La spiritualità di Gauguin

Alla ricerca di una spiritualità primitiva Gauguin compie un viaggio mistico alla scoperta di sé stesso all’interno della pittura.

di Jessica Colaianni

Paul Gauguin nasce a Parigi nel 1849 ma sin dall’infanzia mostra un certo disagio per la vita in città con un desiderio di fuga verso civiltà lontane. Con la famiglia si trasferisce per un periodo a Lima in Sud America per poi tornare in Francia e ricevere una formazione abbastanza deludente nella città di Orléans. Sopraffatto dai problemi familiari e dopo aver fallito l’esame di ammissione all’Accademia Navale di Parigi decide di arruolarsi come allievo pilota sul mercantile Luzitano, mezzo che lo porta a viaggiare per il mondo e a scoprire così quei posti esotici che affollavano l’immaginario collettivo degli europei dell’Ottocento.

Tornato a Parigi a seguito della morte della madre, è in questa fase che Paul si avvicina al mondo delle belle arti, grazie all’intercessione di Gustave Arosa, ex compagno della madre. Comincia ben presto a collezionare le opere degli impressionisti, movimento all’epoca embrionale e fortemente criticato dagli esperti d’arte e nel mentre inizia a realizzare i suoi primi lavori, sotto la guida del maestro Pissarro.

Visione dopo il sermone (1888)

Il contatto con gli artisti del movimento che per molti diede vita all’arte contemporanea è fondamentale per la formazione del giovane Gauguin, il quale però non condivide a pieno la poetica. Sin da subito, infatti, dimostra di aver superato i suoi predecessori portando delle novità importanti all’interno della sua pittura. Ma la piena maturità stilistica Gauguin la raggiunge in Bretagna, a Pont-Aven per l’esattezza, paese selvaggio e rurale frequentato da diversi artisti con cui entra in contatto, tra cui Bernard e Laval che lo introducono alla tecnica del cloisonnisme, ispirata alle vetrate gotiche e consistente nella stesura di ampie campiture di colore ben delimitate. Capolavoro di quegli anni rimane la Visione dopo il sermone (1888) dove delle fedeli assistono al combattimento tra Giacobbe e un angelo, scena tratta dal libro della Genesi. La particolarità del dipinto sta nella rappresentazione del prato rosso e nella presenza di un albero che taglia in diagonale la scena, suddividendo in maniera netta ciò che è realtà da ciò che è immaginazione. Tra uno spostamento e l’altro, dopo una convivenza turbolenta con Van Gogh, conclusasi non nel migliore dei modi, Paul decide di lasciare definitivamente la Francia per rifugiarsi in un posto lontano, dove poter concludere la sua vita e continuare a produrre la sua arte, poco compresa al tempo e in parte derisa. Si trasferisce quindi a Tahiti dove Gauguin realizza indubbiamente la sua produzione più importante, fortemente ispirato dai colori e dal modo di vivere dei polinesiani. Qui entra in contatto con una spiritualità del tutto nuova e completamente diversa rispetto a quella occidentale e ben presto ne fa protagonista dei suoi lavori.

Ia orana Maria (1891)
Manao tupapau – The Spirit of the Dead Keep Watch (1892)

Tra i quadri più rappresentativi di questo periodo vi raccontiamo di tre in particolare. Il primo è Ia orana Maria (1891), una delle prime opere che Gauguin realizza in terra tahitiana e che vede ancora una forte presenza della religione cattolica, rappresentata da un angelo con le ali gialle che indica due donne del posto. In primo piano sulla destra, invece, troviamo una trasposizione del tema della Madonna col bambino, rappresentati in sembianze e in un ambiente totalmente estraneo alla raffigurazione tradizionale e immerso nei colori e paesaggi esotici dell’Oceania. Nel 1892 dipinge uno dei quadri più famosi, Manau Tupapau (Lo spirito dei morti veglia), il dipinto rappresenta Teha’amana, una giovane ragazza con cui l’artista intraprende una relazione. La donna giace nuda sul letto, inevitabile anche qui sono i richiami all’iconografia tradizionale occidentale, in questo caso l’immagine della Venere che qui diventa una figura con la pelle scurissima, caratteristica di coloro che abitano le isole della Polinesia. Sulla sinistra una figura minacciosa e malvagia incombe, è Tupapau, uno spirito dei morti tratto dalla cultura tahitiana che stava in quegli anni scomparendo dalle memorie dei giovani a causa del colonialismo. Il demone è interpretato come simbolo ineluttabile e inconoscibile della morte.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897-98)

Dopo un breve rientro in Francia che gli provoca più dolore che altro, l’artista riparte per la Polinesia. In  fine quindi prendiamo in esame quello che possiamo considerare il lascito testamentario di Gauguin, un lavoro del pittore realizzato nei suoi ultimi anni di vita percorsi da disturbi di salute e depressione con un tentativo di suicidio. Stiamo parlando del quadro Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897-98), opera di grandi dimensioni che pone la visione intima e spirituale dell’artista unita alle grandi domande che attanagliano da sempre l’uomo. La lettura iconografica parte da destra, dove un bambino steso sul prato rappresenta naturalmente la domanda da dove veniamo? Prosegue con la parte centrale della scena, dove una serie di figure immerse in un paesaggio naturale sono intente a svolgere diverse azioni pratiche e riflessive, riferendosi alla domanda chi siamo? A sinistra, a conclusione della sequenza e corrispondente alla domanda dove andiamo? una vecchia avvizzita rappresentata in posizione fetale intenta a ricordare con nostalgia gli anni della giovinezza. L’opera è un capolavoro che merita ancora di essere studiato e indagato nella miriade di simboli impressi da Gauguin che, indubbiamente, è tra i più grandi artisti dell’era moderna.

Fonti:

– Elena Ragusa, Gauguin, in I Classici dell’Arte, vol. 10, Rizzoli, 2003;

– Anna Maria Damigella, Gauguin, in Art dossier, Giunti, 1999;

– Ingo F. Walther, Gauguin, in Basic Art, Taschen.

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