I maestri di tatuaggi (Cina)

Le braccia sono quelle di un giovane alto, dai muscoli tonici e la pelle compatta. Un braccio è ricoperto dalle righe ben marcate di caratteri cinesi tinti di nero che dalla spalla scendono fino al polso. Non si tratta dell’unico arto: in tutto se ne contano almeno 10, e sono tutti ammassati in un cumulo senza corpo sopra la scrivania di Wu Shang.

di Andrea Ferro

Queste braccia non sono altro che modelli commissionati dall’artista, un tatuatore della città costiera di Wenling e sono realizzati con gomma di silicone che non solo sembra esteticamente vera pelle ma, cosa cruciale per Wu Shang, dà proprio la sensazione di vera pelle al tatto. Avendo visto centinaia delle sue opere d’arte attentamente decorate uscire dallo studio per poi iniziare a girare tra le vie della città, Wu Shang ha voluto tenersene alcune per decorare le pareti “Altrimenti, qualche foto imperfetta è tutto quel che mi rimane”.

A prima vista, questi potrebbero sembrare i tatuaggi più strani e particolari della Cina, ma a dir la verità fanno parte di un trend molto più esteso. Braccia, schiene e gambe tatuate stanno velocemente diventando sempre più comuni nelle città più popolose del Paese. La delicata flora e la fauna dell’arte tradizionale cinese sono migrate dalla carta di riso ai corpi, sospinte da una rivoluzione delle tecniche. E le innovazioni di cui i tatuatori cinesi sono pionieri per il loro mercato in espansione stanno trasformando l’arte della pelle tatuata ovunque.

Il Partito Comunista Cinese non è annoverato tra i sostenitori dell’arte dei tattoo. Al contrario, il PCC vede i tatuaggi come avatar indesiderati della cultura hip-hop, cavalli di Troia che potrebbero aprire la strada ad ulteriore depravazione. In un goffo tentativo di controllare questa moda sempre più diffusa, il più grande regolatore dei media cinesi ha decretato che gli attori non potessero esibire i propri tatuaggi in televisione. Ai giocatori è stato inoltre imposto di coprirli prima di scendere in campo.

Bisogna aggiungere che il Partito ha saputo mostrare all’occorrenza anche una certa dose di flessibilità, cedendo alla realtà dei fatti. L’Esercito di Liberazione Popolare ora permette alle proprie reclute di avere piccoli tatuaggi, per esempio. Storicamente, la pratica dei tatuaggi non è una novità in Cina. La letteratura dalla dinastia Tang (618-907 a.C.) descrive a più riprese persone tatuate con scene di bellezze naturali e versi di poesie. Senza dubbio, il tatuaggio più famoso nella storia cinese appartiene a Yue Fei, un generale del 12° secolo (dinastia Song), venerato ancora oggi in Cina: quattro semplici caratteri incisi sulla schiena, “jing zhong bao guo”, ovvero “servire il reame con totale lealtà”.

Questi episodi, in ogni caso, restano eccezioni positive. Per la maggior parte della storia cinese, i tatuaggi sono stati visti come segni che indicavano problemi e pericoli. Essi erano il tratto distintivo dei barbari delle terre di frontiera, dei ladri, banditi e criminali, i cui volti venivano talvolta marchiati con tatuaggi come punizione. Alcuni ritengono che il Confucianesimo stesso tenda a disapprovare la pratica dei tatuaggi, visti come segni di empietà filiale che danneggiano il tuo corpo, concepito soltanto come un’estensione dei tuoi genitori.

La moderna infatuazione della Cina per i tattoo iniziò negli anni Ottanta, quando le tendenze di moda straniere entrarono nel Paese, che a poco a poco iniziava ad aprire i propri confini al mondo esterno. I saloni dei tatuaggi iniziarono poi a spuntare nelle città maggiori, soprattutto a Shanghai e Pechino. Gli artisti imitavano e riproducevano i motivi artistici già popolari altrove. Ma, a partire dalla fine degli anni Novanta, uno stile cinese unico ha iniziato ad emergere, come ben testimoniato dai lavori di Shen Weiguo, un affabile signore il cui studio a Shanghai resta tuttora un’istituzione nella scena cinese odierna.

Ispirato dalla passione giapponese per le immagini dense, impregnate di leggende storiche che coprivano l’intera schiena, il signor Shen è anche un ammiratore della pittura ad olio occidentale e del patrimonio culturale cinese. Queste influenze si sono fuse tra le sue mani dando vita a ciò che divenne noto come “la scuola neo-tradizionale cinese”, simile ai tatuaggi associati ai gangsters della Yakuza giapponese ma con contenuti cinesi e colori più sgargianti (pensate a più draghi, meno onde e meno regole rigide). Non che a Shen piaccia essere definito neotradizionalista “Ci sono girato attorno per molto tempo. Appena ti definisci come questo o questa cosa, smetti di evolvere” ha affermato in una recente intervista.

Altri due stili distintamente cinesi stanno sempre più superando la scuola neo-tradizionale in popolarità. Uno è la calligrafia classica, aggiornata con una sensibilità moderna. I caratteri cinesi spesso appaiono pure nei tatuaggi occidentali, ma in questi ultimi il più delle volte si presentano come scritture semplici e basilari. Al contrario, Wu Shang e gli altri tatuatori in Cina applicano tratti audaci e ricchi d’inventiva (vedi sotto). 

L’altro stile è un’approssimazione della pittura ad inchiostro lavabile, ciò che contraddistingue da sempre i paesaggi tradizionali cinesi rappresentati sullo sfondo. Tra gli esponenti più fini ci sono Joey Pang (vedi sotto) e Chen Jie (vedi l’immagine principale), due donne che hanno iniziato nei primi anni 2000, la prima ad Hong Kong, la seconda a Pechino. 

Orchidee che sbocciano sopra le basi del collo; un trespolo di usignoli in fila che si rincorrono tra le spalle e sotto le braccia, una montagna nascosta dalla nebbia che si sviluppa lungo le clavicole. I loro tatuaggi hanno una qualità quasi eterea, come se fossero sospesi e galleggiassero sopra la pelle. E, cosa altrettanto importante, sono perfetti per l’epoca dei social media. Chen ha più di 420,000 followers su Instagram.

Come accade sempre più al mondo d’oggi, alcuni tra i migliori tatuatori cinesi hanno preso parte a trainings di arte formale prima di scegliere inchiostro e pelle come loro veicolo prediletto. Wu Shang, per esempio, ha frequentato la prestigiosa China Academy of Art a Hangzhou, dove ebbe la possibilità di studiare la pittura degli Impressionisti. Tra le altre cose, afferma di aver scelto Wu Shang come proprio nome d’arte come un tributo all’artista francese Paul Cézanne, volendo significare “Io non sono Cézanne”. Per pura coincidenza, o forse no, l’espressione può anche significare “Nessuno è migliore di me”. 

Per i laureati delle scuole dell’arte, il potenziale lucrativo dei tatuaggi esercita un grosso fascino. Un famoso tatuatore può arrivare a costare 3,000 yuan (435 dollari) all’ora. I puristi temono che compensi di tale portata abbiano creato pressioni inattese. Considerate il fatto che Pang, la pioniera della pittura ad inchiostro lavabile di Hong Kong, ha trascorso un decennio studiando sotto la guida di un maestro calligrafo. Appena la sua fama si sparse, la gente arrivava al suo studio da ogni dove. Nel 2017 la sua lista d’attesa era già piena per i successivi tre anni: “Ho bisogno di tempo per riflettere e disegnare prima di lavorare sulla pelle e non ne avevo” afferma lei. Suo marito era anche suo socio d’affari. Quando la loro relazione finì, lei lo lasciò e se andò a Dali, una cittadina incastonata tra le montagne nella provincia sud-occidentale dello Yunnan, suo paese natale.

Dopo un paio di anni trascorsi a combattere una profonda depressione, Pang sta tornando all’arte dei tattoo con uno studio nuovo. E vi assicuro che non sembra minimamente uno di quei covi squallidi dell’immaginazione popolare. Sembra piuttosto la stanza di una residenza di campagna con enormi vetrate che danno su un cortile addobbato per il servizio del thè. “Qui posso riconnettermi alla mia arte”, ha dichiarato nella prima intervista dalla sua scomparsa. E aggiunge una promessa per i clienti precedenti: completerà i loro tatuaggi lasciati a metà gratis, se verranno a Dali.

L’abilità di Pang nel creare opere d’arte sulla pelle che sembrano fatte ad acquerello è il risultato di impressionanti miglioramenti nell’attrezzattura per fare i tatuaggi, ciò si collega alla crescita della Cina come potenza manifatturiera. I tatuatori erano soliti fare affidamento su macchine basate su delle bobine che producevano un tremolio costante man mano che l’ago rimbalzava su e giù. Negli ultimi due decenni, molti artisti hanno optato per nuove alternative, più leggere e meno rumorose, con motori più efficienti. Ciò ha permesso ai tatuatori di poter sviluppare ancora maggiore precisione potendo maneggiare due diverse combinazioni di aghi: uno dà l’effetto del segno di una penna e viene utilizzato per i contorni e le linee, l’altro più pennello piatto per la colorazione. La loro tecnica rievoca la pittura, si tratta di mescolare assieme i diversi cromatismi per generare la giusta combinazione per poi distribuirla nella pelle. 

Ma la crescita manifatturiera cinese ha partorito anche un problema: la proliferazione di macchine per tatuaggi molto economiche. Un tempo era molto complesso potersi procurare l’attrezzatura per fare i tattoo, oggi tutti gli strumenti sono facilmente acquistabili online. 

In Cina molto tatuatori preminenti stanno adottando un approccio differente, hanno fondato vere e proprie scuole. Nello studio di Wu Shang quattro studenti sono curvi sopra i pezzi di gomma di silicone, mentre tentano di ricreare le immagini che inizialmente hanno dipinto su carta. Ciò potrebbe sembrare innocuo, ma in realtà va contro un codice non scritto molto diffuso. I maestri possono prendere sotto la propria ala protettrice uno o due apprendisti, ma solo se questi si dimostrano davvero volenterosi e appassionati dell’arte. L’idea che chiunque possa farsi avanti, paghi una tassa di iscrizione e dopo un paio di mesi applichi inchiostro sulla pelle lascia i puristi inorriditi. Anche in Cina alcuni sono piuttosto critici: Shen, il neotradizionalista, afferma di aver affinato la propria tecnica lungo gli anni brandendo in mano gli aghi. “Devi capire e imparare a conoscere la relazione tra l’ago e la pelle, e questo non lo si può apprendere a scuola dall’oggi al domani”, dice lui. 

C’è, comunque, una controargomentazione: le persone negli affari stimano che la Cina ora vanti decine di migliaia di studi di tatuatori, quando dieci anni fa se ne contavano appena poche centinaia. Lo scorso anno almeno 16 fiere si sono tenute nel Paese, radunando insieme tatuatori e aspiranti tatuati. Vista la crescente domanda, la necessità di avere artisti ben preparati è evidente. Wu Shang ne è ben consapevole. Un pesce di un arancione e un giallo sgargianti dietro il suo l’avambraccio sinistro testimonia gli esperimenti su sé stesso che gli hanno permesso di affinare la sua tecnica. Chi può biasimare i suoi studenti che preferiscono iniziare su braccia finte?

Un tatuaggio da far scomparire

Il tatuaggio per antonomasia è un segno indelebile, che segna la pelle di chi decide di portarlo su di sé. Nessuno lo pensa come qualcosa di effimero e di passeggero, eppure Valie Export ci dà una nuova visione di esso, della caducità sua intrinseca e di ciò che rappresenta.

di Jessica Caminiti

Valie EXPORT, nome d’arte di Waltraud Lehrer, è una delle più importanti artiste internazionali facenti parte del movimento neofemminista degli anni Settanta. Nata in Austria, a Linz, nel 1940 si troverà subito immersa nella sua infanzia nella Germania del dopoguerra, orfana di padre portato via durante gli scontri. Crescerà di conseguenza con la madre e le due sorelle, che la indirizzeranno verso una scuola gestita da suore e questo non può che formare l’artista nel bene e nel male. Waltraud chiusa nel silenzio e nell’austerità dell’istituto, cercherà di sfuggire a questa chiusura mentale a cui invece le suore cercano di mantenerla. Le sue domande, che riguardano per lo più la sfera sessuale e l’imparità tra i due sessi sfoceranno poi nelle sue ricerche, che negli anni porteranno alle sue opere più famose.

Se sappiamo che durante i vari regimi, tra cui anche quello nazista, l’arte è sottomessa al volere del Potere, anche dopo la fine della guerra e al suicidio del Führer il clima che si respira nei Paesi germanofoni assoggettati alla precedente dittatura è tutt’altro che positivo. La pesantezza del clima post-nazista è presente sia a livello culturale che artistico e, per sovvertire questo ristagno, personalità forti e sovversive devono cercare di prendere le redini e creare qualcosa di completamente nuovo e mai visto. In questa ricerca di differenziazione Valie decide di cambiare cognome, scegliendo appunto EXPORT come sostitutivo a Lehrer suo cognome di famiglia. Scritto a lettere maiuscole questo doveva richiamare la famosa marca di sigarette con cui si fa anche immortalare in uno dei suoi più famosi ritratti, ma anche per “urlare” la sua presenza in un mondo legato ancora a stereotipi secolari. Gridarlo in una società dove l’uomo forte era pilastro reale della famiglia e le donne quasi una conseguenza indesiderata, capaci di essere unicamente delle brave mamme e dei bravi angeli del focolare, ma niente di più, dove esse sono rimaste il sesso debole. Avere qualcosa creato da sé è un modo per uscire da quello che lei dichiara come un “sistema definito dalla mascolinità”. Questo mondo fondato su preconcetti e stereotipi femminili e maschili secondo la EXPORT poteva essere combattuto solo attraverso la creazione di qualcosa di nuovo e per andare oltre la linea patriarcale, insita nella nostra cultura, decide di spezzare la catena scegliendo un cognome nuovo, solo suo, senza storia.

Autoritratto con sigarette, V. EXPORT

Avvicinatasi all’Azionismo viennese, il suo modo di fare arte diventa sempre più immediato e diretto; utilizza diversi media, come la performance e il cinema espanso, locuzione inglese Expanded cinema, la quale fa riferimento a un tipo di spettacolo cinematografico che non si limita a proiettare delle immagini narrando una storia, ma diventa un’esperienza visiva totale che convoglia arti diverse e azioni differenti: dagli happening alla danza, ora dalla computer graphics alla creazione di ologrammi. Valie, così, decide di non prediligere uno o l’altro mezzo di comunicazione, proprio a favore del fatto che le donne dovevano cercare di sfruttare ogni possibilità che avevano per uscire dall’oblio. Questo è ciò che ribadisce anche nel suo Women’s art: a manifesto del 1972, dove sconsacra l’uomo come sesso dominante e sprona le le sue compagne a cercare il proprio posto nel mondo senza sottomissioni,  sfruttando ogni possibilità  a loro a disposizione.

Molte volte, nelle sue azioni, si ritrova a giocare con il suo corpo, mezzo prediletto di comunicazione per la performance art, e molte volte richiede l’aiuto di passanti, che ignari si ritrovano al centro del suo lavoro. Poche volte predilige la solitudine, richiedendo un lavoro concreto da parte dei curiosi, che interagendo con lei creavano una rappresentazione dell’interazione tra i due sessi. In Aktionhose: Genital Panik del 1968 entra in un cinema a luci rosse a Monaco vestita di latex nero e un mitra in mano. La tuta bucata è a livello dei genitali, lasciando la vagina in piena vista, e, dopo essere passata tra le varie file della sala, si siede invitando gli uomini a toccare l’incarnazione reale di ciò che stavano osservando, puntando contro di loro nello stesso tempo l’arma. Nessuno interagirì con lei, terrorizzati e vergognandosi scapparono dalla sala, lasciando l’artista da sola. Altra sorte capitò con Tapp und Task Kino avvenuta sempre a Monaco. Un cartone preclude la visione del seno di Valie, che però permette di far toccare grazie a due fori praticati su di esso. Per 12 secondi molti passanti decisero di far parte dell’azione, toccando il petto della EXPORT, fissando dritto nei suoi occhi, obbligo non secondario ai fini della performance. Queste due azioni, che richiedono lo scontro di sguardi, portano alla visione di una donna diversa, non più bambolina servizievole, ma essere umano consapevole della situazione, che decide di sfidare l’uomo con un interfacciamento diretto e paritario

Aktionhose: Genital Panik, V. EXPORT
Tapp und Task Kino, V. EXPORT

L’esposizione del suo corpo, ovviamente non avviene per esibizionismo, ma  in quanto esso è sia il corpo di Valie come persona fisica sia per l’intento di rappresentare il corpo sociale femminile nella sua interezza. Così nascono molte azioni tra cui Korper Aktion del 1971. Valie, qui interprete del corpus delle donne, dichiara guerra al maschilismo imperversante, alla sessualizzazione e agli stereotipi attraverso un tatuaggio. A metà coscia si fa imprimere un reggicalze, come rivendicazione femminista. Un oggetto provocante, unicamente femminile associato alla sensualità e alla sessualità che diventa un amuleto per l’artista e una speranza. La memoria di una società impostata su stereotipi e stili di vita dettati unicamente dagli uomini prende forma sulla sua gamba ed è interessante comprendere come questa azione parli non di mantenimento di questa ostinata società, che sembra non voler cambiare, ma proprio abbia la speranza che avvenga il contrario. Non possiamo dimenticare le radici, le tradizioni, neanche rinnegare il nostro passato, non si può cancellare semplicemente la memoria collettiva solo perché non la crediamo equa e corretta. Valie così decide di tatuarsi lo stereotipo della donna, decide di farsi carico di tutti i pregiudizi, i soprusi e le rinnegazioni di paritismo che il gentil sesso ha dovuto subire con una speranza molto ben delineata dall’effimeratezza del tatuaggio stesso. Rimarrà per tutta la vita, incancellabile sulla pelle dell’artista, ma dobbiamo leggere il quadro più grande. Tutti noi siamo destinati alla morte e di conseguenza alla decomposizione: il tatuaggio svanirà, non rimarrà segno di esso. Questo trasposto a livello ideale vuole sperare che lo stesso patriarcato con le sue regole antiquate e ingiuste scompaia. Scomparirà quando le donne non saranno più considerate il sesso debole, il gentil sesso, nel momento in cui tutte vorranno essere belle per sé e non si agghinderanno perché devono, ma vogliono farlo.

Korper Aktion, V. EXPORT
Korper Aktion, V. EXPORT

Quel tatuaggio, che ricorda cos’è stato, è un salto nel futuro e ora, a distanza di quasi 50 anni, possiamo giudicare e chiederci: siamo ancora schiave della giarrettiera? Credo che in parte non lo siamo più, molte libertà sono state conquistate e anche molta indipendenza, ora finalmente permessa, ma non è tutto qui. Molto ancora c’è da fare, molto da raccontare e da conquistare e dobbiamo essere tutte noi a decidere come e se indossarla. Non tutti magari si rendono conto delle battaglie e delle difficoltà che le donne devono sopportare ogni giorno ed è proprio a loro, che bisogna spiegare che cos’è la vera libertà.

Fonti:

Women’s art: a manifesto, V. EXPORT, 1971;

Le pouvoir, le corp le regard, K. SPEIDEL, Artpress, 2008;

Azioni che cambiano il mondo. Donne, arte e politiche dello sguardo., C. Subrizi, postmedia, Milano, 2012