Correva l’anno 1866 e un veloce sguardo della giuria al quadro di Gustave Courbet, gli valse la possibilità di entrare a fare parte dell’Olimpo dei pittori destinati al Salon e a tutta la fama da esso derivata. L’opera L’origine du monde desta scalpore e persino ora, guardandola al musée D’Orsay, molti visitatori si trovano imbarazzati di fronte a questo corpo lascivo, che si fa osservare in tutta la sua carnalità.

Freud diceva che “dietro ogni tabù si nasconde un desiderio” ed è forse questo il nodo centrale quando pensiamo alla nuova nudità nell’arte, che tanto ci mette in imbarazzo, soprattutto nel momento in cui è reale, quasi calda per quanto oggettivamente sappiamo essere una semplice tela. Di nudi nell’arte ce ne sono centinaia, ma che dico migliaia, eppure vi racconto di questa piccola opera di 46×55 cm, che magari non è famosa come molte altre, ma è qualcosa di estremamente speciale, un capolavoro, che cambia il nostro modo di essere osservatori. Siamo da sempre abituati a vedere belle dee nude: dalla venere di Willendorf, dea rappresentativa della fertilità neolitica, alla morbida venere botticelliana. Ognuno di noi scorrendo tra bacheche social oppure, più tradizionalmente, visitando musei si è trovato davanti ad un nudo: sfiorare con lo sguardo le curve del corpo, osservare i particolari non sembra una cosa così scandalosa, anzi ci sentiamo inebriati dalla bellezza di queste donne, che portano il nostro animo ad innalzarsi. Allora cosa c’è di diverso in questo quadro?

Venere di Willendorf – 23.000/19.000 a.C. 
Nascita della Venere, Sandro Botticelli (dettaglio) – 1485/6
Per la prima volta nella storia dell’arte il corpo della donna non viene idealizzato, non è più quella bellezza eterea, è vivo, pulsante di energia sessuale e sensuale; abbiamo un corpo, solo un corpo, da cui ci sentiamo attratti, ma anche lo respingiamo per il pudore di cui ancora la nostra società (purtroppo) si macchia. Parlo di corpo, perchè non abbiamo un volto, questa bellissima ragazza non ha occhi dolci o provocanti, azzurro oceano o nero pece, non ha neanche una bocca, che immaginiamo socchiusa dalla posizione in cui il corpo è abbandonato sul candido lenzuolo. Vediamo dei seni sinuosi, delle provocanti curve, che accompagnano il nostro sguardo a ciò con cui, nella storia dell’arte, mai avremmo immaginato di scontrarci: una vagina. Questo organo, che da sempre è stato visto, come un organo maschile non sviluppato, ci ha fatto diventare nel corso dei secoli, per gli studiosi, invidiose dell’altro sesso, isteriche, mangiatrici di uomini, streghe, illibate, madonne. Finalmente, però, nel XIX secolo una sua rappresentazione reale artistica, senza idealizzazione o giudizio, solo vera, è apparsa.
Lo sprezzo e la paura per questa parte naturale del corpo ovviamente è da collegare al nostro modo di pensare, che si è creato ed evoluto per secoli; “Con l’ingresso nell’era moderna l’idealismo passa in secondo piano, aumentano i rimandi espliciti alla realtà e di conseguenza gli scandali”, così inizia il libro di Luca Beatrice, Sex. Erotismi da Courbet a youporn, un volume illuminante per discutere di cosa sia veramente il limite, dove lo tracciamo non solo tra erotico e pornografico, ma anche tra sensualità e sessualità, tra arte e luci rosse. Lui stesso individua l’inizio dell’esplicito in arte con Courbet per poi evolversi in immagini note della contemporaneità, dai vagina paintings di Shigeko Kubota, passando per il vouyerismo di Degas e Duchamp fino ad approdare alla serie Made in heaven dove Ilona Staller alias Cicciolina posa con suo marito Jeff Koons in pose che, sicuramente possiamo dire, lasciano poco all’immaginazione. La provocazione dell’artista avviene quindi attraverso la spogliazione e il riportare la donna alla realtà, quello che dovrebbe però far pensare è proprio il fatto che siano passati più di 150 anni da quel quadro, eppure ossessiona ancora la censura. Questa piccola tela con una vagina, rende ancora tutti noi peccatori di sguardo, temiamo non tanto qualcosa, che ormai è sdoganato, ma il giudizio nel momento in cui il nostro osservare diventa pubblico; non possiamo celarci dietro ad un computer, riviste, il quadro è lì davanti a noi ed osservarlo rende tutti pudici: non è “solo” un nudo provocatorio con un volto, non è l’Olympia di Manet o La maya desnuda di Goya, è una vagina di una donna sconosciuta e non possiamo soffermarci su altri particolari, perché il centro nevralgico dell’opera è proprio quello.

Made in Heaven, Jeff Koons – 1990 
Interior Scroll, Carolee Schneemann – 1975 
Olympia, Eduard Manet – 1866
Carolee Schnemann in maniera poetica e mistica l’ha definita come “passaggio da visibile a invisibile, una bobina a spirale inanellata di forme di piacere e misteri generativi, attribuiti sia alla potenza sessuale femminile, che maschile.(…) simbolo primario dall’unione di spirito e carne nel lavoro della divinità.” Eppure ci fa ancora paura, la donna non può essere solo scrigno perfetto di castità e purezza. È sangue pulsante, calda pelle, desiderio, essere divino che dà alla luce, ma potente essere umano che può decidere il suo destino.
No, non siamo Venere, né Era, gli uomini non sono Zeus o Apollo, siamo tutti esseri umani e, ringraziando il cielo, la mortalità ci fa godere di dolori e piaceri della vita, ma seriamente nel 2020 dobbiamo aver paura di parlare di quanto le donne siano umane? Dobbiamo ancora aver paura dell’orgasmo femminile, della masturbazione, del desiderio? Dobbiamo ancora aver paura della vagina?
Fonti:
– Luca Beatrice, Sex. Erotismi da Courbet a youporn, 2013
– BIRRINGER, Johannes, Imprints and re-visions. Carolee Schneemann’s visual archeology, in Performing arts journal, 1993
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