Brusemo la vecia!

E’ arrivata la Befana che tutte le feste porta via!”. Questa frase mi ha sempre messo molta tristezza da piccola: la fine delle vacanze di Natale, i compiti abbandonati per giorni interi da recuperare il più rapidamente possibile, calze piene di dolci e niente più regali da scartare (che poi a me i dolci non piacciono, quindi dentro le calze, io trovavo lo stesso dei doni, soprattutto libri, tiè!). Ma c’era una cosa positiva: andare a vedere la vecia che brucia!

di Silvia Michelotto

Qui in Veneto, in ogni piazza, che sia piccola o grande, si crea un enorme e altissima pira, dove si sistema un fantoccio, solitamente con vestiti femminili rotti e consumati, e nella prima oscurità della sera (nel mio paese minuscolo, solitamente dopo la Messa delle 18.00) si accende questo strabiliante e suggestivo falò. L’intera comunità si riunisce e con il naso all’insù si guarda il fuoco che sale e distrugge, mentre i più anziani fanno gli scongiuri e osservano se le fiamme salgono bene, ma soprattutto da che parte va il vento.

E voi chiederete, giustamente: chi è questa vecia? E che c’entra il vento?

Easy (jet!), ve lo spiego io e la cultura popolare che scorre in me (insieme alla mia capacità di fare ricerche in biblioteca)! Intanto partiamo dalle basi, o meglio dalla prima domanda: la vecia (aka la vecchia) ha una tradizione millenaria e si può associare tranquillamente alle pratiche politeiste preistoriche in cui il fuoco, elemento purificatore, veniva utilizzato per allontanare i demoni cattivi che avrebbero portato un magro raccolto e la conseguente carestia. Nel Nord Italia questa pratica è rimasta e si è arricchita, infatti, non è solo un modo per allontanare la negatività futura, ma anche un rito propiziatorio per buttarsi alle spalle tutto ciò che, durante l’anno appena trascorso, ha portato malessere. 

E allora perché si fa il 6 gennaio? In realtà non è così, sono parecchie le zone che spostano la data di tale evento, c’è chi, come Bologna e Modena, lo fa la notte di Capodanno, c’è chi lo fa in onore dei processi contro gli eretici (Borgo San Giacomo a Brescia) oppure viene usato come una scusa per interrompere il periodo di magra durante la Quaresima (Visano, sempre a Brescia…furbetti eh!). Ma in questo specifico caso la risposta sta proprio sul perché i vecchietti, chi ancora è legato alle tradizioni e alla scaramanzia (chiamiamola così), sta a controllare con la bussola da che parte tira il vento. Il 6 gennaio è l’ultimo giorno di pausa tra la fine del raccolto e l’inizio di uno nuovo. La Natura è una crudele matrigna (come ci ha insegnato il nostro amicone Leopardi!) e i contadini ne sono gli amanti, così come i nostri fidanzati indagano (forse…in teoria…se il criceto nel loro cervello nel frattempo non si è suicidato per la solitudine!) sul nostro stato d’animo prima di proporci qualcosa, ecco che i maestri della terra fanno lo stesso. Se il fumo viene guidato da un vento da sud-ovest non c’è nulla da temere: arriverà la pioggia, meraviglioso nettare che porterà prosperità, se, invece, il vento è quello da nord-est…beh, sarà un anno arido, con un raccolto misero e una terra secca e priva di vita.

Ma nonostante ciò, loro, intrepidi amanti, pianteranno, magari piante che resistono a queste difficoltà, perché bisogna in qualche modo campare durante l’anno che verrà! Perciò, quando l’ultima fiammella si sarà spenta e l’ultima ansia se ne sarà andata insieme all’anno passato, tutti, contadini, curiosi, bimbi e adulti, si sposteranno verso un qualche locale, banchetto o signora che offrirà quell’altra cosa immancabile al rogo della vecia: il vin brulé e per i più piccoli la cioccolata (ovviamente!) coccola necessaria per sopravvivere alle crudeli notti invernali del nord (manco fossimo in Lapponia, ma c’è poco da fare l’umidità rende tutto più rigido!). 

Un abbraccio gentaglia e che quest’anno ci sia solo un vento di positività a riempire le vostre vele!

5+1 opere d’arte che mi hanno fatto amare l’arte contemporanea

La maggior parte di noi di fronte all’arte contemporanea storce il naso, ci si domanda spesso quale sia il significato di quella determinata opera o perché essa venga considerata come tale. Lo ammetto, anche io fino a qualche anno fa non capivo cosa ci fosse di così interessante nell’arte più vicina a noi, preferendo invece l’arte del Rinascimento (che ancora adesso adoro) ma, nonostante alcuni pregiudizi, frequentando il Dams di Bologna non ho potuto evitare di seguire il corso di storia dell’arte contemporanea ed è proprio lì che è scattata la scintilla che mi ha fatto completamente innamorare! Vi starete domandando perché? Beh, ecco allora una carrellata spontanea e di pancia delle opere che studiando mi hanno fatto perdere la testa!

di Jessica Colaianni

1. Nel 1917, appare in pubblico un’opera d’arte un po’ strana, un orinatoio capovolto firmato da un certo Richard Mutt e intitolato enigmaticamente Fontana. Questo lavoro provoca un fortissimo dibattito nella New York dei primi del Novecento, focalizzando in particolare l’attenzione su cosa sia arte e cosa no. Solo in seguito si scoprirà che l’autore non era altro che quel burlone di Duchamp che, già nel 1913, aveva prodotto il suo primo ready-made (oggetto d’uso comune preso e svuotato del proprio significato e reso opera d’arte). Se non lui, chi altri avrebbe potuto essere il padre dell’arte contemporanea?

2. Anche se non si è appassionati d’arte contemporanea, sarà sicuramente capitato a tutti di vedere delle opere rappresentanti linee verticali e orizzontali che formano quadrati bianchi o colorati. Le opere di Mondrian hanno avuto molta fortuna, diventando abiti di alta moda, ma comparendo anche in merchandising come quaderni e agende; pochi però sanno che dietro quelle semplici forme geometriche che “tutti possono fare” (sigh) si nascondono anni e anni di lavoro che coinvolgono l’artista nella sua ricerca di rappresentare la natura nella sua forma più primaria e perfetta, in un ricercato gioco di equilibrio e armonia.

3. Proseguendo sulla scia del “so farlo anche io” un altro personaggio che ha rivoluzionato l’idea dell’arte è sicuramente Jackson Pollock che con il suo dripping (sgocciolamento del colore) ricopre tutta la superficie della tela, rigorosamente posta a terra (diciamo addio alla pittura su cavalletto) in modo da poterci girare attorno, realizzando così quasi una sorta di pre-performance in bilico tra dei sapienti movimenti e dei casuali gesti impulsivi, una danza di colore!

4. Figlio mancato di Duchamp, Piero Manzoni sconvolge la Milano degli anni Sessanta (la sua carriera è purtroppo molto breve a causa della sua prematura scomparsa) realizzando dei lavori assurdi e giocosi al fine di prendere in giro il sistema dell’arte, legato in quegli anni ad un forte incremento del mercato. Impronte d’artista, fiato d’artista, le statue viventi sono solo alcune delle opere da lui realizzate, che rimane noto presso il grande pubblico soprattutto per la sua Merda d’artista, inscatolata ed etichettata bella e pronta per essere venduta al miglior offerente.

5. Negli anni Settanta la maggior parte degli artisti si stufa di dipingere e scolpire e decide così di fare qualcosa di nuovo (le basi vengono poste a partire dagli anni Cinquanta con i primi happening), il tutto per lo più rigorosamente nudi. Nasce così la Performance, di cui la massima protagonista è Marina Abramović, lanciata presso il grande pubblico attraverso Imponderabilia del 1977, la performance realizzata a Bologna insieme al fidanzato nonché compagno artistico Ulay, che vede i due porsi nudi (ma dai?!) davanti all’ingresso dell’allora Galleria d’Arte Moderna, costringendo così i visitatori a strusciare sui loro corpi.

6. Avviciniamoci ai giorni nostri e andiamo in terra nostrana, l’artista italiano attualmente vivente e più famoso a livello internazionale è sicuramente Maurizio Cattelan, le cui opere ironiche e spesso dal tono polemico scatenano controversie anche al di fuori dello stretto mondo dell’arte. I suoi lavori più noti rimangono Apocalypse, scultura di Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite e Him, la scultura di Hitler inginocchiato e con sguardo implorante perdono.

Questo elenco rappresenta solo una minima parte di ciò che riguarda tutto il mondo dell’arte contemporanea. In generale, la cosa che più mi affascina di essa è che non deve essere semplicemente un qualcosa di bello da vedere ma anzi può essere stramba, pazza, divertente, stimolante, assurda e a volte anche un po’ trash. L’arte contemporanea non ha pregiudizi, è libera e libera è l’interpretazione che ognuno di noi può dare a ciò che sta vedendo. Che dite, vi ho convinto ad amarla almeno un po’ di più?

Perché studi storia dell’arte?

Domanda che mi sento fare ogni singola volta che dico la mia facoltà, che parlo del lavoro che voglio fare o, molto banalmente, mi trovo a discutere di un determinato periodo artistico (in particolare quello contemporaneo) con qualcuno. La risposta è semplice, scontata, già sentita: perché mi piace! Ma è, in realtà, un modo molto veloce per aggirare il discorso che adesso vi farò proprio in questa sede.

di Silvia Michelotto

La domanda, secondo me, più giusta da fare non è il perché, ma chiedersi chi studia arte. Chi sono quei giovani che sentono parlare la maggior parte della loro vita di Madonne con il Bambino e di Crocifissioni? Che cosa li ha spinti a disperarsi di fronte a schede di catalogo – Santa Maria in Fiore, per non dire altro – che alcune volte sembrano scritte in un linguaggio incomprensibile, che l’aramaico sembra un linguaggio di una facilità disarmante?

Chi si affaccia al magico mondo della storia dell’arte non è una persona qualsiasi, è un vero e proprio folle! Un essere che ha il masochismo che scorre forte in lui! 

Molti pensano che si tratti di una disciplina semplice, basilare: ci si pone davanti ad un quadro, lo si guarda con fare indagatore, annuendo, poi si afferma che è un’opera meravigliosa e si va via, lasciando il povero neofita a chiedersi che cosa ci sia di stupefacente in una macchia su una tela o sulla porzione di un affresco staccato. In realtà quella è la punta di un minuscolo angolo di un iceberg fatto di dolore e angosce, nonché di una quantità strabiliante di nozioni che bisogna ficcarsi in testa, che possono tendere all’infinito se sulla propria strada ci si trova davanti un professore sadico.

No, no! Studiare storia dell’arte è bellissimo, ma bisogna essere di indole curiosa, amare quello che si fa  e rendersi conto che si tratta di una materia completa, che non si ferma ad analizzare quanto speciale sia la Gioconda, ma che va oltre e indaga l’uomo, il tempo e il pensiero. Perché non si parla solo di un pittore, del tipo di colore, della dimensione della tavola, ma si va molto più in profondità in quanto un’opera d’arte è il sunto di quello che c’era prima e c’era nello stesso istante in cui essa veniva dipinta.

Ed ecco che quindi lo storico dell’arte deve sapere la filosofia, la letteratura, arrivando a toccare anche la cultura tradizionale e orale di quel preciso contesto, la religione senza ombra di dubbio, la storia, e ancora la lingua, la geografia e la scienza. Oltre a ciò c’è bisogno di una grande dinamicità mentale: il pensiero, l’intuizione, deve volare tra i diversi contesti senza temere, senza aver paura di buttarsi in voli pindarici. Perché a chi non è mai capitato di iniziare a parlare di un crocifisso e arrivare a Nitsch, senza soffermarsi sull’ovvio accenno alla vicenda biblica, passando per l’estetica (se poi si riesce a parlare dello Pseudo Dionigi perfetto, perché ci sta sempre bene), e perché non parlare anche dei sacrifici e dei miti pagani?

Perché è così che funziona l’arte: è la condensazione di un’epoca e di un popolo, senza una cultura e una comunità essa non può nascere, perché è un modo di comunicare tra di loro, con la loro essenza e le loro radici di entità di gruppo. Ogni stile, epoca, linguaggio è diverso, ma che è la condensazione di tutto quello che c’è stato prima, anche coloro che rompono con il passato hanno bisogno di quest’ultimo per andare avanti, per essere i trasgressivi della situazioni, i figli punk di una famiglia ordinaria.

Torniamo alla nostra domanda iniziale, quella sbagliata: perché studio storia dell’arte?
Per rispondere alle mille domande che avevo nei diversi campi del sapere, per conoscere il mondo in cui viviamo, da che cosa nascono le mille immagini che ci circondano… Insomma per comprendere che cosa c’è oggi e magari che cosa ci sarà domani!

Proprio per questo motivo è necessario continuare ad insegnarla, spingere i ragazzi a interessarsi e non vedere quelle opere di grandissima bellezza come mera estetica.

Giorgione e la magnificenza della Luce

Giorgio Zorzi per tutti Giorgione da Castelfranco o per meglio dire solo Giorgione è uno  di quegli artisti che ha dato tanto e tanto poteva ancora dare, se non fosse stato il primo della lista dei “belli e dannati”, condannati ad una vita intensa e fuori dalle regole, ma che per sua natura finisce presto. James Dean, Amy Winehouse, River Phoenix e chi più ne ha più ne metta, e Giorgio, il grande Giorgio deve essere inserito nella lista.

di Jessica Caminiti

Autoritratto di Giorgione

Morto troppo giovane, si presume all’età di soli 32 anni, fu uno dei grandi pittori, che ammodernò e rese grande la pittura veneta insieme a Tiziano e Tintoretto, ma la sua innovazione fu come un fulmine a ciel sereno, uno  squarcio della linea temporale, un rimbalzo storto della palla… Insomma, stupì tutti e ancora oggi il mistero e la misticità che avvolgono le sue opere sono innegabile.

Quindi, breve ricapitolo: artista giovane e innovativo veneto e a quanto ne sappiamo molto bravo, ma… Perchè non ci ricordiamo di lui? La sfida per il primo posto per la regione migliore  la vince la Toscana, grazie a Vasari, che la descrive per filo e per segno. Così gli artisti veneti rimangono un po’ ai margini: gli eterni secondi, che la giuria guarda affranta e dice “bravi, ma…”, mentre, nel frattempo, si lancia sguardi  infuocati con il primo premio.

I tre filosofi
La vecchia

Bando alle ciance e ciancio alle bande, questa settimana dedicata alla Luce e alla sua potenza non può, che essere declinata attraverso questo grande pittore. Dovete sapere, che la caratteristica principale di tutti gli artisti veneti del Cinquecento è disegnare la luce e grazie alla luce: la potenza del chiaroscuro, il filtrare di quei raggi di sole, che segna e contrassegna ciò che possiamo vedere, è invenzione loro, in particolare la luce simbolica e potente, che lascia attonito e incredulo lo spettatore. In poche parole mentre i fiorentini usavano il disegno, quindi contornare le figure con precise linee di demarcazione, i veneti dal canto loro fecero sì che fosse solo il colore a descrivere margini e interconnessioni rendendo il tutto più fluido e compenetrativo.

L’amato Cerchiari e de Vecchi (compagno fedele di ogni storico dell’arte) recita, che la meditazione sui modelli di Leonardo porta Giorgione a riproporli, MA solo attraverso variazioni cromatiche, riportando “macchie” che con il magico tocco diventano persone, cose, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale…(sappiamo che l’avete canticchiata!)

Ora che vi abbiamo introdotti al santo Graal della storia dell’arte, cercheremo di raccontarvi attraverso due opere, quello che abbiamo cercato di dire a parole del grande Giorgio e useremo due quadri da cui un modernista non può prescindere per dirsi realmente tale: La pala di Castelfranco e La tempesta. Forse del secondo ne avete già sentito parlare e qualche reminiscenza liceale affiora tra simboli, domande, nonché risposte e, come aperto il vaso di Pandora, iniziano a riaffiorare quadri e immagini sfuggenti; I tre filosofi, La Venere, tutte affascinanti ed estremamente enigmatiche, ma focus: la Luce (anche per me è difficilissimo non divagare!)… Come dicevo: la luce nei due quadri si presenta come caratterizzante, nonostante il tema sia apparentemente opposto: religione vs profano, nudità vs castità, ma vediamoli da vicino!

Pala di Castelfranco

Nella pala (e voi mi direte: come in tutte le pale) troviamo la madonna con il bambino nella parte superiore con dei santi  sottostanti San Liberale e Francesco. La cosa, che stupisce (oltre la scelta di San Liberale) è proprio questa cadenza prospettica e di colore disegnata come fosse un’immensa danza a cui siamo ammessi grazie al nostro sguardo. La morbidezza dei panneggi delle figure e dei drappi, che troviamo in primo piano, viene ricreata dal gioco di luci e ombre, interrotto bruscamente dal podio che sorregge la Vergine e il Bambino e dal parapetto dietro il quale si apre una natura tipicamente padana. Questo immenso paesaggio, che troviamo alle spalle dei protagonisti, ricorda lo sfumato leonardesco (tecnica usata dall’artista fiorentino per richiamare il pulviscolo dell’aria, che sfuoca tutto ciò che si trova nei piani prospettici successivi…alias tutto ciò che è distante) e Maria e il bambino per la loro posizione rialzata sembrano immensi in questo locus amenus, che digrada il colore mano a mano, che ci allontaniamo dalla scena principe. Ci sembra di vedere due scene diverse: il chiaro e luminoso paesaggio si scontra con il  regalo siparietto sacro, eppure grande gioco di proporzioni e di prospettive differenti, fanno percepire la scena come unitaria e il boschetto, che si apre alle spalle di Maria, come sicura continuazione del primo piano.

La tempesta

La scena appena analizzata non ha niente di così strano e simbolico a livello iconografico per quel che riguarda il piano luce: essa è solo un riferimento atmosferico, ma le cose si fanno più complicate quando si parla de La tempesta (qui gli storici dell’arte fanno  un sorrisetto beffardo, si tirano su le maniche e iniziano a sbavare quasi dall’emozione!). Questo quadro datato tra il 1506 e il 1508 è un mistero, ma di quelli enormi! Commissionato dal veneziano Marcantonio Michiel vi descrivo la scena così giusto per intenderci: in primo piano a destra c’è una donna nuda, mentre sul lato opposto  un uomo vestito la osserva appoggiato ad un bastone; oltre possiamo vedere tanta, tanta natura, una città un fiume e un fulmine… ora… parliamoci chiaro… COSA??? Questa è la scena da cui nessuno riesce a staccare lo sguardo, perché assurda e si percepisce qualcosa di altamente contrastante, ma cos’è, perché tutti questi elementi sembrano così lontani eppure così possibili? Settis, importante storico dell’arte, descrive la scena come la cacciata del paradiso, ovvero Adamo ed Eva arrivati sulla Terra si ritrovano a rincorrere delle nuove esistenze umane dove il tempo scandisce secondi e minuti (il fiume e la decana rappresentazione del panta rei) e loro saranno i primi a provare le fatiche del lavoro e del parto e ricostruire la civiltà. Questa però è solo una delle molti chiavi di lettura, che si possono trovare sparse tra i manuali: chiavi mitologiche, chiavi alchemico-magiche tutte affascinanti e piene di punti a favore, tanto da non saper scegliere. Quello che poi complica la vita sono le radiografie (che sì, si fanno anche ai quadri) con le quali  si scoprono nuove posizioni, nuovi personaggi, diverse impostazioni, come ad esempio la donna, che doveva essere in un primo momento vestita intenta ad abbeverarsi al fiume proprio dove si trova l’uomo! Un super Ambaradan insomma!! 

Particolare de La tempesta

Quello, che però è certo è la luce grave, la quale rende a livello emozionale il pathos del momento, ma dobbiamo concentrarci su un’altra luce simbolica e prepotente nel quadro: il fulmine. Questa entità naturale e sovrannaturale allo stesso tempo indica uno strappo, un cambiamento repentino. Nella natura indica il lento avvicinarsi di una tempesta, qualcosa che l’uomo non può comandare e che teme, ma essa è molto di più, è la manifestazione del Divino in persona. Proprio Lui, che molte volte viene simboleggiato dalla Luce, questa volta si manifesta nell’ira e nel furore della tempesta, ma d’altronde come si può biasimare: una cosa aveva chiesto, solo una, ma si sa la curiosità umana è innata e grazie Eva!

Luce reale e luce simbolica, in questo breve percorso vi abbiamo descritto due quadri cardine del movimento veneto di cui non ci si può che innamorare e che dire di più? non si può sfuggire dalle emozioni e dalla sete di conoscenza, che porta a risfogliare ogni libro di storia dell’arte, che abbiamo in casa per cercare risposte a quel fulmine o a mille altri quesiti… Che questo Giorgione non sia la nostra mela maledetta?

Il cosmo in un battito d’ali

La simbologia della farfalla rivisitata nella post-modernità

Oggi conosciamo una new entry, Sara, laureata in Arti Visive di Bologna con una tesi dedicata al romanzo post-moderno dello scrittore rumeno Mircea Cărtărescu dal titolo Abbacinante, una trilogia monumentale che fa esplodere, con le sue anamorfosi e distorsioni, pressoché tutti gli ambiti dello scibile umano.

di Sara Uboldi e Jessica Colaianni

Autore
Copertina del libro in lingua originale

Facciamo raccontare direttamente a lei questo testo:

Sara: Mircea afferma che il suo principale interesse è “la sostanza della realtà, ma intesa nel senso più ampio possibile. Le visioni, i sogni, sono realtà. Quella che chiamiamo comunemente ‘realtà’ non è che la superficie delle cose. La vita allucinatoria è vera quanto la vita ‘reale’”. Infatti, rivisitando continuamente all’interno delle vicende narrate la sua proiezione autobiografica nell’omonimo protagonista, la rende irrisolta, in un incessante gioco di inveramento e falsificazione sempre reversibile. 

Il romanzo presenta anche un rapporto diretto con le arti figurative che, secondo Sara, è paradossale, mai serenamente accettato, in costante rivisitazione.

Sara: In primo luogo, Cărtărescu ribalta le funzioni dell’icona di impianto bizantino, tipica della tradizione folklorica romena, attribuendole funzioni talvolta anche dissacranti. L’autore trasfigura le aure dei luoghi, degli ambienti, delle città che ospitano o sono oggetto delle sue visioni con una tecnica paragonabile a quella degli inediti affreschi esterni dei monasteri romeni: è la luceabbacinante” che ogni volta si manifesta attraverso gamme cromatiche, che non esistono nel mondo naturale e vanno dal giallo biliare all’azzurro cosmico fino alle emanazioni madreperlacee. In secondo luogo, l’autore instaura un rapporto che si può definire “figurale” tra il protagonista del romanzo, Mircea (omonimo e non solo dell’autore) e il misterioso pittore Monsù Desiderio, pseudonimo di un duo di artisti visionari, creatori di capolavori rovinosi, perturbanti e misconosciuti fino alla loro grandiosa riscoperta in età romantica. L’identificazione di Mircea con Monsù Desiderio è dovuta anche al fatto che entrambi siano parte, o il risultato, di due entità opposte ma complementari e riunite sotto lo stesso segno identificativo: il gemellaggio di sangue di Mircea con Victor corrisponde a quello artistico e passionale di Francois e Didier.

Nel corso del romanzo troviamo un’immagine molto forte e determinante, la farfalla, la quale esprime una potente simbologia. Così ci racconta Sara:

La farfalla si può ritenere l’immagine più fantasmagorica e fertile di tutto il romanzo. 

Innanzitutto dà origine, con la sua tripartizione anatomica, ai volumi della trilogia (intitolati L’ala sinistra, Il corpo, L’ala destra). Abbacinante infatti può essere visto come il continuo reggersi della triade hegeliana che comprende tesi, antitesi e sintesi, laddove la contrapposizione fondamentale si ritrova nei due gemelli protagonisti, Mircea, il luminoso, e Victor, lo ctonio, sulfureo fratello scomparso a cui è destinato a ricongiungersi solo alla fine.

Inoltre, la farfalla è portatrice di una serie di suggestioni legate alla sua concezione nel mondo classico e folklorico: ha a che fare con le Parche, in particolare con Atropo, la Parca addetta a recidere il filo della vita, ma anche con le ben più rasserenanti fate. La bellezza emanata dai suoi colori e dalla sua leggiadria è sempre minacciata dalla sua natura innegabile di insetto orrendo, così come la macchia di Maria può essere interpretata come un marchio del destino oppure una malattia sfregiante, il lupus eritematoso. Damien Hirst, protagonista della scena artistica contemporanea e autore di una serie di lavori incentrati su questi insetti imbalsamati, non esita ad ammettere il paradosso della farfalla: se guardate da lontano, esse sono stupende; se avvicinate allo sguardo, provocano disgusto perché si rivelano nella loro nuda natura entomologica.

Il maestro spirituale di Mircea, il giovane emaciato Herman, che incarna l’archetipo del saggio profeta, afferma che la farfalla è stata già nel mondo antico il simbolo dell’anima e dell’immortalità: “senza l’immagine della farfalla non avremmo saputo mai che la nostra tomba è una crisalide”. In definitiva, non è la farfalla ad essere la figurazione emblematica dell’anima, quanto piuttosto è lei ad aver inventato l’anima umana. Il bruco è quindi una creatura oracolare poiché raffigura l’asse di congiunzione simmetrica tra la realtà sensibile e quella ultraterrena. Mircea afferma che la metamorfosi perfetta avverrà solo nel momento della sua morte, quando dalla sommità del suo capo uscirà la larva della sua psiche per congiungersi alla mente divina. 

Il viaggio è finito, per ora! Grazie a Sara per averci permesso di immergerci nella letteratura romena di Cărtărescu e scoprire i messaggi poetici e artistici dietro essa!

Nel caso in cui voleste leggere questa distopica trilogia ecco i link versione italiana:

Fonti:

– primo libro (l’ala sinistra): https://amzn.to/35sNwaB

– secondo libro (il corpo): https://amzn.to/2S04o4T

– terzo libro (l’ala destra): https://amzn.to/2YVCcBr

Anthropocene: una mostra didattica

Uno sguardo sulla mostra Antrophocene raccontata dalla nostra Jessica, che è andata a visitarla per noi. Tra arte e antropologia si è snodata la visita al Mast…

di Jessica Colaianni

esterno della fondazione Mast

Inaugurata il 16 maggio e visitabile fino al 5 gennaio 2020, la Fondazione Mast di Bologna ospita la mostra Anthropocene, la quale vede l’esposizione di opere di Edward Burtynsky (fotografo canadese classe 1955), Jennifer Baichwal (regista canadese classe 1965) e Nicholas de Pencier (coniuge e partner professionale di Jennifer Baichwal).

La mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione dell’Art Gallery of Ontario e il Canadian Photography Institute of the National Gallery of Canada e vede la presenza di fotografie, video e installazioni in realtà aumentata (fruibile attraverso il download dell’app Avara), disseminate in un percorso espositivo diviso in quattro sezioni.

Il titolo della mostra deriva da un termine scientifico coniato nel 2000 dal chimico e studioso dell’atmosfera Paul J. Crutzen e da Eugene Stoermer e sta ad indicare l’attuale epoca geologica, definita a partire dalle metà del XX secolo, nella quale la specie umana è la causa primaria di un cambiamento permanente del pianeta. I tre artisti, grazie al The Anthropocene Project viaggiano in giro per il mondo documentando questi mutamenti provocati dall’impatto dell’uomo, tra cui disboscamenti per creare nuovi terreni per le coltivazioni nuove aree urbane e industriali oppure tutti quegli interventi invasivi per estrarre materiali quali petrolio o carbone. La colpa di questi eventi, secondo molti, è da scaricare sulla parte occidentale e più industrializzata del mondo, le cui conseguenze ricadono sui paesi più poveri. Basti pensare, ad esempio, alle piantagioni di palma da olio, le quali stanno distruggendo la foresta dell’Indonesia e della Malesia, mettendo a rischio di estinzione gli oranghi che abitano quelle zone (la produzione dell’olio di palma è quasi del tutto esportata in Occidente). Attraverso le opere, le didascalie e i pannelli esplicativi, lo spettatore prosegue nel percorso in un crescendo d’ansia e paura che attanaglia la mente. Sono molte le domande che fanno sorgere all’osservatore queste immagini. Quanto tempo ci resta? Ci sono delle soluzioni? 

Ingresso dellla mostra

L’obiettivo dei tre artisti non è quello di coinvolgere lo spettatore dal punto di vista emozionale, ma di porre la realtà delle cose così com’è, nella maniera più razionale possibile e lasciar lui l’opportunità di farsi una propria opinione personale. Il pubblico esce dalla mostra con una nuova consapevolezza e con la libertà di poter davvero agire o meno per cambiare le cose. Tuttavia l’esposizione non vuole lasciare solo una nota pessimista. Non tutto è perduto. Infatti, durante il percorso dell’esposizione si trovano anche alcune immagini dove l’uomo fortunatamente non ha posto la sua impronta, come la foresta Cathedral Grove nella Columbia Britannica, l’abete Douglas Big Lonely Doug e la barriera corallina del Parco Nazionale di Komodo, i quali restano solo alcuni esempi di ambienti ancora incontaminati. Viviamo in un’epoca in cui il confine col punto di non ritorno è sottile, ma abbiamo ancora delle possibilità per uscire da questa situazione. Un forte dibattito tra scienziati (e non solo) si pone oggi l’obiettivo di proporre soluzioni, tra chi richiede una necessaria riduzione dei consumi e tra chi invece propone di impiegare l’ingegneria climatica (l’insieme delle tecnologie volte a contrastare i cambiamenti climatici),  la geoingegneria (la conoscenza delle scienze geologiche applicata all’ingegneria) e l’ingegneria genetica per portarci verso l’idea di un Transumanesimo, ovvero il progredire del genere umano attraverso la scienza e la tecnologia, interferendo con la natura e sfruttando lo stato delle conoscenze presenti e future al fine di evitare un collasso. 

Parte dell’interattività della mostra

Il culmine dell’esposizione è la quarta sezione, dove avviene la proiezione del film-documentario Anthropocene – The Human Epoch, il quale mostra in maniera più approfondita il percorso svolto dai tre artisti insieme all’Anthropocene Working Group (oltre al Mast, è possibile vedere la proiezione in alcune sale cinematografiche d’Italia).

La Fondazione Mast offre al pubblico una mostra didattica ed esaustiva del problema, una visita è d’obbligo, in quanto l’arte può essere uno strumento utile per smuovere le coscienze degli uomini. È giunto il momento di agire, non possiamo fingere che i cambiamenti climatici non esistano e che non sia l’uomo la causa principale di essi, la mostra si pone quindi come un buon punto di partenza per dare consapevolezza a ciò che sta accadendo al nostro unico pianeta. Le soluzioni ci sono e sono possibili, basta metterle in atto.

Il genio non esiste!

Vai a uno spettacolo comico sulla storia della scienza fatto dal tuo youtuber preferito, ti siedi e ti prospetti una serata interessante ma allo stesso tempo leggera, fatta di risate e qualche nozione da salvare nel proprio hard disk celebrale, ma non va affatto così!

di Silvia Michelotto

Quando le luci si riaccendono non sai se andare dietro le quinte per incontrare quella mente brillante o fiondarti a casa a scrivere quattro righe su quella lampadina che si è accesa dopo nemmeno cinque secondi dall’inizio dello spettacolo, ovviamente ho fatto la seconda (per onor di cronaca: il giorno dopo l’ho incontrato lo stesso, in occasione di una conferenza in centro a Padova,  e ho persino fatto la foto e chiesto l’autografo, insomma #fangirl!).

Ma che è successo? Qual è l’epifania che mi ha raggiunto in quel momento di estremo godimento?

Be’ molto semplicemente che il Genio non esiste, un po’ banale come illuminazione, calcolando che è anche il titolo dello spettacolo, ma mi ha fatto riflettere quanto questa parola, genio, sia abusata sia nel mondo della scienza sia nel mondo artistico. Il monologo a cui ho assistito è  iniziato proprio portando l’esempio di Picasso. Per chi non lo sapesse il nostro artista preferito dal nome così lungo da usare il formato A4 per la propria carta d’identità è stato tra gli artisti più prolifici del XX secolo: i numeri che riguardano i suoi bozzetti, studi e le opere, sia pittoriche che scultoree, sono da capogiro. Tutte le innovazioni che ha portato nell’arte provengono proprio da tutto ciò, da quelle giornate passate davanti ad un modello a studiare il modo migliore per rappresentarlo, per trovare qualcosa che  descrivesse al meglio quel cambiamento che stava avvenendo in quegli anni.

Monet – impressione sole nascente
Duchamp – Fontana

E non fu l’unico, tutta la storia dell’arte è caratterizzata da personalità che hanno portato innovazioni stilistiche che si sono poi riflettute nel modo di vedere e percepire la realtà. Sono, però, tutte persone normali, con un grandissimo talento a volte, ma che non hanno ricevuto nessun dono divino o qualsivoglia apparizione miracolosa. Per giungere a questi risultati ci sono stati anni di esercizi e di lavoro, ma anche gli elementi giusti perché ciò fosse possibile: Giotto, Michelangelo, Monet, Duchamp non sarebbero stati gli stessi se non si fossero trovati in quel preciso frangente spazio-temporale, se le menti precedenti non avessero raggiunto determinati risultati, sia negativi che positivi. Le loro soluzioni non sarebbero state accettate se altre menti illuminate non avessero riconosciuto le loro scoperte come fondamentali e, perché no, se qualcuno non avesse trovato scandaloso il loro modo di approcciarsi al mondo.

Insomma, certamente la storia è costellata di menti brillanti, ma dobbiamo ricordare anche che i nomi che oggi conosciamo potevano essere diversi, la storia, infatti, premia i più veloci, coloro che per primi mostrarono al mondo la loro scoperta: un esempio? La nascita della fotografia che vede Daguerre anticipare di poco la presentazione delle scoperte di Talbot rubandogli la paternità della nuova tecnica artistica. Ma se Talbot ha avuto la fortuna di essere ricordato, pensate quanti uomini, ma soprattutto donne, sono state ingoiati dalla storia, perdendo così a causa delle poche informazioni che ci sono giunte dai tempi più antichi o perché semplicemente battuti sul tempo.

Prototipo delle ali leonardesche

Perciò è giusto parlare di genio? Assolutamente no! Coloro che studiamo sono persone che hanno avuto menti pronte che hanno colto prima di tutti gli altri il cambiamento e che sono arrivati a delle nuove soluzioni in maniera innovativa. Li immaginiamo molto spesso posati studiosi che osservano il mondo in modo composto, scrivendo frasi poetiche adatte per essere sistemate sotto le foto su instagram (mi sono macchiata di questa colpa anch’io, ahimè!) ma in realtà è molto più probabile che fossero soggetti dal carattere rocambolesco, irritabile e dispettoso. Perciò cerchiamo di toglierci questa idea di Leonardo allegro nonnino che disegnava e studiava nel suo studiolo a lume di candela: stiamo parlando di una persona che ha pensato a delle ali da attaccare a un povero disgraziato per farlo volare e sono abbastanza sicura che ci abbia anche provato a vedere se funzionava. Ci vuole una mente deviata! Una grandissima intelligenza, ma deviata… 

Picasso
Fontana
Cattelan
Caravaggio

Questo toglie valore a quello che questi grandi personaggi hanno realizzato? Assolutamente no! Hanno dimostrato grandi capacità intellettuali e artistiche, nel nostro caso, che hanno dato il via a nuove evoluzioni stilistiche, segnando il progressivo percorso della storia. Hanno permesso ad altri di crescere, di sviluppare, di creare nuove soluzioni e hanno influito sul percorso dell’uomo a livello culturale e sociale. Togliere il termine genio che precede i nomi dei grandi innalza, secondo me, il loro valore, in quanto si cancella quella errata convinzione che vuole queste menti nate e finite così, semplici cervelli che non hanno avuto un’evoluzione, ma che erano progettate fin da subito per conseguire quei risultati o, peggio ancora, le uniche in grado di raggiungerli. Invece non è assolutamente così: riconosciamo il loro lavoro, la loro crescita, la loro intelligenza che man mano si evolveva, i loro occhi curiosi che si posavano sul mondo e quegli insegnanti che hanno colto in loro una luce nuova e forte.

E perciò, ripetiamo, anzi urliamo, tutti insieme: Il genio non esiste!

Sempre sul pezzo: Weimar la città dell’innovazione!

Cambiamo Stato e voliamo a Weimar, dove lo spirito del Bauhaus è ancora palpabile e la ricerca della novità in campo artistico rimane l’obiettivo di questa visionaria scuola, che non ebbe vita facile, ma è ancora qua

di Jessica Caminiti

Foto panoramica di Weimar

Weimar, 2019. Weimar che? per caso è un formaggio? No, secondo me è quel posto strano dove piovono polli! Niente di tutto questo gente e ora, che ho la vostra curiosità posso iniziare. Ebbene sì, parlerò di questa piccola città, la quale forse vi suona poco familiare, ma fatemi fare un piccolo tuffo nel passato per farvi capire, perché essa risulti come già sentita nel vostro cervello e non solo per qualche strana definizione di Bartezzaghi nella settimana enigmistica!

Oltre ad essere la città natale di volti noti come Goethe e Schiller, i quali sono presenti per tutta la città tra statue, strade intitolate e aggeggini carini nei vari negozietti, essa diventò importante nel 1919; essa divenne famosa sì, ma per riuscire a comprendere meglio come e perché ci conviene saltare su una certa e conosciuta DeLoeran e ritornare indietro a un secolo fa e quindi, eccoci qui: Weimar, 1919.

Targa commemorativa della costituzione della Reppubblica: In questa casa il popolo tedesco si è dato, attraverso un’assemblea nazionale, la costituzione di Weimar dal 11 agosto 1919

Weimar 1919. Subbugli e tafferugli, la prima guerra mondiale è appena finita, ritornano i reduci, le mogli tornano a casa e la vita sembra ricominciare anche in Germania; una piccola Repubblica prende forma ed è proprio la Repubblica di Weimar: libertà e nuove possibilità pullulano per la città, le donne possono già votare, i cittadini non sentono l’oppressione dei Paesi dove la monarchia fa ancora il buono ed il cattivo tempo e proprio qui, arrivò Walter Gropius con la sua scuola. Proprio qui, un secolo fa, il Bauhaus prese forma e da qui inizia la vera storia artistica nella città.

Benvenuti nella magica Scuola dove ragazzi e ragazze condividono gli stessi corsi, tecnici e teorici, per diventare gli architetti e gli artisti di domani. Nei vari anni si possono incrociare per i corridoi i grandi maestri, i quali hanno fatto la storia dell’arte del Novecento; Kandinskij si aggira tra gli alunni insieme a Klee, Itten, Van der Rohe, mentre Gropius da direttore vede nascere e piano piano morire il suo sogno. Sarebbe tutto fin troppo bello, se solo una folle ideologia non si fosse intromessa! La sede c’è ancora, ma la scuola dovette fare i conti con la storia ed il nazismo, che la reputò “troppo liberale e sovversiva”, così dopo lo spostamento a Dessau ed a Berlino, nel 1933 verrà chiusa definitivamente durante l’ascesa del regime.

1919
2019

Cosa rimane nel 2019 del visionario e liberale progetto di Gropius? Il nuovo museo appena inaugurato, enorme e più inclusivo possibile, portatore di storia e di design, oltre alle molte gallerie sparse in tutta la città e la sede della scuola, centro propulsore di idee e di novità, è ancora lì. Mettere un piede dentro l’edificio principale è una  grande emozione, una di quelle che si provano solo quando sai chi è passato prima di te, e, mentre mi lascio alle spalle il padiglione costruito da Henry Van De Velde (sì, avete letto bene, proprio lui!), entro e vedo la magnificenza della scuola: l’androne bianco, che ti accoglie e i murales del 1919 ancora presenti si mischiano e ti fanno respirare la storia. Negli anni si è ingrandita e oltre ad architetti e artisti accoglie anche informatici, un po’ bistrattati e decentrati rispetto all’edificio principale, ma parte integrante di questo piccolo mondo a sé stante. 

Logo della scuola
Lavoro del summary
laboratorio di virtual reality

Perché vi raccontato di questo crogiuolo di personalità così diverse? Perché ogni anno a luglio, tutti gli studenti della scuola presentano i loro progetti al summary  e, curiosissima come pochi, sono ad aggirarmi per corridoi e aule per capire quali sono le novità. Artisti, designer e architetti ci stupiscono come sempre, anche se non offrono nessuna spiegazione o interesse nei confronti dei visitatori, che magari (dico magari, eh?) qualche chiacchiera la vorrebbero pure scambiare. L’ala più stupefacente è stata quella informatica. Voglio raccontarvi cosa succede quando informatici ed artisti iniziano a conoscersi, comprendersi e collaborare. Tutto si svolge in un piccolo laboratorio, dove tutti entrano zuppi (ovviamente vuoi che non piova visto che io esco vestita bene?) e qui lo stupore. Otto videogiochi, dove si viene trasportati nel mondo del Bauhaus, in maniera innovativa, quasi inconsapevole per chi partecipa. Da neofita e bug continuo dell’informatica, mi aggiro tra questi pc dove vedo riproposizioni del tema del Bauhaus: chi ha deciso di usare le forme per sfidare la fisica, chi ti fa aggirare per il nuovo museo cercando indizi, finché mi sposto fisicamente nell’edificio e arrivo alla stanza chiusa. Porta sbarrata e solo quattro persone alla volta possono entrare, cosa ci sarà mai qui dentro? Entro e qui la magia si avvera, l’arte incontra la tecnologia: un semplice gioco di ricerca di due monumenti del Bauhaus persi per una città immaginaria. Sei sotto una cupola e tutto ti circonda: suoni, rumori naturali ed i tuoi passi, mentre ti aggiri scontrandoti con le figure inventate da Oscar Schlemmer e tutto sembra così reale, tutto sembra a portata di mano. Trovo i due edifici e riemergo da questa realtà con due domande: che cos’è il Bauhaus oggi? Quanto è cambiato?

Summary 2018, visione della cupola

Rifletto e penso, niente è cambiato: il Bauhaus è esattamente come cento anni fa! La ricerca della novità, dell’unione di più saperi, l’essere sempre all’avanguardia e un passo avanti rispetto agli altri. Tutto questo è rimasto, si è solo trasformato ed evoluto per arrivare a questo: la scoperta dell’arte nella tecnologia.

In conclusione può essere la tecnologia arte? Certo, che sì! Un’arte diversa, non ancora pienamente compresa, ma può sicuramente aiutare a raggiungere e scrutare nuovi campi, nuovi limiti, che ancora dobbiamo raggiungere.


L’arte è sessista?

Dopo secoli in cui abbiamo visto donne e dee spogliarsi per artisti, che le riproponevano su tele e fotografie, gli anni Sessanta e Settanta del ‘900 portano un po’ di freschezza e “il vento del cambiamento soffia” incessantemente. Una breve carrellata delle nuove streghe e della loro arte (senza favoritismi)

di Jessica Caminiti

Anni ’70. COrteo di femministe
Corteo femminista attuale a Toronto

2019, Mondo. Il 25 novembre siamo ancora a fare le manifestazioni contro la violenza sulle donne, perché nonostante i magici Settanta, la visione occidentale della donna per molti versi non è cambiata: ancora femminicidi, stalkeraggi, subordinazioni e negazioni di fronte a quello che viene tuttora definito sesso debole (ma sesso debole a chi?)

L’arte per molto  tempo, per secoli, nonostante ci siano state delle eccezioni prime tra tutte Artemisia Gentileschi e Propezia De Rossi, ha inneggiato ad un modello maschile e restrittivo, che corrispondeva ad uno schema ben preciso: uomo artista e donna musa. Questo ha portato a dei capolavori all’interno della storia dell’arte, che difficilmente non si può che ammirare: come non si può rincorrere con lo sguardo le sinuose curve della Venere di Tiziano o guardare estasiati lo sguardo della Primavera di Botticelli

Può essere considerato solo questo il  ruolo del genere femminile? Sicuramente non può essere tutto qua: le donne nel corso del XX secolo decidono che è ora di rompere le catene con il passato e di dare un taglio diverso e più autoreferenziale alla loro vita. Molte scrittrici enfatizzano il ruolo della donna come creatura nuova in pace con il mondo e in parità con l’uomo e finalmente le donne iniziano a far sentire il loro grido.

Torniamo nel mondo post-Sessantottino e vediamo un po’ cosa succede. Tafferugli in tutta Europa, guerra fredda, cortei tra cui quelli femministi, che riempiono piazze e strade per arrivare ad urlare in faccia a chi le ha sottomesse da sempre “Tremate, tremate, le streghe sono tornate”.

Ebbene sì, sono tornate le maghe, le cabaliste, le dee dimenticate, che si liberano del peso di anni di paura e reverenza per essere il terrore e la paura di chi di loro si è fatto gioco. Non posso parlare di tutte le artiste, che si schierarono a favore del femminismo, quindi ecco a voi una personale e incompleta lista delle artiste, che hanno cambiato il modo di vedere la donna (in pillole):

foto da: https://ellepourart.wordpress.com

Gina Pane. Il divaricamento del silenzio nella ferita.

Molti hanno sempre visto questo gesto solo come puro autolesionismo… Beh, sì in parte lo è, ma il significato che impregna le azioni di Gina è più astratto: la pelle, emblema del distacco e della barriera viene incisa per lasciare comunicare interno con esterno, donna con società e genere femminile con mondo intero. Ogni singola performance racchiudeva il dolore delle femmes da sempre condannate da una gerarchia, che non apparteneva loro e in cui non erano contemplate. Aprire porte e divaricare cancelli è l’inizio del percorso di avvicinamento e di unione tra i due sessi.

Tapp and Task Kino
Aktionkörper

Valie EXPORT. Una dura.

Un’artista forse poco conosciuta di origine austriaca è entrata prepotentemente nella scena negli anni Sessanta. Performances, video e chi più ne ha più ne metta, un susseguirsi di opere contro la supremazia maschile e l’incessabile voglia di vedere la donna come l’angelo del focolare, che snoda la sua vita tra matrimonio e figli. Molte volte la troviamo nuda e farsi ammirare come reale donna e come una guerriera in attesa di confronto con il mondo che la circonda. Una delle sue opere più sovversive, però è ancora “ammirabile” e lo rimarrà finchè morte non ci separi: durante Aktionkörper si fa tatuare una giarrettiera, esempio della donna solo oggetto. Rimarrà sempre presente, MA prima o poi svanirà come si spera svanisca il patriarcato.

Cindy Sherman. Uno, nessuno e centomila.

Una delle fotografe più brave dell’ultimo secolo, durante gli anni Settanta decide di metterci la faccia o per meglio dire, ci mette un individuo di fronte nascondendosi dietro estremizzazioni dell’essere donna. Il gioco di ruolo, che instaura con lo spettatore è sottile e lascia attoniti: lei è sempre lei, ma non è lei, insomma chi è… Lei è veramente la maschera pirandelliana d’eccellenza: i mille volti sono suoi, è sempre lei, ma è anche la ricostruzione della visione della donna artificiosa e naturale allo stesso tempo. Non è mai lei, ma è ciò che noi vogliamo vedere di lei.

Carolee Schneemann. Una dea dei giorni nostri.

Carolee non fa azioni o performances, lei fa riti dove la donna ritorna Madre, ritorna Figlia, ritorna Femmina e sa di poter comandare. Il suo travolgimento cosmico all’interno dell’arte dimostra come la donna può essere qualunque cosa lei voglia e non ci sono barriere, che frenano questa sua rinata consapevolezza e presa di coscienza. In Meat joy inneggia alla carne e all’unione repulsiva e allo stesso adorante, che abbiamo nei confronti di essa che sia viva o morta. Rotola e si sparge di vita come appunto in un rito sciamanico, ma la vera rivoluzione sta nella lode alla vagina, che avviene durante la performance Interior Scroll. Questa camera traslucida, che conosce interno ed esterno per unirli e farli incontrare racchiude il più grande segreto di tutti i tempi, la nascita e la Vita; essa viene innalzata a reale portatrice di Luce e non solo, anche portatrice di misteri atavici e del Seme da cui nasce l’intero universo.

Gruppo Forma 1
Opera dell’Accardi. foto da http://www.rainews.it

Carla Accardi. Degna Chiosa italiana

Una delle artiste italiane più conosciute insieme a Tomaso Binga e Ketty La Rocca, ho inserito Carla, perché lei stessa insieme a Carla Lonzi ed Elvira Banotti firma il manifesto di Rivolta femminista, scritto in cui le donne italiane si schierano contro le sottomissioni e le angherie maschili. È conosciuta per il suo ruolo all’interno dell’astrattismo, che si trasformerà in automatismo e in ricerca di minimalizzazione massima. Inizialmente fa parte del gruppo Forma 1, di dichiarata corrente marxista, nel quale si farà strada e riuscirà a tracciare il suo percorso artistico. Un meteorite luminoso nel cielo italiano, che lascia una prepotente scia: la sua ricerca di massima geometria passando dalle tempere alle meno precise vernici, arriverà ad un ritorno alla materialità solo negli anni Ottanta (il grande ritorno della plasticità in arte).

Autostazione di Bologna – CHEAP Festival

Novembre, 2019. Dopo questa carrellata da cui ho volutamente messo in panchina Ana Mendieta di cui parleremo più avanti, una cosa è chiara: l’arte si è ampliata e ha iniziato a includere sempre più gruppi minoritari anche grazie all’azione di queste importanti artiste, ma… c’è sempre un ma! Ma non abbiamo vinto, non abbiamo raggiunto la parità; difatti, si parla ancora di femminismo anche dopo gli anni Settanta e non si escludono continui ritorni delle donne agguerrite.

Forse non abbiamo vinto, ma uno spiraglio di luce, un barlume di speranza c’è e tenere viva la fiamma è nostro dovere.

IO non mollo, IO sto con le streghe.

Il Museo Nazionale Atestino, un prezioso tesoro estense

A Este, in provincia di Padova, c’è un bellissimo museo archeologico che vuole raccontare una storia antica e che viene scritta giorno dopo giorno. L’unica cosa che bisogna fare è scoprire i gioielli che ci sono al suo interno.

di Silvia Michelotto

Veduta d’Este e del suo castello

Non avete niente da fare la prima domenica del mese,? La vostra giornata sarà divano e qualche bel film di serie B (se non anche Z)? Allora vi do un consiglio io: andate al Museo Nazionale Atestino, ad Este.

Partiamo dal presupposto che già Este merita: è una bellissima città sorvegliata da uno stupendo castello carrarese, che ricorda gli anni in cui questa città era la difesa meridionale dei Colli Euganei, ma che divenne luogo di leggende già nel 1483, quando fu abbandonato prematuramente. Di sicuro, meravigliose rimangono le rovine, che fanno da teatro a numerose attività estive, nonchè il giardino, curatissimo e suggestivo.

Ma vicino alle mura, all’interno di Villa Mocenigo, vi è un arco di pietra che vi conduce all’interno del Museo Archeologico Atestino: al piano terra vi è la sezione dedicata ai reperti romani della città di Ateste, ovvero il nome romano, appunto, di Este, con una considerevole collezione di anfore e lapidi, se questo non è abbastanza, troverete anche una parte dedicata all’epoca medioevale e moderna. Degna di nota è la presenza di una meravigliosa Madonna col Bambino di Cima da Conegliano, datata 1503, che fa bella mostra di sé e dei suoi colori, forse un po’ troppo soffocata da altri reperti e dalle teche con le porcellane di fine Ottocento. Comunque, anche così, fa la sua bellissima figura!

Madonna con bambino – Cima da Conegliano (1503)

Ma è del piano superiore che vi voglio parlare, un viaggio nella preistoria di quella particolare zona del Veneto, una vera e propria cassaforte di reperti, che sono riusciti a portare nuove informazione sui popoli che abitavano le terre di questa regione prima dell’arrivo dei romani. 

Iniziamo, però, dalla nota dolente, così da togliere questo sassolino dalla scarpa immediatamente e poi andare in modo più spedito: le spiegazioni! Non è un problema di questo museo in particolare, ma della maggior parte delle istituzioni presenti sul territorio, che dico d’Europa, ma forse anche del Globo. Le spiegazioni o sono troppo lunghe o non esistono o sono troppo distanti e bisogna attraversare una sala intera per sapere che cosa si è visto all’inizio. Purtroppo non mi reputo una grande fan dell’archeologia – mea culpa – quindi l’idea di imparare qualcosa di nuovo su quelli che potrebbero essere i miei pro-pro-pro-pro-trisavoli mi entusiasma: la prima sala era eccezionale, infatti, ogni reperto era numerato e la sua spiegazione era sistemata all’interno del cartellino, ben distanziato dagli altri, così che, a colpo d’occhio, fosse facilmente rintracciabile. Lacrimuccia di gradita emozione quando ho notato che le spiegazioni della sala o delle vetrine, poi, erano brevi ma dettagliati, così da non annoiare troppo il visitatore. Man mano che si procedeva, però, ecco che la situazione diventava un po’ più critica e per sapere che cosa era il numero 5 bisognava leggere un cartellino pieno di informazioni e la spiegazione generale si trovava più distante rispetto agli oggetti esposti. Ma come già detto non è l’unico museo che presenta il medesimo problema, aspetto che va sicuramente migliorato, ma che non reca assolutamente nessun danno, solo un po’ più di dinamicità nella visita.

Nonostante ciò la storia che viene narrata è interessante e mostra un popolo attivo e ricco di tradizione, che fin dall’antichità sfrutta le vie fluviali per stringere rapporti con altre comunità e future grandi città, come Bologna.

Esempi di vasi
Sepoltura

Tra monili in bronzo, oro e piombo, sepolture ancora intatte (suggestiva è di sicuro quella di una giovane donna e di suo figlio appena nato) e giochi antichissimi, vi è un reperto di eccezionale valore, una specie di stele di Rosetta della lingua venetica, l’antenata della lingua veneta.

Si tratta di una porzione di una tavoletta di bronzo databile intorno al IV secolo a.C. (e sì, all’epoca lavoravano già il bronzo ed erano anche piuttosto bravi!) che riporta scritte il lingua venetica, appunto, ma di tipologia padovana, di carattere pubblico. Proprio questa particolare tipologia di dialetto, se possiamo definirlo tale, ha permesso di collegare la manifattura, e probabilmente anche la committenza, al centro cittadino e che ancora oggi vede Este come una sua provincia. Le scritte non sono poste orizzontalmente, come siamo abituati a vedere nei testi o nelle epigrafi romane e greche, ma bensì a spirale, senza nessun segno di punteggiatura; i caratteri sono di tipo calcidesi, ovvero simili a quelli greci, e presentano una struttura alfabetica simile a quelle delle popolazioni etrusche del nord, nonostante ciò la lingua è di tipo indo-europeo, quindi con legami al latino e al gallico, a mancare è anche la lettera O che vide la sua introduzione solo dopo la nascita di rapporti con la città di Adria.

Frammento della tavoletta in lingua venedica

Ad Este sono state trovate più di 100 iscrizioni in questa antica lingua dalle formule molto spesso ripetitive, che hanno permesso lo studio sempre più concreto e attivo della cultura della zona, ma questa parte di lamina è di sicuro la più importante, nonostante la sua scoperta sia abbastanza recente(fu rinvenuta solo nel 1979 nei pressi dell’Ospedale Civile, molto vicino al museo in cui oggi è conservata) e nuovi studi potrebbero portare alla luce grandi novità. Ma perché è solo una porzione?

Non è stato qualche archeologo poco attento (senza offesa agli archeologi, vi ammiro moltissimo eh!), bensì qualche fabbro del passato: si suppone, infatti, che una volta che la tavoletta ha compiuto la sua funzione si sia pensato di riciclarla (già si pensava a fare del bene al pianeta) per farne uno scudo, quindi la seconda parte potrebbe essere stata gettata, dispersa in qualche antico campo di battaglia, oppure anche rifusa. Chissà!

Intanto, però, vi consiglio una bella gita ad Este a scoprire un popolo antico  e meraviglioso che ha posto le basi per una cultura tutta da scoprire!

Bon, questo è tutto, ora no gavji più scuse! Ndè a vardar el museo de Este che el xe nà figada! (per chi il veneto non lo sa [male!]: Bene, questo è tutto, ora non avete più scuse! Andate a vedere il museo di Este che è una figata!)