Abbiamo già parlato dell’architettura che cerca di rispettare l’ambiente, ma Wright è andato oltre, pensando a edifici che entrano in contatto intimo con la Natura che li circonda.
Quando si parla dell’architettura è innegabile pensare che sia determinante per la nostra vita, è l’asse e pilastro della nostra casa, del nostro ufficio, del nostro museo preferito. Allo stesso tempo, tuttavia, se si pensa ad essa, se associata al concetto di urbanizzazione, può talvolta essere vista in una visione negativa, come qualcosa che modifica e distrugge l’ambiente circostante. Può l’architettura coesistere con la natura per trarre uno vantaggio dall’altra? Questa domanda non me la sto ponendo io per la prima volta ma anzi, già nel Novecento, secolo dove l’urbanizzazione inizia a crescere esponenzialmente, sono tanti gli architetti che ragionano su questa tematica.
Casa sulla cascata (Kaufmann House) (1964), progetto di Wright
Il primo tra tutti è Frank Lloyd Wright, conosciuto dai più per aver realizzato il museo a spirale del Guggenheim di New York. Oltre alle importanti commissioni pubbliche, Wright ha dedicato gran parte della sua vita anche alla progettazione di case private. L’esempio più noto è quella della Casa sulla Cascata, o casa Kaufmann, dal nome del suo proprietario e committente. La villa si trova lungo il ruscello Bear Run in Pennsylvania e rappresenta un capolavoro della cosiddetta architettura organica, di cui l’ideatore è proprio Wright, corrente che concepisce la volontà di ricercare un profondo equilibrio tra la natura e l’uomo tramite l’integrazione di elementi artificiali immersi intorno a un ambiente naturale. “Così ambiente ed edificio sono una cosa sola; piantare gli alberi nel terreno che circonda l’edificio, quanto arredare l’edificio stesso, acquistano un’importanza nuova, poiché divengono elementi in armonia con lo spazio interno nel quale si vive. Il luogo (la costruzione, l’arredamento) – ed anche la decorazione, e anche gli alberi – tutto diviene una cosa sola nell’architettura organica … sintesi nella quale confluiscono tutti gli aspetti dell’abitare, e si pongono in armonia con l’ambiente” con queste parole l’architetto esprime in modo chiaro ed esplicito l’intento nel realizzare questi edifici, delle oasi completamente immerse nella natura dove l’uomo può immergersi completamente.
Nonostante il cemento, materiale architettonico del nuovo secolo, è considerato un composto artificiale che va in contrasto con ciò che si trova in natura, nella Casa sulla Cascata esso è sapientemente usato per legarsi ad altri materiali quali la pietra e il legno. L’architettura organica è concepita per creare degli spazi dove aria e luce si diffondono insieme per creare un’unità architettonica, l’abitazione deve essere libera negli spazi, eliminando la concezione delle stanze come luogo chiuso e l’arredamente diventa parte integrante dell’edificio. Oltre a Wright sono altri gli architetti che hanno realizzato strutture riprendendo il concetto di architettura organica, tra questi abbiamo Bruce Goff, considerato quasi il diretto successore del padre teorico e il finlandese Alvar Aalto, nonché lo svedese Erik Gunnar Asplund. Questi due sono coloro che hanno posto i canoni specifici del progetto organico, volto appunto alla realizzazione di un’architettura creativa e interpretativa dei bisogni dell’uomo e in simbiosi con la natura. Tra gli esponenti italiani abbiamo invece Bruno Zevi, fondatore dell’Associazione per l’Architettura Organica, nonché autore di un saggio teorico e Giovanni Michelucci.
Goetheanum (1908-13 e 1924-28), progetto di Steiner
Questo modo di concepire la costruzione degli edifici ha influenzato molto l’architettura, in particolare quella più contemporanea, portando alla nascita di nuovi settori come l’architettura bioclimatica, l’architettura sostenibile e la bioarchitettura che, soprattutto al giorno d’oggi dove l’uomo sembra sempre di più allontanarsi dalla natura, pone come necessaria l’esigenza di ritrovare un equilibrio e un dialogo con essa.
Fonti:
– E. Frank, Pensiero organico e architettura wrightiana, Dedalo, Bari, 1993;
– F. L. Wright, Una autobiografia, Jaca book, Milano, 2016
Bernini realizzò numerose opere a Roma, ma di sicura una delle più suggestive è la Fontana dei Fiumi, una struttura scultorea complessa che permette a chi la osserva di scoprire il mondo.
Penso che Giovan Lorenzo Bernini sia una di quelle persone con cui avrei volentieri fatto due chiacchiere, condite con delle grosse risate. Mi sono sempre immaginata un uomo serio e dallo sguardo leggermente folle, idea che mi era stata offerta dagli autoritratti che avevo avuto il piacere di ammirare, ma poi, leggendo di lui, mi sono resa conto che nulla è più distante dalla realtà. Bernini era un uomo dedito agli scherzi e che amava la vita e il suo lavoro, accettandone gli alti e i bassi che questi gli offrivano. A circa 92 anni, ad esempio, la sua salute peggiorò a causa di una paralisi che lo colpì al braccio destro, affrontò il problema con il sorriso e affermando che alla fine, dopo tutto quegli anni di duro lavoro, il suo amato arto doveva pur riposare!
Bernini era un artista a tutto tondo e che abbellì la Città Eterna con opere meravigliose, che, insieme a quelle di Michelangelo (morto solo 34 anni prima della nascita dello scultore napoletano), ne sono diventate il simbolo. Tra queste c’è, senza ombra di dubbio, la meravigliosa e imponente Fontana dei Quattro Fiumi.
La fontana dei Fiumi progettata da Bernini (1651)
Dettaglio di un mostro marino sullo scoglio di Fraschi
L’artista stava affrontando un periodo piuttosto complesso della sua vita a causa della morte del suo più importante mecenate, Urbano VIII, sostituito dall suo grande nemico: Innocenzo X Pamphili. Alla stregua dello scontro Borgia-Rovere, il nuovo papa cercò di superare le grandi commissioni del suo predecessore, rivolgendosi a quegli artisti che erano rimasti nell’ombra. La Fontana, quindi, con grande probabilità si pensava sarebbe stata realizzata da Borromini, rivale di Bernini e leggermente snobbato dal defunto Urbano VIII, eppure l’artista napoletano decise di giocare le sue carte e di regalare un modellino in argento del progetto della Fontana all’avida cognata del papa. La donna, ammaliata e molto influente, convinse Innocenzo X a cambiare l’autore del progetto. Ovviamente Borromini non ne fu contento.
L’odio tra i due è così noto che ancora oggi viene diffusa quella falsa leggenda che vorrebbe che la personificazione del Rio della Plata della Fontana si stia nascondendo alla vista dell’ “abominevole” S.Agnese Agone del collega e avversario Borromini, che, fatalità, è proprio di fianco al complesso scultoreo. In realtà ciò risulterebbe leggermente impossibile, proprio perché i lavori alla chiesa iniziarono nel 1652, un anno dopo il completamento del monumento berniniano. Insomma, è solo una brutta serie di sfortunati eventi!
L’imponente apparato in travertino doveva essere una lode al potere del Pontificato: la religione cristiana era arrivata in ogni angolo del mondo fino a quel momento conosciuto. Bernini, però, decise di rappresentare i Continenti non con le solite personificazioni, bensì con le incarnazioni dell’Acqua. La scelta dell’elemento non è da circoscrivere unicamente alla funzione che doveva avere, quello di Fontana appunto, ma anche come elemento vitale e purificatore del credo cristiano. Fu così che le bellissime e tradizionali fanciulle furono sostituite da uomini possenti e muscolosi, ognuno a rappresentare uno dei fiumi più importanti della propria terra. A realizzarle, però, non fu lo stesso Bernini, bensì alcuni degli artisti che lavoravano nella sua bottega.
Gange di Poussin
Danubio di Raggi
Abbiamo così l’irrequieto Danubio per l’Europa, realizzato da Antonio Raggi, che si contorce per indicare lo stemma della famiglia papale; c’è poi il Gange (India) che regge in mano un remo, per la sua navigabilità, scolpito da Claude Poussin; il Nilo (Africa) ha il capo coperto in quanto ancora non si conosceva la posizione delle sue sorgenti e fu realizzato da Giacomo Antonio Facelli; finiamo poi con il Rio della Plata: quello che sembra un atto di disgusto è in realtà di sottomissione: l’America era appena stata convertita dal Vecchio Mondo, e sulle spalle ha una borsa piena di monete, probabilmente in argento, che dovrebbero richiamare il colore delle sue acque. A scolpirlo fu Francesco Baratta.
Le sculture sono state sistemate su uno scoglio, realizzato da Giovan Maria Fraschi, e che ha, al centro, uno scavo in cui è stato sistemato l’obelisco, in modo da renderlo più stabile: idea che sperimentò con successo Bernini in occasione della progettazione della Fontana del Tritone (1643). Questo monolite è una copia romana di un obelisco egizio che fu ritrovata nel 1647 nei pressi della Via Appia; esso doveva rappresentare come i quattro continenti fossero protetti dall’ombra della Santa Sede.
Nilo di Facelli
Rio della Plata di Baratta
A rendere ancora più stupefacente l’opera è la grande varietà di elementi vegetali e animali che si possono notare tra le crepe e le sporgenze della base. Numerosi animali marini e creature fantastiche si offrono all’osservatore più curioso e attento, piccolo esploratore di un’opera che gli permette di visitare il mondo. Ogni singolo pertugio offre qualcosa di meraviglioso e anche gli elementi vegetali non sono da meno: piccoli ecosistemi si muovono sotto un vento immaginario, impercettibile, ma in grado di muovere il freddo e tenace marmo.
Un piccolo spaccato di Natura si staglia in una delle piazze più importanti di quella che, già all’epoca era una metropoli. Immediatamente la città comprese come quella Fontana, sorta su un semplice abbeveratoio, non era una semplice opera pubblica, ma un vero e proprio capolavoro, tanto che nessuno ebbe il coraggio di ricordare al Bernini, durante l’inaugurazione, che c’era bisogno di acqua perché quella fosse una fontana a tutti gli effetti. Infatti, al momento in cui l’imponente complesso fu scoperto, la vasca era completamente vuota, un dettaglio importante e che all’artista, scenografo anche di teatro e amante delle trovate in grande stile tipicamente barocche, non poteva di certo essere sfuggito. Solo a fine della cerimonia, quando il papa se ne stava andando, ammaliato anche lui dalla meravigliosa creazione che aveva commissionato, Bernini diede il segnale e l’acqua iniziò a zampillare. Non dalle bocche delle creature marine o da piccoli tubi impiantati sullo scoglio, ma da sotto l’obelisco: l’acqua scendeva sul marmo come piccoli rigagnoli, bagnando la fredda terra e donandole nuova vita.
La palma mossa dal vento realizzata da Fraschi
Serpente di terra, dettaglio dello scoglio realizzato da Fraschi
Il successo fu ancora più grande e strabiliante.
Borromini non fu, di nuovo, felice! Fu così che, insieme ad altri artisti che non stimavano in particolar modo Bernini, memori delle battute che questo aveva fatto sulla complessità di rendere stabile l’enorme obelisco, sparsero la voce che presto tutta la struttura sarebbe caduta. Il nostro scultore napoletano si presentò, così, la mattina seguente con dei chiodi e delle corde sottilissime, le avvolse intorno all’obelisco e le attaccò alle case vicine, dicendo che così avrebbe retto più a lungo.
Ovviamente non furono realmente necessarie, anche perché erano terribilmente inutili, difatti l’obelisco con i suoi Quattro Fiumi si staglia ancora su Piazza Navona, in tutta la sua magnificenza.
Fonti:
– D. Pinton, Bernini. I percorsi dell’arte, ATS Italia Editore, 2009
Giovanni Anselmo ha creato un’opera controversa e pensata per poter essere posizionata al di fuori del mercato dell’arte con le sue regole e la sua estrema e continua musealizzazione. Ogni opera dell’artista gioca sulla potenza dell’energia e della sua capacità di essere attiva solo nel momento in cui la Vita è presente e palpitante.
La definizione di arte povera ce l’ha data Germano Celant, importante curatore e storico dell’arte, che purtroppo poco tempo fa ci ha lasciato. Era il 1967 e il termine da lui coniato nacque a seguito di una mostra avvenuta alla Bertesca di Genova, dove furono esposti gli artisti che poi divennero il primo nucleo di questo grande movimento italiano, ovvero Paolini, Fabro, Boetti, Prini, Kounellis e Pascali. Solo in seguito si uniranno alle fila del movimento anche gli altri nomi che si identificano sotto questa etichetta, come Merz di cui vi abbiamo parlato, Pistoletto, Calzolari, Zorio, Gilardi e Anselmo.
La loro volontaria regressione e questa ricerca di recupero degli archetipi primari e del reale primitivo avviene grazie alla sapiente ricerca sulla Natura, sulle sue forme e attraverso l’uso di ciò che essa poteva offrire. L’immedesimazione con la natura va di pari passo con la necessità di spogliarsi fisicamente e metaforicamente del troppo che negli anni si era accumulato: l’arte stava diventando ricca, serva del mercato e la società stessa, era manipolata dai mass media e dal boom economico che coinvolgeva l’Italia in quegli anni. Essi ricercavano “una vita, un lavoro, un’arte, una politica, un pensare, un agire poveri” in tutta la sua pienezza, vedendo nel ritorno alla materialità degli elementi, protagonisti indiscussi di questa corrente, l’unica soluzione possibile. L’arte non era solo un intrattenimento, ma un modo per fare la rivoluzione “uscire dal sistema vuol dire rivoluzione” e scardinare alla base il pensiero capitalista occidentale “rifiutando il mondo dei consumi”. Grazie all’uso degli elementi primari e ai messaggi che si volevano passare a chi guardava le opere, molte volte l’arte povera sconfinava nella pura arte concettuale e uno degli esempi può essere Giovanni Anselmo.
Artista nato nel 1934, dopo aver compiuti studi classici, intraprende la sua carriera artistica da autodidatta grazie alle sue doti intrinseche e si presenta per la prima volta alla galleria Sperone di Torino con due opere polimateriche. L’obiettivo principe della sua ricerca si basa sul concetto stesso di energia e sulle forze contrapposte, che si trovano a creare un equilibrio precario e instabile carico di significazione.
Celant descrive la sua filosofia come “più sottilmente ‘povera’ (…) gli oggetti vivono nel momento si essere composti e montati, non esistono come oggetti immutabili (…) non sono prodotti autonomi ma instabili, vivi, in rapporto al nostro vivere”. L’obiettivo finale è ragionare su concetti come invisibile, infinito e tutto, molte volte difatti queste parole sono evidenziate e presenti nei suoi lavori, ma essi sono spesso anche sottointesi grazie ad un gioco di azioni e reazioni presente nei lavori.
Respiro, G. Anselmo
Come anche Giuseppe Penone e Mario Merz si trova al limite tra arte e natura e molto spesso gli oggetti da lui utilizzati sono proprio prodotti della Terra oppure collegati ad essa che permettano di cogliere idee primarie ed essenziali, come Respiro dove una piccola spugna tra due sbarre detta il respiro, ovvero la distanza tra esse, ma allo stesso tempo compie l’atto stesso vivendo nel microscopico posto. Il piccolo elemento naturale tra i due artificiali detta la distanza e la sua vita è essenziale per dare significato all’opera e poter parlare di reale respiro, di espirazione ed inspirazione, così con la transizione da fisico a concettuale, si spazia e si comprende perché la spugna deve rimanere viva affinché l’opera abbia senso.
Il concetto di energia è rappresentato nella precarietà del momento.
Torsione, G. Anselmo
In Torsione per esempio gioca con la forza naturale presente anche nel titolo: un panno attorcigliato fino allo stremo è appoggiato ad una superficie in modo che la tensione non venga sciolta e di conseguenza l’opera d’arte continui ad esistere. Stessa precarietà, ma più effimera ancora è Scultura che mangia, in cui l’elemento naturale presente non può che completare il suo ciclo vitale e far crollare l’opera su sé stessa nel momento in cui esso smette di esistere. L’idea paradossale presente in questa scultura parte da un concetto reale e concreto, ovvero troviamo un’insalata che schiacciata in mezzo a due blocchi in pietra diventa vivo e fisico sostegno, ma che poi andando ad appassire si allontana dal concetto stesso di realtà. Il concettualismo che spunta nonostante la fisicità evidente e possente degli elementi, diventa chiaro messaggio della vita e della natura stessa. La scultura non deve essere qualcosa di osservato nel momento, non deve essere compresa solo con uno sguardo, sennò non ci sarebbe nessun pensiero oltre due semplici massi e un ceppo di insalata. Indagare l’opera significa immaginarla nel tempo e imparare dalla sua precarietà. Sappiamo che la sua esistenza non potrà che esserci per pochi giorni, difatti il cedere continuo della natura, il memento mori dell’appassimento fa andare oltre l’immortale momento della posa. Il nostro sguardo deve andare oltre ciò che vede, deve riconoscere la decadenza, l’impossibilità dell’eterna stasi e dell’infinito silenzio, deve sentire la tensione continua del momento. Dobbiamo vedere lo scorrere inesorabile del tempo, soffermarci a capire che non si può comprendere tutto ad un primo sguardo.
Scultura che mangia, G. Anselmo
L’ultimo dubbio che sorge spontaneo è qualcosa di più tecnico, più legato alla musealizzazione dell’opera stessa. Come questa e tante altre grandi opere da Marcel Duchamp come iniziatore in poi, l’andare contro un sistema dell’arte visto come corrotto e come pura mercificazione, porta loro a creare delle opere impossibili da vendere. Come puoi vendere qualcosa che non durerà? Il museo deve relegarlo a pura foto, video, oppure deve cambiare sempre l’insalata perché sia possibile la visione anche ai posteri? La risposta chiara è che gli enti continuano a nutrire la scultura cambiando continuamente il ceppo di insalata, ma siamo sicuri sia la cosa giusta da fare? Purtroppo da eterna romantica, vedo l’arte come qualcosa di impossibile da mercificare, come si può quantificare in denaro un’idea, un progetto? Una volta morta l’opera, tale dovrebbe rimanere, ma mi rendo conto che il mercato dell’arte corre più veloce di me e gli introiti molte volte sono più importanti della genialità stessa. Andando contro il volere degli artisti che andavano contro il mercato, sono riusciti a musealizzare e rendere parte del sistema opere che volevano posizionarsi fuori da esso: dai graffiti, alle opere dell’arte povera, fino ad arrivare a tutti i lavori per loro natura effimeri (basti pensare alla banana di Cattelan), eppure sono lì vendute a prezzi esorbitanti. Il sistema nonostante tutto ha vinto, oppure tutte queste grandi beffe hanno raggiunto il loro scopo di contestare questo accanimento nell’esposizione? Ragionando al contrario, l’obbligo al continuo controllo, al continuo ricreare non rende in qualche modo impossibile la musealizzazione eterna?
Ogni opera d’arte nasce in un preciso contesto storico e artistico, un aspetto che influisce su di essa e che non può essere ignorato. Guardare il passato con gli occhi del presente è il modo migliore per iniziare solo atti di censura ingiustificati.
“Anche in questa battaglia, come in tutto nella vita, è importante trovare un equilibrio”. La premessa di Alessandro Masala, in arte Shy sul suo canale YouTube “Breaking Italy”, detta durante uno dei suoi ultimi video, è di fondamentale importanza per ragionare su quello che da un mese a questa parte sta accadendo attorno a noi.
Dalla morte di George Floyd e dal successivo movimento nato sotto il nome di Black Lives Matter (BLM) si è instaurata nella mente di molti giovani l’idea di una rivoluzione non solo a livello sociale, ma anche a livello artistico. Si è messo in moto un’azione collettiva di imbrattamento e distruzioni di opere d’arte, monumenti, film e serie tv in particolare, con l’obiettivo di eliminare e difendere la nuova società dal razzismo. Intorno a noi cresce sempre di più un senso di vendetta verso una storia fatta di oppressione e dittatura. Improvvisamente un’opera d’arte diventa dato storico. Personaggi storici come Kosciuszko non rimangono più personaggi monumentali che notiamo di sfuggita durante una passeggiata in piazza, si trasformano in personaggi storici, negativi soprattutto. Ci soffermiamo, iniziamo ad analizzarli e da passanti qualsiasi diventiamo spettatori di queste opere. Fin qui sembrerebbe tutto molto bello, si realizzerebbe uno dei sogni dell’arte: essere osservata ed apprezzata. Qui entra quello che Masala ha detto: “trovare un equilibrio”. E dove sta questo equilibrio nella BLM, oppure, meglio ancora, è presente questo equilibrio in questa nuova battaglia storico-artistica? Imbrattare i monumenti con la vernice-spray o mettere delle avvertenze prima di una proiezione mostrano una lacuna, quell’assenza appunto di equilibrio. Ciò che manca in queste azioni è la contestualizzazione storica, anzi, proprio il fatto che questa manchi nell’ideologia fa sì che si arrivi a risultati del genere. Queste persone non riescono ad immedesimarsi nel periodo storico nel quale una certa opera è stata pensata e poi realizzata. L’opera sembra non avere un passato, quasi come se il tempo per essa non esistesse) ma questo ovviamente è ridicolo e la natura fisica ce lo dimostra sempre: i palazzi iniziano a creparsi, le pellicole a deteriorarsi, le pagine dei libri ad ingiallirsi. Sono questi piccoli dettagli che danno tempo alle opere, le conferiscono un passato, quindi una storia. Si tratta di un movimento pensato con la pancia e non con la testa. Ci si ferma a giudicare senza pensare: perché questo schiavista è stato messo come monumento in quell’epoca, come mai il cinema degli anni Trenta usufruiva della tecnica della Blackface, in film come “La nascita di una nazione” di G.W.Griffith e con attori come Al Johnson e Bing Crosby? Non c’è contestualizzazione e questa assenza fa sì che questa nuova morale sia giusta, poiché tenta di difendere la società dal razzismo sfrenato.
Esempio di blackface (The jazz singer, Alan Crosland, 1927)
Ma è veramente giusta, anche senza la presenza di una base storica? Assolutamente no. Non solo è ingiusta, ma è anche assurda e immorale. Se diamo un valore storico alle opere d’arte allora bisogna comprendere l’importanza che tali cose ci offrono. La storia non deve essere studiata e compresa solamente come valore culturale e intellettuale. Noi la studiamo soprattutto per una questione morale, cerchiamo di capire come agire e cosa evitare per creare un futuro migliore. Questi valori intrinsechi nelle opere rendono le stesse ancora più giustificate a rimanere salde ed essere analizzate. Il regista Spike Lee, per esempio, nelle sue lezioni fa vedere film come quelli sopra citati. Egli cerca di insegnare ai suoi studenti il valore dietro un’opera, che contenga momenti razzisti o meno, o che abbia alle spalle una storia atroce o pacifica. L’equilibrio manca e queste persone sono talmente prese e accecate da questo buonismo che neanche si rendono conto del torto che stanno facendo, non solo all’arte, non solo alla società, ma anche a loro stessi. “Noi non siamo che copertine di libri, il cui solo significato è proteggerli dalla polvere.” scriveva Ray Bradbury nel suo libro “Fahrenheit 451” parlando di una società distopica in cui leggere o possedere libri era considerato reato. Qualsiasi cosa, anche al di fuori dell’arte, contiene delle tracce storiche.
statua di Winston Churchill imbrattata
I nazisti bruciavano tutti i libri di ideologie opposte, la dittatura di Videla in Argentina eliminava tutti i libri e pubblicazioni sulla psicanalisi e sul partito comunista. Questi sono puri atti di censura, ovvero eliminare o tagliare quanto non ritenuto conforme a criteri particolari di sicurezza o moralità. Lo stesso lo stiamo vedendo in queste settimane. Imbrattare, distruggere e oscurare sono pratiche di oppressione verso l’arte, verso la storia, quindi verso la nostra conoscenza. Eliminare dati storici non significa eliminare il passato, quello rimane fisso e non potrà essere modificato. Il presente non è altro che il risultato di un tempo già trascorso. Noi siamo in un certo modo proprio per quello che c’è stato prima, nel bene e nel male. Tentare di eliminare ciò che sta alle nostre spalle significa perdere identità e non dare un senso a quello che ci ritroviamo davanti, ovvero il futuro. Quello che bisogna fare è pensare prima di agire e parlare dopo aver saputo. Se non lo si fa allora il caos e l’ipocrisia regnano nelle nostre menti e nelle nostre azioni. Infine, quello di cui molti di loro non si rendono conto è che l’uomo è malvagio, la storia ce lo dice continuamente parlandoci di guerre, di schiavismo, di torture e molto altro. Se dovessimo usare questa nuova morale, la quale tenta di definirsi l’unica giusta, considerando le altre come atti di violenza (oserei chiamarla dittatura morale a questo punto), allora tre quarti delle opere d’arte dovrebbero essere distrutte o al massimo censurate. Prendiamo solo il caso italiano, per esempio. La lista si farebbe lunga ed estenuante: Colosseo, Città del Vaticano, tutta l’architettura fascista (Forlì dovremmo bombardarla) ecc… E’ pura follia mischiata ad una buona dose di ignoranza. Siamo arrivati ad una situazione davvero stramba. Persino una serie leggera e comica come “Scrubs” si ritrova contro di sé molte dita puntate per alcuni dettagli inseriti appunto per ridicolizzare certi usi e costumi del passato.
episodio cancellato di Scrubs a causa della Blackface
La storia ci ispira e ci deve insegnare. Non ha senso giudicare un’opera d’arte, bensì il soggetto raffigurato nell’opera. Noi esseri umani abbiamo bisogno dell’arte, sia perché dobbiamo godere di qualcosa al di fuori della Natura, sia perché è il motore della nostra coscienza, sia collettiva che individuale.
Emilio Isgrò è uno dei più importanti esponenti dell’arte italiana contemporanea. Non solo lavora come artista visivo, ma anche poeta e scrittore. Viene ricordato per le sue cancellature, che non vogliono solo eliminare, ma anche mettere in risalto.
Emilio Isgrò, classe 1937, viene spesso purtroppo dimenticato sui libri di storia dell’arte e mi sono sempre chiesta il perché. Non è troppo contemporaneo, da non poterlo storicizzare, ma è un personaggio complesso, difficile da collocare all’interno di annate e di specifici movimenti. Credo che la sfumatura artistica che più si associa al suo modo di fare arte sia sicuramente il posizionarlo all’interno delle fila dell’arte concettuale, in quanto la sua arte prima di rispecchiare la sua bravura e le sue doti, mostra le idee e appunto i concetti che egli stesso vuole passare.
La carriera artistica di Isgrò si dipana attraverso un lungo viaggio fatto di lettere e parole. Fin da subito la sua poetica artistica si distingue da ciò che da sempre siamo abituati a vedere, bellissime tele dipinte, che lui non rinnega, ma in qualche modo sente la necessità di superare. Michele Bonuomo nel catalogo della mostra Mediterranee ragiona su come Isgrò sia molto vicino a Fontana e alla sua filosofia artistica. Entrambi attraverso la radicalità delle loro azioni, parlano di pittura e di come essa venga continuata ad usare in arte, ma in senso opposto, con un nuovo linguaggio ed un nuovo codice, cosa che lo stesso artista afferma: “Dai dieci ai ventiquattro anni ho parlato con le parole di Piero della Francesca e di Ludovico Ariosto, di Andrea Mantegna e di Giacomo Leopardi, di Paolo Uccello e di Gabriello Chiabrera. Ma non volevo dire ciò che essi dicevano: volevo dire cose opposte e lontane”. Potrebbe sembrare paradossale come la pittura possa essere la protagonista, ma questo è necessario da comprendere per proseguire il viaggio nella sua poetica. L’artistica cancellatura non avviene solo nera, come depennamento necessario e obbligatorio, ma porta con sé storie e caratteristiche. I colori possono cambiare, molte volte attraverso uso di tinte diverse le cancellature formano disegni, come piccoli tasselli di un grande mosaico, ci raccontano ciò che le parole ormai illeggibili volevano narrare. Ecco quindi le sue cancellature prendere vita: diventano la coda di Moby Dick nel famoso libro di Melville oppure diventano lente di ingrandimento su parole o codici lontani nel tempo e nello spazio.
Perché però proprio la cancellatura, cosa rappresenta per Isgrò?
“La cancellatura è come lo zero in matematica, chiamato a formare, da solo, tutti i numeri e tutti i valori”, è tutto e niente, è l’inizio e la fine, che nasconde qualunque cosa dentro di sé. Siamo abituati nell’arte contemporanea a vedere e parlare di nascondere, primo fra tutti l’aveva pensato Man Ray con il suo Enigma di Isidore Ducasse e da lì una lunga catena di artisti si sono buttati a capofitto in questa ricerca. Piero Manzoni, come Man Ray, crea mistero e curiosità: cosa ci sarà veramente dentro i barattoli della Merda d’artista? Cosa si nasconde sotto la pesante coperta dell’Enigma sopracitato? Non sappiamo la verità, ci intriga l’opera, sfiora le nostre corde più interne, eppure la lasciamo lì, per sempre celata, per sempre misteriosa. Altra questione invece sono le impacchettature di Christo da poco scomparso: celare è sinonimo di mostrare, obbliga a guardare qualcosa che diamo per scontato, porta a soffermarsi ad ammirare quel telo che racchiude ciò che crediamo di conoscere, ma in realtà ignoriamo.
Man Ray, L’enigma di Isidore DucasseP. Manzoni, Merda d’artistaChristo, impacchettamento del Reichstag
Isgrò possiamo definirlo una via di mezzo: vuole stuzzicare la curiosità, ma allo stesso tempo rivela qualcosa, non lascia che le sue cancellature anneriscano ogni parola, quelle essenziali, quelle importanti rimangono visibile e aiutano nella comprensione. Ovviamente la curiosità umana porta a chiedersi che parole ci siano sotto quel nero, ma rimane appagata nel vedere quello che l’artista vuole mostrarci.
“Chi non sa leggere le parole è messo nella condizione di non pensare (…) È dalla parola che sgorga il pensiero. Non è la parola che nasce dal pensiero. È il pensiero che nasce da un buon uso, corretto, delle parole”; riportare lo sguardo dello spettatore sull’essenzialità è ritornare a lui anche la capacità di pensare, di ragionare sui significati e sull’importanza dei vocaboli, che solo se utilizzati nei giusti modi possono portare all’elaborazione corretta e reale di un concetto. Come illuminazioni, le sue idee diventano geniali pezzi di storia, poiché nessun testo è cancellato senza un reale studio di esso ed un concreto ragionamento, che viene esemplificato attraverso l’annerimento, che porta alla luce, appunto, l’essenziale.
Negli anni Settanta, gli anni del boom economico, in cui la cultura americana e anglosassone si prendeva il suo pezzo di mondo e di influenza globale, Isgrò cancella la Treccani, la più grande enciclopedia italiana. La decisione di cancellare proprio la quest’opera del sapere deriva dalla voglia di preservare il mondo europeo, i suoi valori, le sue conoscenze mettendo in evidenza i grandi colossi del vecchio continente impossibili da dimenticare. Quindi ecco che tra le rosse cancellature leggiamo nomi importanti dell’Europa come Dante Alighieri o Giacomo Leopardi e le virgole, salvate dall’eliminazione. Le virgole riportate anche nell’ultima mostra del 2019 a Venezia, considerate importanti quanto i nomi, servono a conservare, a permettere di fissare nella mente le parole importanti, prendere il respiro tra un vocabolo e l’altro, riflettendo su cosa si è appena letto. Le cancellature, di conseguenza, servono a riflettere sul passato e ciò che il futuro ci riserva: per proseguire nell’innovazione bisogna per forza cancellare qualcosa di precedente, per poter conservare le cose realmente importanti, i fatti militari, le circostanze del nostro passato impossibili da dimenticare bisogna eliminare il superfluo. Solo facendo una cernita della storia, l’evoluzione può continuare. è necessario conservare solo i fatti essenziali e importanti per poter creare la novità.
A tutto questo servono le cancellature, su importanti libri, che tutti noi abbiamo letto: da I promessi sposi manzoniani a Moby dick di Melville, sino alla Divina Commedia. Questi tomi conosciuti da tutti, sono stati cancellati da Isgrò, che salva parole o crea disegni attraverso vari colori, per rendere esplicito tutto ciò che in questi libri a parole, attraverso lunghi concetti, è spiegato. Ricordiamoci infatti, che cancellare, non è solo celare e nascondere, ma è anche rendere visibile: cancellare è un’operazione di sottrazione, non è rendere inesistente, perché il gesto stesso esplicita l’esistenza.
I promessi sposi è stato scelto perché Manzoni è uno degli autori essenziali da leggere per conoscere la cultura italiana, ed è così che solo tre parole significative riassumono il discorso dell’Innominato “dio, io, Dio”, mentre per la monaca di Monza a raccontare la sua doppia natura ci pensano due anime disegnate dall’artista sulle pagine, una bianca e una nera. «Cancellandola – spiega Isgrò – mi sono accorto di come la scrittura manzoniana sia quanto di più potente e sorgivo abbia offerto la nostra letteratura dopo Dante. Giacché in Manzoni anche la cultura si fa natura».
La Natura, che da sempre si scontra con la cultura, rendono a mio parere Isgrò più vicino all’arte concettuale rispetto ad altri movimenti (come per esempio la poesia visiva a cui molte volte si è affiancato). Oltre alle cancellature difatti in molte opere la Natura prende il sopravvento, e così troviamo api e formiche, che laboriosamente nascondono alcune parole o lettere. Le api, impollinatrici e le formiche, piccole creature facilmente schiacciabili rappresentano la cultura come essere vivente e naturale. Sempre in movimento e in evoluzione, molto semplicemente per sbadataggine o voglia di eliminare, viene schiacciata e dimenticata, come per esempio cercarono di fare i nazisti. Gliinsetti così rappresentati mostrano come l’uomo sia piccolo di fronte al tempo, non solo al suo scorrere, ma al suo continuo evolversi, morire, rinascere e quanto dobbiamo in qualche maniera contenere l’Hybris delle tragedie greche, ovvero l’arroganza, la tracotanza con cui ci presentiamo, artista compreso, di fronte all’immensità del tempo e della Terra. Con autoironia addita tutti. Forse non siamo così distanti da quei piccoli insetti, che costantemente creano e vivono cercando di vedere quell’immagine più grande così sfocata e complessa, che tutti noi ricerchiamo.
Fonti:
– Michele Bonuomo, Emilio Isgrò uomo di parola, in “Emilio Isgrò”, catalogo dell’opera Mediterranee. Lettere dal mare, Ed. Editalia, Roma, 2014.
In questi giorni abbiamo deciso di parlare di censura, un tema caldissimo, soprattutto in questi ultimi giorni. Di atti di censura ne è piena la storia, soprattutto nei momenti in cui si sono vissuti cambi di governo e di religione, oppure durante i totalitarismi (di cui vi abbiamo parlato in questo articolo). Quando le cose cambiano sembra necessario cancellare qualcosa per andare avanti, ma è veramente così? E’ veramente necessario fare tabula rasa di quello che è successo prima, come si sta chiedendo ora a grande voce?Ma soprattutto è giusto dimenticare?
Non vi voglio parlare dell’equilibrio tra giustizia storica e vera e propria caccia alle streghe, ma raccontarvi di dati allarmanti e vicini a noi che dimostrano come mai il mondo abbia bisogno di ricordare. Per farlo voglio partire da un’opera letteraria, un grande classico della letteratura distopica: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.
In questo mondo angosciante, sono stati distrutti tutti i libri, il motivo sembra assurdo ma allo stesso tempo sensato: togliere dalla circolazione tutte quelle idee che possono causare discordiae discriminazione. Ovviamente, cancellando qualsiasi libro con idee moralmente e socialmente pericolose si è innescato un processo che ha portato al rogo di anche quelle opere che, invece, parlano di amore e uguaglianza. Come puoi conoscere il nero senza il bianco? La luce senza il buio? Tutto, così, è stato cancellato.
Quello che si viene a creare è effettivamente una società che vive in un’apparente armonia, spaventata unicamente dalla possibilità che il malessere dei pochi libri sopravvissuti possa arrivare a toccarli, ma le giornate sono vuote, riempite dagli auricolari, dagli schermi sulle pareti, dalle pillole e dalla velocità. Tutti elementi che portano alla lenta e inesorabile decadenza dell’essere umano, che tenta, senza rendersene conto, di trovare la morte.
In qualche modo ci tranquillizziamo dicendo che è qualcosa di impossibile, un’esagerazione per farci apprezzare di più il mondo dei libri e la cultura. Ci vogliamo nascondere dietro alla scusa che quello è un romanzo e la realtà è un’altra cosa, ma quello che è raccontato in un libro del 1953 esiste già, quella vita vuota è un male che si è già insinuato tra di noi e ha un nome che mette un po’ di ansia: trasmissione intergenerazionale del trauma.
È una condizione genetica che è stata studiata grazie alla collaborazione di psichiatrici ed epigenetici, ovvero scienziati che si occupano dello studio della mutazione di geni avvenute senza una trasmissione da parte dei genitori.
Come è possibile? Ci hanno sempre spiegato che il nostro DNA è composto da metà del corredo genetico del padre e metà della madre e che le mutazioni che possiamo presentare sono già presenti e individuabili all’interno della loro struttura genetica, come è possibile, quindi, che il nostro patrimonio muti senza un motivo? Gli studi che hanno riconosciuto questa patologia, invece, hanno dimostrato che il DNA registra nel caso in cui un individuo viva all’interno di un ambiente ostile, stressante e pericoloso e trasmetterà queste informazioni attraverso delle mutazioni, appunto, agli eredi, che saranno più sensibili ad attacchi di panico, stress e, nei casi più gravi, presenteranno i sintomi da stress post traumatico. Come per il protagonista del romanzo di Bradbury, sarà la memoria ad aiutarli, quella tramandata dai genitori e/o dalla stessa società. Verrà dato loro tutto ciò che permetterà di spiegare e comprendere il proprio malessere, riuscendo a descriverlo, ma soprattutto arriveranno a rendersi conto di non essere i soli a portare il fardello pesante della storia.
monumento di Stalin abbattuto in Ucraina, atto che si inserisce all’interno di una politica di decomunismoabbattimento della statua di Cristofero Colombo durante le proteste in America
Se, invece, ciò non succede sono poche le possibilità che quelle persone, quei bambini, riescano a vivere una vita serena e completa. Quel continuo disagio li porterà ad isolarsi, a comportamenti pericolosi, fino a tentare il suicidio, magari riuscendoci. E’ quello che i report dello studio hanno dimostrato accadere nelle cosiddette Terre di Sangue, ovvero i territori dell’Est Europa che furono il teatro di numerosi stragi naziste, in cui vige il totale silenzio sull’ultimo conflitto mondiale o nelle comunità afro-americane che non accettano e tacciono il loro passato di schiavi. Quell’ostinato silenzio ha portato i ragazzi che hanno ereditato gli effetti della vita difficile dei loro avi, fatta di campi di cotone, di abusi, di centri di morte nazisti e di violenza, a non capire perché loro si sentissero diversi, più pensanti, più sensibili a una società in cui ancora vige la legge del più forte. Ragazzi e giovani uomini che hanno aumentato le percentuali di suicidio di quelle zone, rendendole ancora portatrici di morte.
Non si sa ancora quando questa mutazione scomparirà, gli effetti dei soprusi del passato sembrano trascinarsi per lungo tempo, quindi è impossibile calcolare quante saranno ancora le loro vittime, ma di certo abbattere la statua di Colombo, di Jefferson o di chiunque altro accusandolo di schiavismo, di razzismo o di altre bellissime parole che finiscono in ismo e chiedendo che la storia sia riscritta non è una buona cosa. Se finiamo a nascondere lo schifo del passato a favore di una narrazione totally friendly per chiunque, a parte perdere tutto il nostro bagaglio culturale, in quanto, raramente, la storia non ha avuto spargimenti di sangue, schiavi, nemici e conquistatori, non ci sarà più nessun modo per dare a quei ragazzi la possibilità di sentirsi meglio. Daremmo ai nostri figli il peso di un passato che non sanno esistere, ma soprattutto non avranno più le loro radici, perché cancellando il male, come già detto, bisognerebbe cancellare il bene.
una scena di ‘Via col vento’, accusato di essere razzista per il modo in Rossella/Scarlett tratta MamyHattie McDaniel, l’attrice che interpretò Mamy, vinse l’Oscar nel 1940
Mettere in un cassetto Via col vento per razzismo vuol dire dimenticare che fu grazie a quel film che la prima donna di colore, Hattie McDaniel, vinse l’Oscar. Ne vale la pena, quindi? Certo, aggiungere una sottospecie di breve premessa prima della pellicola, che raggiungerebbe, così, la durata pari all’eternità, potrebbe essere una soluzione, in modo che tutti, anche chi non conosce la storia Americana o del film stesso possa comprenderlo a pieno e con l’ottica del passato. Ma cosa bisogna dire per non offendere o creare altri problemi di comprensione?
Perché è questo che molto spesso facciamo: condanniamo il passato guardandolo con gli occhi del presente. Consideriamo i vichinghi un popolo barbaro, gli egiziani, come i romani, dei depravati, le tribù africane prive di una cultura, quando in realtà il saccheggio e la conquista erano un’attività normale, l’incesto era una pratica comune per le famiglie reali per evitare che il trono fosse instabile e che la pedofilia era una naturale conseguenza di un’aspettativa di vita bassissima, soprattutto per le donne, e che la civilizzazione, come la intendiamo noi, tendente alla globalizzazione, non poteva avvenire in territori dove le popolazioni vivevano tendenzialmente isolate a causa della scarsità delle risorse. È difficile entrare nella mentalità dei popoli del passato, ma renderci conto che non sono come noi è fondamentale, che la cultura e la società è cambiata e che dal passato bisogna solo prendere degli insegnamenti.
Penso che noi italiani questo lo abbiamo imparato molto bene: nella docuserie americana I gerarchi di Hitler vi è una puntata dedicata a Mussolini e al suo ruolo nella salita al potere di Hitler, il presentatore e i tre esperti presenti nel programma continuarono a chiedersi come fosse possibile che noi italiani continuassimo a girare per le nostre città senza rimanere sconvolti alla vista dei fasci, dei monumenti inneggianti al nostro dittatore, a vivere sapendo che le nostre stazioni e le nostre università fossero elogi di colui che ha ispirato i più grandi mostri della storia. La risposta è arrivata dall’ex sindaco di Predappio, Giorgio Frassinetti, che vinse nel 2016 il premio per la Memoria dell’Olocausto: la sedia e il tavolo con i fasci dove lui si sedeva ogni giorno per lavorare avevano assaggiato il peso dello stesso Mussolini, buttare tutto sarebbe stato facile, ma avrebbe significato anche dimenticare, fingere, che non fosse successo nulla, invece averli lì sotto gli occhi lo spinsero a fare meglio, a lavorare pensando a come rendere quella città un luogo migliore e di lotta al fascismo.
Palazzo della Civiltà Italiana realizzato durante il ventennio fascista e che doveva essere il centro di un nuovo quartiere romano
È vero i nostalgici ci sono, ma quell’obelisco e quel teatro a Roma, quella tomba in un piccolo paesino romagnolo, quei palazzi pesanti, squadrati e bianchi sparsi per la nostra Penisola ricordano a noi e alle generazioni future che l’Italia ha avuto un periodo nero, nerissimo, si è macchiata di crimini orrendi, ma ne siamo usciti con dolore, onore, coraggio e lacerati, seguendo i nostri ideali e l’amore per la Patria e per la famiglia. La nostra è una memoria viva, noi, con il nostro passato, non abbiamo fatto a botte ma abbiamo stretto un patto: ci prendiamo dei cialtroni, dei voltafaccia, degli eterni indecisi, ma la nostra storia la portiamo con sulle nostre spalle con dignità, perché quanto è bello sentire “Sì, l’Università di Padova era considerata il baluardo fascista nel Nord, ma è la stessa che ha avuto la Medaglia all’Onor Militare in quanto principale centro della Resistenza” oppure “Mia madre ospitava i Nazisti in casa, ma sotto, in cantina, nascondeva degli ebrei”.
Noi lo sappiamo che la storia è fatta di infinite sfumature di grigio, se noi ci fermiamo al nero allora è la fine. Guardiamo quelle gradazioni, impariamo da loro e raccontiamole ai nostri figli, noi che sappiamo gli errori, ma anche le vittorie, del nostro passato. Invogliamo i nostri nonni e genitori a raccontare la loro, la nostra, storia, ascoltiamoli e impariamo. Giriamo per le nostre strade guardando i monumenti e raccontiamo che quelli sono uomini che hanno fatto grandi cose, ma anche terribili, che noi non possiamo giudicare ma dobbiamo capire e comprendere che erano momenti diversi. Non giustificarli, ma chiederci cosa avremmo fatto al loro posto, cosa possiamo fare ora.
Cancellare, censurare, mutilare non è mai la soluzione giusta!
La censura è il frutto del paradosso della democrazia: in un mondo in cui esiste la libertà di parola chi decide cosa si può dire e cosa no? Chi ha il potere di giudicare o di fermare una libera espressione? E se questo atto fosse frutto di un’interpretazione errata? Se la censura portasse alla stigmatizzazione degli artisti? Tante domande che il 1985 furono poste al Senato degli Stati Uniti d’America.
Gli anni ’70 furono l’inizio della rivoluzione musicale. Il pubblico giovane, con idee rivoluzionarie rispetto a quelle dei propri padri, disilluso da un mondo che non stava cambiando, non riusciva più a trovare nella musica imbellettata in eleganti vinili e in rigide performance televisive una sua rappresentazione. Fu così che in polverosi garages cominciò a formarsi una nuova sonorità, denominata inizialmente garage rock, che prevede una struttura musicale più essenziale, brani più brevi e testi violenti e ribelli, che non temono di affrontare ogni tipo di argomento. La critica ne rimase affascinata e vide nei Ramones, nei Sex Pistols¸ nei The Who e in Iggy Pop la prima ondata di un nuovo genere che stava finalmente dando voce alle nuove generazioni. Fu così che il punk rock cominciò ad arrivare nelle case di un pubblico sempre più ampio, ma soprattutto ruppe le ultime regole della musica, permettendo ai successivi anni ’80 di essere una delle decadi più importanti della storia musicale.
Blitzkrieg Bop (1975) dei Ramones è considerato il primo brano punk rock
In meno di dieci anni si svilupparono numerosi generi di derivazione rock grazie all’emergere di gruppi come i Metallica, U2, i Guns’N’Roses e gli AC/DC, e post-punk, con nomi come David Bowie e Madonna (anche se la cantante non ha mai voluto riconoscersi all’interno di un solo genere). Il panorama artistico musicale offriva sul mercato una selezione ampissima, dai toni sempre più espliciti e irriverenti, che portò a un primo scialbo intervento da parte dei consumatori. Nel 1984, la Parent-Teachers Association cercò di convincere l’Associazione nazionale dei Discografici (R.I.A.A.) a porre delle avvertenze sul contenuto dei dischi, in modo che i genitori fossero sicuri di comprare materiale adatto ai figli.
La performance di Darling Nikki all’interno del film Purple Rain (1984)
La lettera sarebbe caduta velocemente nel dimenticatoio se, pochi mesi più tardi, non si fosse alzata una nuova ondata di protesta, la quale aveva il volto di Mary Elizabeth ‘Tipper’ Gore, moglie di Al Gore all’epoca Governatore di Washington e, successivamente, Vicepresidente degli Stati Uniti d’America. La donna aveva acquistato alla figlia di circa dieci anni il brano Darling Nikki di Prince, facente parte della colonna sonora del film Purple Rain (vietato ai minori di 14 anni) ed era rimasta sconvolta sentendo che il pezzo parlava apertamente di masturbazione e ninfomania. Lo stato di incredulità della donna crebbe ulteriormente quando scoprì che MTV mandava in onda, senza nessun limite orario, video musicali violenti e con un’elevata carica sessuale, come Rock You Like a Hurricane degli Scorpions.
Come ogni brava donna americana creò, quindi, un comitato, il Parent Music Resource Center (P.M.R.C.) a cui aderirono Susan Baker, Sally Nevils e Pam Hawer, rispettivamente la moglie del futuro Segretario di Stato, del sindaco di Washington e di uno degli agenti immobiliari più influenti della capitale americana. Le quattro donne scrissero una nuova lettera indirizzata a diciannove delle più importanti case discografiche, chiedendo collaborazione per evitare che i bambini fossero esposti a tale scempio. Allegata alla missiva vi era la lista dei Filthy Fifteen (Sporchi Quindici) in cui comparivano i primi brani che, secondo la loro lettura, spacciata per verità assoluta ma, in realtà, facente parte della loro libera interpretazione, dovevano presentare la famosa avvertenza.
Prima, però, che questi sigilli fossero posti sulle copertine dei dischi ci fu un’audizione in Senato, che avvenne il 19 settembre del 1985. A controbattere al P.M.R.C. si recarono Dee Snider, frontman dei Twisted Sister, John Denver e Frank Zappa. Quest’ultimo fu il primo a parlare, presentando un discorso che andava a snocciolare ogni aspetto della questione: la musica è libera espressione dell’artista, che mette le sue parole e la sua voce a disposizione di chiunque voglia ascoltare il messaggio. Quello che il neonato comitato voleva fare era bloccare questa libertà espressiva e, anche se le donne non avevano imposto nessun tipo di censura diretta, la loro iniziativa avrebbe portato, indirettamente, alla creazione di regole per impedire che i dischi fossero in qualche modo penalizzati all’interno del mercato . La soluzione migliore: comprare album diversi alla prole, invece di impedire la creazione artistica.
John Denver portò all’attenzione del Senato il grande problema dell’interpretazione. Come già detto le donne avevano condannato dei testi in base alla loro personale lettura e nel mirino era finita anche Rocky Mountain High, del cantante stesso appunto, in quanto pensavano si trattasse di un brano che inneggiava l’utilizzo della droga. Stessa cosa era accaduta ai Twisted Sister, veri e propri capri espiatori del P.M.R.C., che avevano visto togliere dalle rotazioni radiofoniche Under the Blade letta da Tipper e dalle sue amiche come una canzone dedicata alla violenza, allo stupro e al sadomasochismo, quando in realtà parlava delle paure insite in ognuno di noi. La band, poi, era stata presa di mira anche per una maglietta recante il loro nome e, sotto ad esso, l’immagine di una donna ammanettata, facente parte, però, di un merchandising che non era mai stato autorizzato dal gruppo, il quale in quel momento stava cercando di bloccare la diffusione. Purtroppo, però, le voci messe in giro dal comitato sui Twisted era paragonabili a una vera e propria campagna diffamatoria, che aveva portato al crollo delle vendite dei loro album.
Live Under the Blade dei Twister Sister (1982)
Purtroppo non sappiamo come andò la delibera del Senato, perché la R.I.A.A., trovandosi con l’acqua alla gola a causa della situazione complessa in cui versava, scelse la via dell’accordo: avrebbe utilizzato il sigillo di avvertenza, ma a propria discrezione. Fu l’inizio di un vero e proprio collasso delle vendite per numerosi artisti che, dovendo per forza porre il sigillo, non erano più distribuiti all’interno di alcune grandi catene di negozi che si rivolgevano in particolare alle famiglie, se non proponendo versioni tagliate. Inoltre il P.M.R.C. segnalava in modo zelante ogni singola mancanza dei discografici, sollecitando l’utilizzo dell’avvertenza anche in casi assurdi come quello di G-Spot Tornado. Il brano, completamente strumentale, come tutto l’album (Jazz from Hell del 1986) di Zappa, fu accusato di alludere al punto G e alla vagina. Non è assolutamente illogico pensare che fosse un modo per vendicarsi contro colui che più aspramente attaccò il comitato.
G-Spot Tornado in uno degli ultimi concerti di Zappa nel 1992
Questa soluzione portò a numerose proteste, da quelle clamorose come i Rage Agaist The Machine che salirono imbavagliati e nudi sul palco, a quelle più simpatiche e irriverenti, come l’etichetta d’avvertenza utilizzata dai Metallica per Master of Puppets. Le etichette utilizzate in questo primo periodo furono molto fantasiose e piuttosto allusive, obbligando, così, la creazione del famoso rettangolino che ancora oggi vediamo su alcuni CD. Questo piccolo logo è l’unica eredità del P.M.R.C. che, sconfitto dai cantanti che non rinunciarono a testi espliciti e dai ragazzini che continuarono ad apprezzare questo nuovo genere di musica, si sciolse negli anni ‘90.
Il parental advisor dei Metallica in Master of Puppets
La musica aveva vinto e la censura…be’ perse miseramente. Ne fu la dimostrazione la campagna elettorale di Al Gore: la moglie, Tipper, la stessa fondatrice del comitato, contattò numerosi gruppi e cantanti per un concerto per raccogliere fondi. A rispondere ci furono i R.E.M. e i Grateful Dead, gruppi che, se fossero esistiti all’alba del P.M.R.C., sarebbero stati demonizzati dalla stessa donna che, in quel momento, li stava ingaggiando.
“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.
di Jessica Colaianni
Queste parole sono scritte nero su bianco nell’articolo 33 della Costituzione Italiana e rappresentano una delle tante conquiste ottenute grazie all’avvento della democrazia. Al termine della Seconda guerra mondiale e del regime fascista, l’Italia sente il bisogno di ripartire e scandisce principi, diritti e libertà attraverso la carta costituzionale, entrata in vigore il primo gennaio del 1948. Nell’articolo 33 viene riconosciuta da parte dello Stato la libertà di espressione artistica, oltre a quella della scienza e va richiamato in questo senso anche l’articolo 9, dove la Repubblica si prende carico di conservare e valorizzare la cultura. Questa è solo una delle tante libertà riconosciute per legge e non va data per scontata, poiché negli anni precedenti alla nascita della Repubblica Italiana e dell’avvento della democrazia, il nostro paese viveva sotto un regime accentrato che aveva il controllo su tutte le arti, visive, cinematografiche, musicali e teatrali. Attraverso il Ministero della cultura popolare (MinCulPop), infatti, il fascismo limitava di fatto la libertà di espressione, agevolando coloro che erano a favore di Mussolini e il Governo, censurando, se non addirittura arrestando o costringendo all’esilio chi invece si ribellava ad esso.
gerarchi nazisti in visita prima dell’aperturafila all’ingresso della mostra
L’idea di questo Ministero, istituito ufficialmente nel 1937 e creato ad hoc per gestire l’ampio campo della cultura, non è un’idea italiana ma proviene dai cugini tedeschi con cui Mussolini all’epoca andava tanto d’accordo. Quando Hitler sale al potere, nel 1933, istituendo il Terzo Reich, organizza il suo Governo creando il Ministero per l’istruzione pubblica e la propaganda, mettendo a capo Joseph Goebbels col compito di controllare la stampa e la cultura nazionale. Dal punto di vista artistico va ricordato che in quegli anni vi è un grandissimo fermento, siamo nel periodo delle cosiddette avanguardie storiche, dove troviamo diversi gruppi di artisti che, da inizio del Novecento, si riuniscono sotto dei movimenti, cui fa spesso riferimento un manifesto firmatario il quale indica i punti salienti che caratterizzano quel certo modo di far arte. Cubismo, Futurismo, Dadaismo, Surrealismo, sono solo alcuni dei grandi movimenti che scuotevano il mondo dell’arte di inizio secolo. Anche in Germania, nonostante la profonda crisi causata dalla pesante sconfitta della Prima guerra mondiale, vive un periodo felice dal punto di vista artistico, con diverse figure che danno vita al cosiddetto espressionismo tedesco e con la nascita della prima grande scuola di arte e design moderna, la Bauhaus, fondato nel 1919 da Walter Gropius a Weimar e punto di riferimento per gli artisti del tempo (fino alla chiusura purtroppo avvenuta nel 1933). Con la salita al potere del nazismo però, Goebbels comincia subito a mettere in moto il suo Ministero attuando una grande repressione culturale e costringendo alla fuga centinaia di artisti. L’arte doveva essere solo una e completamente assoggettata al regime che ne aveva il controllo e la usava per diffondere la morale nazista.
biglietto d’ingressoparte dedicata al movimento dadaista
Famosi sono i roghi di libri organizzati a Berlino e le continue lotte contro la cosiddetta arte degenerata, ovvero quel tipo di arte che andava contro alle concezioni naziste e i suoi valori tipici della razza ariana. A differenza dei libri bruciati, Goebbels confisca dai musei tedeschi una quantità enorme di opere considerate degrado e involuzione della società e decide di esporle in una speciale mostra itinerante dal titolo Die Ausstellung Entartete Kunst(“mostra di arte degenerata” per l’appunto). Nell’esposizione, inaugurata a Monaco di Baviera il 19 luglio 1937, la maggior parte dei lavori appartenevano all’Espressionismo, fortemente condannato, ma erano presenti opere di vari movimenti delle avanguardie. Parallelamente ad essa apre anche una mostra a favore del nazionalismo tedesco (Große Deutsche Kunstausstellung, “Grande mostra d’arte tedesca“), la quale tuttavia non ottenne lo stesso successo dell’altra. La mostra di arte degenerata, infatti, venne visitata da milioni di tedeschi, grazie anche al biglietto d’ingresso gratuito, e si spostò per 11 città della Germania e dell’Austria ed è considerata tra le esposizioni più visitate nella storia, a scapito dell’esposizione dell’arte di regime, visitata da meno della metà dei visitatori.
Della serie si sa, ciò che è proibito attrae e piace di più, e così è stato anche per i tedeschi, i quali hanno avuto la possibilità di ammirare in un unico spazio tutta l’arte del primo Novecento, con le sue sperimentazioni, le sue innovazioni, le sue libertà che, seppur limitate temporaneamente in alcuni Paesi a causa dei regimi, sono comunque riuscite a restare nella storia e sopravvivere alle repressioni.
Fonti:
– H. Foster, R. Krauss, Y.A. Bois, B. Buchloh, D. Joselit, Arte dal 1900, Modernismo, Antimodernismo e Postmodernismo, Zanichelli, 2017.
– B. Altshuler, Salon to Biennial: Exhibitions That Made Art History, Vol.1 1863-1959, Phaidon, Londra-New York, 2008.
– M. Passaro, Artisti in fuga da Hitler. L’esilio americano delle avanguardie europee, Bologna, Il Mulino, 2018.
Mapplethorpe ha reso la sua fotografia il manifesto di quello che lui era. Ha rappresentato il suo mondo, il suo modo di essere e di amare, una scelta coraggiosa in un’epoca dove l’omosessualità era sinonimo di una delle malattie più pericolose del secolo: AIDS.
Gli anni Settanta e Ottanta vedono un forte fermento sia dal punto di vista socio politico, con la fine della Guerra Fredda e la caduta del muro di Berlino, sia dal punto di vista artistico, dove assistiamo a una varietà incredibile di linguaggi, stili e poetiche. Con l’avvento dei media tecnologici, il quadro su tela, anche se usato ancora da alcuni artisti, viene per lo più soppiantato dall’utilizzo di altri strumenti, quali la fotografia, il video, le installazioni. Diventa ormai impossibile etichettare un artista sotto il nome di pittore, scultore, fotografo e non esistono più movimenti che racchiudono un gruppo legato da uno stile comune. Assistiamo invece a una vera e propria poetica del mescolamento, dove gli artisti, liberi da queste classificazioni, possono esprimere le loro idee usando vari stili e linguaggi per trasmettere i propri messaggi.
CallaLily (anni ’80)Portfolio X (1978)
In questi anni di grande fermento, un evento particolarmente significativo sconvolge il mondo, si scopre una nuova malattia, l’AIDS, un’infezione virale che inizialmente si pensava colpisse solo gli omosessuali e che fece, in particolare nei primi anni, migliaia di vittime. Molti artisti rimangono intimamente coinvolti, perdendo i propri cari e alcuni furono vittime della malattia stessa; molti sono coloro che, sensibili a tali tematiche, iniziano a raccontarle attraverso la loro arte. Tra questi abbiamo Robert Mapplethorpe, fotografo statunitense nato a New York nel 1946 e morto nel 1989 proprio a causa di complicazioni derivate dall’AIDS. Si avvicina al mondo dell’arte iscrivendosi al Pratt Institute, senza però portare a termine gli studi.
L’incontro con la fotografia e il conseguente innamoramento, avviene al MoMa, dove Mapplethorpe ebbe accesso alle camere blindate che custodivano l’intera collezione del museo. In un primo momento realizza delle immagini con la Polaroid mentre successivamente si dedica alla fotografia analogica. Gli scatti che realizza si sono da sempre contraddistinti per una qualità formale ed estetica eccezionale. Le foto, infatti, oltre ad avere una sapiente e accurata composizione, sono stampate in grandi formati e con tecniche raffinate e costose, come la stampa al platino. Nei lavori di Mapplethorpe si assiste a una totale fusione tra arte e vita, dove il fotografo stesso è spesso protagonista o comunque particolarmente legato ai personaggi fotografati. Le tematiche principali che tratta sono la sottocultura omosessuale di New York, di cui lui stesso faceva parte, l’identità di genere e la pornografia, la quale Robert eleva ad arte, ricevendo non poche critiche e sconvolgendo la società.
Portfolio X (1978)Autoritratto (1988)
Le sue immagini sono estremamente crude e dirette, l’esempio più eclatante è la serie Portfolio X (del 1978), dove troviamo, ad esempio, un autoritratto di spalle con una frusta inserita nell’ano o ritratti di coppie autentiche della scena S&M gay di New York, intenti nello svolgimento di pratiche erotiche estreme. Attraverso questi scatti Mapplethorpe ha dato voce a un’omosessualità violenta, sadomasochista e non effeminata, rendendo pubblica e senza vergogna tale realtà, restituita dal fotografo in una sorta di diario intimo e da album di famiglia.
Negli anni Ottanta si dedica a scatti meno cruenti e nota è la serie dedicata a fiori e piante, ritratti estremamente raffinati e stilizzati che rimandano comunque, in modo più poetico, agli organi sessuali maschili e femminili. Uno degli ultimi scatti, e forse quello più toccante, è sicuramente l’autoritratto del 1988, dove vediamo il volto di Robert emergere da uno sfondo nero e tenere in mano un bastone che ha come pomello un teschio, immagine inevitabile della morte imminente. Oltre a Mapplethorpe sono molti gli artisti che hanno posto attenzione al tema e i suoi scatti hanno indubbiamente influenzato molti fotografi degli anni Novanta. Possiamo affermare con certezza che le sue immagini hanno raccontato con fierezza il suo essere, in un periodo in cui gli omosessuali venivano presi di mira e maltrattati semplicemente per quello che sono, ovvero persone, come tutti.
Fonti:
– C. Marra, Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Milano, Bruno Mondadori, 2012;
Ricordo ancora la prima volta, che mi sono scontrata con la poetica di Felix Gonzales-Torres, perché è stata subito magia, domande e curiosità. Non chiamatelo un artista delle minoranze, perché è proprio quello che ha cercato di rifuggire per tutta la sua vita, lui è un artista.
Felix Gonzales-Torres nasce a Cuba, ma molto giovane si trasferisce per studi in America, dove conseguirà anche il suo diploma, e non ha avuto una vita difficile, di più. Dopo essere stato un anno in orfanotrofio, prima di approdare nel magnifico Stato dove tutto sembra concesso, ha abitato con gli zii a Porto Rico, ma raccontarvi la sua vita sarebbe riduttivo, quello su cui bisogna concentrarsi sono i suoi aspetti peculiari: essere un cubano in America ed essere omosessuale, per quanto lui non voglia essere ricordato per le sue diversità, ma per l’universalità dei suoi messaggi. La cosa che mi interessa raccontare di lui è fondamentalmente questa sua capacità di passare dal pubblico al privato, di parlare con tutti nonostante ogni sua opera sia pensata per Ross, esclusivamente per il suo Ross ispiratore dei suoi lavori.
Racchiudere in poche parole la filosofia di Torres è difficile, ma se proprio dovessi scegliere parlerei di speranza. A primo impatto forse non lo si direbbe, perchè molte volte le opere parlano di perdita, di dolore e di vuoto, raccontano la vita privata dell’artista, ma se si va ad analizzare più in profondità tutto quello che egli voleva narrarci, di certo, facendo un piccolo passo, scopriremmo quanto la sua filosofia sia infinita e legata a concetti che ogni giorno ci appartengono. La riflessione nasce dal fatto, che per studiare Torres non ci si può fermare ai titoli, mai parlanti, ma bisogna andare sempre oltre, per esempio ai sottotitoli, che molte volte sono racchiusi tra parentesi e si rischiano di perdere se non si presta troppa attenzione. Per quanto le opere siano semplici e immediate, i concetti sono profondi e non mai bisogna fermarsi all’apparenza.
Untitles (bed) di F. Gonzalez Torres
Ogni mostra diventa la sua storia, un viaggio da lui organizzato in base a ciò che voleva raccontare al pubblico, eccolo quindi a parlare dei conflitti culturali a Washington DC, esponendo opere sull’amore omosessuale o a Los Angeles dove il riferimento è alla violenza urbana, ma quello che molte volte sorprendere di lui è la casualità che inserisce in ogni suo lavoro. Essa è parte del suo gioco e solo i curiosi possono attivare le sue opere, prendendo parti di esse, fino all’inevitabile e definitiva scomparsa.
Tutte lasciano pensare o l’amaro in bocca, come per il caso diPortraits of Ross, suo compagno per la vita, stroncato dall’AIDS, malattia che porterà via anche il nostro artista. Ogni visitatore poteva portarsi a casa una caramella, quindi disintegrare l’opera e renderla diversa, in quanto in qualche maniera siamo tutti responsabili di ciò che sta accadendo. La potenza di questo è proprio essere autori realmente e metaforicamente della distruzione dell’opera: prendiamo una caramella, togliamo un pezzo fondamentale del lavoro e allo stesso tempo teoricamente togliamo un pezzettino di Ross. Il peso dei dolciumi corrispondeva al peso iniziale dell’amato e ogni volta questo numero si assottiglia fino all’inevitabile presa dell’ultimo pezzo e la smaterializzazione dell’opera. Possiamo convivere con il pensiero di “aver ammazzato qualcuno”? Queste persone morivano davanti agli occhi di tutti per molto tempo emarginate e lasciate sole davanti ad una malattia, che non si conosceva, ma che faceva anche paura, perché implicava l’orientamento sessuale del colpito.
Untitled (perfect lovers) di F Gonzalez Torres (fonte https://moma.org)
Così Ross si spegneva, come l’ultima lampadina di America, una critica alla democrazia e ogni volta che il buio si faceva più fitto questo poteva solo significare come la fragilità di questa istituzione può essere facilmente minata semplicemente per la sua vulnerabilità intrinseca e inevitabile. O anche le pile di fogli, che per forza finivano e lasciavano qualcuno a mani vuoti, come gli ipotetici passaporti che sarebbero dovuti essere stati esposti a Venezia nel 1995 alla Biennale, chi lo merita? Sappiamo che qualcuno l’ha preso anche se non gli serviva? Sappiamo che non ne ha presi troppi?
Tutto è in bilico, si vive su una linea sottile dove ogni cosa potrebbe finire: una persona proprio ora si sta spegnendo, il passaporto può essere rinnegato, l’istituzione in cui credi potrebbe essere non abbastanza forte e in quel momento la scelta è nostra: temere oppure credere nell’ottimismo e nella speranza, che fanno il loro ingresso.
Portraits of Ross di F. Gonzalez Torres
Credere che nessuno prenderà più di una caramella, nessuno butterà le cartine in giro trasformando tutto in caos, sperare che i fogli verranno presi ordinatamente, solo così l’ultima ideale lampadina non si spegnerà e un’utopica società potrà continuare a splendere. Forse è un po’ giocare con il fuoco, essere degli inguaribili rincorritori dell’armonia, ma vivere non è rischiare per i propri sogni?
Fonti:
– Guggenheim Museum for the United States Pavilion, 2007
– intervista con Tim Rollins in Felix Gonzales-Torres, A.R.T. Press, New York, 1993