Una riflessione sulla settimana appena passata

La fotografia non è nata immediatamente come uno strumento artistico, infatti la sua entrata in scena fu fatta davanti a grandi scienziati e dottori, all’interno di grandi centri scientifici. Questa riproduzione meccanica del mondo, perfetta sotto ogni punto di vista, senza nessuna selezione e omissione, doveva permettere di conservare il ricordo di quello che è stato nella sua interezza e di tramandarlo ai posteri.

di Jessica Caminiti e Silvia Michelotto

Sappiamo, sbirciando rapidamente nella linea di eventi della storia dell’arte, che le cose non sono andate proprio così e che le nuove tecnologie, non solo hanno permesso di avere immagini sempre più definite, ma anche più artistiche grazie a manipolazioni in post produzione. Eppure, almeno che la modifica non sia così palese, tendiamo a vedere nella fotografia una traccia del vero e non solo. È una traccia della memoria.

Viviamo in una società dove ormai c’è la compulsione allo scatto: tutti si possono improvvisare fotografi grazie a macchine fotografiche più o meno costose ma soprattutto a cellulari con obiettivi sempre più potenti e che permettono immediatamente, non solo di modificare la fotografia, ma anche di condividerla ai nostri amici grazie ai social. Siamo in un momento della storia dove, stranamente, non ci interessa vivere l’attimo bensì condividerlo con gente che non conosciamo grazie a immagini sempre più belle e instagrammabili.

Facilmente critichiamo queste scelte, ma allo stesso tempo non possiamo farne a meno perché è alla base del nostro bisogno di apparire in questa nuova società, così veloce e attenta agli aspetti più superficiali. Sarebbe da aprire un discorso immenso a livello psicologico e sociologico, ma non è questo il luogo. Non è questo il momento.

Quella stessa scelta di condividere ogni cosa che vediamo su un social network, su internet, magico e oscuro mondo dove ogni cosa rimarrà sempre indelebile, ha portato allo scoperchiamento del vaso di Pandora. Nonostante sia il 2020, nonostante siamo in una società evoluta tecnologicamente, umanamente abbiamo ancora molta strada da fare

Frame del video diventato virale della morte di George Floyd
Copertina del Time riportante i problemi razziali dell’America

Qualcuno ha deciso di mettere in rete un video in cui si vede una persona uccisa brutalmente da un rappresentate dell’ordine, qualcuno che doveva proteggere la comunità e quello stesso malcapitato che si trovava a implorare di respirare sotto di lui e la sua uniforme. La morte di George Floyd è finita su ogni dispositivo connesso ad una rete internet e il mondo ha urlato e si è ribellato.

In questa settimana abbiamo parlato della nascita della Repubblica, della vittoria della democrazia. La voce di un popolo che ha deciso di farsi sentire,  e che in questi ultimi giorni ha deciso di farsi udire nuovamente e a livello mondiale. Si sono alzate urla e parole forti e di cordoglio, ma anche silenzio. Un silenzio che è rimbombato sui social proprio nel giorno dell’anniversario in cui il nostro Paese ha deciso che sarebbe stato il Governo ad avere paura del popolo e non viceversa.

Sembrerebbe esserci un lieto fine in questa storia, forse la nascita di un mondo migliore, ma non è così.

Siamo assuefatti di immagini strazianti e di tragedie, dalle fosse comuni frutto della follia dei Nazisti alla strage della Stazione di Bologna. Dalle nuvole di fumo dalle Torri Gemelle a quel poco che rimane della strage di Capaci. Dal corpo distrutto di Igrid Escamilla al corpicino del bambino annegato che sperava di raggiungere finalmente un luogo di pace. Dalla morte di Stefano, massacrato a quella di George fino al vecchietto con il bastone buttato a terra da un poliziotto in tenuta antisommossa con l’unica colpa di chiedere rispetto della vita di tutti, e per finire con un’elefantessa che muore in piedi con il cucciolo che aveva in grembo per la crudeltà umana. E di queste immagini ce ne saranno ancora e ancora in futuro e queste devono essere le nostre pietre d’inciampo. Dobbiamo cadere, farci male, piangere ma rialzarci con la voglia di fare meglio dei nostri predecessori

bambino annegato morto sulla spiaggia di Lesbo. Foto da https://www.lastampa.it
foto del corpo esanime di Stefano Cucchi. Foto da https://www.articolo21.org

Sono fotografie che meritano di incastonarsi nella nostra anima per sempre come ricordi, perchè devono tappezzare la nostra mente, le nostre strade per dimostrare che possiamo essere migliori di così, che non dobbiamo per forza sottostare alle ingiustizie.

E sì, fa male pensare che la tanto agognata umanità, la vicinanza e la compassione per il prossimo che doveva nascere con la pandemia alla fine sia rimasta un’utopia per molti. Il razzismo, il sessismo, gli abusi di potere e l’odio sono ancora qui, tra di noi. 

immagine dell’elefantessa incinta morta a causa di alcuni petardi nascosti dentro un ananas. Foto da https://www.ilfattoquotidiano.it

La domanda, ormai, sembra ovvia: Che c’entra un blog d’arte con questa faccenda? Perché parlare? Perché schierarsi?

La risposta è semplice! L’arte è tutto, rappresenta il bello e il brutto della vita, ma è soprattutto memoria, in particolar modo l’arte contemporanea. Numerosi sono gli artisti che hanno parlato di stragi e di dolore utilizzando la fotografia o immagini e sculture simboliche, ma sono tanti quelli che hanno sottolineato l’importanza della Memoria, quella che rimane indelebile proprio grazie a quelle immagini di cronaca che si trovano sui giornali, sui libri di storia, in internet e, ora come ora, sui social . Cariche di una loro bellezza sublime, fatta di stupore, dolore e di orrore, che si conficcano nella nostra mente e non ci abbandonano. Sono altre immagini su cui dobbiamo che dobbiamo portarci sulla coscienza e su cui dobbiamo riflettere continuamente chiedendoci: è solo questo il ricordo che vogliamo lasciare ai posteri?.

Un cinema ostracista

Abbiamo imparato che il cinema è l’arte che maggiormente parla al popolo, proprio per questo fu utilizzato anche per scopi politici. A pochi giorni dalle celebrazioni per il 2 giugno cerchiamo di capire che cosa è accaduto alla settima arte e come è cambiata dopo la fine di uno dei periodi più oscuri del nostro Paese.

di Lorenzo Carapezzi

Questo vuole essere un articolo provocatorio. Ma come ogni provocazione intelligente essa tende a far riflettere sul significato di azioni e pensieri comuni ormai instillate nella nostra memoria fin da quando siamo nati. Si parla di Repubblica e della sua nascita. È la nascita di un nuovo modo di essere, si tenta di creare una nuova società. Ma questa spinta verso il nuovo bello non è altro che un distaccamento da un passato crudo e cruento. Siamo passati in meno di un secolo da un regime monarchico, passando per un regime dittatoriale per arrivare alla forma di governo democratico. La Costituzione diventa l’arte scritta della vittoria di una liberazione e con essa tutto il mondo politico, economico e sociale ha seguito i suoi passi. L’arte di fare cinema non ha esitato a fare lo stesso. Improvvisamente i cinegiornali divennero spazzatura, un misto di omertà e meschinità volta a confondere le menti, ad ingannarle con le loro piacevoli immagini di una dittatura tanto bella quanto oscena. Registi, sceneggiatori, attori e produttori improvvisamente volgono l’occhio dall’altra parte, il set non viene distrutto, né abbandonato, ma capovolto. Si inizia così a parlare della vita comune, di una quotidianità al di fuori del sogno proibito dei telefoni bianchi e dai documentari di dubbia verità. Nasce così il risorgimento cinematografico italiano, il Neorealismo. Blasetti, Camerini, Zavattini, De Sica sono solo alcuni dei nomi che hanno dato vita a questo nuovo movimento culturale dove la vita viene mostrata attraverso l’occhio della quotidianità.

Si potrebbe chiamarlo (usando termini storici) un “Welfare State cinematografico”, l’obiettivo non è più macchina da propaganda, ma mezzo puro della realtà che ci circonda, una realtà difficile da affrontare, ma sempre meglio di quella del passato mussoliniano. Non si deve più filmare la potenza di un uomo o di una nazione.

Locandina di Ladri di biciclette (1948)
Mario Camerini (1895-1981)

La potenza è qualcosa di astratto, impossibile da mostrare. Si deve invece tendere l’occhio alla realtà, vera ed unica, anche se fatta da infinite storie da raccontare. E chi meglio di tutti può descrivere questa rivincita, questa sensazione di riscatto e di pentimento se non registi, sceneggiatori e attori che hanno contribuito ad alimentare la macchina fascio-artistica? I padri fondatori del cinema moderno provengono tutti da opere fasciste, chi più velate e chi più spinte. La vita rurale costruita e filmata durante gli anni Trenta è il tema principale della prima grande propaganda fascista, intenta a instaurare un senso rivoluzionario al liberalismo giolittiano precedente. Questo ostracismo collettivo, dove in prima fila troviamo Rossellini e il suo magnifico “Roma città aperta”, capolavoro simbolo di un’Italia che rinasce dalle ceneri, tenta non di negare il passato, bensì di dimenticarlo, cercando nuovi spunti non dall’alto dei balconi pieni di parole promesse, ma per terra, nei quartieri e dentro le intimità delle case, della vera realtà italiana: portare il pane a casa a fatica, i vestiti continuamente riutilizzati come macchiette cartoonistiche. Il Neorealismo diventa così un simbolo di speranza, un grido di unione nell’affrontare le difficoltà dell’oggi per avere un migliore domani. Tutti questi artisti sono i nostri maestri, al quale ognuno prende spunto su qualcosa. Eppure, tutto questa sensibilità, tutta questa caparbietà artistica nasce durante le braccia tese e le marce su Roma. Ed ecco qui la provocazione: sarebbe mai esistito un Neorealismo senza le leggi fascistissime, il manifesto degli scienziati razzisti e la terza via? È implicita ovviamente la vera domanda che si nasconde dietro un perbenismo giornalistico: il fascismo ha mai fatto cose buone? La risposta non pensata, ma istintiva sarebbe “ovviamente no”, eppure il cinema è uno dei pochi esempi che tenta di ribaltare l’ovvia risposta che l’italiano si porta ormai da settant’anni.

L’architettura fascista è emblematica, affascinante, volgarmente bella da vedere; m’illumino d’immenso sono parole magnifiche provenienti dalla bocca di un giovane fascista. Questi esempi e tanti altri dimostrano che il fascismo ha fatto cose buone. Ma allora cosa ci deve insegnare la democrazia e la Carta Costituzionale?

Locandina di Roma città aperta (1945)
Cesare Zavattini (1902-1989)
Alessandro Blasetti (1900-1987)

Essere anti-fascisti significa dover rigettare tutti questi artisti e queste opere? Assolutamente no. Quello su cui  gli italiani dovrebbero riflettere ogni 25 aprile e ogni 2 giugno non è il fine del fascismo e cosa ha comportato, quanto il mezzo con il quale tutto quello desiderato è stato ottenuto. Basti guardare i film di Rossellini e di De Sica per capire cosa intendo: uomini alla ricerca di un benessere, il sopravvivere alla giornata cercando di portare gioia e felicità alle proprie famiglie e a sé stessi. In fondo questa è la promessa che tutti speriamo sentire e che ogni uomo politico ha almeno detto una volta nella sua carriera politica. Anche il fascismo prometteva benessere e ordine nelle cose. Quello che il Neorealismo ci vuole insegnare mostrando è un mezzo diverso per arrivare a questo fine: non più la repressione e le sommosse, ma la libertà e l’amore per il prossimo.

Il vero problema non è cosa il fascismo ha fatto, ma come lo ha fatto.

Fonti:

-F. Cammarano, G. Guazzaloca, M. S. Piretti, Storia contemporanea: dal XIX al XXI secolo, Le Monnier Università, Firenze, 2015.

-G. P. Brunetta, Guida alla storia del cinema italiano: dal 1905 al 2003, Einaudi, 2016

Un soldato senza nome

Il Presidente della Repubblica e le più importanti cariche dello Stato si recano ogni 25 aprile (Festa della liberazione dell’Italia), 2 giugno (Festa della Repubblica), e il 4 novembre (Festa delle Forze Armate) a rendere onore al Milite Ignoto. Ma chi è? Qual è la sua storia?

di Silvia Michelotto

Alla fine della Prima Guerra Mondiale molti Paesi cominciarono a seppellire i cosiddetti Militi Ignoti, soldati morti in battaglia ma che a causa delle ferite era impossibile da riconoscere e, quindi, non potevano essere riconciliati alle famiglie nemmeno nel momento della morte.In Italia, il colonnello Giulio Douchet lanciò la medesima proposta con un articolo pubblicato ne’ Il Dovere il 2 agosto del 1920, riportando l’esempio della Francia e dell’Inghilterra. L’idea fu accettata positivamente da molti, tanto che fu portata in Parlamento pochi giorni dopo dall’onorevole Cesare Maria de Vecchi, divenendo poi legge il 4 agosto del 1921. Fu così che l’allora Ministro della Guerra, Luigi Gasparotto, si occupò dell’organizzazione del processo di scelta, della modalità e del luogo di sepoltura. Venne creata una commissione composta da sei soldati, che dovevano rappresentare ogni gruppo e carica militare, coloro che ebbero delle onorificenze e/o furono mutilati. Questi avrebbero dovuto recarsi nei luoghi in cui si erano svolte le più cruente e importanti battaglie e nei cimiteri militari, realizzati durante o subito dopo la fine della guerra, e riesumare undici corpi.

L’altare della patria

La scelta doveva essere il più casuale possibile, nonostante ciò, però, le salme dovevano rispettare alcuni criteri: essere irriconoscibili, sia a livello fisico sia a livello militare, quindi niente tatuaggi, particolarità fisiche, ma anche la divisa, le medaglie, le mostrine o l’elmetto con cui erano stati seppelliti dovevano essere non identificabili, e avere la quasi certezza che fossero italiani. Ovviamente tra le salme scelte vi erano esponenti di diversi gruppi militari e di diversi ranghi gerarchici, per evitare, quindi, che ci fossero delle distinzioni tra questi e rendere ancora più imparziale la scelta finale tutti i corpi furono adagiati in semplici e comuni bare di legno.

I primi sei soldati ignoti, furono sistemati a Udine, successivamente, con l’arrivo della settima salma, le bare trovarono  una nuova collocazione a Gorizia. Furono spostate nuovamente, questa volta nella Chiesa di S.Ignazio, dove si aggiunse l’ottava salma, per poi finire alla Basilica di Aquileia, dove furono sistemati tutti i feretri per la funzione.

Il 28 ottobre 1921, nella commozione generale, furono celebrati i funerali solenni di quegli undici uomini che avevano perso la vita, ma anche la loro identità, per la loro Patria; al termine della cerimonia i feretri furono scambiati di posto fra loro e la signora Maria Bergamas fu chiamata a compiere la sua scelta. Una donna minuta e anziana che aveva perso il figlio in quella stessa guerra la quale aveva strappato alla vita anche quegli uomini. 

La storia militare di Antonio, il figlio di Maria, è piena di amarezza e sfortuna: Trieste, città in cui viveva con la madre, era, all’epoca, sotto il dominio dell’Impero austro-ungarico e, allo scoppio della guerra, fu chiamato a servire la sua Nazione. Il ragazzo, però, disertò per entrare a far parte, volontariamente, del 387°  reggimento italiano di fanteria della Brigata Barletta, di cui divenne sottotenente. Per poter accogliere lui e altri disertori dell’esercito nemico, gli fu assegnata una nuova identità, in questo caso quella di Antonio Bontempelli.

Il ragazzo, però, morì pochi mesi dopo, durante una battaglia a Cimone di Tonezza. Grazie ad un biglietto che aveva in tasca la notizia della sua dipartita raggiunse la sua vera città di origine e, quindi, anche i suoi cari. Se la perdita di un figlio è già tremenda, il fatto di non avere nemmeno un luogo in cui andare a rendergli omaggio può essere un altro durissimo colpo. Infatti Antonio fu seppellito sull’Altopiano d’Asiago, precisamente al cimitero di guerra di Marcesina, insieme ai suoi commilitoni, ma un bombardamento lo distrusse in modo piuttosto vistoso e i corpi di numerosi caduti, tra cui quello di Antonio, furono dispersi per sempre.

Maria, madre-simbolo della tragedia della guerra, ebbe l’onore e l’onere di essere colei che avrebbe scelto il corpo su cui numerose mamme, come lei, avrebbero potuto piangere quei figli per sempre perduti. La donna camminò di fronte alle bare, per accasciarsi in ginocchio davanti alla decima, urlando il nome del suo bambino. 

Il sarcofago del Milite Ignoto

Ci sono controversie riguardo alla scelta della donna: la figlia Anna ha testimoniato che la madre, prima di assolvere il suo compito, era decisa a scegliere o l’ottava o la nona bara, numeri rincorrenti all’interno della data di nascita di Antonio, giunta davanti a queste, però, si sentì in colpa e optò per la successiva, in modo che quello fosse veramente il corpo di un ignoto.  Secondo altre testimonianze, la donna scelse quello che per lei era il corpo del figlio.

Una delle  ipotesi è di sicuro più romantica e spiega come mai, simbolicamente, il Milite ignoto venga identificato come un membro della Fanteria. Come già spiegato, Bergamas ne faceva parte, ma oltre a questo fu il corpo militare che subì il maggior numero di perdita: dei 600 mila soldati italiani morti durante la Prima Grande Guerra, 400 erano proprio fanti.

Alla fine della scelta gli altri dieci corpi furono sistemati all’interno del cimitero nei pressi della Basilica di Aquileia, dove troverà pace anche la signora Maria Bergamas nel 1954. In realtà la donna, inizialmente, fu seppellita a Trieste, ma l’anno successivo, proprio per il suo valore di simbolo delle madri italiane che avevano sacrificato tutto, anche la cosa più preziosa per la Patria, trovò l’eterno riposo vicino a quei dieci figli di nessuno.

ll feretro dell’ufficiale Milite Ignoto partì da Udine il 29 ottobre 1921, attraversò Trieste, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi e Orvieto, arrivando il 2 novembre 1921 a Roma.

Il treno che portò la salma del milite ignoto a Roma

Il viaggio fu molto lento, per permettere a tutte le città e ai paesi, che avrebbero visto scorrere davanti a loro quel treno pieno di fiori,  di onorare il simbolo del sacrificio dei loro figli, padri e fratelli. Tutto questo amore verso i caduti fu raccolto all’interno di Gloria: apoteosi del Milite Ignoto realizzato dalla Federazione Cinematografica Italiana e dall’Unione Fototecnici Cinematografici, un film documentario che racconta ogni passaggio di questa vicenda e che riesce, con immagini forti e delicate, a rappresentare quel momento di comunità che ha vissuto la Nostra Penisola.

Quando il feretro giunse a Roma rimase esposto per due giorni, all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli, per poi essere insignito della medaglia d’oro e collocato, il 4 novembre, nell’Altare della Patria, allontanandosi dalla proposta di Douchet, che, all’epoca del suo articolo, aveva proposto il Pantheon, dove si trovano ancora i corpi di grandissimi artisti, come Sanzio e Carracci, e dei Savoia. 

Fu, però, optato, a buon ragione, un monumento che rappresentasse la Patria e la sua Unione, e di cui  vi racconterò in un altro articolo, in modo da celebrare degnamente questa creazione Risorgimentale e che racchiude dentro di sé un gioiello di storia romana. Per il momento sappiate che per celebrare in modo ancora più degno ed esaustivo, per così dire, tutti i martiri della Guerra per il sarcofago, furono utilizzate le pietre provenienti da ogni campo di battaglia su cui è stato versato sangue italiano, come le rocce di origine marina del Monte Grappa.

Nonostante in tutta Italia vi siano numerosi monumenti al Milite Ignoto nessuno di questi conserva dentro di sé una salma, lasciando a Roma questo onore, come è avvenuto in numerosi Paesi; inoltre la sua identità rimane avvolta nel mistero, anche se le tecnologie forensi hanno fatto passi da gigante. Questo per rispetto delle famiglie oltre al valore simbolico del fatto di ignorare realmente chi si nasconde sotto la targa che ne celebra la memoria. 

La celebrazione per la tumulazione del Milite Ignoto

Negli Stati Uniti d’America le cose, invece, sono leggermente diverse: in Virginia ci sono quattro monumenti dedicati ai caduti in guerra e mai identificati, uno per celebrare quelli deceduti durante la Grande Guerra, quello per la Seconda Guerra Mondiale, quello per il conflitto in Corea e, in fine, per il Vietnam. Quest’ultimo fu identificato nel 1998, quando un veterano riuscì a identificare il luogo di ritrovamento del corpo come quello in cui si era andato a schiantare l’aereo del pilota Michael Blassie. La tomba, quindi, è stata svuotata, per permettere ai suoi cari di seppellirlo nella sua città e al posto della targa in onore dei militari ignoti ve n’è una che celebra tutti coloro che hanno servito la loro Nazione con onore e gloria.

Fonti:

http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/il-milite-ignoto.aspx

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-storia-del-Milite-ignoto-eroe-di-Guerra-la-cui-salma-riposa-altare-della-Patria-a-Roma-a4b3a5f1-76aa-4218-867c-be42075060e1.html#foto-1

Perché i quadri sono diventati bianchi?

Diventare una repubblica non è stato l’unico grande cambiamento che ha coinvolto l’Italia. Anche l’arte e il modo di rappresentare il mondo e la realtà è cambiato.

di Jessica Caminiti

Non appena l’Italia divenne una democrazia, qualcosa cambiò e non stiamo solo parlando del cruciale referendum, ma anche di qualcosa di più intrinseco nell’uomo, che lo portò ad avere una nuova visione della vita e del concetto stesso di sé. La nascita di una nuova idea di Nazione portò con sé una nuova visione identitaria dell’italiano, che si trovò a ricercare un senso di appartenenza nella collettività e nella nuova comunità appena nata dopo la sconfitta della tirannia fascista a cui per decenni è dovuta sottostare. La modernizzazione che portò a parlare nel 1959 sul “Daily Mail” di “miracolo italiano” è l’evoluzione che la democrazia ebbe da un punto di vista economico e sociale, così conseguentemente anche artistico.

Mentre nella capitale e in altre città si stava creando un movimento vicino al lavoro e più figurativo, Milano si distinse come centro propulsore del monocromo. 

Ma cosa rappresenta?

Copertine degli unici due numeri di Azimuth

Essa era una ricerca alternativa rispetto al panorama italiano e non porta come alle volte si pensa all’azzeramento concettuale, anzi il contrario: riempie di significazione e crea un nuovo spazio ipoteticamente e concettualmente da riempire. Questa tendenza, si sviluppa nel capoluogo lombardo, snodo centrale della nuova Italia tecnologica ed industriale, dove le arti figurative entrano in contatto con design, moda e addirittura l’editoria. Questa monocromia quasi violenta nei confronti dello sguardo dello spettatore, che si trova spiazzato davanti ad esso, nasce in completa contrapposizione alle convenzioni artistiche dell’immediato dopoguerra e rappresenta uno spazio di libertà diverso: la diminuzione della rappresentazione e l’assenza di soggettività sono i due punti fondamentali su cui questo nuovo concetto fa presa e crea una possibilità di lettura dell’opera stessa.

Questa sensazione di liberazione porta una visione più positiva e serena del futuro: essa è come un foglio bianco su cui poter scrivere ciò che avverrà senza restrizioni o visioni parziali o limitanti.

In questo clima innovativo e con questi presupposti nasce il gruppo Azimut/h fondato da Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Nato in associazione con l’omonima rivista Azimuth di cui usciranno solo due numeri, esso è un ambiente senza precedenti, piena di spunti creativi e di novità. Entrambi lavorarono su superfici con un unico colore, in maniere diverse, ma con uno scopo comune: rifiutare una soggettività caratterizzata e determinante, creare uno spazio assoluto che trascenda qualsiasi forma soggettivante.Piero Manzoni, famosissimo per la sua Merda d’artista, prima di questo lavoro ed altri importanti, ragiona su una seria di opere chiamate Achrome: la monocromia è la rappresentazione della purezza, sono la superficie bianca da cui ripartire, da scrivere. Queste superfici letteralmente incolori superano l’individualità dell’arte, la sensibilità puramente soggettiva per raggiungere una reale emersione dell’essere primordiale, della reale essenza dell’uomo:

“La questione per me è dare una superficie integralmente bianca (anzi integralmente incolore, neutra) al di fuori di ogni fenomeno pittorico […] una superficie bianca che è una superficie bianca e basta (una superficie incolore che è una superficie incolore) anzi, meglio ancora, che è e basta: essere (e essere totale è puro divenire)”.

Achrome di P.Manzoni (1962). Foto presa da https://www.christies.com/

Con queste parole ci avvicina alla sua filosofia di vita di riduzione mentale minima, che porterà un’elevazione dell’uomo sempre più mistica e vicina a concetti astratti, come con Linea, ovvero l’idea di poter misurare qualsiasi cosa reale o no: dalla distanza al tempo, dallo spazio ad un concetto. Questa reificazione in seguito porterà alla creazione delle cosiddette sculture pneumatiche come Corpo d’aria, emblema di una generazione sempre in movimento, una società fluida come quella ipotizzata per la prima volta da Zygmunt Bauman.

L’altro fondatore, Enrico Castellani lavora sempre con la monocromia, ma se l’oggetto diventa parte dell’arte di Manzoni, lui non rinuncerà mai alla superficie usandola come uscita dalla bidimensionalità senza avere un vero e proprio oggetto. Il senso plastico che percepiamo guardando i lavori di Castellani vuole, come il collega, parlare e discutere dello scorrere del tempo: queste opere estroflesse e mai lineari ci ricordano l’evoluzione e l’infinità dello scorrere delle ore, dei minuti, dei secondi facendo subentrare una dimensione quasi tattile che controbilancia l’oggettività e la desoggettivazione del monocromo:


“Il bisogno di assoluto che ci anima, nel proporci nuove tematiche, ci vieta i mezzi considerati propri al linguaggio pittorico; non avendo interesse ad esprimere soggettive reazioni a fatti o sentimenti ma volendo il nostro discorso essere continuo e totale […] il solo (elemento) che, attraverso il possesso di un’entità elementare, linea, ritmo infinitamente ripetibile, superficie monocroma, sia necessario per dare alle opere stesse concretezza di infinito”

Superficie in alluminio di E.Castellani (1969). Foto presa da https://www.christies.com/

Egli stesso, come quindi il suo collega, vuole dare un senso oltre la possibile soggettività artistica, oltre l’hic et nunc, ma raggiungere una continuità nel tempo e nello spazio, che rappresenti dialogo e futuro. Questo è quello che cercava l’artista di quegli anni, finalmente libero: un linguaggio comune, che andasse oltre le possibilità dell’io e raggiungesse l’immensità del noi.

Fonti:

– L.M. Barbero (a cura di), Nascita di una nazione, mostra a Palazzo Strozzi, Firenze, 2018

– P. Manzoni, “Libera dimensione”, Azimuth, 1959, n.1

– E castellani, “Continuità e nuovo”, Azimuth, 1960, n.2

– L.M. Barbero (a cura di), Azimut/h, continuità e nuovo, mostra a Collezione Peggy Guggenheim, Venezia, 2014

Il sorriso della Repubblica

Abbiamo ammirato questa foto milioni di volte, ogni 2 giugno il sorriso di questa meravigliosa ragazza viene pubblicato su giornali, riviste e social. E’ il sorriso di una nuova Italia scelta e creata dal popolo. Ma di chi è questo volto così famigliare? Qual è la sua storia?

di Jessica Colaianni

2 giugno 1946. Dopo gli anni devastanti della Seconda guerra mondiale, l’Italia versa in una condizione drammatica. Intere città distrutte dai bombardamenti, una povertà che coinvolge la gran parte della popolazione e la mancanza di un apparato governativo richiedono agli italiani una gran forza per rialzarsi e costruire la Nazione.2 giugno 1946. Gli italiani, tutti, perché sì, per la prima volta il voto avviene a suffragio universale, sono chiamati alla votazione di un referendum che ha cambiato definitivamente l’identità del paese. Il quesito era molto semplice: Monarchia o Repubblica? Con 12 717 923 cittadini favorevoli alla repubblica e 10 719 284 cittadini favorevoli alla monarchia si decide la forma di stato assunta dall’Italia. Oltre a questa scelta, lo stesso giorno i cittadini eleggono i membri dell’Assemblea Costituente, coloro che hanno avuto il compito di redigere la Costituzione, entrata in vigore il primo gennaio 1948, caposaldo della nostra legislazione. Quel giorno fu una grande festa, e ancora oggi viene celebrato per ricordare il nostro passato e tutti quei passaggi che hanno portato alla costituzione del Paese così come lo conosciamo. Tra le foto simbolo di questo evento così importante è sicuramente l’immagine di una ragazza sorridente che sbuca letteralmente fuori dalla prima pagina del giornale il Corriere della Sera il giorno della proclamazione ufficiale della Repubblica.

Tessera per il Referendum
I titoli di alcune testate giornalistiche al termine del referendum

 Lo scatto è stato realizzato da Federico Patellani, fotoreporter di guerra e tra i caposcuola del fotogiornalismo, ed è diventato sin da subito simbolo di speranza per un paese che provava a guardare avanti dopo gli anni terribili del fascismo e della guerra. Per decenni questo volto è rimasto anonimo, nonostante esso abbia continuato a vivere nel nostro immaginario attraverso libri e manifestazioni politiche: l’identità della ragazza è rimasta per molto tempo sconosciuta. Al Museo di fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo possiamo vedere i 41 scatti che Patellani ha realizzato con la sua Leica della donna, ritratta in diverse pose, ma il fotografo non ha mai apertamente dichiarato l’identità di tale figura. Il mistero viene svelato solo recentemente, il volto è quello di Anna Iberti, moglie di Franco Nasi, uno dei primi giornalisti del Giorno. Lo conferma la figlia, Gabriella, che conserva ancora qualche stampa del servizio fotografico, custodito con cura e grande riservatezza per volere della madre, scomparsa nel 1997. All’epoca Anna aveva 24 anni e non era ancora sposata, lavorava come impiegata nell’amministrazione del quotidiano socialista Avanti! dove probabilmente lavorava anche il futuro marito, Franco.

Alcuni tentativi di Patellani
La foto che fu scelta
Uno dei tentativi prima di trovare l’immagine giusta

Non si sa bene come Patellani abbia incontrato Anna e le abbia proposto di posare per gli scatti ma è probabile che il contatto sia avvenuto tramite colleghi di testate e inoltre sappiamo che le fotografie sono state realizzate nella terrazza della redazione di Avanti! nell’allora sede di via Senato 38, all’epoca ospitante delle maggiori testate giornalistiche. Dopo il matrimonio Anna decide di smettere di lavorare per dedicarsi alla famiglia ma continuerà comunque il suo impegno per il sociale, operando come volontaria del CAM, il centro ausiliario per i problemi minorili. Una vita normale, riservata quella di Anna Iberti, il cui volto è entrato però nella nostra storia, quella più importante, quella che non va dimenticata, quella che ci ricorda chi siamo, italiani. 

Fonti:

-https://www.repubblica.it/cultura/2016/04/24/news/storia_di_anna_che_fece_l_italia-138343580/

-https://newsicilia.it/cultura/e-nata-la-repubblica-italiana-storia-di-una-foto-icona-chi-era-il-volto-della-speranza/327728

E se non fosse come sembra?

Klimt è il re dell’oro: ha descritto una Vienna in espansione, capitale del sapere, dell’arte e della bellezza. E’ stato l’autore di un famosissimo Bacio che forse nasconde un mondo un po’ diverso e meno dorato di quanto ci immaginiamo.

di Silvia Michelotto

Ci muoviamo lentamente tra le sale del Belvedere di Vienna fino ad arrivare davanti a una tela quadrata con due figure al centro, in ginocchio su una lingua di fiori viola, verdi e azzurro, che si abbracciano. Lui tiene il volto della sua donna, mentre si china per darle un bacio sulla guancia.

I capelli di lei sono intrecciati con dei bellissimi fiori, gli stessi del piccolo tappeto erboso su cui si sono sistemati per consumare il loro amore, mentre le tempie dell’amante sono circondate da una corona di edera. La simbologia di questa pianta rampicante e infestante, però, ci porta a una lettura un po’ particolare: nei tempi antichi, rappresentava il genere femminile in quanto incapace di essere indipendente e quindi bisognosa di avere un supporto, solitamente maschile, per poter sopravvivere (purtroppo un pensiero che in alcune zone del mondo e in alcune persone vive ancora oggi!).

I loro corpi sono avvolti in tuniche informi, il medesimo oro che fa da base ai loro abiti li porta a fondersi, in un ballo sensuale. Sono le decorazioni (geometriche per lui, floreali per lei) che ci permettono di comprendere dove iniziano i loro corpi. Quell’aura dorata in cui sono avvolti si staglia su un fondale d’oro puro, che sembra riportarci indietro, a secoli lontani, a quelle pale medievali e gotiche con statuarie e austere Madonne con Bambino o Crocefissioni. Qui Klimt, però, riesce a far percepire lo spazio che c’è tra i suoi amanti e lo sfondo: l’aria circola, viva, vorticando intorno alla coppia, racchiudendola in un ulteriore bozzolo di protezione contro le angosce del mondo.

Bacio di G. Klimt (1907-08)
particolare del quadro

L’utilizzo delle foglie d’oro per la realizzazione delle ampie campiture ci fa voltare lo sguardo verso la tradizione bizantina e a quella del mosaico. Tecnica molto cara a Klimt che cerca di realizzarne una versione pittorica, ricreando con i tocchi del suo pennello lo stesso effetto di queste meravigliose opere del passato. La sua arte sembra voler richiamare quella sacra, elevando i suoi soggetti a santi, madonne, martiri e angeli di una religiosità pagana.

In questo caso ci troviamo di fronte a un elogio mistico dell’eros, della sensualità e della sessualità, che permettono la compenetrazione e la coesistenza dei due generi, opposti, spesso in conflitto, ma che nell’amore trovano armonia e benessere. Un messaggio che l’artista cercò di rappresentare anche all’interno del Fregio di Beethoven e nell’Abbraccio, ma senza realmente riuscirci. In entrambe, la figura femminile sembra essere soffocata, emergendo con difficoltà da dietro un corpo muscoloso e pesante nel primo o dall’immensa veste dell’uomo nel secondo.

Dettaglio del Fregio di Beethoven di G. Klimt (1902)
Abbraccio di G. Klimt (1910-11)

Ma siamo sicuri che Klimt sia riuscito a rappresentare la purezza del momento che questa coppia sta vivendo?

Fermiamoci un secondo e concentriamoci sui volti del Bacio, dettaglio famosissimo e che troviamo riproposto in ogni modo, in ogni luogo e in ogni lago. Siamo sicuri che lei si stia abbandonando al contatto del vero amore?

Lui le sta dando un bacio, tenendole la testa fermamente; la ragazza non gli offre le labbra, bensì la guancia, mentre sembra indietreggiare e incassare la testa tra le spalle, quasi a volersi proteggere. La mano diafana su quella scura di lui potrebbe non essere una carezza, ma il tentativo delicato di liberarsi, come quella semi chiusa sulla nuca.  Una costrizione dettata proprio dal significato dell’edera: una donna non può esistere come essere a sé stante, ha bisogno dell’altro, del maschio, che ne può fare quello che vuole. Lei non può rifiutare, deve cedere a quelle avance. 

Una piccola rilettura che porta a vedere una certa e nuova inquietudine. Quell’oro non è più così brillante, ma una prigione in cui la ragazza è intrappolata, come il piccolo giardino in cui è, che per molti sembra fare il verso all’hortus conclusus: il giardino recintato medioevale tipicamente collegato alla vita dei monasteri, per molte donne una prigione scelta dai genitori o dalla società per bloccare quelle fervide e rivoluzionarie menti.

Potrebbe essere così? Be’, purtroppo non ho avuto modo di prendere un caffè e parlare con l’autore in questione, ma questa lettura, sentita casualmente in un documentario, mi ha portato a riflettere su quanto possa essere sottile la linea tra amore e violenza per chi vive un rapporto osservandolo dall’esterno.

Quante volte durante uno scherzo o in un momento in cui il nostro lato romantico era andato in vacanza, invece di un sonoro bacio sulle labbra, abbiamo deciso che la guancia andava più che bene? Penso, parecchie (o almeno è così per me, romantica sì, ma alcune volte vince il mio lato asociale).  Ritrarsi dal contatto del proprio amato è un gioco che almeno una volta nella vita si fa. Ma se non fosse un semplice scherzo? Da distante, senza sapere o sentire che si dicono i due protagonisti, è difficile capire se siamo di fronte al più nobile dei sentimenti o al più ignobile dei gesti. Siamo portati, quando vediamo due persone abbracciate e baciarsi, a pensare positivo, a vedere il bicchiere mezzo pieno, perché l’amore porta solo zucchero, cannella e ogni cosa bella, ma alcune volte c’è di più. C’è violenza e abuso, nascosti dietro a un sorriso.Non è tutto oro quello che luccica… La violenza sulle donne, nella maggior parte delle volte, avviene all’interno dell’ambiente domestico e viene perpetuata dagli uomini di cui la vittima si fida. E forse, alcune volte, osservare, tenere gli occhi aperti, offrire una spalla o semplicemente 5 minuti del proprio tempo a chi si ha il dubbio sia in pericolo bastano per evitare che ci sia da aggiungere un nome ad un già lunghissimo elenco di vittime. Mal che vada, quello che abbiamo visto e osservato, era veramente solo un Bacio!

Fonti:

– T. G. Natter, Klimt, tutti i dipinti, Taschen, 2020;

– E. Di Stefano, Klimt. Il modernismo, Giunti Editori, 2017.

Zeus, oh Zeus!

Non uno stinco di santo, così lo potremmo definire ai giorni nostri. Zeus, il padre di tutti gli dei, ma di certo nessuno di loro era immune a conflitti, scontri e temperamento fumantino, sempre a correre dietro le passioni e gli errori degli uomini, questi dèi avevano poco di celestiale.

di Jessica Caminiti

L’Olimpo, questo magico mondo portato nella cultura pop in auge da serie tv come Xena o Pollon, era un porcile: tutti gli dei non erano quieti esseri immortali distesi su triclini a bere vino (annacquato), ma terribili esseri soprannaturali, che facevano un po’ il buono e il cattivo tempo come meglio credevano. Ecco quindi Apollo innamorarsi di Dafne, Atena trasformare Aracne per averla sfidata o le tre bellissime dee che mettono in crisi Paride per avere un suo giudizio. Ognuno di essi era un po’ umano: come noi avevano amori, infatuazioni, anche loro organizzavano terribili vendette e partecipavano a guerre. Parlare di perdizione e di violenza è all’ordine del giorno se si legge la “vita” di qualsiasi divinità, ma signore e signori una tra tutte spicca.

Concilio degli dei – Raffaello (Villa Farnesina)

Zeus, amici, Zeus! Il più temibile, il peggiore, colui che assume sembianze per poter entrare nelle grazie di stupende fanciulle o lancia fulmini per dimostrare la sua superiorità. Se si parla di violenza, lui di certo supera tutti come cafoneria e perdita di dignità. Di ratti, rapimenti, rapporti non proprio cristallini lui è l’inventore! Sposato con Era, non si accontenta della gentile e fedele moglie, anzi più riusciva ad essere altrove rispetto al talamo matrimoniale, e più era felice. E dove andava? Sulla Terra! Sceso dal monte bighellonava un po’ come noi in giro per il mondo e perdeva la testa per ogni donna solitaria: una tra queste era Europa, nome poi reso immortalare dai Cretesi per ricordare questa mortale donna. 

Questa bella fanciulla si trovava a cogliere fiori sull’azzurro pianeta, quando Zeus (ahimé) la vide e se ne innamorò, così, come ogni santa volta, decise che doveva farla sua. Questo significò faticare per il padre degli dei, perché ella, nonostante l’importanza del personaggio, lo rifiutò e lui cosa fece? Si trasformò in un imponente toro per poter avere dei rapporti intimi con lei, senza che la sfortunata potesse avere idea di chi si celasse dietro l’immenso animale, che di punto in bianco la rapì senza alcuna motivazione.

Gianbattista Tiepolo
Gustave Moreau

La bellezza e l’armonia, che si percepisce attraverso i quadri di grandi maestri che sono arrivati fino a noi come le tele di Tiepolo e Tiziano, nascondono una storia, che non ha niente di romantico.

La violenza dell’amore (se così vogliamo chiamarlo), ora è rappresentato principalmente da Marina Abramovic e Ulay, senza escludere le coppie maledette come Modigliani e Jeanne, per non parlare di Picasso e delle sue innumerevoli mogli, molte morte suicide, molte l’hanno lasciato senza pietà, ma già nell’antichità queste scene grazie a racconti erano presenti e probabilmente più note rispetto alle vite degli artisti attuali! Quello che rimane da chiedersi è come mai, nonostante la violenza, la predeterminazione degli stupri di Zeus, i vari artisti, che hanno immortalato per sempre questo eterno Dio, si dividano tra chi lo mostra come docile e chi invece come pazzo assalitore di fanciulle. Il toro che tranquillamente culla Europa, viene visto anche come comune essere umano assaltatore della bella Proserpina e questo dovrebbe farci riflettere su cosa sia la violenza e forse su quanto essa non ci stupisca e mai ci ha stupito più di tanto . La giustificavano i grandi del passato? La credevano un male? Non lo sapremo mai, quello che possiamo appurare è appunto come questo senso di superiorità fosse accettato e Zeus molte volte, come nel cartone Pollon sia visto come un allegro vecchietto, che fa qualche scappatella, ma può essere giustificato dal mondo solo dalla sua posizione o da una scusa successiva.

Tiziano
Ludovico Carracci

Oltre alla violenza fisica, che rimane sempre presente in maniera terribile all’interno della storia dell’arte grazie alla rappresentazione di antichi miti, dobbiamo chiederci come mai questi dèi erano così umani? Giustificare, credo sia semplicemente una rappresentazione esasperata della vita stessa. Se Zeus poteva tradire Era, Apollo innamorarsi, perché noi non possiamo vivere il pathos della vita appieno senza alcuna restrizione? Sappiamo che le orge, i combattimenti erano parte importante del mondo antico, lo guardiamo con occhio attento, con occhio critico, nascondendoci dietro uno sguardo moderno e fintamente “superiore”, ma il sesso e la violenza rimangono due costanti della vita dell’uomo: ce lo ricordano quadri, performances, ma anche film e serie tv, allora siamo sicuri, che gli dei non giustifichino un po’ anche noi e i nostri istinti?

Fonti:

– Ovidio, Metamorfosi

L’ossessione della Violenza

La violenza fa parte della nostra vita, dall’alba dei tempi, accompagnandoci nella nostra evoluzione come specie ma anche come individui. Ci affascina ma allo stesso tempo ci spaventa. Il cinema riesce a raccontare questo strano e intenso rapporto magnificamente.

di Lorenzo Carapezzi

Il passo evolutivo dell’uomo per eccellenza è la presa di coscienza della propria identità. La nascente egomania della propria superiorità intellettuale è il primo vero passo dell’uomo. In una realtà dove la Natura è la costitutrice delle regole l’uomo non riesce ad alzare la testa. Lo sviluppo di aree celebrali superiori rende l’uomo, ormai non più scimmia, ad una maggiore capacità di elaborazioni delle informazioni. L’uomo si stacca dal regno animale e si eleva ad un nuovo regno, fatto di autovalutazione delle azioni e delle esperienze. L’uomo diventa erectus, immagazzinando nella sua psiche la razionalità e la consapevolezza di sé stesso. Guarda un mondo completamente diverso, arrivando a vedere l’oggetto come strumento e non come oggetto in quanto tale. Un qualsiasi oggetto diventa strumento di caccia, di artigianato…può diventare persino un’arma, tale da poter ferire un altro essere umano uguale consapevolmente. Stanley Kubrick individua nella violenza il primo passo evolutivo dell’uomo.

Il leader del gruppo impara la violenza (2001: Odissea nello
spazio
, Stanley Kubrick, 1968)

Ormai tutti, persino chi non guarda film, sanno dell’esistenza e dell’influenza di una delle scene più emblematiche del capolavoro “2001: Odissea nello spazio” dove il leader di un clan, dopo aver toccato un misterioso monolite, si evolve. Le sue connessioni celebrali si moltiplicano e ciò fa di quel gesto per niente banale, tant’è che il regista rende quella scena quasi sacrale accompagnando le immagini con una musica intensa, composta da voci corali accavallate una sopra l’altra. Ciò che segue è il primo passo evolutivo, “l’alba dell’uomo” come indica lo stesso Kubrick. Il leader del clan, giocando con la carcassa di un animale, lentamente inizia a capire come l’osso possa essere utilizzato per ferire. Il lento innalzamento della musica di Strauss ci indica l’apice, il raggiungimento di una contezza fondamentale per la sopravvivenza. Il neo-uomo non si fa scrupoli, riuscendo fin dalla scena successiva a conquistare una pozzanghera per il proprio clan, arrivando a massacrare fino alla morte l’ancora scimmia di un altro clan. L’osso-arma verrà poi lanciato e attraverso la grammatica del montaggio diverrà astronave fluttuante nello spazio profondo, costruendo un’ellissi millenaria.

K. (Jamie Bell) sistema Joe (Charlotte Gainsbourg) prima di
picchiarla (Nymphomaniac, Lars Von Trier, 2013)


È quindi la violenza che ci contrattidistingue, violenza intesa come atto cosciente e volontario. Che ci piaccia o meno essa, accanto al sesso, è un elemento intrinseco nella nostra istintualità e ciò spiega il fascino che proviamo ogni volta nel vedere rappresentazioni e mostrazioni di scene violente. Non è possibile sopprimere questa nostra parte più intima. Il presente non è altro che il frutto di un passato fatto di violenza e di ego. Ma oltre a fendere dolore, la violenza può divenire lo strumento dionisiaco prediletto. Ne è un esempio Joe (Charlotte Gainsbourg), protagonista dei due volumi di “Nymphomaniac”, diretti da Lars Von Trier. Le ferite che scottano, i lividi, tutto ciò che concerna il dolore non intensifica solo l’atto sessuale, ma anche l’altro elemento del sesso, ovvero l’amore. L’insaziabilità della ninfomania porterà Joe a trovare nel giovane K. la salvezza da una vita sofferente e per nulla appagante. In una grande sala illuminata, con pochi mobili presenti, in una sorta di aurea sado-minimalista, K. farà scoprire tutte quelle sensazioni che Joe ha sempre desiderato ma che mai è riuscita a incontrare. È un rapporto di padre-padrone fatto di frustate che citano flagellazioni religiose, corde per legare, schiaffi, sputi. K. è l’unico a capire cosa sia la ninfomania, molto di più di chi studia la sessualità. Joe sa quanto K. sia consapevole di questo mondo, arrivando al punto di non volerlo, ma di amarlo. La generosità di K. non si limita alla sodomizzazione, ma insegna a Joe, tra l’altro, come fabbricare con pochi oggetti una frusta, strumento di goduria per lei. Nel film non ci è dato sapere perché K. faccia questo verso la mattina presto, eppure azzardo a dire che il motivo è proprio collegato all’istinto: K. è un superuomo intento a evolvere le persone ancora umane, lontane dall’Ubermensch.

“Ti svegli ancora qualche volta, vero? Ti svegli al buio e
senti il grido di quegli innocenti.” (Il silenzio degli innocenti,
Jonathan Demme, 1991)

Personalmente c’è una netta supremazia della violenza rispetto all’amore iconico, quasi smielato, ma ancora di più c’è una netta superiorità della violenza psicologica su quella carnale. La violazione della mente è molto più intensa perché ci attacca nel profondo, non si limita a distruggere la nostra barriera corporale. La vera tensione in “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme non sta nella ricerca dell’agente apprendista Clarissa (Jodie Foster) del serial killer Buffalo Bill (Ted Levine), che scuoia le sue giovani vittime in carne, bensì il rapporto tra lei e Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), psicologico, intimo diviso da una semplice barriera di vetro antiproiettile. Lo sguardo maniacale di Lecter, tanto da non chiudere mai le palpebre, riesce a penetrare l’intimità psichica di una giovane ragazza pronta a riscattarsi da un’adolescenza travagliata. Semplici dettagli, analizzati con una naturalezza tipica di Sherlock Holmes, il cannibale dottore aiuterà non solo a trovare il serial killer, ma a psicanalizzare e scovare nella memoria perduta ricordi rimossi dalla ragazza, sotto sotto ancora traumatizzata. L’urlo dei poveri agnelli è il trauma che Clarisse si porta da una vita. Il trauma è la violenza più intensa che l’uomo evoluto possa conoscere.

Fonti:

– M. Servilli, 2001: Odissea nello spazio, l’Uomo e la nascita dell’Ego http://www.latelanera.com/abisso/articolo.asp?id=172;

– V. Randone, Sulla ninfomaniahttps://www.valeriarandone.it/sessuologia/ninfomania/;

– A. Castle, The Stanley Kubrick , Taschen, 2005; F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, 1986.

L’amore violento e artistico di Marina e Ulay

La loro storia d’amore ha segnato la storia dell’arte contemporanea, diventando la coppia che ha incantato il mondo. Le opere che hanno realizzato non sono solo capisaldi della performances ma anche la storia di due anime che si intrecciano, si amano, si scontrano e… si allontanano.

di Jessica Colaianni

GLI INIZI: IMPONDERABILIA

Marina Abramovic e Ulay, pseudonimo di Frank Uwe Laysiepen. Sono conosciuti al mondo come la coppia più famosa dell’arte contemporanea. Legati dal destino, entrambi sono infatti nati lo stesso giorno, il 30 novembre, il loro incontro risale al 1976 alla Galleria Appel di Amsterdam. All’epoca erano ambedue artisti alle prime armi e forte era la loro volontà di affermarsi nel mondo dell’arte. Sin da subito i due entrano in sintonia e ben presto cominciano un sodalizio artistico che sfocia in una relazione sentimentale durata 12 anni. Ed è proprio questa collaborazione, l’unione dei loro corpi, che finalmente fa giungere loro al successo. La performance che li lancia è Imponderabilia, svoltasi negli spazi della Galleria d’Arte Moderna di Bologna nel 1977 durante la Settimana internazionale della performance, festival collaterale alla più famosa Artefiera istituito da Renato Barilli per indagare le nuove ricerche che vedono protagonisti il comportamento e il corpo degli artisti. Marina e Ulay si pongono nudi, uno di fronte all’altro, davanti l’ingresso della galleria. I visitatori, di conseguenza, per entrare sono costretti letteralmente a strusciare sui corpi dei due, mentre un video all’interno registra l’azione e mostra le varie reazioni di coloro che attraversano tale soglia. Questo sfregare sui corpi nudi provoca agli artisti lividi ed escoriazioni, ed è questo l’aspetto principale che va analizzato nei lavori di Marina e Ulay.

Imponderabilia (1977)

GLI ANNI DELLE RELATIONS WORKS

Molte delle performances che hanno realizzato nei primi anni di relazione, infatti, tra cui rientra Imponderabilia e la serie intitolata Relations Works, sono infatti caratterizzate da una forte componente violenta che ha lo scopo di indagare i limiti della resistenza fisica e psichica del corpo umano oltre a esplorare il rapporto uomo-donna e come questi due generi si relazionano, mettendo in campo sofferenze e contraddizioni. In AAA-AAA (1978), ad esempio, i due sono nuovamente uno di fronte all’altro ed emettono un suono monotono che diventa man mano sempre più intenso, fino a diventare un urlo che porta al cedimento dei corpi, esausti da tale sforzo. In Relation in Time (1977), invece, i due siedono di spalle e sono legati tra loro grazie ai lunghi capelli di entrambi; la performance dura 16 ore e mostra come il corpo, ora dopo ora, cede alla stanchezza per lo stare a lungo in una posa fissa.

Tra le azioni più violente abbiamo Relation in Space (1976), dove i due, sempre nudi (ormai questo l’abbiamo capito) corrono l’uno verso l’altro, inizialmente sfiorandosi per poi aumentare sempre più l’intensità fino a scontrarsi e rimbalzare via, l’uno lontano dall’altra. Agli spettatori è evidente la carica emozionale che scorre tra i due e che va oltre la semplice collaborazione artistica e sorge spontaneo, a chi guarda tali azioni, chiedersi se siano riflesso di problematiche interne alla coppia o dimostrazioni particolari d’amore. Successivamente Marina e Ulay eseguono delle varianti di Relation in Space e invece di correre l’uno verso l’altro partono di spalle per poi andarsi a scontrare contro muri o colonne; la performance finiva quando uno dei due si stancava ed era libero di andarsene.

Altri lavori simili sono Light/Dark (1977), dove gli artisti, vestiti in modo simili ed entrambi con i capelli raccolti, si schiaffeggiano alternativamente aumentando progressivamente la velocità; e infine quella che forse risulta tra le azioni più pericolose, Rest Energy (1980). Con una durata di poco più di quattro minuti ma che sembrano un’eternità, Marina sorregge un arco mentre Ulay dall’altro lato ne tende la corda. Entrambi tirano ognuno dalla propria parte, in uno stato costante di tensione altissima, in quanto se Ulay avesse mollato la presa, Marina si sarebbe trovata con una freccia in petto. Il tutto è reso più drammatico da dei microfoni attaccati vicino al cuore per far sentire al pubblico i rispettivi battiti cardiaci che, ad ogni secondo trascorso, acceleravano sempre più.

Relation in Time (1977)
AAA-AAA (1978)
Rest in Energy (1980)
Light/Dark (1977)
Relation in Space (1976)

L’ULTIMA GRANDE PERFORMANCE

Poco alla volta Marina diventa sempre più protagonista e posta sotto una maggiore attenzione da parte del pubblico, questo è uno dei fattori che porta alla fine della collaborazione artistica e della relazione tra i due, conclusa attraverso la performance forse più famosa, The wall walk in China (1988). Nonostante le strade si separino, i due hanno continuato a fare arte per conto loro, proponendo importanti lavori che hanno consacrato entrambi nell’Olimpo del mondo dell’arte. Protagonisti assoluti della body art, nonché punti di riferimento per coloro che si approcciano al mondo delle performance e delle poetiche del corpo, i loro lavori rimarranno indubbiamente, che piacciano o no, una parte importante della storia dell’arte contemporanea. 

The wall Walk in China (1988)

Fonti:

– M.Abramovic, Attraversare i muri, Bompiani, Milano, 2017;

– J.Westcott, Quando Marina Abramović morirà, Johan & Levi editore, Milano 2011;

– M. Rus Bojan e A. Cassin, Whispers: Ulay on Ulay, Amsterdam, Valiz Foundation, 2014.

Cinema come arte perfetta del popolo

Il cinema è di sicuro l’arte più democratica: tutti, dai grandi ai piccini, dai ricchi ai poveri, rimarranno sempre affascinati da quel telo bianco e dal fascio di luce che proietta e fa vivere nuove e meravigliose storie.

di Lorenzo Carapezzi

Ormai andare al cinema non è più una necessità. La comodità della casa ha sviluppato un ozio nelle persone. Più accresce e più uccide il cinema in quanto luogo fisico. Il culto del trovare posto e aspettare che le luci si spengano è scomparso, dissolto in qualche rara eccezione.
Ma la sala cinematografica è qualcosa di più di un semplice luogo dove vedere un film. È un luogo sacro, non perché presenta qualche divinità o elemento simbolico associato, ma perché è uno spazio dove l’uomo conosce sé stesso, si confronta con l’umanità. Dentro non esistono classi sociali né distinzioni di alcun tipo. È il luogo dove tutte le generalizzazioni svaniscono. La distinzione è un termine che non ha valore dentro la camera buia, piena di poltrone occupate da persone, tutte diverse da loro, ma così unite a formare un unico corpo, un’unica anima. Il povero siede accanto al ricco, eppure questi non si sdegnano tra di loro. Essi non si guardano nemmeno. Il buio della sala impedisce di vedere il volto delle persone sedute a fianco, riusciamo solamente a delineare un contorno sfuocato e indistinto, visibile ma allo stesso tempo confuso con lo sfondo nero. L’unica fonte di luce, il Sole della sala, è il grande schermo quadrato posto di fronte a tutti quanti. Come mosche eccitate osserviamo la luce che si fa movimento. Desideriamo avvicinarci al grande telo e tuffarci nel magico racconto che ci viene mostrato.

Orson Welles mentre recita alla radio La guerra dei mondi, 1938


È un luogo dove il Tempo si ferma, anzi si dilata così tanto da non essere più importante. Le due ore medie di film diventano il tempo vitale, ovvero il corso della nostra vita. Niente di quello che c’è al di fuori delle quattro mura esiste più. Tutto si blocca all’esterno. Persino un’apocalisse non riusciremmo a percepirla per quanto stiamo bene in quell isolamento. Solo e solamente dopo il ritorno della luce artificiale ci renderemo conto che fuori c’è un mondo, un mondo che aspetta noi accanto a tutte le preoccupazioni, tutti gli stress lavorativi, tutte le nostre paure e incertezze. Appena usciti ci accorgiamo dell’apocalisse, un po’ come Orson Welles dopo lo show radiofonico La guerra dei mondi. Un passo al di fuori e la vera luce scotta sulla nostra pelle, brucia le nostre iridi ormai abituate alla fonte di luce più bella che possa esistere: il proiettore.
“La macchina dei sogni” non potrebbe essere così potente senza quel luogo di culto, quel luogo oserei dire religioso, come la Chiesa per i cristiani o la Mecca per i musulmani. Come ogni religione, anche il Cinema ci dà speranza, ci mostra tutte le fantasie della nostra mente e tutto ciò non potrebbe esistere senza la sala cinematografica, tanto buia da permetterci di cadere nell’inconscio, mascherando e nascondendo la realtà esterna, quella vera che tanto ci spaventa.


È luogo sacro anche perché l’aria che si trova all’interno è il respiro della Morte, presente ogni qual volta l’uomo si stacca dalla realtà, sia fisicamente che spiritualmente. “Si muore ogni pomeriggio” direbbe Bazin, che continuerebbe dicendo che la Morte “segna la frontiera della durata cosciente e del tempo oggettivo delle cose”.
Il silenzio non è mai così delicato come nella sala: un colpo di tosse, uno sbadiglio o ancora peggio una bocca che mastica si amplificano, mille volte più intense che fuori, spezzando quel legame amoroso tra lo spettatore e la vita che si fa infinita. Si spezza la magia e il ricco inizia a sentire la puzza del povero, iniziando a schifarlo.
Come il sogno, anche il Cinema, ma soprattutto la sala buia cinematografica sono paradossi: un luogo di culto costruito dall’uomo può solo esistere attraverso la vista e l’udito, artifizi dell’uomo, eppure essa si sgretola attraverso rumori organici e luci artificiali, altresì prodotti umani. Il paradosso all’interno della sala è il paradosso dell’uomo in quanto macchina perfetta.

“Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la
coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete
dell’anima.” Ingmar Bergman


È solo da questo paradosso dell’uomo che dipendono le sorti della sala cinematografica: il rispetto e la concentrazione fanno della sala l’Eden artistico-sociale per eccellenza, la mancanza di un circo senza controllo, la mancanza dell’altro del vuoto. Siamo quindi noi uomini il fertilizzante che dà vita a quel magico fiore, con quel gambo delicato che può essere spezzato col disprezzo, o ancora peggio con l’indifferenza. C’è da chiedersi se il Cinema ci sia vitale, ancor di più se la sala sia essenziale alla nostra anima. Per rispondere a ciò c’è bisogno di fare una logica per sottrazione. Come sarebbe la vita senza il Cinema? E senza la sala cinematografica? Esisteremmo lo stesso, certo. L’uomo è riuscito a vivere senza queste due cose per millenni, ma il nostro spirito, la nostra fantasia, i nostri sogni più profondi? Pensiamo un attimo a come ci sentiamo ora, così distanti dalle cose, rinchiusi in casa. Quanto desideriamo poter rivedere le nostre rispettive città, i luoghi di aggregazione. Ci sentiamo vuoti e soli in questo momento, ci siamo accorti quanto siano speciali le cose fuori dal nostro corpo fisico. Tutta la vita così sarebbe il vero Inferno ed io senza il Cinema mi ucciderei. Ecco che cos’è la sacralità e nello specifico la sacralità della sala.

Fonti:

– A. Bazin, Che cos’è il cinema?, Garzanti, 1973

– S. Savio, Come sogna lo schermo. Concetti psicodinamici nella rappresentazione filmica del sogno

https://www.psiconline.it/articoli/per-saperne-di-piu/come-sogna-lo-schermo-concetti-psicodinamici-nella-rappresentazione-filmica-del-sogno.html;