Il viaggio omerico: destinazione Artefiera

Esperienze uniche e momenti indimenticabili, il racconto tragicomico della mia prima ArteFiera da studentessa universitaria (triste e solitaria nella tua stanzetta umida…  senza novità per chi conosce Cristicchi). Sei a Bologna, anzi per essere più  chiari studi a Bologna e per essere ancora più precisi e puntigliosi studi storia dell’arte contemporanea a Bologna: questo significa solo un cosa ARTEFIERA!

di Jessica Caminiti

Artefiera, prima di iniziare dovete sapere cos’è! Essa è una delle fiere di arte moderna e contemporanea più importanti a livello internazionale; nata nel 1974 è stata preceduta solo da Art Basel e Art Cologne e ha avuto molti progetti collaterali tra cui la famosa settimana della performance del 1977 curata da niente meno che Renato Barilli, che ha vantato nomi come Marina Abramovic e Ulay, Hermann Nitsch, Vito Acconci e molti altri. Oggi essa si presenta ancora più capillare con non solo il padiglione centrale, dove si organizza la fiera, ma molti altri progetti dispersi per la città: mostre a tema, aperture straordinarie di gallerie e durante la notte bianca di art city (così è denominato questo progetto) i musei e le esibizioni aderenti tengono aperte le porte fino alle 24 concedendo agli ospiti stuzzichini, cibo, musica, dj-set e… ho già detto cibo? Questa notte magica rende la città ancora più viva e le persone corrono e si divertono ricercando le gallerie più imbucate (vi assicuro, che alcune le ho trovate in vicoletti) e tanta nuova arte da scoprire.

Passiamo ora a cosa significa per uno studente Artefiera: significa ANSIA! Ansia di organizzare studio e ritorni a casa per riuscire ad essere a Bologna durante quel weekend, ansia delle aspettative: sai la storia della fiera e conosci a memoria tutti i ruoli, che i tuoi professori hanno ricoperto, ansia perchè sai che tu vorresti essere lì a lavorare, anche solo a portare un caffè a Menegoi e seguirlo con il tuo quadernino prendendo appunti anche sulla lunghezza dei passi che fa.

Ti prepari, parti il prima possibile, per non correre tra uno stand e l’altro come se non ci fosse un domani e decidi che il tuo viaggio omerico ha inizio. Parto con borse, borsettine, per una volta truccata e piove, ma tu (genio) non hai l’ombrello e quindi ringrazi pubblicamente i portici, che ti  hanno permesso di arrivare alla fermata del bus senza sembrare una persona troppo disagiata. Prima di arrivare ad Artefiera e ai suoi padiglioni c’è stata quasi un’apparizione fugace, uno di quegli incontri casuali nei momenti in cui corri e osservi distrattamente le persone che ti passano accanto: Orlan. Sotto i portici di via Indipendenza signori e signore ho  visto Orlan! Per chi non la conoscesse è una delle più importanti artiste francesi contemporanee, body artist e famosa per i suoi interventi chirurgo-artistici (credo di aver appena inventato una parola), che proprio quella sera avrebbe avuto il talk annuale con Barilli, per ricordare quel famoso 1977.

Dopo un quasi svenimento e un continuo girarsi per ritrovarla nella massa felsinea,proseguiamo e dopo autobus infernali, incastrati come tetris, arriviamo ad artefiera. Biglietto e qui voglio fare un appunto: Organizzatori, noi di arti visive dovremmo entrare gratis! Siamo poveri studenti, che cercano la vostra benedizione… un aiutino?

Emilio Isgrò
Fabio Viale

Un romanzo solo per entrare e che cos’è ArteFiera? Puro spettacolo! Tra un saluto ad un tuo professore, una foto a Viale per Silvia (sfigatissima a tirocinio, mentre io facendo la finta figa in giro  per mostre), un coccolone per i prezzi, che leggi, vivere quei padiglioni almeno un giorno è tutto ciò che ogni bravo contemporaneista sogna. Essere circondati dall’arte e saper riconoscere nomi, vedere da così vicino opere di Isgrò, Vedova, Samorì e altri grandi artisti lascia senza parole (quasi quanto leggere i prezzi, appunto), ma la cosa, che piace più a me contemporaneista inside è trovare e scovare gli artisti, che vuoi per il poco tempo, vuoi perchè non si riesce a ricordare tutto, non conosco. Mi affascino sempre quando mi trovo di fronte a chi mi è sconosciuto e per qualche ragione, mi attrae come un magnete, come se fosse l’opera a richiamarmi senza che io abbia chiesto o detto niente. ArteFiera è anche questo: è continuo studio, è fascino, è incanto.

Lamberto Pignotti

Se avrete tempo e siete nella vicinanze questo weekend andate a vedere quindi cosa la nuova edizione ha in serbo per voi e noi, non fatevi spaventare dagli immensi corridoi e dalle tante gallerie, perchè appena entrati vi sentirete a casa e vorrete rimanerci ancora un po’, il tempo dell’ultimo giro e ne uscirete sicuramente arricchiti artisticamente, pieni di nuovi volantini e con le memorie dei cellulari piene!

Ogni fiera, ogni mostra nasconde ovviamente qualcosa di speciale, ma se si parla di Bologna, un posto nel cuore c’è sempre e quindi ArteFiera non può che essere nella Top Ten!

5+1 opere d’arte che mi hanno fatto amare l’arte contemporanea

La maggior parte di noi di fronte all’arte contemporanea storce il naso, ci si domanda spesso quale sia il significato di quella determinata opera o perché essa venga considerata come tale. Lo ammetto, anche io fino a qualche anno fa non capivo cosa ci fosse di così interessante nell’arte più vicina a noi, preferendo invece l’arte del Rinascimento (che ancora adesso adoro) ma, nonostante alcuni pregiudizi, frequentando il Dams di Bologna non ho potuto evitare di seguire il corso di storia dell’arte contemporanea ed è proprio lì che è scattata la scintilla che mi ha fatto completamente innamorare! Vi starete domandando perché? Beh, ecco allora una carrellata spontanea e di pancia delle opere che studiando mi hanno fatto perdere la testa!

di Jessica Colaianni

1. Nel 1917, appare in pubblico un’opera d’arte un po’ strana, un orinatoio capovolto firmato da un certo Richard Mutt e intitolato enigmaticamente Fontana. Questo lavoro provoca un fortissimo dibattito nella New York dei primi del Novecento, focalizzando in particolare l’attenzione su cosa sia arte e cosa no. Solo in seguito si scoprirà che l’autore non era altro che quel burlone di Duchamp che, già nel 1913, aveva prodotto il suo primo ready-made (oggetto d’uso comune preso e svuotato del proprio significato e reso opera d’arte). Se non lui, chi altri avrebbe potuto essere il padre dell’arte contemporanea?

2. Anche se non si è appassionati d’arte contemporanea, sarà sicuramente capitato a tutti di vedere delle opere rappresentanti linee verticali e orizzontali che formano quadrati bianchi o colorati. Le opere di Mondrian hanno avuto molta fortuna, diventando abiti di alta moda, ma comparendo anche in merchandising come quaderni e agende; pochi però sanno che dietro quelle semplici forme geometriche che “tutti possono fare” (sigh) si nascondono anni e anni di lavoro che coinvolgono l’artista nella sua ricerca di rappresentare la natura nella sua forma più primaria e perfetta, in un ricercato gioco di equilibrio e armonia.

3. Proseguendo sulla scia del “so farlo anche io” un altro personaggio che ha rivoluzionato l’idea dell’arte è sicuramente Jackson Pollock che con il suo dripping (sgocciolamento del colore) ricopre tutta la superficie della tela, rigorosamente posta a terra (diciamo addio alla pittura su cavalletto) in modo da poterci girare attorno, realizzando così quasi una sorta di pre-performance in bilico tra dei sapienti movimenti e dei casuali gesti impulsivi, una danza di colore!

4. Figlio mancato di Duchamp, Piero Manzoni sconvolge la Milano degli anni Sessanta (la sua carriera è purtroppo molto breve a causa della sua prematura scomparsa) realizzando dei lavori assurdi e giocosi al fine di prendere in giro il sistema dell’arte, legato in quegli anni ad un forte incremento del mercato. Impronte d’artista, fiato d’artista, le statue viventi sono solo alcune delle opere da lui realizzate, che rimane noto presso il grande pubblico soprattutto per la sua Merda d’artista, inscatolata ed etichettata bella e pronta per essere venduta al miglior offerente.

5. Negli anni Settanta la maggior parte degli artisti si stufa di dipingere e scolpire e decide così di fare qualcosa di nuovo (le basi vengono poste a partire dagli anni Cinquanta con i primi happening), il tutto per lo più rigorosamente nudi. Nasce così la Performance, di cui la massima protagonista è Marina Abramović, lanciata presso il grande pubblico attraverso Imponderabilia del 1977, la performance realizzata a Bologna insieme al fidanzato nonché compagno artistico Ulay, che vede i due porsi nudi (ma dai?!) davanti all’ingresso dell’allora Galleria d’Arte Moderna, costringendo così i visitatori a strusciare sui loro corpi.

6. Avviciniamoci ai giorni nostri e andiamo in terra nostrana, l’artista italiano attualmente vivente e più famoso a livello internazionale è sicuramente Maurizio Cattelan, le cui opere ironiche e spesso dal tono polemico scatenano controversie anche al di fuori dello stretto mondo dell’arte. I suoi lavori più noti rimangono Apocalypse, scultura di Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite e Him, la scultura di Hitler inginocchiato e con sguardo implorante perdono.

Questo elenco rappresenta solo una minima parte di ciò che riguarda tutto il mondo dell’arte contemporanea. In generale, la cosa che più mi affascina di essa è che non deve essere semplicemente un qualcosa di bello da vedere ma anzi può essere stramba, pazza, divertente, stimolante, assurda e a volte anche un po’ trash. L’arte contemporanea non ha pregiudizi, è libera e libera è l’interpretazione che ognuno di noi può dare a ciò che sta vedendo. Che dite, vi ho convinto ad amarla almeno un po’ di più?

Perché studi storia dell’arte?

Domanda che mi sento fare ogni singola volta che dico la mia facoltà, che parlo del lavoro che voglio fare o, molto banalmente, mi trovo a discutere di un determinato periodo artistico (in particolare quello contemporaneo) con qualcuno. La risposta è semplice, scontata, già sentita: perché mi piace! Ma è, in realtà, un modo molto veloce per aggirare il discorso che adesso vi farò proprio in questa sede.

di Silvia Michelotto

La domanda, secondo me, più giusta da fare non è il perché, ma chiedersi chi studia arte. Chi sono quei giovani che sentono parlare la maggior parte della loro vita di Madonne con il Bambino e di Crocifissioni? Che cosa li ha spinti a disperarsi di fronte a schede di catalogo – Santa Maria in Fiore, per non dire altro – che alcune volte sembrano scritte in un linguaggio incomprensibile, che l’aramaico sembra un linguaggio di una facilità disarmante?

Chi si affaccia al magico mondo della storia dell’arte non è una persona qualsiasi, è un vero e proprio folle! Un essere che ha il masochismo che scorre forte in lui! 

Molti pensano che si tratti di una disciplina semplice, basilare: ci si pone davanti ad un quadro, lo si guarda con fare indagatore, annuendo, poi si afferma che è un’opera meravigliosa e si va via, lasciando il povero neofita a chiedersi che cosa ci sia di stupefacente in una macchia su una tela o sulla porzione di un affresco staccato. In realtà quella è la punta di un minuscolo angolo di un iceberg fatto di dolore e angosce, nonché di una quantità strabiliante di nozioni che bisogna ficcarsi in testa, che possono tendere all’infinito se sulla propria strada ci si trova davanti un professore sadico.

No, no! Studiare storia dell’arte è bellissimo, ma bisogna essere di indole curiosa, amare quello che si fa  e rendersi conto che si tratta di una materia completa, che non si ferma ad analizzare quanto speciale sia la Gioconda, ma che va oltre e indaga l’uomo, il tempo e il pensiero. Perché non si parla solo di un pittore, del tipo di colore, della dimensione della tavola, ma si va molto più in profondità in quanto un’opera d’arte è il sunto di quello che c’era prima e c’era nello stesso istante in cui essa veniva dipinta.

Ed ecco che quindi lo storico dell’arte deve sapere la filosofia, la letteratura, arrivando a toccare anche la cultura tradizionale e orale di quel preciso contesto, la religione senza ombra di dubbio, la storia, e ancora la lingua, la geografia e la scienza. Oltre a ciò c’è bisogno di una grande dinamicità mentale: il pensiero, l’intuizione, deve volare tra i diversi contesti senza temere, senza aver paura di buttarsi in voli pindarici. Perché a chi non è mai capitato di iniziare a parlare di un crocifisso e arrivare a Nitsch, senza soffermarsi sull’ovvio accenno alla vicenda biblica, passando per l’estetica (se poi si riesce a parlare dello Pseudo Dionigi perfetto, perché ci sta sempre bene), e perché non parlare anche dei sacrifici e dei miti pagani?

Perché è così che funziona l’arte: è la condensazione di un’epoca e di un popolo, senza una cultura e una comunità essa non può nascere, perché è un modo di comunicare tra di loro, con la loro essenza e le loro radici di entità di gruppo. Ogni stile, epoca, linguaggio è diverso, ma che è la condensazione di tutto quello che c’è stato prima, anche coloro che rompono con il passato hanno bisogno di quest’ultimo per andare avanti, per essere i trasgressivi della situazioni, i figli punk di una famiglia ordinaria.

Torniamo alla nostra domanda iniziale, quella sbagliata: perché studio storia dell’arte?
Per rispondere alle mille domande che avevo nei diversi campi del sapere, per conoscere il mondo in cui viviamo, da che cosa nascono le mille immagini che ci circondano… Insomma per comprendere che cosa c’è oggi e magari che cosa ci sarà domani!

Proprio per questo motivo è necessario continuare ad insegnarla, spingere i ragazzi a interessarsi e non vedere quelle opere di grandissima bellezza come mera estetica.

Il genio non esiste!

Vai a uno spettacolo comico sulla storia della scienza fatto dal tuo youtuber preferito, ti siedi e ti prospetti una serata interessante ma allo stesso tempo leggera, fatta di risate e qualche nozione da salvare nel proprio hard disk celebrale, ma non va affatto così!

di Silvia Michelotto

Quando le luci si riaccendono non sai se andare dietro le quinte per incontrare quella mente brillante o fiondarti a casa a scrivere quattro righe su quella lampadina che si è accesa dopo nemmeno cinque secondi dall’inizio dello spettacolo, ovviamente ho fatto la seconda (per onor di cronaca: il giorno dopo l’ho incontrato lo stesso, in occasione di una conferenza in centro a Padova,  e ho persino fatto la foto e chiesto l’autografo, insomma #fangirl!).

Ma che è successo? Qual è l’epifania che mi ha raggiunto in quel momento di estremo godimento?

Be’ molto semplicemente che il Genio non esiste, un po’ banale come illuminazione, calcolando che è anche il titolo dello spettacolo, ma mi ha fatto riflettere quanto questa parola, genio, sia abusata sia nel mondo della scienza sia nel mondo artistico. Il monologo a cui ho assistito è  iniziato proprio portando l’esempio di Picasso. Per chi non lo sapesse il nostro artista preferito dal nome così lungo da usare il formato A4 per la propria carta d’identità è stato tra gli artisti più prolifici del XX secolo: i numeri che riguardano i suoi bozzetti, studi e le opere, sia pittoriche che scultoree, sono da capogiro. Tutte le innovazioni che ha portato nell’arte provengono proprio da tutto ciò, da quelle giornate passate davanti ad un modello a studiare il modo migliore per rappresentarlo, per trovare qualcosa che  descrivesse al meglio quel cambiamento che stava avvenendo in quegli anni.

Monet – impressione sole nascente
Duchamp – Fontana

E non fu l’unico, tutta la storia dell’arte è caratterizzata da personalità che hanno portato innovazioni stilistiche che si sono poi riflettute nel modo di vedere e percepire la realtà. Sono, però, tutte persone normali, con un grandissimo talento a volte, ma che non hanno ricevuto nessun dono divino o qualsivoglia apparizione miracolosa. Per giungere a questi risultati ci sono stati anni di esercizi e di lavoro, ma anche gli elementi giusti perché ciò fosse possibile: Giotto, Michelangelo, Monet, Duchamp non sarebbero stati gli stessi se non si fossero trovati in quel preciso frangente spazio-temporale, se le menti precedenti non avessero raggiunto determinati risultati, sia negativi che positivi. Le loro soluzioni non sarebbero state accettate se altre menti illuminate non avessero riconosciuto le loro scoperte come fondamentali e, perché no, se qualcuno non avesse trovato scandaloso il loro modo di approcciarsi al mondo.

Insomma, certamente la storia è costellata di menti brillanti, ma dobbiamo ricordare anche che i nomi che oggi conosciamo potevano essere diversi, la storia, infatti, premia i più veloci, coloro che per primi mostrarono al mondo la loro scoperta: un esempio? La nascita della fotografia che vede Daguerre anticipare di poco la presentazione delle scoperte di Talbot rubandogli la paternità della nuova tecnica artistica. Ma se Talbot ha avuto la fortuna di essere ricordato, pensate quanti uomini, ma soprattutto donne, sono state ingoiati dalla storia, perdendo così a causa delle poche informazioni che ci sono giunte dai tempi più antichi o perché semplicemente battuti sul tempo.

Prototipo delle ali leonardesche

Perciò è giusto parlare di genio? Assolutamente no! Coloro che studiamo sono persone che hanno avuto menti pronte che hanno colto prima di tutti gli altri il cambiamento e che sono arrivati a delle nuove soluzioni in maniera innovativa. Li immaginiamo molto spesso posati studiosi che osservano il mondo in modo composto, scrivendo frasi poetiche adatte per essere sistemate sotto le foto su instagram (mi sono macchiata di questa colpa anch’io, ahimè!) ma in realtà è molto più probabile che fossero soggetti dal carattere rocambolesco, irritabile e dispettoso. Perciò cerchiamo di toglierci questa idea di Leonardo allegro nonnino che disegnava e studiava nel suo studiolo a lume di candela: stiamo parlando di una persona che ha pensato a delle ali da attaccare a un povero disgraziato per farlo volare e sono abbastanza sicura che ci abbia anche provato a vedere se funzionava. Ci vuole una mente deviata! Una grandissima intelligenza, ma deviata… 

Picasso
Fontana
Cattelan
Caravaggio

Questo toglie valore a quello che questi grandi personaggi hanno realizzato? Assolutamente no! Hanno dimostrato grandi capacità intellettuali e artistiche, nel nostro caso, che hanno dato il via a nuove evoluzioni stilistiche, segnando il progressivo percorso della storia. Hanno permesso ad altri di crescere, di sviluppare, di creare nuove soluzioni e hanno influito sul percorso dell’uomo a livello culturale e sociale. Togliere il termine genio che precede i nomi dei grandi innalza, secondo me, il loro valore, in quanto si cancella quella errata convinzione che vuole queste menti nate e finite così, semplici cervelli che non hanno avuto un’evoluzione, ma che erano progettate fin da subito per conseguire quei risultati o, peggio ancora, le uniche in grado di raggiungerli. Invece non è assolutamente così: riconosciamo il loro lavoro, la loro crescita, la loro intelligenza che man mano si evolveva, i loro occhi curiosi che si posavano sul mondo e quegli insegnanti che hanno colto in loro una luce nuova e forte.

E perciò, ripetiamo, anzi urliamo, tutti insieme: Il genio non esiste!

May you live in MAIUNAGIOIA Times pt. 2

Oggi conosciamo una nuova persona, una personalità fuori dagli schemi, che imparerete ad amare e adorare.Per la serie piccoli antropologi crescono, ecco a voi Giada! Futura antropologa di professione, ma anche appassionata e studiosa d’arte, ci racconta l’Arsenale e le sue “impressioni a caldo” sulla Biennale di Venezia.

Di Giada Antonutti in collazione con Jessica Caminiti

Come ci introduce:

Giada: “L’idea generale è che si voglia lavorare molto sul discorso socio-antropologico. Lo si intuisce già dal titolo di questa Biennale, “May you live in interesting times”. Sì, viviamo tempi interessanti, per non dire caotici e, molto spesso, superficiali. Un po’ come questi arsenali dove si cerca spesso di mettere in scena le persone, senza scavare a fondo, cercando il perché di determinate azioni con il come, ovvero l’arte stessa.”

Mettere in scena e questa caoticità di base che da sempre segna la Biennale rimane un cruccio per chiunque si ricerchi nella conoscenza degli artisti stessi sfuggenti e alle volte così ricercati di essere parte di quella visione di nicchia, che solo esperti possono riconoscere. Il portare alla luce la reale contemporaneità destabilizza e alle volte estrania in senso stretto:

G: “Arte che vive la contemporaneità in maniera ambigua, attraverso l’iper-tecnologizzazione delle opere stesse, spesso assolutamente incomprensibili per la maggioranza dei turisti che brulicano all’interno dei padiglioni dell’Arsenale. Mi sembra quasi che siano poche le persone che si recano a contemplare l’arte in maniera disinteressata, come una rovina, direbbe Augè, al fine di creare una propria narrazione dietro l’opera stessa. La maggioranza ha come interesse principale il riempirsi i propri archivi di immagini con foto che non riguarderà mai nella sua vita, giusto a testimonianza della propria presenza effettiva in quel luogo.

Può essere definita anche questa una forma di arte sociale?”

Mette a dura prova l’idea, che si può esprimere della Biennale, che tratteremo questa settimana, ma in sintesi, non si può che darle ragione. La Biennale ammalia e molti seguono percorsi e labirinti stessi per la gioia di dire solo “io c’ero” come caratteristica innata dell’uomo, ma si spera che molti guardino oltre il loro dito. Un conto è visitare la Biennale come fosse un gran supermercato, una accozzaglia, un altro è soffermarsi e cercare di comprendere opere e scelte curatoriali.

La seconda scelta di studio porta ovviamente ad essere meno espansi all’interno della Biennale e tra vari artisti e padiglioni, ma più attenti a particolari opere e significati, quindi ecco la Top Three di Giada:

foto https://www.labiennale.org/it/arte/2019/partecipanti/tavares-strachan
foto da https://www.lapresse.it/

1. Direttamente dalle Bahamas Tavares Strachan (1979) lavora sulla figura di Robert Henry Lawrence Jr: un astronauta afroamericano che morì l’8 dicembre 1969 durante un incidente di volo di istruzione. Primo e unico per i successivi 11 anni, subì violenze psicologiche e verbali di razzismo, tanto che anche dopo la sua tragica scomparsa la moglie continuò a ricevere lettere minatorie. nel 2018 il progetto ENOCH spedì nello spazio un busto d’oro delle sue fattezze. Troviamo un testo murale e uno scheletro al neon, che sembra fluttuare più che morire nell’immenso spazio buio della stanza. viaggio tra arte e tecnologia: la leggiadria e dolcezza della caduta fanno percepire tutto il peso dell’umanità.

2. Shilpa Gupta (1976) crea in una stanza una foresta di appuntite frecce conficcate per terra: un intenso percorso sonoro e visivo. Fogli bianchi infilzati da questi trespoli e illuminati dalla fioca luce delle lampadine sovrastanti racchiudono versi di libertà e obbligato silenzio. Cento scritti di poeti incarcerati in tutto il mondo per le idee politiche si dipanano tra noi e la fine della sala quasi ad accompagnarci in questo viaggio dove si cerca di riportare a terra l’umanità. L’esperienza immersiva, emotivamente coinvolgente non lascia scampo. Non si capiscono le parole (in moltissime lingue straniere), ma se ne percepisce la densità, il dolore, la difficoltà nel sapere che le proprie parole non possono essere pronunciate.

foto da http://www.ansa.it
foto da http://www.ansa.it

3. MARCO MANZO… Ma questa storia non ha una conclusione ancora, vogliamo deliziarvi sulla scoperta del tatuaggio nell’arte, farvi percepire cosa significa inserirlo nel modo di percepire l’elitaria art pour art. Per ora ci lasciamo con una frase in attesa, che i tempi siano propizi per ritrovarci e blaterare su questo argomento, “Interessante Padiglione Guatemala con opera del Tatuatore Marco Manzo: Muro di mani che denunciano la violenza sulle donne e il femminicidio, ancora preponderante in questo Stato.”

In conclusione cosa rimane della Biennale e del suo arsenale? Tante curiosità, una Wunderkammer contemporanea con tanto da dare e ricevere nel caso in cui il dialogo sia aperto e pronto a vivere come una spugna: guadagnare tutte le informazioni, vivere carico di essere e poi liberarle per far rivivere l’esperienza al massimo.

May you live in MAIUNAGIOIA Times

Due contemporaneiste sanno che una volta ogni due anni non possono evitare di andare in quella città sommersa chiamata Venezia per andare a visitare uno degli eventi culturali più importanti d’Italia, la Biennale, esposizione dedicata all’arte contemporanea. 

di Jessica Caminiti e Jessica Colaianni

Prima di tutto, vogliamo darvi un consiglio fondamentale: la pigrizia potrebbe farvi prendere un treno non eccessivamente presto perché “tanto ce la facciamo”. ERRORE!! Con due ore di viaggio di treno da Bologna, una delle due Jessica sente pure la necessità di depositare il suo bagaglio in stazione, proprio lì cominciano le prime difficoltà! 20 minuti di attesa per lasciare una valigia, con conseguente slittamento della tabella di marcia già molto serrata coi tempi.

Benvenuti a Venezia

Le avversità a Venezia non si esauriscono facilmente e cominciamo ad avviarci verso i Giardini (la parte con i vari Padiglioni Nazionali) sotto un sole cocente tipico di fine ottobre (Greta, where are you?). Comincia la nostra camminata per le calle di Venezia, dove ci lasciamo trasportare dai cartelli direzione San Marco e dalle ondate di turisti che ogni giorno imperversano in città. Facendoci spazio tra un cinese con la macchina fotografica, uno spagnolo completamente inghiottito dalla folla e un tedesco rigorosamente in sandali e calzini, sudando come fosse un 15 di agosto, la nostra camminata si fa ancora più ardua del previsto. Ripetiamo: “Non fidiamoci di google maps”, né delle amiche che ti dicono che per arrivare ai Giardini dalla stazione ci vogliono giusto 30 minuti, se non volete arrivare alla meta con la voglia di stendervi sulla prima panchina che vedete (tra l’altro cosa rarissima a Venezia) e se volete almeno fingere di godervi l’esperienza.

Nessuno arriva all’apertura dei giardini senza l’aiuto dei bus acquatici, quindi vi consigliamo (CALDAMENTE) di prendere il battello; ok, costa € 7,50 ma si sa che a Venezia non si va per risparmiare e di povertà studiando arte contemporanea ce ne intendiamo.

Cosa è successo quindi? Da povere il pranzo al sacco è stato un must have e sedute sul pontile abbiamo capito tante cose: a Venezia puoi solo perderti, gli italiani scarseggiano e i cinesi sono gli unici ad andare ancora in gondola: fatevi immortalare tra i frangiflutti per essere gli italiani, che riportano in Patria per descriverci tra un tè e una risata.

I giardini della Biennale

Ma eccoci giunte finalmente ai Giardini, mentre fingiamo di cercare una linea guida iniziamo ad orientarci, ma come? Ovviamente cominciando a vagare tra un padiglione e l’altro alla ricerca di qualche lavoro interessante e fingendo di sapere già cose. Armatevi di pazienza, ma soprattutto di tempo, se volete vedere ogni padiglione una mezza giornata buona vi serve tutta, a causa delle code e un treno da riprendere e lo farete lo stesso innescando una battaglia contro il tempo. Purtroppo noi non siamo riuscite a visitare tutti i Padiglioni, ne abbiamo saltati un paio, perché la cara città felsinea ci richiamava a sé. Un consiglio che possiamo darvi è quello di acquistare la guida catalogo della Biennale (la versione tascabile costa € 18,00) dare un’occhiata e concentravi su quello che vi sembra più interessante e che vi incuriosisce di più. Noi vogliamo essere veloci e super rapide, quindi sfida al “Padiglione number one”, ovvero quello, che non si può prescindere secondo noi, oltre al padiglione centrale dove ogni artista presente potrà essere ritrovato anche nella proposta A dell’arsenale.

Interno del padiglione del Belgio
Una delle figure (la donna topo)
libretto esplicativo del villaggio

Partiamo con il padiglione del Belgio, un’interessante rassegna di marionette e una bucolica, ma allo stesso inquietante passeggiata tra loro e la realtà; il mondo utopico e razionale degli artigiani collocati al centro dello spazio si scontra con grate dietro cui sono presenti delle figure isolate e nascoste agli occhi di chi non vuole vedere. Quanto la città centrale di “mondo cane” vive e continua a produrre, tanto personaggi come la donna-topo – essere maligno, che porta morte – non possono interagire e far parte della comunità, insomma avere vite normali. Le domande, che sorgono sono continue e ci rendono tutte parte di questo assurdo “paese”: chi è il più matto di tutti? Il pazzo è solo rimasto ai suoi 8 anni senza avere un’evoluzione completa, ma l’arrotino, che di notte è un efferato assassino come lo classifichiamo? Ogni marionetta, ogni personaggio e ogni vita nasconde misteri e scheletri mai mostrati: siamo veramente sicuri che i puntuali e cordiali, ma estraniati paesani non siano loro stessi quelli da temere?

Padiglione del Giappone

Cosmo eggs” è il titolo dell’esposizione ospitata nel padiglione del Giappone, che unisce all’arte antropologia, musica e architettura creando una simbiosi tra armonica volta ad indagare sulla situazione ecologica attuale. Una serie di suoni automatizzati ricordano il canto degli uccelli, mentre noi protagonisti vaghiamo tra le immagini esposte ai quattro lati della sala: video, che possono essere goduti dal centro della sala, dove è presente una poltrona gonfiabile. Questo fulcro, centro nevralgico di ogni emozione, come un cuore pulsa tra sistole e diastole ogni volta che un nuovo abitante di questo sincretico padiglione si siede e contempla ricongiungendosi con la natura e la cultura. Tutto molto bello: immaginate noi che meditiamo, studiamo e godiamo del momento quando un’allegra e grande signora tedesca usa la poltrona come luogo divertimenti… è proprio vero: tanta poesia, tanta arte, ma poi quello che rimane è sempre il “mai una gioia!”

Dalla Biennale, per ora è tutto, ma ci diamo appuntamento a presto per l’arsenale!

E la cultura divenne Arte

Vi rivelo una cosa su di me: io amo i libri! Ma non è un semplice ‘ho tanti libri a casa’, è più simile a ‘Se ne prendo ancora devo scegliere se in camera è meglio tenere il letto o mettere una nuova libreria’ o a ‘Questa borsa è troppo piccola, non ci sta nemmeno un libro!’. Insomma, io e i libri: un grande amore!

di Silvia Michelotto

Ovviamente amo anche l’arte, se no non sarei qui a parlare con voi. Quest’ultimo è un sogno che ho da quando ero piccola, da quando ho avuto abbastanza coscienza da capire che cos’è un pittore e com’è bello un Lotto (primo autore che ho analizzato nella mia lunga carriera scolastica, ero alle elementari e avevo una maestra leggermente folle, ma fantastica)!

Quindi, dopo avervi detto queste due cose, secondo voi, quanto è stato il mio grado di felicità quando ho scoperto che esiste un’artista che ha ben deciso di unire la sua passione per la lettura alla sua attività artistica? E’ stato più o meno un’epifania, una rivelazione, vero giubileo!

Ma chi è questa mia nuova eroina? 

Si tratta Alicia Martin, classe 1964, una delle più importanti artiste spagnole attualmente in circolazione. L’idea di utilizzare i libri per le sue opere le venne negli anni 90 dando vita alla serie Bibliografias. Si tratta di installazioni, le quali prevedono un’iniziale struttura in rete metallica che riproduce forme organiche e naturali, successivamente ricoperta da libri aperti o chiusi.

Le strutture si appropriano dello spazio in modo elegante e sinuoso, irrompono nella vita del fruitore in una incontrollata ma perfetta forza, riproducendo i movimenti sinuosi dell’acqua e del vento, che si insinuano nelle pareti, che irrompono fuori dalle finestre di palazzi più o meno storici, cercando di colpire e contaminare con il loro flusso anche il fruitore, quasi a volerlo invitare a far parte di quel movimento, sottolineato anche da come le pagine si muovono toccate dalla brezza che le sfiora o agitandosi in modo forsennato in caso di tempesta. Tutto cerca di riprodurre l’idea di una conoscenza che sinuosa si muove tra la folla, negli edifici che  ci circondano, in quello che vediamo: lenta e irruenta, agitata e calma si muove la cultura e queste installazioni devono guidarci, farci riflettere, e stupirci tanto da chiederci perché non sappiamo di chi era l’edificio che sta ‘vomitando’ libri, perché quella copertina sdrucita da mille mani non l’abbiamo mai vista o, molto più banalmente, se quel libro, quello nell’angolo in fondo, incastrato tra quello verde e quello nero ci sia mai capitato tra le mani e se ci sarebbe piaciuto.

E’ proprio questo lo scopo, spingere il proprio pubblico a immergersi nuovamente in quel mondo di parole e carta, alla ricerca di una realtà più soddisfacente, ma anche di un maggior sapere e di una più ampia conoscenza personale. Le opere della Martin si pongono il compito di spingere coloro che le osservano a cercare di riconoscere la copertina di un qualche libro, chiedersi chi abbia scritto quella pagina che adesso svolazza sotto la guida di quel vento…Non sono solo movimenti sinuosi di un mare di cellulosa o di un vento di parola, ma è la cultura che sinuosa si muove per cercare di raggiungere più menti possibili e renderle vive, capaci di un pensiero critico,  di riuscire ad affrontare al meglio quel mondo complicato che si apre di fronte a ognuno di noi.


I rebus di Lotto

Una bocca piccola, dalle labbra sottili, si schiude su un mento un po’ troppo avanzato, a formare quella che volgarmente si chiamerebbe “scucchia”. Le sopracciglia sfuggenti si inarcano sulle palpebre pesanti, un foruncolo fa capolino sulla fronte ampia incorniciata da un berretto nero da cui sfuggono ampie ciocche di capelli di un color biondo sporco. Bello quest’uomo non può dirsi, eppure è difficile smettere di fissarlo: c’è qualcosa nel suo sguardo che magnetizza l’attenzione, come se nonostante la giovane età potesse raccontarci molte cose sugli abissi dell’animo umano. E non c’è da stupirsi.

di Ludovica Fasciani

Stiamo guardando negli occhi un uomo scampato ad un assassinio.

Quando ci immaginiamo il nostro Rinascimento è facile fantasticare sulle congiure che animavano le lussuose stanze dei Signori italiani; anni di romanzi, film e racconti ci hanno abituati a tremare di fronte al nome dei Borgia, ad aspettarci le più succulente nefandezze dai cardinali romani, a sorridere di fronte ai racconti delle scorribande degli artisti, durante le quali più di una volta ci è scappato il morto. Ma forse proprio per questo è curioso immaginare una congiura mortale ai danni di un ecclesiastico di un centro secondario come Treviso, lontano dai vizi di Roma e dagli sfarzi delle altre grandi città italiane.

Certo, non che Treviso fosse un paesino dimenticato da Dio e dagli uomini: la città faceva in quegli anni il suo compiaciuto ingresso nel Cinquecento e nella pax veneta, dopo essere stata percorsa per decenni da eserciti stranieri e reclamata da questo o quel signorotto di passaggio. Sotto il dominio veneziano, la città conosce anni di quiete e stabilità: ma quiete relativa, se il suo vescovo, Bernardo de’ Rossi, poteva essere la vittima designata di un agguato letale che coinvolgeva anche tutto il suo entourage. Ad ordire la congiura furono i componenti della famiglia Onigo, con la silente approvazione del podestà di Treviso, Girolamo Contarini: il delitto di cui Bernardo si era macchiato ai loro occhi consisteva nell’aver reclamato il controllo dei beni ecclesiastici, indebolendo il potere dei notabili cittadini.

Ritratto di Bernando de’ Rossi – L. Lotto

Il vescovo reagì alla scoperta della congiura sfoggiando una signorilità da manuale, spedendo a processo i suoi avversari (assolti poi, prevedibilmente, dal tribunale veneziano) e commissionando una serie di ritratti, pale d’altare e coperti ad un giovane artista di passaggio, il cui stile si era da subito rivelato di suo gusto: Lorenzo Lotto.

Ma torniamo al giovane dagli occhi penetranti con cui abbiamo aperto il nostro racconto: il suo ritratto, conservato al Kunsthistorisches di Vienna, è incorniciato da una tenda dai riflessi chiari e mostra una lucerna nell’angolo superiore destro. E’ proprio questo dettaglio a fornire la chiave di lettura simbolica del dipinto: la fiamma è tipicamente simbolo di passione o di conoscenza. Ma se lasciamo scivolare lo sguardo dal viso del giovane fino al suo abito ci accorgiamo che si tratta di un ecclesiastico, per cui la passione non sarebbe forse indicata – a parte forse quella di stampo religioso, che però solitamente viene rappresentata in altri modi. Quanto al secondo significato, bè, una fiammella così misera potrebbe al massimo sbandierare l’ignoranza del ragazzo, non certo la sua cultura!

Dobbiamo allora cercare un’altra interpretazione. Stabilendo, per ragioni stilistiche, una stretta affinità con il ritratto di Bernardo de Rossi, Augusto Gentili ipotizza che anche questa tela sia stata dipinta a Treviso all’inizio del Cinquecento, per qualcuno in stretti rapporti con il vescovo, magari talmente vicino a lui da essere scampato per un soffio alla congiura che quasi costò la vita a Bernardo. Per un soffio, appunto, come quello che potrebbe spegnere l’esile fuoco di una fiammella o di una vita umana.

Ritratto di Broccardo Malchiostro – L. Lotto

Chi è infine costui? La passione per l’enigma di Lotto ce lo rivela, mettendoci sotto gli occhi tutti gli indizi che ci servono, dipinti sulla tenda che fa da sfondo: una tenda di broccato, decorata con un motivo di cardi. Il giovane dagli occhi tristi è Broccardo (BROC-CARDO) Malchiostro, fedelissimo vicario del vescovo, che condivise con Bernardo de’ Rossi i giorni bui della congiura e con Lorenzo Lotto la passione per i rebus: sul suo stemma, dipinto in una delle cappelle absidali del duomo, troneggia una mano stretta a pugno che regge un mazzo di cardi.

In quella stessa cappella, pochi anni dopo, un altro suo ritratto verrà sfregiato irreparabilmente: questa volta era inserito in un’Annunciazione di Tiziano, ancora conservata nel luogo per cui era stata pensata. Il giovane dagli occhi tristi invecchierà in una Treviso che continuerà ad odiarlo per il resto dei suoi giorni.

Quel burlone dello street artist

La street art è una di quelle correnti artistiche così nuove e sdoganate da un certo punto di vista, che parlarne serenamente diventa una specie di impresa titanica. Intanto distinzione fondamentale: ripetiamo tutti insieme “la street art non sono i graffiti, che rovinano le città con offese e disegni di poco gusto”; perfetto, se avete fatto questo esercizio con me possiamo iniziare a ragionare su cosa realmente sia questa forma d’arte.

di Jessica Caminiti

Nata alla fine del secolo scorso vanta tra le fila grandi nomi come Jean-Michel Basquiat o Keith Haring, che hanno fatto dell’arte il loro medium di comunicazione preferito: alla portata di tutti, visibile e carico di significato, ogni graffito finiva con l’essere un mostro sacro della comunicazione, se si aveva la pazienza di andare oltre il banale. Uno di quelli, che ha fatto della sua arte un punto fermo è sicuramente Banksy, quel burlone di cui nessuno sa pronunciare mai il nome.

Come abbiamo detto Banksy, ok… e ora? Nessuna carta d’identità di artista, che mantiene l’anonimato, infatti di lui o lei non sappiamo proprio niente, se non che è inglese e un idolo delle masse. Sempre al centro dell’ennesima finta discussione artistica o del nuovo avvistamento, io immagino sempre lui (o lei) seduto su dei gradini vicino alla sua ultima opera, mentre beve una fresca birra e ride di gusto delle reazioni delle persone, che si fermano ad ammirare il suo ultimo capolavoro… un po’ quello che dovrebbe essere successo a Venezia! 

L’opera di Banksy al Centre Pompidou

La vera domanda è: perché la sua la dobbiamo considerare arte? Stacchi e non stacchi, mostre e non mostre, furti e… ebbene sì, la scorsa settimana, fuori dal Centre Pompidou a Parigi è stato trafugato uno dei suoi magici topini con cui è divenuto famoso e l’indignazione della gente è volata a mille. Ma, ma, ma perché la gente si sente così ferita da questa cosa? Il dilemma del “eh, hanno trafugato un Banksy, Banky, Bansy… insomma quello lì” spopola sul web, mentre Luca Bizzarri (sì, proprio lui!) annuncia la sua super mostra a Genova proprio sull’artista.

La febbre di Banksy” potrebbe essere un degno successore del famoso film con John Travolta e il mio amore e odio per questo strano effetto continua a farsi sentire ogni giorno di più. Ogni giorno mi chiedo quanto sia giusto parlare di stacchi, mostre, rapimenti delle opere di questo movimento, perché non stiamo parlando di commissioni o quadri, ma dell’effimero mondo della street art. Una delle forme d’arte più significative è ora donata gratuitamente ad un pubblico, che si trova circondato dalla bellezza e dallo splendore ogni giorno e ogni passo, senza dover essere per forza milionari o eredi di qualche famiglia nobile. La musealizzazione dell’arte, non è sempre dovuta, alcune opere possono rimanere di base effimere e sì, in qualche modo mantenere la loro illegalità. La street art è stata un modo per andare contro il sistema dell’arte, far parlare di reale approccio con la gente, senza dover fare i conti con un élite, che desidera solo apparire.

Opera di Banksy a Venezia

Un furto d’arte rimane ovviamente un fatto eclatante, il corpo del reato, che viene in qualche modo esposto e reso noto, ma la cosa buffa è che ne parliamo solo perché è al centre Pompidou, tutti gli stacchi illegali e i ritinteggiamenti vengono ignorati ogni giorno e lo stesso Banksy è stato allontanato dalla sua opera veneziana da dei vigili, che ignoravano la sua importanza. Chissà quante volte siete passati a fianco di Blu, di Maria Pia 5, TV-Boy o Banksy in persona non conoscendo l’artista o semplicemente reputandolo uno dei tanti graffiti, che si vedono in ogni città. Aggiratevi quindi, con il naso in su, fermatevi a parlare con gli artisti che trovate per le strade della città, godetevi la bellezza dell’effimeratezza della street art, perché non ha senso denunciare il sistema essendo dentro esso; i musei monetizzano e vincono, ma la vera realtà e la vera vittoria è sui muri.

Lorenzo Lotto: pittore di Rebus

Ancona, anno santo millecinquecentocinquanta, una dolce mattina di mezza estate. Dal mare si leva un venticello fresco che si insinua tra le travi delle bettole e delle taverne del porto per poi incanalarsi tra i vicoli che salgono verso il duomo, carico di nuovi odori.

di Ludovica Fasciani

È la fine di luglio e la città è in fermento: il suo porto è uno dei principali approdi dei pellegrini diretti a Roma per l’anno santo; marinai sboccati, commercianti zelanti e nobili più o meno eleganti sono investiti da un’ondata di vitalità e di movimento. Tra il caos del mercato, qualcuno si degna di prestare orecchio al banditore che va su e giù per le vie del centro, raccomandando a piena voce a tutti i cittadini di correre al più presto verso la Loggia dei Mercanti, dove il noto pittore Lorenzo Lotto ha radunato tutti i suoi invenduti per organizzare…una lotteria!

Non che Lotto fosse nuovo ai giochi di parole, o ai giochi in generale, anzi! Come molti dei suoi contemporanei, si ingegnava ad infilare nelle sue opere qualcosa che tenesse impegnata la mente, oltre che l’occhio, di chi le ammirava. Il che, visto il tempo che gli uomini dell’epoca passavano davanti alle opere d’arte – le quali non erano solo oggetti decorativi, ma supporti per la meditazione, veri perni del pensiero – sembra più che naturale. Nel caso di questo pittore veneziano, in particolare, queste scintille d’arguzia riguardano una serie di rebus che Lorenzo si divertiva a mascherare nei suoi dipinti; proprio così, rebus, giusto come quelli della Settimana Enigmistica, qualcosa che noi contemporanei non ci aspettiamo di trovare nei quadri del Rinascimento. E siamo così poco abituati a cercarli che il più famoso di essi è rimasto sotto gli occhi di accademici, umanisti e appassionati per vari decenni, tra le luci dei corridoi dell’Accademia Carrara di Bergamo, prima di essere individuato: si nascondeva in un ritratto di gentildonna, al tempo ancora ignota. È stata appunto la scoperta del rebus a rivelare il nome della prominente signora bergamasca: nella falce di luna in alto a sinistra si legge infatti la sillaba “CI”. Questo dettaglio, una volta risolto il gioco enigmistico, ci rivela che la donna si chiama LU “CI” NA. Il suo cognome sarà poi svelato da un altro particolare nascosto nel quadro, lo stemma di famiglia inciso sull’anello: così Lotto ci presenta Lucina Brembati, dipingendola con un’accuratezza, che la dice lunga sia sull’interesse dell’artista per la pittura del Nord, sia sull’avvenenza della matrona.

Ritratto di Lucina Brembati – L. Lotto

Lorenzo sembra invece essere stato leggermente più caritatevole con un altro soggetto, quello del Ritratto di gentiluomo con zampino di leone (o forse il signore aveva già in partenza un aspetto più dignitoso di quello di Lucina?), che nasconde un altro dei supposti rompicapi di Lotto. Secondo un’ipotesi ampiamente accreditata, infatti, il nostro gentiluomo altri non è che il fortunato consorte di Lucina: a giungere a questa conclusione per primo è stato Augusto Gentili, che negli anni ’80 si premurò di correggere l’errore di concetto insito nel titolo del quadro. Quello rappresentato non sarebbe così un gentiluomo con zampino di leone,  piuttosto un gentiluomo con zampa di leoncino!Poca differenza, direte voi. Ma nel caso di un pittore che si dilettava con i giochi di parole, le parole sono niente meno che essenziali: se accettiamo che quella sia una zampa di leoncino, infatti, ecco qui che l’ignoto gentiluomo ci si presenta all’improvviso come Leonino Brembate!

Ritratto di Leonino Brembate – L. Lotto

Questi due coniugi sono stati alcuni tra i committenti più noti di Lorenzo, che a onor del vero non riscuoteva molto successo tra gli uomini del suo tempo: costretto ad una vita nomade, cominciò il suo vagabondare abbandonando, ancora giovane, Venezia, educata al gusto artistico da Tiziano. Per un breve periodo fu anche a Roma, lasciando un’impronta del suo passaggio in una delle famigerate Stanze di Raffaello: poi però ripartì, ricominciò a viaggiare, visse a Treviso, a Bergamo, a Jesi, e chissà in quanti altri posti. E in tutti lasciò qualcosa, tutti gli lasciarono qualcosa.

Se volete scoprire qualcosa di più su questo pittore inquieto de la mente e sul suo gusto per il gioco e lo scherzo, l’appuntamento è al prossimo articolo: scopriremo insieme una storia di un intrigo sventato e di un rompicapo nascosto dietro un velo.