Restauro sì o restauro no?

Il restauro è un’attività necessaria per poter preservare le grandi opere del passato, ma nell’Ottocento ci si pose una domanda: era giusto che queste rimanessero immutate nel tempo? Che ci fosse un accanimento storico che le rendesse inalterate?

di Silvia Michelotto

Più di un anno e mezzo fa Notre Dame de Paris fu arsa dalle fiamme e i danni furono numerosi: vetrate gotiche esplose a causa della pressione e del calore che si creò all’interno, il crollo della guglia e del tetto ligneo (uno dei pochi al mondo), statue, opere pittoriche e paramenti andati perduti per sempre… Di fronte a quelle fiamme ci siamo resi conto che, nonostante tutto, siamo ancora inermi di fronte alla potenza della Natura.

Ma, se si sanno almeno le basi della storia dell’arte, siamo consapevoli che non è la prima volta e non sarà nemmeno l’ultima (infatti , poco tempo fa, è andata a fuoco anche la cattedrale di Nantes), la cosa importante è ricostruire ciò che è andato perso. Fu così che venne indetto un concorso per il restauro della chiesa, uno dei più importanti simboli francesi, che portò parecchio scalpore. Forse più dell’incendio stesso.

Le sottili mura della meravigliosa Cattedrale gotica, secondo i partecipanti, avrebbero dovuto portare il peso di parcheggi, giardini sospesi, di guglie fatiscenti al neon o in oro… Pazzie contemporanee che fecero immediatamente storcere il naso e che, soprattutto, riportarono in auge una domanda che divide sempre il mondo dell’arte: restaurare o non restaurare? Lasciare che l’opera faccia il suo corso vitale oppure inserirla all’interno di un progetto più contemporaneo, o, ancora, fare dei lavori nel rispetto del progetto originale?

Progetto di Alexadre Fantozzi
Progetto di Clément Willemin

È un dubbio quasi amletico e nel mondo si trovano le più disparate soluzioni: Pompei è stata riportata alla luce ma non si è mai svolto un vero e proprio restauro delle opere non musealizzate; Lacaton&Vassal (di cui vi abbiamo parlato qui) hanno ristrutturato l’esterno del Palais de Tokyo, mentre l’interno è stato quasi totalmente raso al suolo, lasciando solo gli elementi di supporto. Molto più usata è quella linea di pensiero che prevede un restauro meno invasivo e che cerchi di mantenere l’idea originale e ne fu il simbolo proprio la Nostra Signora parigina.

Siamo nell’Ottocento e i popoli scoprono un improvviso e rinnovato amore per la patria e la propria storia, iniziò così una vera e propria corsa al recupero nazionale e dei propri monumenti. Molti erano distrutti, altri in condizioni pessime e si cominciò a chiedersi come fare e se dovevano essere salvati. Lo stesso decadimento degli edifici raccontavano una storia, ma qual era la più importante? La gloria del passato o l’abbandono del presente?

A porsi numerose domande al riguardo furono proprio i parigini che osservavano la loro cattedrale più importante sgretolarsi sotto i loro occhi. Erano ormai due secoli che il tetto e la guglia davano segni di cedimento e quest’ultima, praticamente, era crollata su sé stessa a causa dello stress climatico e alla negligenza umana . Fu così che il governo cittadino dovette cominciare a interrogarsi veramente e attentamente su che cosa fare, ma non era così facile.

Come già detto in quegli anni il problema del restauro era diventato quasi l’ordine del giorno e, come per ogni cosa, si svilupparono numerose scuole di pensiero, in questo caso ce n’erano principalmente due, completamente opposte e provenienti da due Paesi molto spesso in guerra tra di loro.

John Ruskin (1819-1900)

La prima fu quella di John Ruskin, inglese, classe 1819. Pittore e critico dell’arte, aveva un’idea interessante sul restauro: non doveva avvenire. Egli arriva a parlare di una religiosa sincerità dell’arte che deve essere ricercata sin dal momento in cui l’opera viene concepita. Infatti egli rifiuta il mimetismo ostentato alla natura, preferendo i valori espressivi di Turner e dei Preraffaelliti, che successivamente lo deluderanno con la loro ricerca naturalistica. 

Per Ruskin, quindi, l’opera deve essere sempre sincera nei confronti del suo pubblico, evitarne la morte sarebbe un sacrilegio terribile. Le crepe dell’intonaco o della tempera e il colore distorto delle statue, sono paragonabili alle rughe del volto di un uomo o di una donna: raccontano una storia e lo scorrere del tempo.

Ovviamente non si aspettava che le persone abbandonassero un edificio alla prima mattonella scheggiata o ammaccatura di uno stipite, egli contemplava piccoli interventi di manutenzione, senza mai arrivare, però, alla manomissione dell’opera.

Eugène Violet-Le-Duc (1814-1879)

Di altra opinione era il parigino Eugène Viollet-le-Duc, architetto nato nel 1814 e che ebbe l’onore e onere di rimettere a nuovo numerose chiese gotiche e romaniche francesi. Le sue teorie sull’attività di restauro vengono spiegate in maniere esaustiva all’interno della mastodontica opera in dieci volumi del Dizionario ragionato dell’architettura francese dal XI secolo al XVI secolo (Dictionnaire raisonné du mobilier français de l’époque carolingienne à la renaissance, 1858-75). Egli spiega che, prima di tutto, il restauro è un processo che mira alla salvaguardia e alla ricostruzione di un edificio, arrivando, in alcuni casi, a raggiungere uno stato di iper-completezza. Per arrivare a ciò, però, è fondamentale studiare e comprendere ogni elemento, storico, artistico e culturale, della zona in cui è collocato l’edificio: nel suo precedente saggio, Musée des monuments fraçais, infatti, ribadisce più volte come il territorio francese di un mosaico di tradizioni architettoniche, perciò prima di procedere con i lavori è necessario occuparsi della stesura di una relazione scritta in cui si raccolgono tutti i dati necessari per rendere la struttura nuovamente viva.

All’interno del Dizionario ragionato, però, si prosegue e si arriva a spiegare come si possa raggiungere questo stato di perfezione: utilizzando i nuovi materiali costruttivi. Sembra un controsenso rispetto al punto precedente, ma Viollet-le-Duc spiega che è praticamente impossibile riuscire a utilizzare e a lavorare nel medesimo modo i materiali originali, quindi, tanto vale, sfruttare le nuove tecnologie, rispettando, comunque, le indicazioni stilistiche e storiche. Inoltre, per l’architetto, sarebbe uno spreco non farlo visto che si prestano ampiamente alla leggerezza del gotico.

Le teorie del francese sembrano lodare, quasi, una falsificazione dell’arte per permettere ai posteri di ammirare le opere meravigliose del passato, ma noi spettatori non ce ne rendiamo conto. Tutto appare armonico e continuativo, infatti, come potete ben immaginare, e ve lo avevo anticipato anche all’inizio di questo articolo, vinse Viollet-le-Duc questa battaglia ideologica. Oltretutto fu anche colui che, insieme a Jean-Baptiste Antoine Lassus, diresse l’ultimo restauro di Notre Dame e si occupò del progetto della nuova guglia, la stessa che collassò quella tragica notte. 

Progetto della guglia realizzata da Violet-Le-Duc
Foto della costruzione della guglia progettata da Violet-Le-Duc

Credo, personalmente, che comunque, anche se avesse vinto Ruskin, raramente la sua teoria avrebbe avuto un’applicazione molto lunga: l’idea di seducenti e sublimi rovine in mezzo alle città sono un sogno romantico ma che non può rimanere al passo con l’industrializzazione, la migrazione dalle campagne e l’aumento della popolazione. Non a caso, il critico d’arte inglese aberrava la cultura capitalista, immaginando il ritorno alle gilde medievali, dove l’artista era chiamato a lavorare costantemente e per tutto il tempo all’opera con pochi, se non addirittura senza, collaboratori. Ma oltre a ciò, mi sembra impossibile che qualcuno potesse veramente lasciar andare per sempre i colori meravigliosi del Cenacolo di Leonardo o la Cappella Sistina di Michelangelo. 

Il tempo, le candele, la semplice e continua presenza umana le hanno private per secoli del loro originale splendore, ma dopo restauri lunghi decenni, oggi, possiamo ammirare uno spettacolo meraviglioso, vedere quello che realmente i grandi artisti hanno realizzato. 

Un lavoro certosino, che fu affidato a grandi personalità del settore, le quali con dedizione hanno ridato vita a grandi capolavori. Viollet-le-Duc stesso raccomanda che alla professione si affaccino solo sapienti e meticolosi restauratori, in modo da evitare scempi, come quelli che furono proposti per Notre Dame durante quest’ultimo concorso. O quello che i restauratori spagnoli continuano a perpetuare facendo danni nella loro Terra…

FONTI

– E. Cicchetti, La galleria degli orrori (restaurati) https://www.ilfoglio.it/cultura/2018/06/28/gallery/la-galleria-degli-orrori-restaurati-202817/

-J. Ruskin, Le sette lampade dell’architettura,  Jaca Book, 2016

-R. De Fusco, L’idea di architettura. Storia della critica da Viollet-le-Duc a Persico, Franco Angeli, 2003

Palmanova, una città stellare (Friuli-Venezia Giulia)

Per chi non conosce il Friuli, piccola regione tra le montagne ed il mare, è difficile immaginare, che tanta bellezza si racchiuda in quel lenzuolo di terra che molti confondono per il Veneto (no, non siamo un’appendice della Serenissima, o almeno non più.

di Jessica Caminiti

Oltre a Udine, capoluogo indiscusso dell’antico Friuli, di cui vi abbiamo già parlato qui, una delle città che sicuramente richiede la nostra attenzione è Palmanova.

Palmanova ha una strana storia, come molte città della regione difatti si trova a passare di mano in mano a diverse potenze, prima fra tutti i Veneziani a cui deve il nome. Originariamente Palma è stata pensata come città-ricordo della vittoria della Battaglia di Lepanto, difatti la pianta simboleggia da sempre la vittoria. Dovremo aspettare l’arrivo di Napoleone Bonaparte, il quale aggiungerà la desinenza nova, quando costruì la terza e ultima cerchia di mura.

Partiamo dal principio, ovvero se si guarda la città chiamata Palme in friulano (un po’ di sano campanilismo) si vedrà un’enorme stella in mezzo alla pianura, questo grazie al susseguirsi di fortificazioni, che portarono al continuo ampliamento di esse con nuove mura e fossati, fino a farla sembrare una vera e propria stella a nove punte

La città di Palmanova

La prima volta che essa divenne territorio veneziano, fu grazie al Trattato di Worms, che la Serenissima stipulò con la vicina Austria dopo un’estenuante guerra, che la portò a perdere importanti territori come la vicina e strategica Fortezza di Gradisca. Questa dieta, tenutasi in Germania e presieduta dall’imperatore Carlo V d’Asburgo in persona, pose strani confini, creando delle enclavi e una geografia a macchia di leopardo invase tutta la regione del Friuli, zona contesa tra le due potenze. 

I primi a panificare quindi un giro di mura furono i Veneziani, i quali nel lontano 1593 iniziarono la costruzione delle stesse e dei cosiddetti rivellini. Guidati da Giulio Savorgnan, in 30 anni vennero eretti gli edifici centrali e le punte dei bastioni creando così i limiti per la costruzione della cinta. L’ultima operazione fu l’erezione anche di alcuni dei rivellini, i quali sono un tipo di fortificazione autonoma che presiede il vero centro della fortificazione più ampio e grande. In un secondo momento, sempre ad opera dei veneziani, furono pianificati anche i rivellini mancanti e una seconda cerchia di mura fu eretta a protezione della città. L’ultimo giro di fortificazione fu fatto, come abbiamo accennato in precedenza, da Napoleone, che rafforzò le difese prima di abbandonare con le sue truppe il Friuli nel 1813.

Palmanova oggi

Tanti giri di mura, tante pietre appoggiate per rendere questo piccolo comune friulano un capolavoro. Questa stella nata come macchina da guerra per attaccare e difendersi in un luogo dove le contese geopolitiche erano molte, dal 1960 è monumento nazionale e dal 2017 è entrata di diritto tra i monumenti UNESCO che il nostro Paese può annoverare, anche grazie alla perfezione simmetrica con cui è pensata nella sua interezza. Dalla piazza esagonale si irradiano le sei vie principali, che delimitano le sei contrade ed essa è ornata dalle statue settecentesche rappresentanti i Provveditori generali, che ressero la città. Tre di queste strade portano anche ai tre principali ingressi della città: porta Udine, porta Cividale e porta Aquileia. Quest’ultima, chiamata anchePorta Marittima, è la più monumentale, la più elegante, concepita già nel 1598 fu pensata come ingresso di rappresentanza per i visitatori importanti.

Porta Aquileia, l’ingresso monumentale della città

Se si guarda dal basso Palmanova senza sapere la sua storia, non sembra niente di troppo speciale, una fortezza come tante altre, certo sicuramente ben conservata e con ricordi bellici come le polveriere napoleoniche o le ruote del ponte levatoio in porta Udine, ma niente di strano, anche perché fortificazioni se ne vedono in ogni dove. Eppure appena si scopre la sua forma sembra magica, ci si dimentica quasi della sua funzione rimanendo incantati dalla docilità con cui ci guarda ora durante questa apparente eterna pace. 

Palmanova è il perfetto esempio di fortezza militare, grazie alle sue possenti mura e allo stesso tempo ci ricorda le piante perfette ricercate in periodo rinascimentale, grazie alla sua estrema simmetria e all’ordine che ci accoglie ogni passo. Che sia questo strano incontro tra ricercatezza e funzionalità, tra intelletto e guerra a renderla così speciale?

Venésia

Considerata una tra le più belle città al mondo, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO: Venezia, è una città unica nel suo genere, i suoi edifici sembrano emergere dalla stessa laguna.

di Elena Melloni Gandolfi

Tanta è l’architettura dei suoi palazzi che si può ammirare, in particolare il Gran Teatro La Fenice in stile neoclassico, principale teatro lirico di questa città.

Il gran teatro la Fenice

Il nome, La Fenice, è legato all’immortale uccello mitologico raccontato nelle Storie di Erodoto che risorge dalle proprie ceneri, la sua rappresentazione, in quanto emblema dell’edificio, si può trovare ai lati dell’intestazione di esso e appeso al fregio del colonnato dell’atrio. Essa rinasce dalle ceneri, proprio come ha fatto l’edificio stesso una volta bruciato involontariamente nel 1863 e una seconda invece per cause dolose nel 1996.

Incendio che colpì il teatro

In un primo tempo appartenuto alla famiglia Grimani,  venne ceduto  alla Nobile Società dei palchettisti e in seguito ai nobili Venier. La Società si propose di costruire un nuovo teatro che recasse lo stesso nome, Gran Teatro La Fenice. 

Per la nuova costruzione fu istituito un bando che prevedeva: cinque ordini di palchetti con circa trentacinque di essi per ciascun ordine.

Tra i tanti concorrenti che parteciparono al bando per la costruzione, il vincitore fu l’architetto Giannantonio Selva, i  lavori iniziarono nel 1790 e terminarono due anni dopo, il suo modello di teatro ancora oggi viene conservato.

Tra il 1825 e il 1828 viste le condizioni in cui giaceva il Teatro si rese necessario “il primo restauro” ad opera di Giuseppe Borsato. Devastato dal primo incendio del 1836 di cui abbiamo già accennato, il teatro fu ricostruito ad opera dei fratelli Tommaso e Giovan Battista Meduna. L’ultima ristrutturazione avvenne dopo l’incendio doloso nel 1996 si proponeva di ricostruirlo perfettamente identico al precedente.

Al piano terra si trova l’atrio ed il foyer da cui tramite lo scalone d’onore si giunge alle Sale Apollinee. Nel sottotetto si è ricreata  una nuova sala aperta al pubblico con imponenti capriate lignee. La sala teatrale comprende i cinque ordini di palchi in legno, con uno degli accessi dall’ “entrata d’acqua” cioè dal rio antistante il teatro. Nel piano sottoplatea alcune sale prova per gli strumentisti consentono ai professori d’orchestra di accedere alla “fossa d’orchestra” evitando di ripassare dalla sala.

Soffitto del teatro

Infine la torre scenica è stata progettata contestualmente all’Ala Nord e dalla quale si accede al palcoscenico e dai vani vicini.

Nell’Ala Nord troviamo i camerini e i servizi mentre all’Ala Sud gli uffici e la Sala Nuova oggi chiamata Sala Rossi composta da una zona per l’orchestra e di un ballatoio a gradoni per il pubblico o i coristi.

Alzando gli occhi verso il soffitto a volta ci appare un cielo talmente leggero che sembra realmente aperto da rimanere senza fiato e tanto da immaginarsi per un momento di poterlo toccare con un dito.

Uno spettacolo nello spettacolo, impossibile non rimanere stregati dalla bellezza di questa città che merita tutta la nostra ammirazione.

Se vi è piaciuto questo articolo non perdetevi gli altri dove scopriamo insieme l’Italia: proprio quiL’italia da Nord a Sud, da Est a Ovest

L’architettura di Gaudì

Tra le strade di Barcellona si possono trovare edifici dalle forme particolari, che ci portano all’interno di mondi magici, dove la gravità e la materia possono essere manipolate liberamente.

di Jessica Colaianni

Alla fine dell’Ottocento assistiamo a una fase di grande fermento sotto ogni punto di vista. L’epoca colonialista ha raggiunto il suo massimo apice, gli sviluppi tecnologici diventano sempre più rapidi e si è pronti ad accogliere il nuovo secolo caratterizzato da una grandissima innovazione dal punto di vista artistico, con le cosiddette avanguardie storiche che rivoluzionarono il mondo dell’arte ma allo stesso tempo ci si avvia verso gli anni drammatici delle due grandi guerre, che segnarono definitivamente il passaggio di un’era. In questi anni l’arte, ormai superata nei suoi canoni prettamente accademici, inizia ad aprirsi verso nuovi mondi, ad essa collegati, tra cui quelli del design e della moda. Sono gli anni dell’Art Nouveau, o del Liberty, chiamatelo come volete, ogni paese ha assunto il proprio nome ma si tratta di un movimento artistico e filosofico che si diffonde in tutta Europa e che coinvolge le arti figurative, l’architettura e le arti applicate. Si tratta di uno stile che spinge verso un rinnovato dialogo con la natura e i suoi elementi e che si contrappone quindi all’industrializzazione feroce che ha caratterizzato la fine del XIX secolo e la sua conseguente urbanizzazione delle città.

Fermata della metropolitana a Parigi
La scala interno di Tassel House

Questo approccio legato a una rappresentazione della natura è espresso attraverso l’uso di figure e forme che richiamano principalmente motivi floreali e zoomorfi i quali iniziano a diventare elementi decorativi di mobili, manufatti in metallo, vetri e ceramiche. In Spagna il movimento prende il nome di Modernismo e massimo esponente di tale corrente è l’architetto Antoni Gaudì, nato a Reus nel 1852. Sin dalla gioventù si avvicina al mondo dell’architettura, svolgendo i suoi studi a Barcellona, dove rimarrà per il resto della sua vita e dove lascerà traccia del suo operato con i lavori considerati tra i più significativi della città. Nonostante egli non si sia mai ufficialmente associato al Modernismo, con cui comunque condivideva a grandi linee lo stile, l’architetto elaborò un linguaggio del tutto unico e personale che lo contraddistinse da tutti i suoi colleghi.

Casa Batllò di A.Gaudì
Park Güell di Gaudì

Tra le commissioni private principali abbiamo le costruzioni di due case. La prima è la Casa Batllò, dal nome del suo committente, un altolocato industriale che affida all’architetto il rinnovamento della sua dimora nel quartiere borghese dell’Eixample. Al gusto estetico, caratterizzato da linee sinuose e ondulate ed elementi che richiamano il mondo marino e quello fantastico (gli elementi del tetto, ad esempio, ricordano delle scaglie di drago), Gaudì associa una grande attenzione alla funzionalità dell’edificio, avendo cura di provvedere a una buona aerazione e ventilazione, grazie alla distribuzione dei corpi di fabbrica disposti intorno a uno spazio aperto centrale, il patio, decorato da vibranti maioliche azzurre. Quasi in contemporanea si dedica alla Casa Milà, o Pedrera, anch’essa nello stesso quartiere, la quale si differenzia dalla prima per essere meno esuberante e decorativa ma che resta comunque unica nello stile. La facciata si presenta come una grande pietra grezza ondulata (da qui il nome), come se essa fosse stata battuta e plasmata dagli agenti atmosferici mentre più decorativo è il tetto, dove si assiste a un percorso di trenta camini che valgono ognuno come opera d’arte singola. Un’altro importante lavoro di Gaudì è la realizzazione di Park Güell, commissionato dall’impresario Eusebi e reso parco pubblico nel 1926 e tuttora luogo di ritrovo per i cittadini e per i turisti. Qui gli elementi architettonici si fondono completamente con il paesaggio naturale che circonda il parco, creando un’armonia unica tra le due parti. Fulcro centrale è la Plaza de la Naturaleza, dove si trova una lunga panchina ondulata rivestita da mosaici colorati che cambiano i riflessi a seconda della condizione atmosferica.

Casa Milà detta La Pedrera di Gaudì
Il tetto di Casa Milà detta La Pedrera

Ma conosciamo tutti qual è il grande lavoro di Gaudì, quello che non l’ha fatto dormire la notte, che lo ha ossessionato tutta una vita e che è purtroppo rimasto incompiuto ai suoi occhi e, ancora oggi, ai nostri. I lavori per la Sagrada Familia cominciano nel 1883, quando gli viene assegnato l’incarico di costruire una chiesa affidata inizialmente all’architetto Francisco de Paula del Villar y Lozano, il quale abbandona il progetto a causa di discordanze con un collega. Gaudì mantiene l’idea di Villar di concepire la struttura in uno stile neogotico ma ridefinisce comunque l’intero progetto inserendo vari elementi a lui cari. Oltre alla caratteristica facciata realizzata in pietra, una volta entrati all’interno si assiste a una visione quasi fatata, le colonne sembrano alberi e i vari elementi decorativi rendono il tutto come un bosco incantato, un luogo magico e sacro, dove restare in silenzio e ritrovare ognuno la propria spiritualità. Nonostante la morte di Gaudì, i lavori hanno continuato, sebbene a rilento, grazie all’aiuto di donazioni e ai progetti lasciati dall’architetto, si spera possa essere conclusa nel 2026, anno in cui finalmente potremo apprezzare a pieno questo capolavoro.

La Sagrada Familia di A.Gaudì

Fonti:

-R. Schmutzler, Art Nouveau, New York & Londra, 1962 trad. it. Art Nouveau, Milano, 1966.

-M. A.  Crippa, Gaudì, Taschen, Colonia, 2007.

Anarchitecture: l’arte della distruzione

Anarchia e architettura: questo è quello che Matta-Clack cerca nelle sue opere. Qualcosa che vada oltre il banale accademismo che gli è stato insegnato.

di Silvia Michelotto

Progettare, dare forma e vita a un edificio è qualcosa di estremamente idilliaco, oserei dire quasi divino. A differenza delle altre arti, o almeno delle altre due che compongono la santa e antica trinità artistica, ovvero Pittura e Scultura, l’Architettura, per esistere come tale, ha bisogno che il pubblico la viva e la modifichi in base ai suoi bisogni.

Un progetto rimane un’opera grafica, un modellino rimane una scultura, ma l’Architettura è composta da gente che si affolla sotto soffitti dai pattern sofisticati, di uomini e donne che vivono la loro vita, privata o lavorativa, tra le stanze sapientemente pensate per i più svariati usi. Architettura vuol dire pensare e immaginare la vita che deve scorrere tra quelle mura e aiutarla a trovare un habitat confortevole per potersi insediare e prosperare. 

La costruzione, quindi, di un edificio diviene la sublime arte della vita, l’architetto, come un demiurgo generoso, dona all’infertile pietra una nuova forma che ben presto inizierà a invecchiare e ad evolversi al passo con i tempi; i geometri, i muratori, gli impiantisti e quel complesso organismo che si nasconde tra la progettazione e l’inaugurazione della struttura sono silenziosi angeli che creano fisicamente la magia.

Ma se erigere un edificio è arte, lo può essere anche la sua distruzione? Polvere, calcinacci e travi che saltano possono essere qualcosa di così bello e affascinante da trovare un nuova casa in un museo? A quanto pare sì, e lo fece il MoMA nel 1974, quando acquistò Bingo di Gordon Matta-Clark o almeno una parte dell’opera.

Bingo di Matta-Clark (1974) lato interno
Bingo di Matta-Clark (1974) lato esterno

Matta-Clark era un architetto, aveva completato tutti gli studi necessari per poter iniziare la sua florida carriera quando decise di abbandonare quel destino roseo per fare l’artista a New York. Fu tra le luci della Grande Mela che, insieme a Pozzi, Anderson e Nonas, diede vita all’Anarchitecture, un nome coniato da lui stesso e che univa le parole anarchia e architettura, vocaboli che apparentemente non hanno nulla a che fare tra di loro, incompatibili, ma che nel mondo dell’arte – dove praticamente tutto è possibile – diedero vita a creazioni meravigliose.

Le loro opere erano realizzate attraverso l’uso di diversi media e andavano dalla performance alla fotografia, dalla scultura al fotomontaggio…Tutto si muoveva liberamente, seguendo il flusso anarchico degli scoppiettanti anni Settanta. Le forme seguivano l’ispirazione degli artisti e del materiale che trovavano, molto spesso erano le stesse gallerie, interessate al movimento, che offrivano gli elementi tridimensionali da forare, spezzare e distruggere.

Ma il mondo delle gallerie d’arte, come già visto in un altro articolo, è pregno di regole, giochi di potere e di vendibilità dell’opera. Gordon, invece, voleva sperimentare quella anarchia che tanto ricercava con quel nome che aveva creato. Fu così che nel 1974  andò alle Cascate del Niagara.  Nell’immediato dopoguerra quella era stata una delle zone più turistiche dello Stato di New York, perfetto per lune di miele e gite scolastiche, ma ci fu, negli anni a seguire, un vero e proprio esodo delle fabbriche che portò a un progressivo abbandono dell’area. Abitazioni, strutture scolastiche e sedi aziendali furono completamente svuotate ed è in questo stato che Matta Clark trovò Niagara Falls, la città che sarebbe diventata per 10 giorni il suo laboratorio artistico.

Aveva preso accordi con la commissione cittadina: avrebbe avuto 10 giorni per completare il progetto che aveva in mente, presso il 349 di Erie Avenue, poi la casa sarebbe stata distrutta come già pattuito con l’azienda demolitrice. Fu così che si mise al lavoro.

Divise la facciata principale della casa in una griglia perfetta di nove quadrati, tre in lunghezza e in tre in altezza, riproducendo una schedina del Bingo, da qui il nome, appunto. Con estrema attenzione, senza danneggiare l’intonaco esterno o le tracce lasciate sulla superficie interna, furono asportate otto sezioni: cinque di queste furono trasportate in un parco con la speranza che il materiale edilizio potesse tornare alla terra, mentre tre furono consegnate al MoMA. Un solo quadrato rimase al suo posto, quello centrale, che fu distrutto, come il resto della struttura, pochi minuti dopo che Matta-Clark affermò di aver completato la sua opera.

È normale chiedersi quale fosse lo scopo di quest’impresa, alla fine di tutto, a parte un filmato che racconta la vicenda e tre pezzi di parete ( di colore abbastanza discutibile) tutto è andato perduto, diventando nuovamente polvere. Cosa voleva dimostrare l’artista?

Proprio quel legame che l’architettura ha con la vita: lo scopo di Matta-Clark è quello di ostentare il rapporto edificio-uomo, una relazione di amore e odio l’uno nei confronti dell’altro. Quelle mura devono adattarsi alla vita dell’uomo, che lascia dei segni su di esso, ma allo stesso tempo è necessario che i suoi abitanti si adeguino a quello che gli viene offerto. Allo stesso tempo, nel momento in cui questa relazione finisce, avviene una distruzione mentale del luogo: non esiste più per i vecchi inquilini, non è più casa, non è più il porto sicuro in cui tornare. Quel luogo che raccoglie dentro di sé numerosi ricordi diviene qualcosa da abbandonare al momento della necessità, togliendo a esso quel respiro che prima lo rendeva Architettura viva, ma le tracce di quei coinquilini che hanno permesso questa vitalità rimarranno per sempre come ombre su quelle pareti.

Bingo di Matta-Clark (1974) quello che è rimasto della casa al 349 di Erin Avenue prima della sua distruzione

Un rapporto indelebile e che è possibile solo analizzare al momento dell’autopsia di quel corpo fatto di mattoni e calce, un’autopsia che però, irrimediabilmente, vuol dire anche distruzione.

Fonti:

Gordon Matta-Clark, Bingo https://www.davidzwirner.com/exhibitions/bingo;

Gordon Matta-Clark, Bingo, https://www.moma.org/collection/works/91762

La nostra anima dentro la casa

Casa è il luogo in cui ci sentiamo più al sicuro ed è quello che ci rappresenta maggiormente. Anche nel mondo cinematografico, lo spazio casalingo può nascondere grandissime curiosità sui personaggi che lo abitano.

di Lorenzo Carapezzi

Gli ultimi mesi sono stati difficili per tutti. Non vediamo l’ora di poter tornare fuori. Una volta, risucchiati nel vortice della quotidianità frenetica, non si vedeva l’ora di poter star a casa per vari giorni. Stare perennemente accerchiato dalle stesse mura ci fa sentire un po’ come in una cella. Ormai la conosciamo a memoria, scopriamo piccoli dettagli che prima non consideravamo. Abbiamo imparato ad andare oltre il semplice guardare. Quello che stiamo riuscendo a fare è sviluppare quella tecnica del vedere che mai abbiamo esercitato prima di adesso. Capiamo che gli oggetti che ci circondano non sono lì per caso, preesistenti prima del nostro arrivo. Ogni cosa è lì perché l’abbiamo messa noi. Così qualsiasi oggetto, che sia una penna scarica o un divano con le doghe rotte, diventa tessera di un puzzle complesso e lungo da costruire. Solo unendo tutti i pezzi scopriremo che la figura creata non è altro che la nostra persona.

La casa diventa il luogo dove la nostra anima si rifugia dalle intemperie della natura. È il nostro ventre materno, in cui tutte le cattiverie e le atrocità della vita rimangono fuori dalla porta d’ingresso. A casa nostra non abbiamo paura, ci sentiamo protetti. Dentro, non esiste la distinzione tra ciò che è normale e ciò che non lo è. I nostri tabù e i nostri segreti più intimi non si nascondono, anzi, si riflettono in tutto l’arredamento. Nel cinema, l’ambiente casalingo è sempre stato lo specchio riflesso della psicologia dei personaggi e chi lavora nel cinema lo ben sa. Il rapporto tra regista e scenografo lo si può descrivere metaforicamente come un continuo dialogo tra un paziente che legge molti libri di psicologia e il suo psicologo: per quanto il regista possa saperne di come la psicologia funzioni è solo grazie al lavoro dello scenografo che tutto questo diventa pratica reale.

Primo piano di Marion (Janet Leigh) in Psycho (Alfred Hitchcock, 1960)
primo piano di
Norman (Anthony Perkins) in Psycho (Alfred Hitchcock, 1960)

Ad Hitchcock dobbiamo ringraziare quella sua sensibilità nella costruzione dei personaggi, attorniati da storie che i critici di adesso definirebbero, senza andare oltre, ”storie commerciali”. “Psycho”, a differenza di tutti gli altri suoi film, non crea la famosa suspense attraverso movimenti o azioni che ci accompagnano, bensì attraverso il dialogo tra la ladra Marion e il pazzo Norman. In una delle scene più famose, dove Norman racconta del rapporto con la propria madre, Hitchcock non cerca di enfatizzare il lato alienato di Norman attraverso inquadrature spettacolari. Decide, invece, di usare due primi piani semplici, ma che hanno un peso importante. Egli riesce a creare due spazi completamente opposti all’interno della stessa stanza: da una parte abbiamo Marion. Tutte le linee sono simmetriche e parallele. È un primo piano qualunque, da manuale diremmo. Ciò che rende spettacolare questa inquadratura è il rapporto con il suo opposto, ovvero Norman: qui tutto è confusionale, il primo piano è ripreso dal basso, mostrando i quadri storti e persino il soffitto; gli uccelli appesi creano un senso di confusione e di caos. Norman è pazzo, lo capiamo benissimo già dalla figura di Anthony Perkins. Quello che Hitchcock fa è spiegare da dove derivi questa pazzia. Un dialogo così normale sulla madre viene stravolto dalla confusione delle mura dietro di lui.

L’architettura di un luogo può anche essere trasformato, divenire scatola dei sogni e delle fantasie. L’ambiente può essere trasformato nelle visioni personali del personaggio. Può essere la visione di un anziano signore, di un innamorato…persino di un adolescente fuori dal comune. L’ossessione di Stanley Kubrick per la precisione del dettaglio è un esempio di come l’ambiente sia fondamentale nella costruzione di un film. “Arancia Meccanica” punta esplicitamente su questo fattore, costruendo e plasmando un mondo sotto gli occhi di un adolescente accecato dall’egoismo titanico. Percorrendo la pubertà violenta e sessuale, il mondo che circonda Alex è invaso da peni disegnati sui muri, affreschi di donne intente a masturbarsi, gli oggetti si plasmano sotto la sua percezione distorta: tavolini e fontane di latte prendono le sembianze di donne nude, peni giganti diventano armi per giocare e uccidere, maschere falliche diventano oggetti iconici del film. Tutto questo modo di vedere permette ad Alex di giustificare le rapine, le violenze e gli stupri, pensando che la realtà che vede sia unica ed eterna. L’ultraviolenza è l’atto quotidiano di un mondo che gira attorno alla poesia dell’erotismo.

“Birba, birba, birba. Vecchia sporcacciona”
(Arancia Meccanica, Stanley Kubrick, 1970)
 “Questo mese mi sento cristiano, il prossimo non lo so” (Il
buco, Galder Gaztelu-Urrutia, 2019)

Ma in un periodo come questo è difficile pensare alla propria casa come un rifugio, bensì come una prigione. La casa si trasforma e diviene la prigione corporea della nostra anima, come direbbe Platone. Il fuori diventa il paradiso che sogniamo. Dentro le mura ciò che ci spaventa è scoprire la vera natura, quella ostile, quella che fa di tutto per renderci la vita impossibile. Una visione romantica potremmo dire. I film sull’isolamento, sull’impossibilità di uscire se non attraverso gesti disumani ma naturali per sopravvivere. Ultimo esempio uscito è sicuramente “Il buco” dove la vera natura dell’uomo non è la fede religiosa, tanto meno la compassione. La vera ragione di vita non ha senso, esistiamo solamente perché dobbiamo sfamarci e non ci importa degli altri. Quando si sopravvive si è uno contro il resto.

La casa, in conclusione, è sia il ventre materno sia la cella claustrofobica. In ogni caso, qualsiasi sia la visione del personaggio, l’ambiente, la scenografia è riflesso di tutto quel pensiero e il cinema diventa un modo più godibile di osservare i casi clinici, ovvero le nostre storie.

Fonti:

-L. Falqui e R. Milani, ‘L’atelier naturale: cinema e giardini’, in Il cinema e le idee, vol. 9, CADMO, 2007

-G. Rondolino e D. Tomasi, Manuale del film: linguaggio, racconto, analisi, UTET, 2016

-S. Iommi, Appunti per un’analisi dell’ambientazione nel film, Vecchiarelli, 2012.

Aeroporto Daxing: la stella marina più grande al mondo

Muraglia Cinese, Esercito di Terracotta, Città Proibita. Pochi sanno però che l’Estremo Oriente ha molto altro da offrire a partire da aeroporti che rappresentano autentiche opere architettoniche.

di Andrea Ferro

Tra tutti spicca il nuovo Daxing International Airport di Pechino. Inaugurato a Settembre 2019 dal Presidente Xi Jinping in persona, l’aeroporto si sviluppa lungo 700.000 metri quadrati, ovvero 98 campi da calcio! Voluto per decongestionare il traffico dell’attuale aeroporto di Pechino, l’opera architettonica nasce dal progetto del famoso architetto Zaha Hadid in consorzio con altri studi cinesi e non. Il ruolo dello studio Zaha Hadid è stato soprattutto quello di progettare il design integrato di tutto il terminal, per offrire un linguaggio architettonico unico a esterni, interni, postazioni tecniche e spazi per il retail. Lo studio si è occupato infatti anche del layout di distribuzione e panificazione degli spazi commerciali.

Se dall’alto l’aeroporto assomiglia ad una stella marina, all’interno la struttura appare agli utenti come un luogo avveniristico: per realizzarlo gli architetti si sono ispirati a principi dell’architettura tradizionale cinese come l’organizzare spazi interconnessi intorno ad uno spazio centrale.

Nel progetto di Zaha Hadid Architects i passeggeri sono guidati attraverso percorsi che dai diversi spazi del terminal, le zone di partenza, arrivo o trasferimento, conducono verso il grande cortile centrale illuminato da una cupola di vetro trasparente. È questo il cuore del terminal: uno spazio per incontri e soste che vive a più livelli. Questa distribuzione compatta e radiale si è rivelata molto efficace perché nella corte centrale si trovano tutti i servizi e i comfort per i passeggeri. Le campate strutturali, lunghe fino a 100 metri, danno vita ad ampi spazi pubblici all’interno dell’aeroporto e permettono un alto grado di flessibilità e di possibilità di riconfigurazione anche futura. Inoltre, il design consente l’attracco di un numero consistente di aeromobili, riducendo in questo modo le distanze dai terminal al centro del complesso, che si percorrono in soli 8 minuti.

L’aeroporto è all’avanguardia anche dal punto di vista tecnologico: vanta il più grande sistema di gestione del traffico aereo automatico al mondo, un sistema di riconoscimento facciale avanzato e altre tecnologie sofisticate di primo livello. 

In poche parole, un viaggio nel futuro ancora prima di iniziare il proprio viaggio in aereo!  

Il museo come Landmark pt. 2

Amici e amiche, riprendiamo da dove ci eravamo interrotti. Dopo il Guggenheim di Wright e il Pompidou di Piano è giunto il momento di fare un altro salto in avanti, fino al 1997, per l’esattezza, l’anno dell’inaugurazione del Guggenheim Museum nella città spagnola di Bilbao, appunto… BILBAO.

Di Jessica Colaianni

Bilbao

L’opera di Frank O. Gehry è una vera rivoluzione nel campo architettonico museale, il quale avrà un effetto di portata internazionale. Bilbao, città prevalentemente industriale, a seguito di una forte crisi che percuote le industrie negli anni Novanta, decide di investire nel settore turistico, avviando un imponente progetto di rivitalizzazione urbana, a cominciare dalla creazione di un museo dedicato all’arte contemporanea. L’architettura creata da Gehry diventa in breve termine conosciuta in tutto il mondo, diventando un’importante meta e attrazione turistica… se non ci credete digitate Bilbao su internet e provate a guadare tra i risultati fotografici: Guggenheim. Guggenheim ovunque.

Guggenheim visto dall’esterno

Come il Guggenheim di New York, tuttavia anche questo non è esente a forti critiche da parte degli artisti, le cui opere vengono messe in secondo piano, a favore dell’architettura, che diventa essa stessa opera d’arte da ammirare, passando quindi da puro contenitore a contenuto in sé per sé. Il cosiddetto “effetto Bilbao” nasce proprio dall’intento della città tanto da diventare punto centrale dei circuiti turistici, a partire dal museo e di tutta un’altra serie di progetti urbanistici realizzati da altre archistar (così vengono definiti i grandi architetti della contemporaneità). Questo effetto ha scaturito un forte dibattito critico ma non solo. Molte altre città, infatti, ispirate dal paese spagnolo, hanno cercato di replicare Bilbao, riuscendo o meno a raggiungere lo stesso obiettivo.  Da quel momento tutto cambia, gli anni Novanta sono contrassegnati dalla realizzazione di una quantità enorme di edifici al fine di ospitare collezioni d’arte o mostre temporanee. Lo scontro/dialogo tra arte e architettura si fa sempre più forte, in una continua contaminazione tra i due ambiti, dove l’arte imita l’architettura (basti pensare alle grandi installazioni, una tra tutte l’opera di Richard Serra, proprio ospitata al Guggenheim di Bilbao, la quale entra strettamente in dialogo con l’edificio), e viceversa, dove gli architetti, grazie anche a nuovi mezzi tecnologici, realizzano edifici dalle forme più varie, imitando la pittura.

esterno del museo

Ecco a voi dunque perchè tutto parte da Bilbao: musei dalle strane forme ne nascono di più ogni giorno, le città periferiche si dotano di strutture sempre più particolari, realizzati da nomi importanti, al fine di accaparrarsi anch’essi una fetta di turisti. Ciò che vediamo oggi è tutto l’opposto di quello di cui si discuteva a inizio Novecento, dove il padre dell’architettura contemporanea, Le Corbusier, attuava una completa dissoluzione architettonica a partire dalla facciata, non presente nei suoi progetti, andando totalmente a favore e a rispetto dell’arte ospitata… ma magari di questo ne parleremo in un altro momento!

Il museo come landmark

Avete mai sentito parlare di “effetto Bilbao”? Beh, se non conoscete questo termine e non sapete da dove deriva, siete nel posto giusto! Oggi vi porto alla scoperta di alcuni dei musei più importanti e noti al mondo per provare a svelare questo  architettonico mistero. Siete pronti?

di Jessica Colaianni

Cominciamo dal principio. New York, anni Trenta del Novecento. Hilla von Rebay, responsabile della raccolta di arte non oggettiva di Solomon R. Guggenheim, scrive una lettera all’architetto Frank Lloyd Wright chiedendogli la realizzazione di un museo che potesse ospitare la collezione d’arte astratta, un luogo dove arte e architettura dialogassero perfettamente. L’architetto, noto per non apprezzare l’urbanistica della città, legata ad una legge emanata negli anni Venti dove si ponevano dei canoni specifici per l’edificazione, decide di andare controtendenza, progettando un edificio che stonasse completamente col resto delle costruzioni. Quel buontempone di Wright concepisce così un grande spazio unico, una spirale bianca rovesciata, dove all’interno si staglia un immenso vuoto centrale, circondato da una singola rampa di scale nel quale si articola l’intero percorso espositivo, che va dall’alto verso il basso. Inaugurato nel 1959, dopo la morte dell’architetto e dello stesso Solomon, il museo è sin da subito fortemente criticato, specialmente dagli artisti, i quali ritengono che gli spazi non siano adatti all’esposizione di opere d’arte, andando così contro al sogno dell’architetto e della sua utopica armonia arte-architettura.

Museo Guggenheim di New York

Facciamo adesso un piccolo salto in avanti. Parigi, anno 1977, viene inaugurato il Centre Pompidou, opera di Renzo Piano e di Richard Rogers. Non museo nel nome, ma centro, a significare un luogo che racchiuda non solo l’arte ma tutta una serie di attività multidisciplinari che spaziano dall’architettura, al design, alla musica, al cinema. Un luogo insomma adibito a centro culturale cittadino, che sia dinamico e costantemente vivo. Posizionato nello strategico quartiere di Les Halles, nel cuore della città francese, il museo, con la sua forte caratterizzazione architettonica, diventa un landmark riconosciuto in tutto il mondo. Lo spazio interno è completamente liberato in un classico white cube open space ma la peculiarità dell’edificio sta invece tutta al suo esterno, il quale presenta dei grossi tubi colorati, funzionali ad ospitare tutti gli impianti di servizio. Oltre ad essi, un’altra particolarità è la scala mobile, posizionata lungo le vetrate della facciata, permettendo in questo modo di instaurare un dialogo tra l’architettura e la città stessa.

Centre Pompidou di Parigi

Non abbiamo ancora capito cosa sia l’effetto Bilbao? Beh, vi lascio ancora un po’ sulle spine e vi do appuntamento al prossimo articolo dove scopriremo altri fantastici musei! Stay tuned!

ArchInProcess: la nuova generazione sta arrivando!

Sabato 28 settembre, come avrete avuto modo di vedere dai post siamo andate all’inaugurazione della mostra ArchInProcess, creata, curata e sudata dagli studenti del corso di “Architettura contemporanea” tenutosi dalla professoressa Anna Rosellini nel dipartimento di Arti Visive.

di Jessica Caminiti

Essa si è svolta all’interno del DAMSLab, sede universitaria ma anche luogo di numerose attività aperte non solo agli studenti ma all’intera città; difatti non è stato scelto in modo casuale, anzi! Esso partecipa al progetto europeo Urban Regeration MIx-URBANACT che prevede lo studio, ma anche la pubblicizzazione, di attività di recupero di alcune aree metropolitane in tutto il territorio europeo. ArchInProcess, quindi, è stato uno dei fortunati elementi che si è trovato ad avere l’inedito ruolo da co-protagonista della reunion di quella che era la Manifattura delle Arti bolognese: Cassero, MAMBo, Mercato Ritrovato, DAMSLab e Cantieri Meticci si sono riuniti all’interno dell’evento Porto Culture proponendo una giornata piena di eventi culturali e gastronomici. 

Ora a me l’arduo compito di giudicare colleghi e amici (non che non mi piaccia blaterare, ma sapete com’è) e mi perdonerete nel bene e nel male per le mie parole, anche se devo dire in partenza, che un progetto così grande merita un applauso in fiducia. Anzi, vi dirò di più: l’idea di far mettere le mani in pasta, lavorarla con fatica e tirar fuori un così articolato progetto non merita solo l’applauso, voglio una standing ovation!

Ingresso della mostra e del DAMSLab

Per iniziare a raccontare la mostra bisogna sapere e tenere presente, che ci sono undici gruppi presenti, ognuno con un suo miniprogetto ispirato ad uno studio architettonico a noi contemporaneo, dove però esiste anche un importante filo conduttore: presente e passato si scontrano ed incontrano sul limite della riqualificazione e della riscoperta dei luoghi. Non a caso il DAMSLab ha una storia lunga e complessa, sorto sulle ceneri della zona portuale di Bologna, è stato per numerosi anni il Macello pubblico della città fino ad essere trasformato in un ambiente sperimentale; esso inizialmente doveva essere collegato al Mambo (che ricordiamo era l’ex forno del pane di Bologna) dal progetto inclusivo di Aldo Rossi, che vedeva un ponte di collegamento tra le due realtà separate da pochi metri di distanza e da quel canale che doveva ricordare la vocazione navale e commerciale della zona, scenario, adesso, di molte feste studentesche e concerti estivi che vi consigliamo caldamente! Come si entra nella mostra si respira aria di novità ed emozione e quello che colpisce da subito è come sia essa stessa un omaggio al passato ed al  presente! 

Per riuscire nel complesso intento i ragazzi hanno creato altri tre macrogruppi, Antispazio, Superluogo e Making Of, che vedevano la collaborazione di almeno un rappresentante per gruppo i quali, intrecciandosi, sono riusciti a creare un percorso storico che riuscisse a coinvolgere lo spettatore da subito. 

Incanalati nella visita guidata ci portano per prima cosa a fare attenzione ad Antispazio, il pre-mostra, ovvero tutto ciò che ha a che fare con la presentazione di essa: da facebook a instagram i canali sono stati sfruttati e il successo della mostra lo si deve anche all’attenta comunicazione. Il lavoro parte non a monte, di più! Le nuvole che fanno cadere la pioggia e riempiono i fiumi della curiosità sono stati riempiti di inviti, condivisioni di gioie e dolori di questo faticoso anno, ma l’importante è stato continuare a far piovere incessantemente per far arrivare all’inaugurazione carichi sia i nostri curatori, che le persone presenti. 

Opera esposta
Progetto di uno dei gruppi presenti

La parte successiva, Superluogo è dedicata all’incontro tra ciò che c’era e ciò che è ora; si parte da una sezione di foto dove sono stati sistemati anche i materiali che furono utili alla costruzione vera e propria del DAMSLab. Una trovata geniale, che porta l’osservatore a toccare con mano tutto ciò che c’è intorno a sé. Questa parte è coronata da alcuni pannelli con fotomontaggi, dove passato e presente continuano a sovrapporsi; l’ultimo a mio avviso estremamente coinvolgente addirittura permette all’osservatore di specchiarsi su una superficie opaca. Il presente si vede sulla superficie, prendendo lo spettatore come fulcro su cui concentrare l’attualità e creatore del futuro grazie alla sua presenza.

Ultima parte il Making of. Partita come una cartella drive, ogni gruppo ha fatto una ricerca enorme e si possono consultare i plichi di tutto ciò, che hanno dovuto reperire tra uno spritz e un pianto liberatorio per il documento utile ritrovato. Entrando nell’open space si incontrano tutte le installazioni, ma ahimè non sono riuscita a godermele tutte! La disposizione e la creazione del percorso perfetto per ogni spettatore porta ad una buona fruibilità, ma la visita è andata un po’ scemando e tutti prendevano percorsi diversi, ma che volete è il bello della diretta! Nel parapiglia generale tutti cercavano di rubare una notizia qua e una là riunendo e incastrando in qualche modo i tasselli del discorso. Ammetto di aver perso alcune parti, ma non c’è da disperare! Ogni opera è correlata da QR code e, per quelli pigri e antitecnologici come me, anche da foglio esplicativo dello studio e dell’opera stessa, che si può portare a casa e leggere con calma. Devo dire la verità di essere rimasta sorpresa dalla grandezza del progetto e della mostra, ma quello che mi ha stupito ancora di più è la genialità delle installazioni. Tutte, che si richiamavano tra loro, tutte con una precisione tecnica che permette di stupirsi e godere della visione, ma allo stesso tempo ognuno degli undici progetti aveva qualcosa di particolare, di innovativo, che portava a fermarsi un attimo e riflettere sul ruolo di quello specifico studio. Quello che però mi ha fatto soffermare è il tema così diversamente declinato e l’artigianalità dei lavori, che mi ha fatto letteralmente impazzire… cioè questi ragazzi hanno progettato, molte volte costruito e assemblato da SOLI le opere!

I lavori in corso di progettazione

Quindi bando alle ciance, andate a vedere la mostra, perché vi stupirà piacevolmente, le visite guidate sono finite, quindi come me dovrete accontentarvi degli scritti, ma (ora sì estremamente di parte) dateci visibilità! La nostra chance è stupirvi e permettervi di godere delle nostre mostre in futuro, non vorrete perdervi l’occasione di dire “Io ho visto la sua prima mostra, quella semiconosciuta a Bologna, mi sembra al DAMSLab”. Fate crescere noi e questa nuova esaltante realtà felsinea!