May you live in MAIUNAGIOIA Times pt. 2

Oggi conosciamo una nuova persona, una personalità fuori dagli schemi, che imparerete ad amare e adorare.Per la serie piccoli antropologi crescono, ecco a voi Giada! Futura antropologa di professione, ma anche appassionata e studiosa d’arte, ci racconta l’Arsenale e le sue “impressioni a caldo” sulla Biennale di Venezia.

Di Giada Antonutti in collazione con Jessica Caminiti

Come ci introduce:

Giada: “L’idea generale è che si voglia lavorare molto sul discorso socio-antropologico. Lo si intuisce già dal titolo di questa Biennale, “May you live in interesting times”. Sì, viviamo tempi interessanti, per non dire caotici e, molto spesso, superficiali. Un po’ come questi arsenali dove si cerca spesso di mettere in scena le persone, senza scavare a fondo, cercando il perché di determinate azioni con il come, ovvero l’arte stessa.”

Mettere in scena e questa caoticità di base che da sempre segna la Biennale rimane un cruccio per chiunque si ricerchi nella conoscenza degli artisti stessi sfuggenti e alle volte così ricercati di essere parte di quella visione di nicchia, che solo esperti possono riconoscere. Il portare alla luce la reale contemporaneità destabilizza e alle volte estrania in senso stretto:

G: “Arte che vive la contemporaneità in maniera ambigua, attraverso l’iper-tecnologizzazione delle opere stesse, spesso assolutamente incomprensibili per la maggioranza dei turisti che brulicano all’interno dei padiglioni dell’Arsenale. Mi sembra quasi che siano poche le persone che si recano a contemplare l’arte in maniera disinteressata, come una rovina, direbbe Augè, al fine di creare una propria narrazione dietro l’opera stessa. La maggioranza ha come interesse principale il riempirsi i propri archivi di immagini con foto che non riguarderà mai nella sua vita, giusto a testimonianza della propria presenza effettiva in quel luogo.

Può essere definita anche questa una forma di arte sociale?”

Mette a dura prova l’idea, che si può esprimere della Biennale, che tratteremo questa settimana, ma in sintesi, non si può che darle ragione. La Biennale ammalia e molti seguono percorsi e labirinti stessi per la gioia di dire solo “io c’ero” come caratteristica innata dell’uomo, ma si spera che molti guardino oltre il loro dito. Un conto è visitare la Biennale come fosse un gran supermercato, una accozzaglia, un altro è soffermarsi e cercare di comprendere opere e scelte curatoriali.

La seconda scelta di studio porta ovviamente ad essere meno espansi all’interno della Biennale e tra vari artisti e padiglioni, ma più attenti a particolari opere e significati, quindi ecco la Top Three di Giada:

foto https://www.labiennale.org/it/arte/2019/partecipanti/tavares-strachan
foto da https://www.lapresse.it/

1. Direttamente dalle Bahamas Tavares Strachan (1979) lavora sulla figura di Robert Henry Lawrence Jr: un astronauta afroamericano che morì l’8 dicembre 1969 durante un incidente di volo di istruzione. Primo e unico per i successivi 11 anni, subì violenze psicologiche e verbali di razzismo, tanto che anche dopo la sua tragica scomparsa la moglie continuò a ricevere lettere minatorie. nel 2018 il progetto ENOCH spedì nello spazio un busto d’oro delle sue fattezze. Troviamo un testo murale e uno scheletro al neon, che sembra fluttuare più che morire nell’immenso spazio buio della stanza. viaggio tra arte e tecnologia: la leggiadria e dolcezza della caduta fanno percepire tutto il peso dell’umanità.

2. Shilpa Gupta (1976) crea in una stanza una foresta di appuntite frecce conficcate per terra: un intenso percorso sonoro e visivo. Fogli bianchi infilzati da questi trespoli e illuminati dalla fioca luce delle lampadine sovrastanti racchiudono versi di libertà e obbligato silenzio. Cento scritti di poeti incarcerati in tutto il mondo per le idee politiche si dipanano tra noi e la fine della sala quasi ad accompagnarci in questo viaggio dove si cerca di riportare a terra l’umanità. L’esperienza immersiva, emotivamente coinvolgente non lascia scampo. Non si capiscono le parole (in moltissime lingue straniere), ma se ne percepisce la densità, il dolore, la difficoltà nel sapere che le proprie parole non possono essere pronunciate.

foto da http://www.ansa.it
foto da http://www.ansa.it

3. MARCO MANZO… Ma questa storia non ha una conclusione ancora, vogliamo deliziarvi sulla scoperta del tatuaggio nell’arte, farvi percepire cosa significa inserirlo nel modo di percepire l’elitaria art pour art. Per ora ci lasciamo con una frase in attesa, che i tempi siano propizi per ritrovarci e blaterare su questo argomento, “Interessante Padiglione Guatemala con opera del Tatuatore Marco Manzo: Muro di mani che denunciano la violenza sulle donne e il femminicidio, ancora preponderante in questo Stato.”

In conclusione cosa rimane della Biennale e del suo arsenale? Tante curiosità, una Wunderkammer contemporanea con tanto da dare e ricevere nel caso in cui il dialogo sia aperto e pronto a vivere come una spugna: guadagnare tutte le informazioni, vivere carico di essere e poi liberarle per far rivivere l’esperienza al massimo.

May you live in MAIUNAGIOIA Times

Due contemporaneiste sanno che una volta ogni due anni non possono evitare di andare in quella città sommersa chiamata Venezia per andare a visitare uno degli eventi culturali più importanti d’Italia, la Biennale, esposizione dedicata all’arte contemporanea. 

di Jessica Caminiti e Jessica Colaianni

Prima di tutto, vogliamo darvi un consiglio fondamentale: la pigrizia potrebbe farvi prendere un treno non eccessivamente presto perché “tanto ce la facciamo”. ERRORE!! Con due ore di viaggio di treno da Bologna, una delle due Jessica sente pure la necessità di depositare il suo bagaglio in stazione, proprio lì cominciano le prime difficoltà! 20 minuti di attesa per lasciare una valigia, con conseguente slittamento della tabella di marcia già molto serrata coi tempi.

Benvenuti a Venezia

Le avversità a Venezia non si esauriscono facilmente e cominciamo ad avviarci verso i Giardini (la parte con i vari Padiglioni Nazionali) sotto un sole cocente tipico di fine ottobre (Greta, where are you?). Comincia la nostra camminata per le calle di Venezia, dove ci lasciamo trasportare dai cartelli direzione San Marco e dalle ondate di turisti che ogni giorno imperversano in città. Facendoci spazio tra un cinese con la macchina fotografica, uno spagnolo completamente inghiottito dalla folla e un tedesco rigorosamente in sandali e calzini, sudando come fosse un 15 di agosto, la nostra camminata si fa ancora più ardua del previsto. Ripetiamo: “Non fidiamoci di google maps”, né delle amiche che ti dicono che per arrivare ai Giardini dalla stazione ci vogliono giusto 30 minuti, se non volete arrivare alla meta con la voglia di stendervi sulla prima panchina che vedete (tra l’altro cosa rarissima a Venezia) e se volete almeno fingere di godervi l’esperienza.

Nessuno arriva all’apertura dei giardini senza l’aiuto dei bus acquatici, quindi vi consigliamo (CALDAMENTE) di prendere il battello; ok, costa € 7,50 ma si sa che a Venezia non si va per risparmiare e di povertà studiando arte contemporanea ce ne intendiamo.

Cosa è successo quindi? Da povere il pranzo al sacco è stato un must have e sedute sul pontile abbiamo capito tante cose: a Venezia puoi solo perderti, gli italiani scarseggiano e i cinesi sono gli unici ad andare ancora in gondola: fatevi immortalare tra i frangiflutti per essere gli italiani, che riportano in Patria per descriverci tra un tè e una risata.

I giardini della Biennale

Ma eccoci giunte finalmente ai Giardini, mentre fingiamo di cercare una linea guida iniziamo ad orientarci, ma come? Ovviamente cominciando a vagare tra un padiglione e l’altro alla ricerca di qualche lavoro interessante e fingendo di sapere già cose. Armatevi di pazienza, ma soprattutto di tempo, se volete vedere ogni padiglione una mezza giornata buona vi serve tutta, a causa delle code e un treno da riprendere e lo farete lo stesso innescando una battaglia contro il tempo. Purtroppo noi non siamo riuscite a visitare tutti i Padiglioni, ne abbiamo saltati un paio, perché la cara città felsinea ci richiamava a sé. Un consiglio che possiamo darvi è quello di acquistare la guida catalogo della Biennale (la versione tascabile costa € 18,00) dare un’occhiata e concentravi su quello che vi sembra più interessante e che vi incuriosisce di più. Noi vogliamo essere veloci e super rapide, quindi sfida al “Padiglione number one”, ovvero quello, che non si può prescindere secondo noi, oltre al padiglione centrale dove ogni artista presente potrà essere ritrovato anche nella proposta A dell’arsenale.

Interno del padiglione del Belgio
Una delle figure (la donna topo)
libretto esplicativo del villaggio

Partiamo con il padiglione del Belgio, un’interessante rassegna di marionette e una bucolica, ma allo stesso inquietante passeggiata tra loro e la realtà; il mondo utopico e razionale degli artigiani collocati al centro dello spazio si scontra con grate dietro cui sono presenti delle figure isolate e nascoste agli occhi di chi non vuole vedere. Quanto la città centrale di “mondo cane” vive e continua a produrre, tanto personaggi come la donna-topo – essere maligno, che porta morte – non possono interagire e far parte della comunità, insomma avere vite normali. Le domande, che sorgono sono continue e ci rendono tutte parte di questo assurdo “paese”: chi è il più matto di tutti? Il pazzo è solo rimasto ai suoi 8 anni senza avere un’evoluzione completa, ma l’arrotino, che di notte è un efferato assassino come lo classifichiamo? Ogni marionetta, ogni personaggio e ogni vita nasconde misteri e scheletri mai mostrati: siamo veramente sicuri che i puntuali e cordiali, ma estraniati paesani non siano loro stessi quelli da temere?

Padiglione del Giappone

Cosmo eggs” è il titolo dell’esposizione ospitata nel padiglione del Giappone, che unisce all’arte antropologia, musica e architettura creando una simbiosi tra armonica volta ad indagare sulla situazione ecologica attuale. Una serie di suoni automatizzati ricordano il canto degli uccelli, mentre noi protagonisti vaghiamo tra le immagini esposte ai quattro lati della sala: video, che possono essere goduti dal centro della sala, dove è presente una poltrona gonfiabile. Questo fulcro, centro nevralgico di ogni emozione, come un cuore pulsa tra sistole e diastole ogni volta che un nuovo abitante di questo sincretico padiglione si siede e contempla ricongiungendosi con la natura e la cultura. Tutto molto bello: immaginate noi che meditiamo, studiamo e godiamo del momento quando un’allegra e grande signora tedesca usa la poltrona come luogo divertimenti… è proprio vero: tanta poesia, tanta arte, ma poi quello che rimane è sempre il “mai una gioia!”

Dalla Biennale, per ora è tutto, ma ci diamo appuntamento a presto per l’arsenale!

E la cultura divenne Arte

Vi rivelo una cosa su di me: io amo i libri! Ma non è un semplice ‘ho tanti libri a casa’, è più simile a ‘Se ne prendo ancora devo scegliere se in camera è meglio tenere il letto o mettere una nuova libreria’ o a ‘Questa borsa è troppo piccola, non ci sta nemmeno un libro!’. Insomma, io e i libri: un grande amore!

di Silvia Michelotto

Ovviamente amo anche l’arte, se no non sarei qui a parlare con voi. Quest’ultimo è un sogno che ho da quando ero piccola, da quando ho avuto abbastanza coscienza da capire che cos’è un pittore e com’è bello un Lotto (primo autore che ho analizzato nella mia lunga carriera scolastica, ero alle elementari e avevo una maestra leggermente folle, ma fantastica)!

Quindi, dopo avervi detto queste due cose, secondo voi, quanto è stato il mio grado di felicità quando ho scoperto che esiste un’artista che ha ben deciso di unire la sua passione per la lettura alla sua attività artistica? E’ stato più o meno un’epifania, una rivelazione, vero giubileo!

Ma chi è questa mia nuova eroina? 

Si tratta Alicia Martin, classe 1964, una delle più importanti artiste spagnole attualmente in circolazione. L’idea di utilizzare i libri per le sue opere le venne negli anni 90 dando vita alla serie Bibliografias. Si tratta di installazioni, le quali prevedono un’iniziale struttura in rete metallica che riproduce forme organiche e naturali, successivamente ricoperta da libri aperti o chiusi.

Le strutture si appropriano dello spazio in modo elegante e sinuoso, irrompono nella vita del fruitore in una incontrollata ma perfetta forza, riproducendo i movimenti sinuosi dell’acqua e del vento, che si insinuano nelle pareti, che irrompono fuori dalle finestre di palazzi più o meno storici, cercando di colpire e contaminare con il loro flusso anche il fruitore, quasi a volerlo invitare a far parte di quel movimento, sottolineato anche da come le pagine si muovono toccate dalla brezza che le sfiora o agitandosi in modo forsennato in caso di tempesta. Tutto cerca di riprodurre l’idea di una conoscenza che sinuosa si muove tra la folla, negli edifici che  ci circondano, in quello che vediamo: lenta e irruenta, agitata e calma si muove la cultura e queste installazioni devono guidarci, farci riflettere, e stupirci tanto da chiederci perché non sappiamo di chi era l’edificio che sta ‘vomitando’ libri, perché quella copertina sdrucita da mille mani non l’abbiamo mai vista o, molto più banalmente, se quel libro, quello nell’angolo in fondo, incastrato tra quello verde e quello nero ci sia mai capitato tra le mani e se ci sarebbe piaciuto.

E’ proprio questo lo scopo, spingere il proprio pubblico a immergersi nuovamente in quel mondo di parole e carta, alla ricerca di una realtà più soddisfacente, ma anche di un maggior sapere e di una più ampia conoscenza personale. Le opere della Martin si pongono il compito di spingere coloro che le osservano a cercare di riconoscere la copertina di un qualche libro, chiedersi chi abbia scritto quella pagina che adesso svolazza sotto la guida di quel vento…Non sono solo movimenti sinuosi di un mare di cellulosa o di un vento di parola, ma è la cultura che sinuosa si muove per cercare di raggiungere più menti possibili e renderle vive, capaci di un pensiero critico,  di riuscire ad affrontare al meglio quel mondo complicato che si apre di fronte a ognuno di noi.


La poesia della Morte

Perché parliamo di un cimitero? Perché vi trasciniamo in questa passeggiata  così lugubre e misteriosa? La risposta è una sola: la ricerca di qualcosa di diverso! Se le prime parole associate a questo luogo sono morte, disperazione e fine, datemi la possibilità di stupirvi attraverso una camminata leggera e simbolica tra dolci colline e permeabili architetture, che vi stupirà.

di Jessica Caminiti

il cimitero di Eskende

Il cimitero, che vi porterò virtualmente a visitare è il cimitero di Eskende ideato dalla genialità di un architetto visionario e criptico allo stesso tempo: Erick Gunnar Asplund. Nel mentre in cui, in Europa, l’international style iniziava ad imporsi come stile architettonico principale, la regione scandinava si distingueva per il  suo approccio meno cosmopolita basato su nuove fonti d’ispirazione di un linguaggio vernacolare e spontaneo tipico dei cari vecchi tempi andati del freddo Nord. Questo “richiamo alla nazione” porta ad uno stile fortemente tipico a cui la Svezia, Paese in cui si trova il nostro cimitero, dà un tocco ancora più particolare, caratterizzato dalla tendenza alla deformazione e dall’ossessione per l’ambientalismo, che si si ostentano attraverso una ricerca quasi maniacale della fusione tra linguaggio architettonico e naturale.

Passiamo ora però alla nostra passeggiata all’interno di questo luogo, la quale cercherà di essere il più piacevole possibile,  ma non si può promettere niente, d’altronde sempre di un cimitero si parlerà! Prima di tutto bisogna sapere che il risultato, che possiamo ammirare oggi non è il primo bozzetto presentato da Asplund e dal collega Lewerentz, ma un continuo rimaneggiamento del progetto iniziale, il quale  ha portato l’artista a vedere concluso il cimitero solo un anno prima della sua morte, nonostante il concorso fosse stato indetto i primi anni del Novecento. Le richieste della giuria proclamatrice furono tre principali: far trasparire la morte come un passaggio naturale e pacifico dell’esistenza, creare un percorso di inscindibilità tra paesaggio e architettura e, ultimo, ma non ultimo, proclamare la cremazione come simbolo di uguaglianza tra tutti i cittadini svedesi.

Il percorso al crematorio

Per comprendere al meglio come ogni parametro fosse stato rispettato è ora di entrare e iniziare ad osservare il cimitero e… nessuna sensazione negativa ci pervade! Immersi nella natura e nella bellezza del verde svedese, non si può pensare e parlare di sofferenza, di morte, senza tener conto del reale messaggio, che questo cimitero ci vuole passare: la rinascita e il ciclo continuativo della Terra con e nonostante noi. Il gioco continuo di pieni e vuoti, offerto naturalmente dal paesaggio autoctono, ricorda il ritmo del nostro respiro, sembra reinsegnarci a inspirare ed espirare per avvicinarci di nuovo al cosmo e alla sapiente Natura, che ci accoglie, umili ospiti, per calmarci e placare i nostri spiriti prima dell’arrivo alla cappella. 

Mentre impariamo a riascoltare noi stessi in contatto con la Terra, raggiungiamo il centro del cimitero: la cappella Woodland di Asplund; questa piccola architettura immersa nel verde, estremamente permeabile grazie ad un ampio colonnato ci permette di entrare nel luogo sacro senza abbandonare la cornice naturale, che si sviluppa tutta intorno. La lunga passeggiata tra dolci pendii ed aspre collinette, che ci ha condotti fino all’ingresso,  ha permesso la rielaborazione della morte e l’accettazione della caducità della vita, ma allo stesso tempo l’ammirazione della chiesetta ci racconta anche qualcosa di più attraverso il sincretismo tra religione cattolica, ambientalismo e architettura, percepiamo che c’è altro rispetto alla morte dura e cruda, come tanto volte viene descritta. La cappella con il suo tetto spiovente, tipico dei Paesi nordici, porta ad alzare lo sguardo verso l’alto e ammirare il cielo e il suo simbolismo è evidente nel momento in cui questa spinta verticale viene messa a confronto con la volta seminterrata dove si depositano i corpi: quanto la nostra materialità viene abbandonata e lasciata alla terra, tanto la nostra anima aspira al cielo e alla salvezza.

La Cappella Asplund

In conclusione cosa si può dire? Ogni passo all’interno di questo cimitero ci parla di sincretismo e non ci fa respirare la paura atavica della morte, anzi ci porta alla riflessione e alla ricerca di qualcosa di più viscerale e naturale all’interno di noi. Ogni riflessione, che si può fare pensando al cimitero di Eskende è un susseguirsi di emozioni, negazioni e accettazioni del fatto che ogni cosa ha il suo posto e la grandiosità della vita la si raggiunge nella consapevolezza della pienezza del macrocosmo. L’uomo si sente piccolo di fronte alla magnificenza della natura, che lo avvolge, la Terra viene sublimata dallo sguardo estasiato dell’uomo, quanto l’uomo viene accettato e accolto dal verde, che si estende a perdita d’occhio. In questo gioco di compenetrazioni e discorsi filosofeggianti si conclude il nostro tour virtuale, senza però dimenticare la promessa di riproporre le parole chiave del cimitero, che non sono più morte, disperazione e fine, ma io opterei per altre altrettanto criptiche e cucite a pennello: rinascita, sublime e completamento.

Le danze della morte

«Che cosa dipingi?»
«La danza della morte.»
«E quella è la morte?»
«Sì. Che prima o dopo danza con tutti.»

di Ludovica Fasciani

Così si apre la scena dell’incontro tra Jöns e il Pittore ne Il Settimo Sigillo: a fare da quinta alla scena il lungo affresco che si snoda tra le arcate mostra una serie di scheletri e uomini che si tengono per mano, in un intreccio di tristi presagi che oscurò i cimiteri del mondo occidentale alla fine del Medioevo.
La grande peste del 1347 travolse come un fiume in piena le grandi città europee durante un’epoca di rinascenze culturali e grande agio economico. E proprio per questo si rivelò distruttiva e sconvolgente, lasciando una cicatrice indelebile sulla coscienza collettiva degli uomini del tempo. Uno dei segni tangibili di questo trauma fu il fiorire, dalla seconda metà del Trecento, del tema delle Danze Macabre sui muri delle più importanti città europee: dal Camposanto di Pisa al Cimitero degli Innocenti di Parigi fino ai confini delle foreste polacche, la Morte cominciò a prendere per mano uomini di ogni ceto sociale per condurli in una danza vorticosa e inarrestabile.

Uno dei tratti distintivi di questa nuova iconografia fu proprio l’importanza che rivestiva la rappresentazione delle classi sociali nella Danza; il messaggio era che non importa chi tu sia e quanto potere tu abbia, la Morte verrà a prenderti e non c’è posto dove fuggire. A noi moderni la prospettiva di una rappresentazione così -appunto – macabra inquieta e fa storcere un po’ il naso, ci viene quasi la tentazione di metterci a urlare “certo, è ovvio, sempre a pensare all’oscurità questi omini del Medioevo, d’altronde si sa, sono i secoli bui e del ricordati che devi morire”. Ma invece loro, quegli omini preda del Fato e dell’angoscia di veder morire i propri cari, trovarono il modo di ammantare la Morte di implicazioni satiriche e ironiche -e non è un caso se, alla fine, il tema della Danza Macabra ispirò anche un cortometraggio di Walt Disney, che con la magia dell’animazione ai suoi primi passi riuscì ad orchestrare un meraviglioso balletto di scheletri in bianco e nero.

La vera epoca d’oro del tema delle Danze Macabre si aprì con l’invenzione della stampa, che permise la diffusione capillare di un’iconografia di immenso successo in cui ogni uomo, fosse Papa, Imperatore, calzolaio, prete, becchino, giullare o banchiere poteva riconoscersi. Gli esemplari di libri a stampa che riproducevano le Danze furono numerosissimi, ed è anche grazie a queste preziose tracce -quando tante di quelle originali erano già andate distrutte, come il Cimitero degli Innocenti di Parigi, che sorgeva a due passi dalla piazza dove oggi si staglia il Centre Pompidou- che nell’Ottocento si poté assistere alla rinascita del tema. Questa volta la Morte ispirò la Musica, sulle note di Listz, Schubert, Camille Saint-Saëns. Ma anche, molto più di recente, uno dei primi concept album della musica italiana, Tutti morimmo a stento di Fabrizio de André. Gli scheletri abbandonano i muri ed entrano nelle melodie: cosa c’è di più adatto ad una Danza?

PITTORE: Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.
JÖNS: Non servirà a rallegrarla…
PITTORE: E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.
JÖNS: Ah, invece di guardare chiuderanno gli occhi…
PITTORE: E io dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda. JÖNS: Se li spaventi, però…
PITTORE: Li fai pensare…
JÖNS: E se pensano…
PITTORE: Si spaventano ancora di più. PITTORE: Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.
JÖNS: Non servirà a rallegrarla…
PITTORE: E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.
JÖNS: Ah, invece di guardare chiuderanno gli occhi…
PITTORE: E io dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda.

Il museo come Landmark pt. 2

Amici e amiche, riprendiamo da dove ci eravamo interrotti. Dopo il Guggenheim di Wright e il Pompidou di Piano è giunto il momento di fare un altro salto in avanti, fino al 1997, per l’esattezza, l’anno dell’inaugurazione del Guggenheim Museum nella città spagnola di Bilbao, appunto… BILBAO.

Di Jessica Colaianni

Bilbao

L’opera di Frank O. Gehry è una vera rivoluzione nel campo architettonico museale, il quale avrà un effetto di portata internazionale. Bilbao, città prevalentemente industriale, a seguito di una forte crisi che percuote le industrie negli anni Novanta, decide di investire nel settore turistico, avviando un imponente progetto di rivitalizzazione urbana, a cominciare dalla creazione di un museo dedicato all’arte contemporanea. L’architettura creata da Gehry diventa in breve termine conosciuta in tutto il mondo, diventando un’importante meta e attrazione turistica… se non ci credete digitate Bilbao su internet e provate a guadare tra i risultati fotografici: Guggenheim. Guggenheim ovunque.

Guggenheim visto dall’esterno

Come il Guggenheim di New York, tuttavia anche questo non è esente a forti critiche da parte degli artisti, le cui opere vengono messe in secondo piano, a favore dell’architettura, che diventa essa stessa opera d’arte da ammirare, passando quindi da puro contenitore a contenuto in sé per sé. Il cosiddetto “effetto Bilbao” nasce proprio dall’intento della città tanto da diventare punto centrale dei circuiti turistici, a partire dal museo e di tutta un’altra serie di progetti urbanistici realizzati da altre archistar (così vengono definiti i grandi architetti della contemporaneità). Questo effetto ha scaturito un forte dibattito critico ma non solo. Molte altre città, infatti, ispirate dal paese spagnolo, hanno cercato di replicare Bilbao, riuscendo o meno a raggiungere lo stesso obiettivo.  Da quel momento tutto cambia, gli anni Novanta sono contrassegnati dalla realizzazione di una quantità enorme di edifici al fine di ospitare collezioni d’arte o mostre temporanee. Lo scontro/dialogo tra arte e architettura si fa sempre più forte, in una continua contaminazione tra i due ambiti, dove l’arte imita l’architettura (basti pensare alle grandi installazioni, una tra tutte l’opera di Richard Serra, proprio ospitata al Guggenheim di Bilbao, la quale entra strettamente in dialogo con l’edificio), e viceversa, dove gli architetti, grazie anche a nuovi mezzi tecnologici, realizzano edifici dalle forme più varie, imitando la pittura.

esterno del museo

Ecco a voi dunque perchè tutto parte da Bilbao: musei dalle strane forme ne nascono di più ogni giorno, le città periferiche si dotano di strutture sempre più particolari, realizzati da nomi importanti, al fine di accaparrarsi anch’essi una fetta di turisti. Ciò che vediamo oggi è tutto l’opposto di quello di cui si discuteva a inizio Novecento, dove il padre dell’architettura contemporanea, Le Corbusier, attuava una completa dissoluzione architettonica a partire dalla facciata, non presente nei suoi progetti, andando totalmente a favore e a rispetto dell’arte ospitata… ma magari di questo ne parleremo in un altro momento!

Il museo come landmark

Avete mai sentito parlare di “effetto Bilbao”? Beh, se non conoscete questo termine e non sapete da dove deriva, siete nel posto giusto! Oggi vi porto alla scoperta di alcuni dei musei più importanti e noti al mondo per provare a svelare questo  architettonico mistero. Siete pronti?

di Jessica Colaianni

Cominciamo dal principio. New York, anni Trenta del Novecento. Hilla von Rebay, responsabile della raccolta di arte non oggettiva di Solomon R. Guggenheim, scrive una lettera all’architetto Frank Lloyd Wright chiedendogli la realizzazione di un museo che potesse ospitare la collezione d’arte astratta, un luogo dove arte e architettura dialogassero perfettamente. L’architetto, noto per non apprezzare l’urbanistica della città, legata ad una legge emanata negli anni Venti dove si ponevano dei canoni specifici per l’edificazione, decide di andare controtendenza, progettando un edificio che stonasse completamente col resto delle costruzioni. Quel buontempone di Wright concepisce così un grande spazio unico, una spirale bianca rovesciata, dove all’interno si staglia un immenso vuoto centrale, circondato da una singola rampa di scale nel quale si articola l’intero percorso espositivo, che va dall’alto verso il basso. Inaugurato nel 1959, dopo la morte dell’architetto e dello stesso Solomon, il museo è sin da subito fortemente criticato, specialmente dagli artisti, i quali ritengono che gli spazi non siano adatti all’esposizione di opere d’arte, andando così contro al sogno dell’architetto e della sua utopica armonia arte-architettura.

Museo Guggenheim di New York

Facciamo adesso un piccolo salto in avanti. Parigi, anno 1977, viene inaugurato il Centre Pompidou, opera di Renzo Piano e di Richard Rogers. Non museo nel nome, ma centro, a significare un luogo che racchiuda non solo l’arte ma tutta una serie di attività multidisciplinari che spaziano dall’architettura, al design, alla musica, al cinema. Un luogo insomma adibito a centro culturale cittadino, che sia dinamico e costantemente vivo. Posizionato nello strategico quartiere di Les Halles, nel cuore della città francese, il museo, con la sua forte caratterizzazione architettonica, diventa un landmark riconosciuto in tutto il mondo. Lo spazio interno è completamente liberato in un classico white cube open space ma la peculiarità dell’edificio sta invece tutta al suo esterno, il quale presenta dei grossi tubi colorati, funzionali ad ospitare tutti gli impianti di servizio. Oltre ad essi, un’altra particolarità è la scala mobile, posizionata lungo le vetrate della facciata, permettendo in questo modo di instaurare un dialogo tra l’architettura e la città stessa.

Centre Pompidou di Parigi

Non abbiamo ancora capito cosa sia l’effetto Bilbao? Beh, vi lascio ancora un po’ sulle spine e vi do appuntamento al prossimo articolo dove scopriremo altri fantastici musei! Stay tuned!

Quel Tesoro veneziano…

Se pensiamo alle Crociate ci immaginiamo truppe di cavalieri in lucenti armature che si appropinquano a riconquistare in modo eroico Gerusalemme, guidati da valorosi condottieri, sotto il vessillo di una croce rossa. E se vi dicessi che una non vi arrivò mai, preferendo fermarsi,  e a depredare, Costantinpoli?

di Silvia Michelotto

Si tratta delle IV crociata, che durò a malapena 2 anni (dal 1202 fino al 1204), e che permise ai veneziani di rifare, praticamente per intero, l’arredamento della loro amata basilica di San Marco; basti pensare che fu proprio in questa occasione che arrivarono i famosi cavalli di bronzo che dominano la piazza con vista sulla laguna (attualmente quelli all’esterno sono delle copie, gli originali li potete vedere all’interno del Museo Marciano). Ovviamente molti criticarono la Serenissima in quanto, secondo molti dei comandanti che parteciparono alla conquista della città imperiale, si accaparrò gli oggetti di maggior valore grazie alla conoscenza del greco dei suoi generali, perciò mediando a favore della loro Repubblica Marinara. La risposta di quest’ultima fu molto lacunosa: in qualche modo bisognava pagare la flotta che aveva permesso i crociati di raggiungere il loro obiettivo e fortunatamente avevano trovato oggetti di grande interesse artistico, religioso e con un bel po’ di gemme sopra. Insomma Dio aveva preferito loro agli altri!

Ma questo gruzzolo fu solo il nucleo iniziale dell’enorme Tesoro di San Marco, che crebbe a vista d’occhio, raggiungendo un valore inimmaginabile, grazie a donazione di patrizi veneziani, sovrani e altre razzie.  Purtroppo, le informazioni relative agli elementi devoluti alla Serenissima e alla loro provenienza sono ben poche: gli stessi che crearono un sistema enormemente complesso per eleggere il doge non pensarono fino al 1231, quando l’ala della basilica dedicata alla custodia di tali beni non andò a fuoco, di creare una semplice e innocua lista! Per la prima enumerazioni ci misero ben cinquant’anni, per poi perderla e ritrovarla a metà del Seicento, ma la cosa spassosa è che mancavano dati fondamentali quali la provenienza delle opere, una descrizione dettagliata di queste, eventuali restauri e tutti quegli elementi che avevano trovato spazio nella basilica o in sacrestia perché utilizzati quotidianamente per le liturgie. Insomma, un odierno catalogatore avrebbe avuto una crisi di nervi di fronte a un lavoro del genere!

Per non metterci altri cinquant’anni nel fare un nuovo catalogo fu istituita una commissione che doveva redigerne con una precisa cadenza, ma furono sempre realizzati in modo abbastanza grossolano.

Incendi a parte, il Tesoro di San Marco si vide dimezzare i suoi beni a causa di quell’adorabile momento storico in cui Venezia andò sotto il dominio napoleonico. Quei furbastri dei veneziani riuscirono a salvare molte opere (tra cui la Pala d’oro rimasta al suo posto grazie a quel gioco di parole legato alla parola dialettale vero: si narra, infatti, che uno degli agenti napoleonici chiese a un prete se le gemme della Pala fossero vere e l’uomo rispose Xe tuto vero, che può essere tradotto sia come è tutto vero ma anche è tutto vetro) ma, purtroppo, ne dovettero sacrificare molte altre per pagare le tasse imposte dal caro e buon vecchio Napoleone: fusero oro e gioielli, staccarono gemme e vendettero oggetti ai conquistatori. Quello che è conservato odiernamente nel Museo Marciano e nella basilica è ciò che è sopravvissuto, ed è una minima parte.

Gli storici si sono cimentanti nell’ardua impresa di ricostruire l’immensità storico-artistica di queste opere, creando una bibliografia di tutto rispetto sugli smalti, i gioielli e sulle icone, ma trovando non poche difficoltà su una determinata tipologia di opere: i vetri!

Gli oggetti in questo materiale sono veramente complessi da studiare perché, nonostante ogni zona del Mediterraneo avesse una propria ricetta compositiva, non è possibile ricostruire un quadro chimico preciso del materiale usato in quanto i nostri antenati erano già ambientalisti e, invece di gettare i frammenti, li rivendevano alle fornaci dell’intera area mediterranea per ricavare nuovo materiale grezzo. Quindi il vetro arabo poteva benissimo finire in una bottega bizantina, romana, greca…

Cosa rimane da studiare quindi? Le decorazioni, ovviamente. Anche in questo caso però sorgono dei problemi: come abbiamo già visto i nostri amici veneziani si sono dimenticati di riportare le decorazioni e i restauri che i vari elementi del tesoro hanno subito, quindi risulta difficile trovare qualche elemento realmente risolutivo, portando alla nascita di non pochi dibattiti, e alcune volte anche ridicoli.

Il più famoso riguarda la provenienza della Lampada dell’arcivescovo Zaccaria (detta anche Tesoro n.67) a opera di  Axel Von Saldern e Andre Grabar. Il primo sosterebbe che la parte in vetro sia di origine persiana, o di una zona dell’Impero bizantino vicina, e mentre la montatura risulterebbe essere opera di orafi veneziani dell’Ottocento addirittura, in quanto questa viene nominata solo nell’inventario del 1880. Una prova ben misera!

Grabar, infatti, pensa bene di non concentrarsi solo sulla nostra lampada, ma analizzare altri elementi all’interno del Tesoro stesso e il quadro storico in cui si collocherebbe l’opera. Innanzitutto dimostra come questa tipologia di lampada fosse ampiamente utilizzata nel mondo bizantino e come questo popolo non fosse assolutamente digiuno, nemmeno nella capitale, di cultura persiana e araba grazie ai commerci, quindi potrebbe essere stata realizzata tranquillamente nella zona più centrale dell’Impero. Inoltre, la semplicità decorativa toglierebbe valore all’ipotesi di un acquisto all’interno del mercato internazionale, molto esigente e ricco, prediligendo, in conclusione, l’ipotesi di prodotto legato a un mercato più autoctono.

E poi perché andare a ‘disturbare’ un arcivescovo bizantino, realmente esistito, ma così lontano nella storia, quando poteva essere tranquillamente riportata una frase biblica, come si vede in altre opere del Tesoro, per creare un’iscrizione su una montatura ottocentesca? È più probabile che sia stata commissionata dallo stesso arcivescovo, come dimostra Katharine Brown, nel 1984, portando ad esempio altre decorazioni bizantine del medesimo tipo.

Purtroppo rimangono studi non conclusivi, perché non esistono testimonianze certe al riguardo. Quelli appena analizzare partono dal presupposto che la lampada sia del nucleo iniziale, ma non bisogna dimenticare che i veneziani occuparono la zona bizantina fino al 1261 e i commerci intensi con quella parte del mar Adriatico continuarono per quasi altri tre secoli, senza ignorare il grande numero di donazioni da parte di imperatori e re stranieri. L’unica cosa che ci rimane è aspettare che la scienza riesca ad evolversi abbastanza da poterci dare una risposta a questo piccolo mistero veneziano.

I rebus di Lotto

Una bocca piccola, dalle labbra sottili, si schiude su un mento un po’ troppo avanzato, a formare quella che volgarmente si chiamerebbe “scucchia”. Le sopracciglia sfuggenti si inarcano sulle palpebre pesanti, un foruncolo fa capolino sulla fronte ampia incorniciata da un berretto nero da cui sfuggono ampie ciocche di capelli di un color biondo sporco. Bello quest’uomo non può dirsi, eppure è difficile smettere di fissarlo: c’è qualcosa nel suo sguardo che magnetizza l’attenzione, come se nonostante la giovane età potesse raccontarci molte cose sugli abissi dell’animo umano. E non c’è da stupirsi.

di Ludovica Fasciani

Stiamo guardando negli occhi un uomo scampato ad un assassinio.

Quando ci immaginiamo il nostro Rinascimento è facile fantasticare sulle congiure che animavano le lussuose stanze dei Signori italiani; anni di romanzi, film e racconti ci hanno abituati a tremare di fronte al nome dei Borgia, ad aspettarci le più succulente nefandezze dai cardinali romani, a sorridere di fronte ai racconti delle scorribande degli artisti, durante le quali più di una volta ci è scappato il morto. Ma forse proprio per questo è curioso immaginare una congiura mortale ai danni di un ecclesiastico di un centro secondario come Treviso, lontano dai vizi di Roma e dagli sfarzi delle altre grandi città italiane.

Certo, non che Treviso fosse un paesino dimenticato da Dio e dagli uomini: la città faceva in quegli anni il suo compiaciuto ingresso nel Cinquecento e nella pax veneta, dopo essere stata percorsa per decenni da eserciti stranieri e reclamata da questo o quel signorotto di passaggio. Sotto il dominio veneziano, la città conosce anni di quiete e stabilità: ma quiete relativa, se il suo vescovo, Bernardo de’ Rossi, poteva essere la vittima designata di un agguato letale che coinvolgeva anche tutto il suo entourage. Ad ordire la congiura furono i componenti della famiglia Onigo, con la silente approvazione del podestà di Treviso, Girolamo Contarini: il delitto di cui Bernardo si era macchiato ai loro occhi consisteva nell’aver reclamato il controllo dei beni ecclesiastici, indebolendo il potere dei notabili cittadini.

Ritratto di Bernando de’ Rossi – L. Lotto

Il vescovo reagì alla scoperta della congiura sfoggiando una signorilità da manuale, spedendo a processo i suoi avversari (assolti poi, prevedibilmente, dal tribunale veneziano) e commissionando una serie di ritratti, pale d’altare e coperti ad un giovane artista di passaggio, il cui stile si era da subito rivelato di suo gusto: Lorenzo Lotto.

Ma torniamo al giovane dagli occhi penetranti con cui abbiamo aperto il nostro racconto: il suo ritratto, conservato al Kunsthistorisches di Vienna, è incorniciato da una tenda dai riflessi chiari e mostra una lucerna nell’angolo superiore destro. E’ proprio questo dettaglio a fornire la chiave di lettura simbolica del dipinto: la fiamma è tipicamente simbolo di passione o di conoscenza. Ma se lasciamo scivolare lo sguardo dal viso del giovane fino al suo abito ci accorgiamo che si tratta di un ecclesiastico, per cui la passione non sarebbe forse indicata – a parte forse quella di stampo religioso, che però solitamente viene rappresentata in altri modi. Quanto al secondo significato, bè, una fiammella così misera potrebbe al massimo sbandierare l’ignoranza del ragazzo, non certo la sua cultura!

Dobbiamo allora cercare un’altra interpretazione. Stabilendo, per ragioni stilistiche, una stretta affinità con il ritratto di Bernardo de Rossi, Augusto Gentili ipotizza che anche questa tela sia stata dipinta a Treviso all’inizio del Cinquecento, per qualcuno in stretti rapporti con il vescovo, magari talmente vicino a lui da essere scampato per un soffio alla congiura che quasi costò la vita a Bernardo. Per un soffio, appunto, come quello che potrebbe spegnere l’esile fuoco di una fiammella o di una vita umana.

Ritratto di Broccardo Malchiostro – L. Lotto

Chi è infine costui? La passione per l’enigma di Lotto ce lo rivela, mettendoci sotto gli occhi tutti gli indizi che ci servono, dipinti sulla tenda che fa da sfondo: una tenda di broccato, decorata con un motivo di cardi. Il giovane dagli occhi tristi è Broccardo (BROC-CARDO) Malchiostro, fedelissimo vicario del vescovo, che condivise con Bernardo de’ Rossi i giorni bui della congiura e con Lorenzo Lotto la passione per i rebus: sul suo stemma, dipinto in una delle cappelle absidali del duomo, troneggia una mano stretta a pugno che regge un mazzo di cardi.

In quella stessa cappella, pochi anni dopo, un altro suo ritratto verrà sfregiato irreparabilmente: questa volta era inserito in un’Annunciazione di Tiziano, ancora conservata nel luogo per cui era stata pensata. Il giovane dagli occhi tristi invecchierà in una Treviso che continuerà ad odiarlo per il resto dei suoi giorni.

ArchInProcess: la nuova generazione sta arrivando!

Sabato 28 settembre, come avrete avuto modo di vedere dai post siamo andate all’inaugurazione della mostra ArchInProcess, creata, curata e sudata dagli studenti del corso di “Architettura contemporanea” tenutosi dalla professoressa Anna Rosellini nel dipartimento di Arti Visive.

di Jessica Caminiti

Essa si è svolta all’interno del DAMSLab, sede universitaria ma anche luogo di numerose attività aperte non solo agli studenti ma all’intera città; difatti non è stato scelto in modo casuale, anzi! Esso partecipa al progetto europeo Urban Regeration MIx-URBANACT che prevede lo studio, ma anche la pubblicizzazione, di attività di recupero di alcune aree metropolitane in tutto il territorio europeo. ArchInProcess, quindi, è stato uno dei fortunati elementi che si è trovato ad avere l’inedito ruolo da co-protagonista della reunion di quella che era la Manifattura delle Arti bolognese: Cassero, MAMBo, Mercato Ritrovato, DAMSLab e Cantieri Meticci si sono riuniti all’interno dell’evento Porto Culture proponendo una giornata piena di eventi culturali e gastronomici. 

Ora a me l’arduo compito di giudicare colleghi e amici (non che non mi piaccia blaterare, ma sapete com’è) e mi perdonerete nel bene e nel male per le mie parole, anche se devo dire in partenza, che un progetto così grande merita un applauso in fiducia. Anzi, vi dirò di più: l’idea di far mettere le mani in pasta, lavorarla con fatica e tirar fuori un così articolato progetto non merita solo l’applauso, voglio una standing ovation!

Ingresso della mostra e del DAMSLab

Per iniziare a raccontare la mostra bisogna sapere e tenere presente, che ci sono undici gruppi presenti, ognuno con un suo miniprogetto ispirato ad uno studio architettonico a noi contemporaneo, dove però esiste anche un importante filo conduttore: presente e passato si scontrano ed incontrano sul limite della riqualificazione e della riscoperta dei luoghi. Non a caso il DAMSLab ha una storia lunga e complessa, sorto sulle ceneri della zona portuale di Bologna, è stato per numerosi anni il Macello pubblico della città fino ad essere trasformato in un ambiente sperimentale; esso inizialmente doveva essere collegato al Mambo (che ricordiamo era l’ex forno del pane di Bologna) dal progetto inclusivo di Aldo Rossi, che vedeva un ponte di collegamento tra le due realtà separate da pochi metri di distanza e da quel canale che doveva ricordare la vocazione navale e commerciale della zona, scenario, adesso, di molte feste studentesche e concerti estivi che vi consigliamo caldamente! Come si entra nella mostra si respira aria di novità ed emozione e quello che colpisce da subito è come sia essa stessa un omaggio al passato ed al  presente! 

Per riuscire nel complesso intento i ragazzi hanno creato altri tre macrogruppi, Antispazio, Superluogo e Making Of, che vedevano la collaborazione di almeno un rappresentante per gruppo i quali, intrecciandosi, sono riusciti a creare un percorso storico che riuscisse a coinvolgere lo spettatore da subito. 

Incanalati nella visita guidata ci portano per prima cosa a fare attenzione ad Antispazio, il pre-mostra, ovvero tutto ciò che ha a che fare con la presentazione di essa: da facebook a instagram i canali sono stati sfruttati e il successo della mostra lo si deve anche all’attenta comunicazione. Il lavoro parte non a monte, di più! Le nuvole che fanno cadere la pioggia e riempiono i fiumi della curiosità sono stati riempiti di inviti, condivisioni di gioie e dolori di questo faticoso anno, ma l’importante è stato continuare a far piovere incessantemente per far arrivare all’inaugurazione carichi sia i nostri curatori, che le persone presenti. 

Opera esposta
Progetto di uno dei gruppi presenti

La parte successiva, Superluogo è dedicata all’incontro tra ciò che c’era e ciò che è ora; si parte da una sezione di foto dove sono stati sistemati anche i materiali che furono utili alla costruzione vera e propria del DAMSLab. Una trovata geniale, che porta l’osservatore a toccare con mano tutto ciò che c’è intorno a sé. Questa parte è coronata da alcuni pannelli con fotomontaggi, dove passato e presente continuano a sovrapporsi; l’ultimo a mio avviso estremamente coinvolgente addirittura permette all’osservatore di specchiarsi su una superficie opaca. Il presente si vede sulla superficie, prendendo lo spettatore come fulcro su cui concentrare l’attualità e creatore del futuro grazie alla sua presenza.

Ultima parte il Making of. Partita come una cartella drive, ogni gruppo ha fatto una ricerca enorme e si possono consultare i plichi di tutto ciò, che hanno dovuto reperire tra uno spritz e un pianto liberatorio per il documento utile ritrovato. Entrando nell’open space si incontrano tutte le installazioni, ma ahimè non sono riuscita a godermele tutte! La disposizione e la creazione del percorso perfetto per ogni spettatore porta ad una buona fruibilità, ma la visita è andata un po’ scemando e tutti prendevano percorsi diversi, ma che volete è il bello della diretta! Nel parapiglia generale tutti cercavano di rubare una notizia qua e una là riunendo e incastrando in qualche modo i tasselli del discorso. Ammetto di aver perso alcune parti, ma non c’è da disperare! Ogni opera è correlata da QR code e, per quelli pigri e antitecnologici come me, anche da foglio esplicativo dello studio e dell’opera stessa, che si può portare a casa e leggere con calma. Devo dire la verità di essere rimasta sorpresa dalla grandezza del progetto e della mostra, ma quello che mi ha stupito ancora di più è la genialità delle installazioni. Tutte, che si richiamavano tra loro, tutte con una precisione tecnica che permette di stupirsi e godere della visione, ma allo stesso tempo ognuno degli undici progetti aveva qualcosa di particolare, di innovativo, che portava a fermarsi un attimo e riflettere sul ruolo di quello specifico studio. Quello che però mi ha fatto soffermare è il tema così diversamente declinato e l’artigianalità dei lavori, che mi ha fatto letteralmente impazzire… cioè questi ragazzi hanno progettato, molte volte costruito e assemblato da SOLI le opere!

I lavori in corso di progettazione

Quindi bando alle ciance, andate a vedere la mostra, perché vi stupirà piacevolmente, le visite guidate sono finite, quindi come me dovrete accontentarvi degli scritti, ma (ora sì estremamente di parte) dateci visibilità! La nostra chance è stupirvi e permettervi di godere delle nostre mostre in futuro, non vorrete perdervi l’occasione di dire “Io ho visto la sua prima mostra, quella semiconosciuta a Bologna, mi sembra al DAMSLab”. Fate crescere noi e questa nuova esaltante realtà felsinea!