La settima arte, un’arte popolare, aperta a tutti, bastano pochi euro e tutti noi possiamo vederla (anche se ormai un biglietto del cinema costa quanto quello di una mostra…a meno che non si utilizzino i più economici Netflix, Prime video, Infinity, Tim vision! Che, tra parentesi, se iniziano a sponsorizzarci o chiederci collaborazioni, noi di certo non ce ne lamentiamo!) Capita, alcune volte, che il cinema prenda ispirazione dalle altre sei, in particolare la pittura, ma non vi voglio parlare di film quali I colori dell’anima o La ragazza con l’orecchino di perla, nemmeno di quelli dove c’è un richiamo diretto a un’opera (per quello c’è la nostra rubrica #taleequale, ogni mercoledì sulla nostra pagina facebook… Non perdetela!), bensì quelli che utilizzano l’arte per dare un significato migliore e più complesso all’opera. E allora partiamo verso questo meraviglioso mondo di cellulosa!

Il primo film che vi voglio proporre è di sicuro Midnight in Paris, il mio film preferito in assoluto! Scritto e diretto da Woody Allen, parla della nostalgia di un tempo distante, che non abbiamo mai vissuto, ma che immancabilmente manca ad ognuno di noi. Per descrivere i mitici anni ‘20 parigini, Allen decide di non utilizzare persone normali, bensì una meravigliosa squadra di artisti. E allora ecco sfilare i Fitzgerald (e quanto è meravigliosa Zelda?), Picasso, Dalì con i suoi rinoceronti, la Stein e Hemingway ( per cui ho una cotta strepitosa!);sono loro a rendere quel decennio l’epoca meravigliosa che ancora oggi ci ricordiamo, sono la sua esemplificazione completa: luci, feste e balli sfrenati che nascondono solo il malessere dell’ennesima generazione che ha trovato nell’arte il supporto necessario per affrontare tutto ciò.

Passiamo al mio secondo film preferito: I sogni segreti di Walter Mitty. Se ci seguite sin dall’inizio l’avrete di sicuro già sentito, fu uno dei primi post della nostra rubrica #tuttoèarte (tutti i venerdì sulla nostra pagina su facebook! Ok, la smetto con tutta questa pubblicità!), ma adesso parliamone un po’ meglio. Walter deve cercare una fotografia andata perduta e così si mette in viaggio alla ricerca del fotografo che l’ha realizzata, attraverso paesaggi stupefacenti, che, Ben Stiller, al suo esordio da regista, decide di mostrarci concentrandosi proprio sulla fotografia. E sì, mi dovete scusare il gioco di parole, ma è la verità!
Inquadrature ampie (campi lunghi o lunghissimi, in termini tecnici) che sembrano mostrare delle vere e proprie fotografie, dove l’uomo è una minuscola macchia, oppure, se è ben visibile, è sistemata in modo da essere parte integrante del paesaggio, non protagonista assoluto come di solito accade.

Andiamo oltre e veniamo verso tempi più recenti e prendiamo il Pinocchio di Garrone, uscito alla fine del 2019. La fotografia di questo film prende ampiamente ispirazione dai quadri dei macchiaioli, corrente prevalentemente toscana della seconda metà dell’Ottocento. Perché questa scelta? Be’ da appassionata di cinema e storica dell’arte non posso non pensare che sia un modo per mostrare come Collodi immaginasse la sua storia. La nostra mente lavora per immagini e, non avendo il cinema, usava i quadri e lui e i macchiaioli erano contemporanei, ecco così che le inquadrature hanno una luce gialla e polverosa, vedute solitarie e rurali che si stagliano come macchie di colore su una tavola omogenea.

E sì, la fotografia può rendere tutto così pittorico! La trama, poi, può portarci a conoscere direttamente gli artisti che più amiamo, ma ci dimentichiamo spesso della magia del montaggio. Ed è il caso de I due papi, film targato Netflix, che affronta i giorni in cui Benedetto XVI e il futuro papa Francesco si incontrano per discutere del futuro della Chiesa. La maggior parte delle scene si svolge tra le mura della cappella Sistina e allora, ecco, che mentre vengono depositati i voti per la nomina di Ratzinger si frappone tra noi e la scena la famosa Creazione di Adamo. Al Giudizio Universale, invece, spetta il ruolo di esemplificazione del grave peccato di Benedetto XVI: egli confessa al futuro papa di essere a conoscenza di numerosi scandali, soprattutto sessuali, perpetrati dai suoi preti, le parole non si sentono, ma il montaggio rapido ci fa comprendere la tragedia. I volti dei dannati si intervallano con quei dei due uomini, dettagli che tolgono l’umanità da quei volti e che, per scelta registica, la telecamera modifica, deformandoli ulteriormente. Attimi di tensione, angoscia e paura che rendono il tutto più significativo.

Quindi, tiriamo le somme di questo viaggio: se si va oltre a quello che semplicemente vediamo passare sullo schermo possiamo scoprire mille e più riferimenti al mondo dell’arte, che ci dà un nuova chiave di lettura dell’opera cinematografica, che essa possa essere lo stato d’animo del protagonista che sia un riferimento all’epoca in cui ha vissuto l’autore della storia. Quindi la prossima volta che ci sediamo sulla nostra bella poltroncina o sul nostro divano di casa, da soli o con degli amici, godiamoci il piacere di perderci in questo mondo di cellulosa che ci permette di vedere tutto con occhi diversi e nuovi!