In Iraq, dove la bellezza è stata a lungo soppressa, l’arte fiorisce in mezzo alle proteste (Iraq)

Mentre pittori, scultori e musicisti si radunano nelle proteste di Baghdad, la capitale straripa di arte politica.

di Andrea Ferro

Abdullah, dalle guance incavate e dall’aspetto tremante nei jeans troppo grandi per la sua taglia, se ne sta in piedi in un parcheggio incompleto, mentre guarda folgorato un murale che è ben contento di decifrare per un visitatore. 

“Guarda l’uomo posto al centro, sta chiedendo alle forze di sicurezza: ‘Per favore, non sparateci, noi non abbiamo nulla, nulla’”. Abdullah pronuncia l’ultima parola due volte per enfatizzare la drammaticità della scena, impossibile non percepire come abbia studiato con passione l’immagine bianca e nera sul muro.

Disegnato col carbone in stile realista socialista, il murale, lungo più di 3 metri e mezzo, mostrava un gruppo di uomini camminare verso i loro amici caduti e trasportarli nelle loro braccia. Gli uomini dipinti erano senza alcun dubbio lavoratori comuni e uomini qualunque, con abiti semplici e volti tesi. 

La struttura incompleta, nota a t utti come l’edificio del Ristorante Turco è diventato una tela gig ante per gli artisti iracheni

Abdullah, 18 anni, che prima lavorava facendo le pulizie in un ospedale e che ora chiede di non essere citato con il cognome perché teme ripercussioni per il proprio coinvolgimento nelle proteste antigovernative, fa ora la guida d’arte (non ufficiale) in una delle gallerie più difficilmente immaginabili: un guscio di 15 piani di una struttura conosciuta localmente da tutti come l’edificio del Ristorante Turco, che si affaccia sul fiume Tigri. Quella è l’auto proclamata roccaforte degli iracheni che si oppongono all’attuale leadership del Paese.

Ricoperto su ogni lato da poster con messaggi indirizzati al governo, alle forze di sicurezza e al mondo, l’edificio appare come un’imbarcazione in procinto di salpare, con gli slogan scritti su tessuti bianchi che ondeggiano al vento. I primi 5 piani sono diventati uno della mezza dozzina di luoghi d’arte che sono spuntati come funghi a Baghdad in seguito alle proteste dal momento che i pittori, esperti o meno, hanno trasformato i muri, le scale e i parcheggi disseminati ovunque in enormi canovacci e tele.

Rosie the Riveter ha una bandiera irachena sulla propria guancia. Sulla sinistra, un tuk tuk dipinto nello stile Pop Art

Ma da dove viene tutta quest’arte? Come è potuto accadere che una città dove la bellezza e il colore sono stati largamente soppressi per decenni dalla povertà e dall’oppressione o dall’indifferenza dei governi che si succedevano l’un l’altro, all’improvviso sia diventata così viva?

“Sai, abbiamo molte idee sull’Iraq, ma nessuno del governo ci ha mai chiesto nulla” dice Riad Rahim, 45 anni, insegnante di arte. Il polo creativo della città è Piazza Tahrir: le opere ricoprono i sottopassaggi che corrono al di sotto della piazza, lo spazio verde dietro e le strade che là vi conducono. 

Un manifestante antigovernativo dipinge un murales a Sadoun Street nel centro città

I dipinti, le sculture, le fotografie e i santuari per i dimostranti uccisi sono un’arte politica di un tipo raramente visto prima in Iraq, laddove si fa arte da almeno 10.000 anni. È come se un’intera società si stesse svegliando al suono della sua voce, assecondando la forma, la dimensione e l’influenza della sua forza creativa. “All’inizio era solo una protesta, ma ora si tratta di una vera e propria rivoluzione” ha dichiarato Bassim al-Shadhir, un tedesco-iracheno che va avanti e indietro tra i due paesi e che ha partecipato alle proteste. “C’è arte, c’è teatro, le persone tengono lezioni e distribuiscono libri – dandoli via gratis”.

Al-Shadhir, un artista astratto con laurea in biologia, ha dipinto la propria opera su un muro di Sadoun Street, una delle più vaste arterie stradali della capitale. La scena mostra un uomo a cui le forze di sicurezza hanno appena sparato, il suo sangue sgorga dal cuore per formare una grande pozza, troppo larga per essere nascosta o ripulita dal militare mascherato in piedi dietro a lui.  

Nelle vicinanze, un murale supplica le Nazioni Unite di salvare gli iracheni. Un altro mostra la mappa dell’Iraq all’interno di un cuore e dice, “Oh paese mio, non sentire il dolore”. Ci sono due o tre murales che raffigurano leoni, un simbolo dello Stato dai tempi degli Assiri e simbolo che i manifestanti hanno adottato e fatto proprio. Non figurano invece, o solo in misura piuttosto limitata, nuovi murales che rappresentano messaggi antiamericani, nonostante vi sia un sentimento ostile agli USA sempre più crescente a Baghdad da quando gli Stati Uniti hanno assassinato il Generale Qassim Suleimani, capo della forza Quds dell’Iran che stava visitando l’Iraq. Una prima ragione potrebbe essere che ci sono già parecchi murales che contengono messaggi antiamericani o antiisraeliani. Una seconda ragione è che adesso ci sono così tanti muri ricoperti da opere artistiche che è diventato difficile trovare uno spazio vuoto per aggiungerci qualcosa di nuovo.

I soggetti artistici e gli stili in vista mostrano quanto una generazione più giovane di iracheni sia stata influenzata da internet, scoprendoci là immagini che risuonano in loro e poi disegnandole con tocchi iracheni. La celebre Rosie the Riveter, per esempio, ha una bandiera irachena sulla propria guancia; “La Notte Stellata” di Vincent Van Gogh ha l’edificio del Ristorante Turco al posto di un albero di cipresso. Alcuni dipinti rappresentano personaggi di libri di fumetti, ma avvolti dalla bandiera irachena, l’uniforme dei manifestanti. In un dipinto dell’edificio del Ristorante Turco riecheggia la Pop Art anni Sessanta con la raffigurazione di un tuk tuk rosso che vola fuori dal tetto. Il tuk tuk è la mascotte dei manifestanti, un veicolo a diesel, a tre ruote, che non richiede una patente di guida e che è diventata l’ambulanza non ufficiale di prima linea, trasportando i manifestanti feriti alle tende di primo soccorso. Prima di 500 dimostranti sono stati uccisi e altri migliaia sono stati feriti.

artisti che lavorano ad una nuova opera di street art

Gli alberi sono un altro soggetto comune, con pittori che hanno disegnato foglie cadenti in diversi posti del Ristorante Turco. “Quest’albero rappresenta l’Iraq e sto per scrivere in ogni foglia il nome di uno di quelle persone divenute martiri della rivoluzione perché massacrate dalle forze di sicurezza” afferma Diana al-Qaisi, 32 anni, che si è formata come ingegnere di sistemi informatici ma ora lavora nelle pubbliche relazioni. “Le sue foglie stanno cadendo perché è autunno e chi sta cercando di uccidere l’albero, sta cercando di ammazzare la rivoluzione. Anche se ci provano, alcune foglie rimangono sull’albero aspettando di nascere”.

Zainab Abdul Karim, 22 anni, e sua sorella Zahra, 15 anni, hanno una visione più nera: il loro albero è una sagoma scura che si erge su un cimitero, con ogni tomba a rappresentare uno dei tanti manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza. Nonostante questa preferenza di rappresentare senza denotazioni fisiche riconoscibili, talvolta anche ritratti più individualizzati delle persone ammazzate sono un altro soggetto comune. 

Il piccolo parco dietro Piazza Tahrir è diviso da alcune tende, una delle quali è diventata una galleria di ritratti in continua espansione con le fotografie di quelli che sono stati trucidati nel corso delle proteste. Le persone passeggiano silenziosamente attraverso il memoriale, guardando ciascun volto, di tanto in tanto scendono delle lacrime quando vedono qualcuno che riconoscono. 

Murales che costeggia Sadoun Street, che porta a Piazza Tahrir

Il paese sta assistendo ad una fioritura espressiva non solo nelle arti visive. Più di una dozzina di canzoni sono state scritte per le proteste, continuando a circolare senza sosta sui social media. Le stelle dell’arte irachena, attori e attrici, come anche musicisti, pittori e scultori, si sono riuniti insieme per registrare un tributo ai manifestanti caduti. “Vogliamo esprimere ciò che la civiltà irachena significa, vogliamo inviare un messaggio al mondo che questa è la nostra cultura, noi siamo istruiti, siamo pittori e poeti, musicisti e scultori, questo è ciò che significa essere iracheni. Ognuno invece crede che l’Iraq sia tutta guerra e scontri”, hanno dichiarato. 

Cosa succede dopo la fine dell’arte?

Oggi vi pongo la domanda del secolo, anzi dei secoli, per meglio dire, ovvero: che cos’è l’arte? Beh, diccelo tu, risponderete, visto che sei laureata in questa materia. Ebbene, dispiace deludervi, non posso darvi una risposta esatta, l’arte è un qualcosa di troppo astratto per essere definita in una nozione chiusa e precisa, non è mica una formula matematica.

di Jessica Colaianni

Tuttavia, nel corso degli anni, in particolare da quando è nata la critica d’arte come vera e propria disciplina, si è cercato di teorizzarla quanto il più possibile come se essa fosse una scienza e sono tanti gli studiosi che si sono posti tale domanda e hanno cercato di dare una risposta. In questo articolo vi voglio parlare nello specifico di una riflessione nata da uno studioso americano, Arthur Danto, il quale pubblica nel 1984 un saggio dal titolo eloquente, La fine dell’arte. Per lo storico l’arte ha una fine in una data ben precisa. Siamo nel 1964 e alla Stable Gallery di New York viene esposta la prima Brillo Box di un artista emergente, Andy Warhol. Ve ne abbiamo già parlato in altri articoli, gli anni Sessanta si riconoscono per la diffusione delle poetiche dell’oggetto, i tableaux pièges di Spoerri, le compressioni di César, la Merda d’artista di Manzoni, il Letto di Rauschenberg. 

Brillo Box, A. Warhol – 1964, Moma
Bed, R. Rauschenberg – 1955, Moma
compressioni, Cèsar – Centre Pompidou

Gli oggetti d’uso quotidiano entrano di diritto nell’arte e diventano protagonisti dei messaggi degli artisti. Quale oggetto rappresenta al meglio questo periodo se non la Brillo Box, simbolo per eccellenza della società dei consumi americana? Forse non tutti lo sanno, ma in realtà l’opera di Warhol non è una vera confezione del detersivo più usato dagli americani al tempo, ma una sua riproduzione fedelissima nelle dimensioni e nella grafica. Per Danto quindi questo è il punto di partenza, ma la vera domanda da porsi non è più “cos’è l’arte?” ma “cosa distingue un’opera d’arte da un semplice oggetto nel momento in cui essi siano visivamente indistinguibili?” Per lo studioso in realtà non si tratta della fine dell’arte in sé per sé, ma della fine della storia dell’arte così come la conosciamo. Precedentemente agli Sessanta e Settanta, infatti, la storia dell’arte segue una sua linea temporale ben definita scandita da movimenti artistici che adottano per lo più strumenti tradizionali, quindi pittura e scultura, fatta eccezione per il maestro Duchamp che è un caso unico e raro, colui che ispirerà appunto gli artisti della seconda metà del Novecento. Per quanto le cosiddette avanguardie storiche siano state rivoluzionarie nel cambiare radicalmente il far arte, allontanandosi consapevolmente dalla critica che negli stessi anni cercava invece di ingabbiare l’arte in concetti e canoni precisi, essi operano comunque per lo più realizzando quadri e sculture. Dagli anni Sessanta invece questo cambia, gli artisti cominciano ad adottare sempre più mezzi alternativi, attingendo direttamente alla realtà. Allo stesso tempo assistiamo a un pluralismo, oltre che di strumenti, di poetiche, messaggi, intenti. Sono gli anni in cui assistiamo agli ultimi veri e propri movimenti, gruppi di artisti che si riconoscono e operano sotto delle determinate caratteristiche, cosa che ormai non vediamo quasi più verificarsi. Per Danto, quindi, non viviamo più in una storia che si dispiega in una narrazione razionale, una linea orizzontale progressiva e ordinata come prima, ma viviamo in un’era che egli definisce come post storia, dove vige il pluralismo. Nei suoi scritti Danto si contrappone al collega Greenberg, autore nel 1960 della Pittura Modernista, il quale riconosce nella pittura la  vera e unica arte, contrapposta a tutta il resto, considerata dal critico impura e non appartenente all’ambito della storia. Greenberg è un grande appassionato di Pollock e dell’Espressionismo astratto e il suo scritto viene pubblicato alla soglia della nascita delle poetiche dell’oggetto quindi può risultare del tutto anacronistico rispetto a ciò che è avvenuto. Danto, invece, fa un’analisi corretta di quegli anni riconoscendo e appoggiando gli artisti i quali, liberi dal fardello della storia, possono finalmente esprimersi come meglio credono, senza apporre ad essi nessun limite di immaginazione e creatività.

copertina del libro

Per Danto non esiste un’arte più vera delle altre, né una modalità esclusiva con cui essa debba manifestarsi: tutta l’arte è ugualmente e indifferentemente unica. E questa, a mio parere, è la caratteristica più bella dell’arte, poter essere qualsiasi cosa. 

Fonti:

– A. C. Danto, Dopo la fine dell’arte. L’arte contemporanea e i confini della storia, Bruno Mondadori Milano, 2008.

Come Chiara Ferragni ha ucciso gli Uffizi

20, 6 milioni di follower, aziende che fatturano miliardi e un impero nell’ambito della moda: Chiara Ferragni non si ferma e sbarca agli Uffizi per insegnarci qualcosa di più sulla comunicazione e sulla mediazione museale.

di Silvia Michelotto

Aneddoto inutile: nella mia tesi magistrale ho parlato dell’importanza degli archivi e delle biblioteche e della Memoria, ma soprattutto perché questa è praticamente invincibile. Non riuscivo a trovare un modo per collegare il corpus principale alla mia conclusione, al mio filosofeggiare della domenica, o meglio…ce l’avevo ma mi imbarazzava da morire. Così, un giorno, presi coraggio e andai dalla mia relatrice e tutto d’un fiato le dissi “Posso citare gli Avengers?”. Lei ha alzato un sopracciglio, ha sospirato, si è tolta gli occhiali e si è massaggiata la radice del naso, mentre nel frattempo ricapitolavo quanti oggetti contundenti avesse a portata di mano. “Cara” -calcolo di quanto ci avrei messo a nascondermi dietro la porta-“Non hai ancora capito niente?” -conto di quanti gradini avrei fatto di sedere cercando di fare le scale di corsa- “Mediazione è tutto, anche gli Avengers” – momento di confusione – “Eco ha utilizzato Mike Bongiorno per parlare dell’impatto dei nuovi media, figurati se tu non puoi citare Thanos”.

Solo dopo ho connesso che non potevo aspettarmi niente di meno da una professoressa che non solo aveva accettato una tesi (la mia) che partiva da una frase di Doctor Who,  ma che per spiegarci  come si sta evolvendo l’immagine del museo ci ha mostrato Una notte al museo e il video di Beyonce e Jay-Z. Perché sì, un film comico e Apes***t è mediazione culturale, è il modo in cui il mondo dell’arte comunica con il suo pubblico e con chi, anche, si deve avvicinare ad esso. 

Ecco perché di fronte a una Chiara Ferragni che fa la foto davanti alla Venere di Botticelli non ci dobbiamo assolutamente sorprendere o sentirci offesi: è così da anni e, c’è poco da fare, porta pubblico, permette agli Uffizi, in un periodo di crisi come questo, di sopravvivere, di sbarcare il lunario in qualche modo. Perché c’è questo da tenere in conto: non è che La Madonna della Melagrana  si restaura e dà da vivere a tutti i dipendenti del museo con un miracolo. Se ci sono pochi visitatori, c’è poco guadagno, pochi soldi per i restauri, meno soldi per i dipendenti e così via… becera contabilità!

Chiara Ferragni posa davanti alla Venere di Botticelli

Le urla di gente scandalizzata, soprattutto di addetti ai lavori, di fronte al fatto che l’imprenditrice digitale italiana più famosa al mondo sia andata a visitare uno dei musei più importanti della Penisola, che abbia messo a disposizione il suo profilo per fare una buona pubblicità al nostro patrimonio artistico e culturale (non si è fermata solo a Firenze, ma ha anche consigliato di visitare il Salento e la Sardegna), non le accetto.  Dov’erano quando ci sono andati Richard Gere, Russel Crowe, Elton John, le star de La casa di carta, Ben Harper e i Franz Ferdinard

Molti altri artisti sono andati a visitare gli Uffizi e si sono fatti immortalare di fronte alle opere.In questo caso – di lato- Kylie Minogue posa con il direttore degli Uffizi Schmidt davanti ai ritratti dei coniugi Montefeltro

Sia chiaro: non sono una fan della Ferragni, la trovo una donna intelligente (ha aziende che fatturano miliardi ed è stata la prima a creare un lavoro nell’ambiente digitale), e non apprezzo il suo mettere perennemente in vista la propria vita, ma…ehi, è il suo lavoro! E, ripeto, se questo permette di influenzare delle persone ad andare a vedere le nostre città, ridare vita ai nostri luoghi di cultura, ben venga.

Non è lei il male dell’umanità, non è lei che ha tolto fondi alla cultura o impedito agli Uffizi di continuare a lavorare con la sua visita. Non è stata Chiara con delle foto, in cui non solo rispetta le norme anti-Covid ma pure quelle di fruizione del museo (che, poi, voglio vedere quanti di noi non si sarebbero scaraventati sul Giulio II di Raffaello per poterne ammirare le pennellate e i giochi di luce), a suggerire la brillante idea al turista austriaco di sedersi in braccio alla Paolina Bonaparte di Canova nella Gipsoteca di Possagno. 

Molti si barricano dietro al fatto che l’ultima trovata di Schmidt, direttore attuale del complesso museale degli Uffizi e promotore di numerose attività di questo tipo, abbia portato alla vendita massiva dei biglietti, impedendo a chi è realmente interessato di poter svolgere una visita tranquilla e attenta all’interno di uno dei musei più ricchi e importanti di Italia. Mi sorge spontanea una domanda: quindi, le lunghe colonne davanti al Louvre, agli Uffizi, al Prado, al MoMA e più che ne ha più ne metta, erano composte solo di gente realmente interessata all’arte?

Vorrei sapere quanta gente è entrata nel museo fiorentino sapendo che è un progetto architettonico di Vasari o quanti sanno chi ha salvato il Louvre durante la Seconda Guerra Mondiale. Perché i musei, i grandi nomi che conosciamo grazie ai libri d’arte, sono i cosiddetti blockbuster: mete obbligate se si va in una determinata città, luoghi che bisogna andare a vedere per forza, magari senza capirci veramente qualcosa. 

Come mai? Perché si è creata, nel corso del tempo, l’idea che l’arte è del popolo (giustamente!) e che conoscerla è necessario per avere un posto nella società: è lecito non sapere che cos’è un Quagga, ma non puoi non sapere chi è Picasso.  Questa ansia porta automaticamente a fagocitare musei su musei, opere su opere, senza cogliere il vero senso di ciò che si vede, senza apprezzarlo o comprenderlo. 

Noi, storici, critici, galleristi, ci preoccupiamo di dove posizionare l’opera o il cartellino, cosa mettere nelle panoramiche storiche a inizio sala, cosa dire o non dire durante il percorso, di scrivere tomi su tomi di museologia senza porci la vera domanda: cosa rimane al turista medio? Che cosa ha imparato?


E la cosa paradossale è che, con molta probabilità, una persona, grazie a un follow su instagram, ha scoperto Simonetta Vespucci, mentre altri che si sono fatti la visita guidata, manco si ricordano chi essa sia. Ma non è colpa loro! Molto spesso siamo proprio noi, gli addetti ai lavori, che amiamo così tanto riempirci la bocca di parole complesse e termini tecnici che non pensiamo che c’è chi non ci riesce a stare dietro, che non comprende. Lo ignoriamo proprio per quello che ho detto sopra: non si può non conoscere Picasso, un capitello italico o una lesena! E se non lo sai sei un ignorante, con tanto di cappello con le orecchie da asino!

È questa supponenza, quella certezza che tutti sanno, capiscono, che hanno le stesse competenze, che la formalità è l’unico modo  perché le persone possano apprendere, che  porta le persone ad uscire dai nostri musei prive di quel qualcosa in più che, invece, dovrebbe regalare una visita. Non dovrebbe essere così, questa dovrebbe essere l’eccezione e non la regola, ed è quello che insegna la mediazione: una risata, una battuta, il paragone con la vita quotidiana, le nostre esperienze aiutano le persone a memorizzare, ad imparare e a sentirsi parte di ciò che stanno vedendo.

Simonetta Vespucci rappresentata da Sandro Botticelli nel 1476

Dire che “Simonetta Vespucci era la Chiara Ferragni del Rinascimento” non è esattamente giusto (ci sarebbero mille e mille parentesi da aprire) ma colpisce e rimane. Ci sarà chi avrà semplicemente appreso una nozione, superficiale, ma pur sempre un’informazione che prima non aveva, ma ci sarà anche chi, incuriosito, andrà a cercare chi fu questa icona di stile e bellezza rinascimentale. In entrambi i casi è una vittoria per la cultura!

Schmidt ha utilizzato i social media (se avete voglia e tempo andate a vedere il profilo Tik Tok degli Uffizi, è meraviglioso), ma prima ancora vi erano i film e i libri, e ancora, tempo addietro, vi era pure la religione. La gente va al museo perché richiamata, chi dall’arte e dalla meraviglia di questi luoghi, chi dallo status quo, intellettuale o sociale, che ne deriva. Se ci preoccupiamo solo del primo dei due aspetti i musei sarebbero già morti e sepolti: è la massa a farli vivere e non è una sconfitta, ma l’inizio di una battaglia. Noi, addetti ai lavori, custodi di quel sapere, dobbiamo permettere a tutti di conoscere, imparare e arrivare alla fine della visita arricchiti. Il nostro compito è permettere a chi non sa di sapere e chi già sa di conoscere ancora di più.

Quindi, non vediamo quei 20,6 milioni di follower come i nostri nemici, ma bensì come persone da arricchire, perché se continuiamo ad avere la puzza sotto al naso, a eleggerci i grandi paladini di una cultura elitaria, l’arte morirà e noi non avremo più niente per cui vivere, se no per ammirare qualcosa che dopo di noi non avrà più niente da dire.

Cinema come arte perfetta del popolo

Il cinema è di sicuro l’arte più democratica: tutti, dai grandi ai piccini, dai ricchi ai poveri, rimarranno sempre affascinati da quel telo bianco e dal fascio di luce che proietta e fa vivere nuove e meravigliose storie.

di Lorenzo Carapezzi

Ormai andare al cinema non è più una necessità. La comodità della casa ha sviluppato un ozio nelle persone. Più accresce e più uccide il cinema in quanto luogo fisico. Il culto del trovare posto e aspettare che le luci si spengano è scomparso, dissolto in qualche rara eccezione.
Ma la sala cinematografica è qualcosa di più di un semplice luogo dove vedere un film. È un luogo sacro, non perché presenta qualche divinità o elemento simbolico associato, ma perché è uno spazio dove l’uomo conosce sé stesso, si confronta con l’umanità. Dentro non esistono classi sociali né distinzioni di alcun tipo. È il luogo dove tutte le generalizzazioni svaniscono. La distinzione è un termine che non ha valore dentro la camera buia, piena di poltrone occupate da persone, tutte diverse da loro, ma così unite a formare un unico corpo, un’unica anima. Il povero siede accanto al ricco, eppure questi non si sdegnano tra di loro. Essi non si guardano nemmeno. Il buio della sala impedisce di vedere il volto delle persone sedute a fianco, riusciamo solamente a delineare un contorno sfuocato e indistinto, visibile ma allo stesso tempo confuso con lo sfondo nero. L’unica fonte di luce, il Sole della sala, è il grande schermo quadrato posto di fronte a tutti quanti. Come mosche eccitate osserviamo la luce che si fa movimento. Desideriamo avvicinarci al grande telo e tuffarci nel magico racconto che ci viene mostrato.

Orson Welles mentre recita alla radio La guerra dei mondi, 1938


È un luogo dove il Tempo si ferma, anzi si dilata così tanto da non essere più importante. Le due ore medie di film diventano il tempo vitale, ovvero il corso della nostra vita. Niente di quello che c’è al di fuori delle quattro mura esiste più. Tutto si blocca all’esterno. Persino un’apocalisse non riusciremmo a percepirla per quanto stiamo bene in quell isolamento. Solo e solamente dopo il ritorno della luce artificiale ci renderemo conto che fuori c’è un mondo, un mondo che aspetta noi accanto a tutte le preoccupazioni, tutti gli stress lavorativi, tutte le nostre paure e incertezze. Appena usciti ci accorgiamo dell’apocalisse, un po’ come Orson Welles dopo lo show radiofonico La guerra dei mondi. Un passo al di fuori e la vera luce scotta sulla nostra pelle, brucia le nostre iridi ormai abituate alla fonte di luce più bella che possa esistere: il proiettore.
“La macchina dei sogni” non potrebbe essere così potente senza quel luogo di culto, quel luogo oserei dire religioso, come la Chiesa per i cristiani o la Mecca per i musulmani. Come ogni religione, anche il Cinema ci dà speranza, ci mostra tutte le fantasie della nostra mente e tutto ciò non potrebbe esistere senza la sala cinematografica, tanto buia da permetterci di cadere nell’inconscio, mascherando e nascondendo la realtà esterna, quella vera che tanto ci spaventa.


È luogo sacro anche perché l’aria che si trova all’interno è il respiro della Morte, presente ogni qual volta l’uomo si stacca dalla realtà, sia fisicamente che spiritualmente. “Si muore ogni pomeriggio” direbbe Bazin, che continuerebbe dicendo che la Morte “segna la frontiera della durata cosciente e del tempo oggettivo delle cose”.
Il silenzio non è mai così delicato come nella sala: un colpo di tosse, uno sbadiglio o ancora peggio una bocca che mastica si amplificano, mille volte più intense che fuori, spezzando quel legame amoroso tra lo spettatore e la vita che si fa infinita. Si spezza la magia e il ricco inizia a sentire la puzza del povero, iniziando a schifarlo.
Come il sogno, anche il Cinema, ma soprattutto la sala buia cinematografica sono paradossi: un luogo di culto costruito dall’uomo può solo esistere attraverso la vista e l’udito, artifizi dell’uomo, eppure essa si sgretola attraverso rumori organici e luci artificiali, altresì prodotti umani. Il paradosso all’interno della sala è il paradosso dell’uomo in quanto macchina perfetta.

“Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la
coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete
dell’anima.” Ingmar Bergman


È solo da questo paradosso dell’uomo che dipendono le sorti della sala cinematografica: il rispetto e la concentrazione fanno della sala l’Eden artistico-sociale per eccellenza, la mancanza di un circo senza controllo, la mancanza dell’altro del vuoto. Siamo quindi noi uomini il fertilizzante che dà vita a quel magico fiore, con quel gambo delicato che può essere spezzato col disprezzo, o ancora peggio con l’indifferenza. C’è da chiedersi se il Cinema ci sia vitale, ancor di più se la sala sia essenziale alla nostra anima. Per rispondere a ciò c’è bisogno di fare una logica per sottrazione. Come sarebbe la vita senza il Cinema? E senza la sala cinematografica? Esisteremmo lo stesso, certo. L’uomo è riuscito a vivere senza queste due cose per millenni, ma il nostro spirito, la nostra fantasia, i nostri sogni più profondi? Pensiamo un attimo a come ci sentiamo ora, così distanti dalle cose, rinchiusi in casa. Quanto desideriamo poter rivedere le nostre rispettive città, i luoghi di aggregazione. Ci sentiamo vuoti e soli in questo momento, ci siamo accorti quanto siano speciali le cose fuori dal nostro corpo fisico. Tutta la vita così sarebbe il vero Inferno ed io senza il Cinema mi ucciderei. Ecco che cos’è la sacralità e nello specifico la sacralità della sala.

Fonti:

– A. Bazin, Che cos’è il cinema?, Garzanti, 1973

– S. Savio, Come sogna lo schermo. Concetti psicodinamici nella rappresentazione filmica del sogno

https://www.psiconline.it/articoli/per-saperne-di-piu/come-sogna-lo-schermo-concetti-psicodinamici-nella-rappresentazione-filmica-del-sogno.html;

La bellissima e triste imperatrice

Sissi e la sua vita sono state al centro dell’immaginario comune grazie ai meravigliosi film che hanno visto come protagonista Romy Schnider. Due donne bellissime accomunate da una storia tragica.

di Silvia Michelotto

Di principesse tristi ne è pieno il mondo. In tempi recenti questo epiteto fu dato a Letizia Ortiz, all’epoca principessa ora attuale regina consorte spagnola, e nessuno può scordare la tragica vita di Lady D, ex principessa del Galles e prima moglie di Carlo Windsor. Ma non sono tristi solo le principesse, ma anche le imperatrici: tra queste c’è il nome di Masako, imperatrice del Giappone, e se andiamo a circa un secolo e mezzo fa, in Austria possiamo incontrare Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach

È un nome che vi dovrebbe suonare familiare: si tratta di niente di meno dell’imperatrice Sissi.

Ritratto dell’imperatriece Elisabetta in abito da ballo di F. X. Winterhalter (1865)
Fotografia dell’imperatrice Sissi all’incoronazione come regina d’Ungheria

Difficile da credere, vero? Ricca, bella, innamorata del suo principe (pardon imperatore) e ricambiata, amorevole con i suoi figli e con degli abiti da favola… Una vita che sembra uscita da un film in puro stile Disney. Ovviamente ci furono alti bassi e la serie di film realizzati da Marischka, nella seconda metà degli anni ’50, ha mostrato il suo disagio, ma si sono sempre conclusi con quel meraviglioso lieto fine fiabesco. Tutto reso ancora più stupefacente dalla bellezza dell’attrice protagonista, Romy Schneider, che, nonostante gli anni e altri ruoli di successo, non riuscì a staccarsi di dosso il fantasma dell’imperatrice austriaca. Le due figure si erano così tanto fuse che Visconti la volle in Ludwing (1973) per dare il volto e la voce alla sua Sissi, una donna, questa volta, disincantata, tradita e sofferente.

A portare alla luce la sofferenza di Sissi, quella reale, fu il ritrovamento dei diari poetici dell’imperatrice nel 1998. Tra quelle pagine si percepiva la sofferenza per essere rinchiusa in un mondo fatto da regole rigidissime, protocolli infiniti e impegni asfissianti. Lei voleva essere libera!

Cercò quella libertà con tutta sé stessa, arrivando a sviluppare anche malattie psico-somatiche che la costringevano (con sua grande gioia) ad allontanarsi dal palazzo per viaggiare in tutto il mondo. Arrivò in Francia, in Italia, in Inghilterra, in Grecia… In tutti i Paesi in cui fu ospite viene ricordata con affetto e amore, in quanto realmente interessata al popolo e molto spesso allergica a quei protocolli reali che rendevano le teste coronate così distanti dai comuni reali. Ad Atene erano numerose le voci che la narravano di lunghissime ed estenuanti camminate per raggiungere i luoghi più importanti della città, accompagnata unicamente dalla sua dama di corte.

Ritratto dell’imperatrice Sissi con i capelli annodati di F. X. Winterhalter (1868)
Sissi iniziò a far fotografare con velette che nascondevano il suo volto

Queste pazzie atletiche fecero nascere una leggenda che ancora oggi persiste: la sua ossessione per la bellezza. Effettivamente Sissi era bellissima. Aveva un incarnato così perfetto da sembrare di porcellana, aveva una vita sottilissima che cercava di mantenere in tutti i modi possibili. Non era assolutamente mistero che facesse cavalcate e camminate lunghissime e si allenasse molto spesso; per riuscire a sottolineare la sua figura nel modo migliore gli abiti, molto spesso, le venivano cuciti addosso, rendendo lunghissima la sua preparazione alla mattina o in occasione delle feste. Molti studiosi odierni parlano di disturbi alimentari ma analizzando i menù che la cuoca le sottoponeva ogni giorno si nota che l’imperatrice amasse parecchio i piaceri della tavola, con particolare interesse verso i dolci.

Non possiamo non citare i suoi amati capelli. C’è chi parla di 12 metri di capigliatura, ma in realtà arrivavano solamente alle caviglie. Per lavarli e asciugarli era necessaria una giornata di lavoro, pesavano così tanto che spesso era costretta a legarli al soffitto per scaricare lo stress dal collo e il tempo che la sua parrucchiera impiegava per pettinarli e acconciarli era così tanto che in quei momenti poteva prendere lezioni di latino e ungherese. Così, perché si annoiava!

Un mito che rimase immune al tempo. Mai nella vostra vita troverete una foto di Sissi come donna adulta (morì a 60 anni), in quanto proprio lei, amata e venerata unicamente per la sua bellezza, cominciò a nascondere il suo volto allo sbocciare della prima ruga. Velette, cappelli enormi e ventagli dovevano nascondere gli effetti del tempo che crudele stava chiedendo il conto.

E l’amore? Quello per Franz sarà stato autentico, no? 

Miniatura viennese di Franz con Sissi all’epoca del fidanzamento
Immagine di Katharina Schratt

Quello sì, fu vero, ma pure quello cominciò a farla soffrire irrimediabilmente. Pochi anni dopo il loro matrimonio, Franz abbandonò la camera coniugale per una più vicina allo studio. Non erano tempi assolutamente facili, l’Austria aveva preso il controllo e il possesso di alcuni territori che non amavano essere governati da stranieri (vedi Milano e Venezia: a noi italiano proprio non piace che ci dicano cosa dobbiamo fare!). Franz amava la guerra, era un vero e proprio soldato, quindi molto spesso si lanciava in campagne militari, sempre con il cuore rivolto alla sua amata Sissi, che, però, mal sopportava tutto questo. Era contraria alla politica asburgica, era contraria che i suoi figli fossero accuditi dalla zia-suocera (Franz era suo cugino, figlio della sorella di sua madre: sì, è incesto, ma all’epoca era legale!) che la vedeva come una bambina scapestrata e inadatta ad educare il nuovo imperatore e le future principesse. Tutto ciò detto con amorevole comprensione di zia, ovviamente!

Le sue assenze a corte, sempre più lunghe e sempre più note ai più, non erano assolutamente ben accette e così, per ovviare ai suoi doveri imperial-coniugali, lanciò tra le braccia del marito la famosissima attrice Katharina Schratt. Non è che non lo amasse più, ma non riusciva più a vivere questa situazione. Una situazione che divenne ancora più asfissiante quando morì suicida il suo unico figlio maschio. 

L’idea di aver perso Rodolfo mandò profondamente in crisi l’imperatrice che si allontanò da corte senza farvi più ritorno, se non per il suo funerale. Persino la sua morte fu tragica: assassinata da un anarchico italiano che, non avendo trovato la vittima predestinata, uccise lei per…sbaglio. Sissi si trovava nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Morì sola, con l’unica compagnia della sua dama, a Ginevra, mentre assaporava una libertà amara e crudele, arrivata solo dopo la perdita di un figlio.

Romy Scheider come Sissi nei film di Marischka
Romy Schneider come Sissi nel film di Visconti

Una serie infinita di tragedie che molti non conoscono, troppo innamorati dalla figura sfavillante offerta da Romy Schneider e da Marischka, che hanno reso il suo nome eterno…un nome che non è nemmeno il suo. Il suo nome completo era Elisabetta, come abbiamo già visto, ma nelle sue lettere private lei si firmava con il suo nomignolo: Lisi o Sisi (scriveva piuttosto male, quindi vi sono un po’ di dubbi al riguardo se l’iniziale fosse una S o una L). Sissi è stata un’invenzione cinematografica, un soprannome che, forse, suonava meglio per il grande pubblico.

Un grande pubblico che, come l’imperatrice, ha intrappolato anche Romy Schneider all’interno di un ruolo che le era un po’ troppo stretto. Giovanissima approda sul grande schermo proprio nei panni di Sissi e come lei vivrà una vita travagliata: tutti, quando la vedono, la chiamavano Sissi, rinchiusa in ruoli leggeri e fiabeschi cade in depressione e nell’alcolismo, troverà finalmente una stabilità nel privato con Delon e tornerà alla ribalta tra gli anni ’60 e ’70 con numerosi film, ma una nuova tragedia la colpirà. Una tragedia che colpì anche l’imperatrice: la morte del figlio. Il bambino di Romy muore in un tragico incidente a casa dei nonni nel 1981, pochi mesi dopo la madre lo seguirà. Molti parlarono di suicidio, ma secondo l’autopsia si trattò di un semplice arresto cardiaco.

Per queste meravigliose donne, fragilmente forti, non c’è stata nessuna vita da favola, quella era solo un’illusione per un pubblico che non era realmente pronto per loro.

Fonti:

– E. Bestenreiner, L’imperatrice Sissi: storia e destino di Elisabetta d’Austria e dei suoi fratelli, Mondadori, 2014;

– B. Hamann, Sissi, Tea, 2017; A. Pataki, Sissi: la solitudine di un’imperatrice, Beat, 2017.

Le mostre Blockbuster

Nomi altisonanti, titoli accattivanti e poi…sempre le solite mostre. Continuiamo il nostro viaggio nelle mostre d’arte e cerchiamo di capire che cosa sono le blockbuster.

di Jessica Colaianni

Nello scorso articolo vi ho portato in un viaggio a ritroso alla scoperta di come è nato e si è sviluppato il fenomeno delle mostre d’arte. Ci eravamo lasciati agli anni Sessanta del Novecento, dove sempre di più cresce il numero di questi eventi dal successo conclamato. Facciamo un passo avanti, più precisamente andiamo verso gli anni Novanta, periodo molto fertile sia dal punto di vista dell’apertura di musei e spazi espositivi (ve ne abbiamo parlato in un vecchio articolo qui) e sia dall’organizzazione di manifestazioni temporanee, sempre più presenti all’ordine del giorno. Ed è proprio in questi anni che la critica comincia a rivolgere pesanti accuse nei confronti di tali eventi. Oggetto principale della discussione riguarda l’esposizione per lo più di soliti artisti noti (Picasso, Van Gogh, Warhol) in personali o collettive che spesso denotano una forzatura di accostamento, mancando così di criterio critico metodologico, influendo in tal modo sulla qualità dell’evento organizzato. Questo tipo di mostre vengono volgarmente definite blockbuster, riprendendo un termine coniato durante la Seconda guerra mondiale in riferimento ai bombardamenti aerei e usato poi nel settore cinematografico per indicare i film dal grande successo commerciale, infine approdato in campo artistico anche per definire tutte quelle mostre che raggiungono una grande quantità di visitatori e che spesso girano di città in città, da museo in museo portando, come detto sopra, i soliti nomi.

Già nel 1959 Roberto Longhi, grande storico dell’arte, aveva mostrato segni di preoccupazione riguardo questo tipo di manifestazioni che vengono organizzate per lo più allo scopo di attrarre un maggior numero di visitatori, a cui corrisponde ovviamente un ricavo economico superiore, senza porre attenzione quindi alla ricerca e a criteri scientifici. L’abbassamento qualitativo dell’offerta culturale, a favore di un incremento quantitativo, secondo la giornalista ed esperta d’arte Adriana Polveroni, deriva dall’aumento massiccio del pubblico, il quale sceglie di andare al museo “con lo stesso atteggiamento di una gita domenicale”.

Il fenomeno delle mostre d’arte è entrato a far parte dell’economia, con un termine coniato appositamente, ovvero “exhibition industry” che va a ricadere a sua volta sul turismo e sul settore dei servizi in generale. L’incremento di questi eventi è talmente enorme che nel corso degli anni sono state create perfino società ad hoc, per lo più private, cui i musei si rivolgono per l’organizzazione di questi eventi, sopperendo in tale maniera alla mancanza di fondi e personale che ne permettono la realizzazione. Questo problema riguarda soprattutto l’Italia, la quale vede la cultura dipendere dallo Stato che spesso negli anni non è stato in grado di sostenere adeguatamente, attraverso giusti finanziamenti, le proprie strutture, costringendole così ad acquistare pacchetti di mostre già fatti e pronti all’uso senza alcun tipo di forza lavoro o un’eccessiva perdita economica (perdita che verrà sopperita grazie agli incassi derivanti poi dall’esposizione). L’intento però non è quello di demonizzare completamente questi eventi, io sono la prima che se vede la pubblicità di una mostra interessante cerca ad ogni costo di andare a visitarla, parliamoci chiaro. Una mostra d’arte, se ben organizzata, può costituire un momento importante per approfondire dal punto di vista storico e critico un artista o un’opera in particolare, per indagare e arricchire le ricerche già presenti o per istituire nuovi studi a riguardo e con questo non vuol dire quindi che non si possa comunque continuare a esporre i soliti Caravaggio, Picasso, Van Gogh ecc.

Una mostra d’arte ha lo scopo di studiare e stimolare nuove ricerche e scoperte sugli artisti del passato, o di proporre e valorizzare nuovi artisti. Ha lo scopo di istruire coloro che vanno a visitare un’esposizione, i quali dovrebbero tornare a casa arricchiti e con la voglia di scoprire altro, di saziarsi nuovamente e presto con altra arte.

Prendiamo a esempio le mostre experience, che stanno prendendo sempre di più sopravvento negli ultimi anni. Si tratta di esposizioni giocate completamente sulla spettacolarizzazione e la stimolazione visiva ed emotiva dello spettatore, attraverso delle proiezioni delle opere di un artista, accompagnate spesso da un sottofondo musicale. Sebbene queste mostre possano essere un’occasione per riunire tutte in un luogo le opere di un solo autore, evitando così anche gli eventuali rischi conseguenti al trasporto, oppure siano utili per ricostruire opere o monumenti perduti, queste mostre sono per lo più organizzate al fine di attrarre un pubblico che, mi chiedo,una volta uscito dalle sale, ha appreso davvero qualcosa di nuovo? O ne è valsa la pena andare solo per poi pubblicare una bella foto su Instagram?

Il confine tra una mostra ben riuscita e una realizzata solo per ottenere dei ricavi è molto sottile e tocca agli operatori del settore cercare di cambiare il sistema da dentro, non facendosi inghiottire dalla burocrazia e dai tornaconti economici. Ma sta anche a noi semplici visitatori chiedere di più, non accontentarci: cercare sempre qualcosa di nuovo, spulciare le mostre più sconosciute e minori perché, chissà, potrebbe essere proprio lì dove troveremo la vera bellezza dell’arte. 

La rivoluzione dell’arte: quando le opere diventano parte della cultura pop

Nel corso dei secoli, per diverse vicessitudini, abbiamo avuto la fortuna di vedere e riconoscere come l’arte si sia modificata ed evoluta grazie alla tecnologia, la quale detta le sorti e il ritmo del mondo per come lo conosciamo. Ogni generazione, per concetto barilliano, dura circa vent’anni e noi, generazione nativa digitale, i millennials, ci troviamo a prendere piede nella mondo e chi l’avrebbe mai detto che saremmo stati proprio noi la generazione addicted alle serie tv?

di Jessica Caminiti

Tutti conosciamo la storia delle televisioni, i vari canali tra cui fare zapping, immense soap opera, che non solo duravano una vita, ma anche non avevano e tuttora non hanno una fine (da “ma a quanti figli è già arrivata Brooke?” a “Days of our life è finito?”), ma noi siamo diversi. Siamo la prima generazione, che con tutti i piedi è caduta nel tranello delle serie lunghe, ma che hanno prima o poi una fine: abbiamo visto i sei amici lasciare il Central Perk, Ted finalmente concludere l’odissea della sua vita e siamo abituati a questi addii, siamo abituati a passare da una serie all’altra senza dimenticare niente e possiamo sempre ricominciare tutto da capo, se ci manca troppo… ah, il magico mondo di internet! Ma allora come fa una sitcom a distinguersi da un’altra, cosa la rende importante e piena di carattere? Sicuramente una parte molto importante la gioca non solo la trama, ma anche l’ambientazione e quella serie di particolari che fanno gioire per l’arguzia dei produttori! 

Bojack Horseman- serie targata Netlix

In molti casi, per esempio, per attirare l’attenzione del pubblico, troviamo citazioni ad opere d’arte, ma mai quante in Bojack Horseman. Mi spiego meglio: ci sono serie che sono dettate all’idea di opera d’arte, come per esempio White collar, dove il nostro protagonista è un falsario con i fiocchi, quindi riferimenti all’arte ci sono ogni due per tre, ma nella esilarante e riflessiva serie di cui vi voglio raccontare i richiami sono più sottili e ci vogliono raccontare, a mio avviso qualcosa di più. Difatti, molte volte tra le varie locations troviamo opere con chiari e diretti richiami a quadri del passato, facendoci intuire l’attenzione ai particolari, ma bando alle ciance: iniziamo il viaggio all’interno della serie e proviamo a dare un significato al motivo per cui così tanti capolavori appaiano.

Interno dell’Elefante, ristorante della serie
La nascita di Venere, Sandro Botticelli (1485/6)

Iniziamo dal ristorante italiano per eccellenza: Elefante.

Simpatici e stereotipati camerieri italiani lavorano nell’altrettanto stereotipato ristorante. Alle spalle del tavolo, che molto spesso viene inquadrato, vediamo un magnifico e inconfondibile dipinto: la  Nascita di Venere di Botticelli. Cambiata nelle sembianze, ma uguale nella composizione, una bellissima elefantessa nasce da una conchiglia e nella stessa posa della bella dea si fa accogliere nel mondo degli umani. Essa in questo caso dà risalto al luogo d’origine dei proprietari. Botticelli, mito indiscusso della storia dell’arte nostrana, è stato scelto tra i tanti, perché probabilmente la Nascita di Venere non rimane solo uno dei più importanti quadri della storia dell’arte italiana, ma anche uno dei più riconosciuti e riprodotti nel mondo ed è impossibile non associarlo alla grande arte del Bel Paese.

Quadro della casa di Bojack
Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), David Hockney (1972)
Vista della casa di Bojack
Opera di Keith Haring

Seconda location: la casa di Bojack.

Vediamo il nostro protagonista continuamente immerso nell’arte e molte volte lui stesso diventa opera d’arte all’interno dei quadri. Passiamo da Haring a Kandinsky, da Matisse a David Hockney a tanti altri ancora e purtroppo per capire, dovrò fare un piccolo spoiler, ma spero mi perdonerete, anche perché si scopre anche solo guardando il trailer e leggendo la trama: Bojack è una star televisiva caduta in disgrazia e come ben immaginate in un periodo della sua vita i soldi non mancavano, così fece un po’ la vita che Bender di Futurama ha sempre sognato. In tutto questo, però, per delineare il suo status sociale ha anche fatto incetta di quadri, alcuni ereditati, alcuni (si presume di conseguenza) comprati e questo ci racconta già molto del protagonista. Non essendo uno sfegatato e pazzo collezionista, probabilmente come molti committenti prima di lui nel corso dei secoli, ha deciso di comprare capolavori per dimostrare quanto lui sia acculturato e soprattutto ricco, perché, sì, come sappiamo il mercato dell’arte è una giungla e solo i migliori offerenti possono aggiudicarsi i pezzi migliori. Nell’ipotetica idea, che io vi presento difatti, Bojack pur di dimostrare di essere arrivato e di potersi definire crème de la crème della società ha deciso di mettere in bella vista i suoi soldi, nascondendoli dietro pennellate e colori.

Studio
White center, Mark Rothko (1967)

Ultima location è l’ufficio dell’agente e poi manager di Bojack, Princess Carolyn.

Mentre soppesiamo la differenza tra i due lavori (il manager può produrre), possiamo ammirare dei Rothko piazzati lì, proprio alle spalle della nostra amata gatta rosa. Qui la storia, come per il fatto delle committenze, si ripete. L’arte non è solo fattore di distinzione sociale, ma anche rappresentazione del potere. Non solo ogni presidente viene immortalato in quadri o fotografato davanti ad importanti opere, ma fabbriche e aziende per dare lustro al loro prestigio aprono musei o ali di essi a loro nome. L’arte dà importanza e crea distacco e rispetto per chi può avere un’opera a casa o in ufficio, però delinea anche un capitalismo così chiamato illuminato. Questo cosa significa? Significa saper spendere i propri soldi anche in nome della bellezza e saper rallentare per ammirare la gioia che solo l’arte può dare senza dover sempre rincorrere mercati e azioni. 

Questi sono solo alcuni degli esempi, molti se ne possono fare. Era per riflettere e dare una visione diversa a chi dice: è soltanto una serie, è soltanto un film o è soltanto un cartone animato. È molto di più se ben fatto: è pura arguzia e intelligenza nascosto da una buona dose di capacità di comunicazione.

Fonti:

– L’arte contemporanea. Da Cezanne alle ultime tendenze, Barilli Renato (Feltrinelli 2014)

La nascita del cinema italiano

Sopra la più grande arteria della civiltà Occidentale, lungo la strada del Ponte Milvio, ecco il Generale Carchidio, bendato e condotta dentro una carrozza, pronto a consegnare la richiesta della resa pacifica di Cadorna al generale Kanzler di una resa specifica.

di Lorenzo Carapezzi

Nel 1905 il cinema italiano spalanca i suoi occhi verso la realtà, sancendo l’inizio della sua storia. 35 anni dopo la fine dello Stato Pontificio, il 20 settembre a Roma venne proiettato “La Presa di Roma”, ovvero l’inizio di un nuovo periodo artistico italiano e di una nuova economia globale. In soli 5 minuti il regista e produttore Filoteo Alberini riesce nell’impresa di quel “fare gli italiani” che Massimo D’Azeglio tanto desiderava. Attraverso la collaborazione con il ministero della Guerra, una grandiosa distribuzione fatta di volantini e di una propaganda fortemente anticlericale, Alberini riesce ad unire con spirito laico, la memoria e l’appartenenza nazionale di un intero popolo. Grazie alla rappresentazione della Breccia di Porta Pia, l’uomo italiano riesce a scoprire una propria identità e si sente inserito dentro una comunità. Lo spettacolo non sta solo nei magnifici dipinti di Michele Cammarano o dalle fotografie di Fuminello; ciò che illumina la scena non sono solo le scenografie di Augusto Cicognani, oltre al corpo del film, è stupefacente ciò che avviene nella platea. Un prodotto così celebrativo e didattico, che riesce a rendere reale e verosimile la finzione, crea un’unità e dà uno spaccato sociale così intenso da permettere ad un operaio qualsiasi di essere seduto accanto ad un borghese o persino ad un aristocratico.

Alberini, con sole 500 lire a disposizione, è riuscito a creare una vera e propria opera d’arte, non tanto per una questione stilistica o formale del film in quanto tale, ma nell’essere riuscito nella pratica a dimostrare ciò che l’arte, in particolare il cinema (che personalmente considero “Arte delle arti”), è capace di fare: costruire un tessuto di emozioni condivise. Dopo secoli di divisioni, ecco che il cinema arriva anche in Italia  riuscendo a raccontare attraverso un senso metonimico un’avventura collettiva del popolo italiano in quanto tale. Le sale cinematografiche, dopo questo pezzo iniziale di storia, si moltiplicano, anno dopo anno, diventando luoghi comuni, di tutti, dove le distinzioni e le differenze non riescono ad oltrepassare le porte del cinema.

Bambini, ragazzi, donne e uomini corrono verso la luce del cinema, come il poeta attirato dalla voce della sua Musa, poiché attratti da una forma d’arte che è riuscita a fare tutto ciò che le principali arti di un tempo, quelle classiche come la pittura e la scultura, erano riuscite solamente a sfiorare con l’idea: la capacità di riprodurre la vita in quanto tale.

L’uomo qualunque si sente appagato e partecipe nel vedere storie che entrano nell’eredità collettiva della memoria civile, raccontando piccole storie di persone senza storia, o da sempre ignorate dalla storia. L’uomo scopre se stesso e scopre quanto la sua vita sia importante, né più né meno delle altre. La sala cinematografica diventa luogo democratico per eccellenza, l’Atene artistica si erge anche in Italia.

L’Italia nasce con il Risorgimento e il Risorgimento si fa azione grazie al cinema. Gli occhi lucidi degli spettatori vedono meravigliati il loro destino, con una luce intensa che incornicia la figura femminile che personifica l’Italia, con in un pugno lo stendardo tricolore. Accanto alla bellissima rappresentazione femminile, ai suoi lati, ecco le figure emblematiche di Cavour e Vittorio Emanuele II (da un lato), Garibaldi e Mazzini (dall’altro). Ci ritroviamo in un’epoca in cui l’italiano non ha più motivi per combattere e inizia a scoprire il tempo libero, a capire finalmente cosa sia lo svago e la possibilità di apprezzare l’arte che mai era presente durante una fucilata ed un colpo di cannone. Il cinematografo è divenuto l’onesto passatempo di tutte le classi sociali. “La sala cinematografica” scrive Robert Musil “diviene spazio di culto laico. Chiese e luoghi di culto non sono riusciti in svariati millenni a coprire il mondo di una rete così stretta come quella creata dal cinema”.
L’esempio di Alberini e della sua casa di produzione “Alberini&Santoni” dimostrano a tutti i miscredenti la potenza suprema del cinema, ed in particolar modo del cinema italiano che oramai, salvo eccezioni, ha perso ogni suo carattere dominante, divenendo semplicemente passatempo o come direbbero oggi, un “hobby”.

Fonti:

– G. P. Brunetta, Guida alla storia del cinema italiano (1905-2003), Einaudi, 2016

– A. Bernardini, Cinema muto italiano: industria e organizzazione dello spettacolo 1905-1909, Roma/Bari, Laterza, 1981

Film completo: https://www.youtube.com/watch?v=vvXNw8_P2-I&t=297s

Palazzo Schifanoia a Ferrara e i suoi misteri

Oggi vi portiamo a Ferrara, più precisamente nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, appartenuto alla famiglia estense, dove arte e astrologia si incontrano per creare un ciclo figurativo tra i più ricchi ed enigmatici del Rinascimento quattrocentesco. Siete pronti per questo viaggio sensazionale?

di Jessica Colaianni in collaborazione con Ludovica Fasciani

palazzo Schifanoia all’esterno

Nel 1840 vennero scoperti, grazie alla caduta di alcuni pezzi d’intonaco, degli affreschi con delle figure apparentemente misteriose e indecifrabili. E tali rimasero fino all’arrivo in città di Aby Warburg, il quale riuscì a ricostruirne l’intricato percorso che li aveva portati dall’antichità indiana sino al Rinascimento Ferrarese, passando dall’Egitto. L’umanista tedesco giunse all’interpretazione del complesso programma iconografico ricorrendo a varie fonti, mai considerate prima in relazione a questi affreschi. 

Ma cosa è rappresentato esattamente?

Il primo elemento che salta all’occhio è la serie raffigurante i dodici mesi. Ogni sezione dell’affresco (che purtroppo si conserva quasi intatto solo su due delle quattro pareti della sala) è composta da tre scene: quella posta più in alto mostra i carri trionfali degli dèi dell’Olimpo, mentre quella più in basso ci trasporta alla corte del duca Borso d’Este, committente del ciclo figurativo, e raffigura scene di vita quotidiana della corte ferrarese. Tra le due sezioni, infine, una fascia dai colori più intensi è dedicata al mondo degli dèi astrali: ogni segno dello zodiaco è qui circondato da tre figure enigmatiche, di cui tra poco sveleremo l’identità.

Marzo
Aprile

L’associazione tra divinità greche e astrologia è comune nel Rinascimento e affonda le sue radici nel Medioevo, basandosi su una concezione ellenistico-araba che associa i sette pianeti ad altrettante divinità pagane, o demoni astrali, reggenti i mesi, i giorni e le ore delle sorte umana. Troviamo traccia di questa concezione già nella Germania del XII secolo, nel De deorum imaginibus libellus del monaco inglese Alberico. Attraverso l’analisi di soli tre mesi, marzo (retto da Pallade e dall’Ariete); aprile, (retto da Venere e dal Toro); luglio, (retto da Cibele e Giove insieme al segno del Leone) è possibile avere uno spaccato di come potesse essere stata l’intera stanza affrescata e provare a dare una lettura di essa. Nel salone, infatti, troviamo la rappresentazione del cielo con le stelle fisse descritto nel IV secolo a.C. da Arato, ancora oggi uno strumento primario dell’astronomia. Ma ancora non vi stiamo dando nessuna chiave per aprire questo lucchetto! Per farlo dobbiamo parlare anche di un altro testo che ci aiuta alla comprensione delle immagini, ovvero la Sphaera Barbarica, composta in Asia minore da un certo Teucro con la descrizione del cielo delle stelle fisse in cui le costellazioni vengono associate a divinità astrali, arricchita dalla nomenclatura egiziana, babilonese e dell’Asia minore la quale supera il catalogo di Arato. Ed è proprio in questo testo che abbiamo la risposta a quelle tre figure che circondano il segno zodiacale: sono i decani, elementi di derivazione egiziana. Ognuno di essi incarna un arco temporale, ovvero un terzo di un mese: dieci giorni (o gradi); questa concezione arrivò in occidente grazie alla mediazione di Abu Ma’shar, in particolare alla sua Grande Introduzione. Il risultato è la creazione di un manuale di astrologia valido per tutti i giorni dell’anno, in quanto in tutto i decani sono 360 e stanno ad indicare la concezione dell’influenza del mondo astrale sulla vita degli uomini. Se entriamo nel dettaglio degli esempi portati da Warburg, notiamo come gli affreschi corrispondano, quasi specularmente, a un’altra importante fonte: il poema didattico astrologico del romano Manilio, riscoperto poco dopo il 1417 dagli studiosi umanisti.

Trionfo di Venere
Rappresentazione della conte d’Este

Ok, adesso che abbiamo capito alcuni dei significati dietro a queste immagini e le fonti a cui fanno riferimento, ci chiediamo, qual è il senso di tutto ciò? Palazzo Schifanoia non è l’unico esempio di luogo dove costellazioni, segni zodiacali e divinità astrali prendono vita sulle pareti di saloni importanti; abbiamo altre testimonianze infatti a Padova, Perugia e in altre città italiane, dominate nel corso del Rinascimento da importanti corti signorili. Come già accennato in qualche riga più su, a quei tempi era pensiero comune credere che le stelle e i pianeti influenzassero la vita delle persone, a partire dal giorno in cui si è nati. Per tornare a Ferrara, ad esempio, nel mese dedicato a marzo, troviamo delle figure intente a svolgere attività di cucito, questo perché si credeva che i nati sotto l’Ariete avessero delle predisposizioni alla manualità. Secondo Warburg, nonostante la corte estense sia piena di esperti astrologi, l’ispiratore del ciclo del Salone dei Mesi fu in effetti il bibliotecario e storiografo di corte Pellegrino Prisciani, il quale struttura il programma iconografico costruendo un sistema astrale che risponda ai desideri di Eleonora d’Aragona, moglie del duca Ercole.

Eccoci giunti alla fine del viaggio, speriamo che questi nomi e queste rappresentazioni vi abbiano aiutato a comprendere il pensiero degli uomini rinascimentali che, visti così, non sembrano poi tanto lontani a noi!