiuolo di personalità così diverse? Perché ogni anno a luglio, tutti gli studenti della scuola presentano i loro progetti al summary  e, curiosissima come pochi, sono ad aggirarmi per corridoi e aule per capire quali sono le novità. Artisti, designer e architetti ci stupiscono come sempre, anche se non offrono nessuna spiegazione o interesse nei confronti dei visitatori, che magari (dico magari, eh?) qualche chiacchiera la vorrebbero pure scambiare. L’ala più stupefacente è stata quella informatica. Voglio raccontarvi cosa succede quando informatici ed artisti iniziano a conoscersi, comprendersi e collaborare. Tutto si svolge in un piccolo laboratorio, dove tutti entrano zuppi (ovviamente vuoi che non piova visto che io esco vestita bene?) e qui lo stupore. Otto videogiochi, dove si viene trasportati nel mondo del Bauhaus, in maniera innovativa, quasi inconsapevole per chi partecipa. Da neofita e bug continuo dell’informatica, mi aggiro tra questi pc dove vedo riproposizioni del tema del Bauhaus: chi ha deciso di usare le forme per sfidare la fisica, chi ti fa aggirare per il nuovo museo cercando indizi, finché mi sposto fisicamente nell’edificio e arrivo alla stanza chiusa. Porta sbarrata e solo quattro persone alla volta possono entrare, cosa ci sarà mai qui dentro? Entro e qui la magia si avvera, l’arte incontra la tecnologia: un semplice gioco di ricerca di due monumenti del Bauhaus persi per una città immaginaria. Sei sotto una cupola e tutto ti circonda: suoni, rumori naturali ed i tuoi passi, mentre ti aggiri scontrandoti con le figure inventate da Oscar Schlemmer e tutto sembra così reale, tutto sembra a portata di mano. Trovo i due edifici e riemergo da questa realtà con due domande: che cos’è il Bauhaus oggi? Quanto è cambiato?

Summary 2018, visione della cupola

Rifletto e penso, niente è cambiato: il Bauhaus è esattamente come cento anni fa! La ricerca della novità, dell’unione di più saperi, l’essere sempre all’avanguardia e un passo avanti rispetto agli altri. Tutto questo è rimasto, si è solo trasformato ed evoluto per arrivare a questo: la scoperta dell’arte nella tecnologia.

In conclusione può essere la tecnologia arte? Certo, che sì! Un’arte diversa, non ancora pienamente compresa, ma può sicuramente aiutare a raggiungere e scrutare nuovi campi, nuovi limiti, che ancora dobbiamo raggiungere.