“E’ arrivata la Befana che tutte le feste porta via!”. Questa frase mi ha sempre messo molta tristezza da piccola: la fine delle vacanze di Natale, i compiti abbandonati per giorni interi da recuperare il più rapidamente possibile, calze piene di dolci e niente più regali da scartare (che poi a me i dolci non piacciono, quindi dentro le calze, io trovavo lo stesso dei doni, soprattutto libri, tiè!). Ma c’era una cosa positiva: andare a vedere la vecia che brucia!

Qui in Veneto, in ogni piazza, che sia piccola o grande, si crea un enorme e altissima pira, dove si sistema un fantoccio, solitamente con vestiti femminili rotti e consumati, e nella prima oscurità della sera (nel mio paese minuscolo, solitamente dopo la Messa delle 18.00) si accende questo strabiliante e suggestivo falò. L’intera comunità si riunisce e con il naso all’insù si guarda il fuoco che sale e distrugge, mentre i più anziani fanno gli scongiuri e osservano se le fiamme salgono bene, ma soprattutto da che parte va il vento.
E voi chiederete, giustamente: chi è questa vecia? E che c’entra il vento?

Easy (jet!), ve lo spiego io e la cultura popolare che scorre in me (insieme alla mia capacità di fare ricerche in biblioteca)! Intanto partiamo dalle basi, o meglio dalla prima domanda: la vecia (aka la vecchia) ha una tradizione millenaria e si può associare tranquillamente alle pratiche politeiste preistoriche in cui il fuoco, elemento purificatore, veniva utilizzato per allontanare i demoni cattivi che avrebbero portato un magro raccolto e la conseguente carestia. Nel Nord Italia questa pratica è rimasta e si è arricchita, infatti, non è solo un modo per allontanare la negatività futura, ma anche un rito propiziatorio per buttarsi alle spalle tutto ciò che, durante l’anno appena trascorso, ha portato malessere.
E allora perché si fa il 6 gennaio? In realtà non è così, sono parecchie le zone che spostano la data di tale evento, c’è chi, come Bologna e Modena, lo fa la notte di Capodanno, c’è chi lo fa in onore dei processi contro gli eretici (Borgo San Giacomo a Brescia) oppure viene usato come una scusa per interrompere il periodo di magra durante la Quaresima (Visano, sempre a Brescia…furbetti eh!). Ma in questo specifico caso la risposta sta proprio sul perché i vecchietti, chi ancora è legato alle tradizioni e alla scaramanzia (chiamiamola così), sta a controllare con la bussola da che parte tira il vento. Il 6 gennaio è l’ultimo giorno di pausa tra la fine del raccolto e l’inizio di uno nuovo. La Natura è una crudele matrigna (come ci ha insegnato il nostro amicone Leopardi!) e i contadini ne sono gli amanti, così come i nostri fidanzati indagano (forse…in teoria…se il criceto nel loro cervello nel frattempo non si è suicidato per la solitudine!) sul nostro stato d’animo prima di proporci qualcosa, ecco che i maestri della terra fanno lo stesso. Se il fumo viene guidato da un vento da sud-ovest non c’è nulla da temere: arriverà la pioggia, meraviglioso nettare che porterà prosperità, se, invece, il vento è quello da nord-est…beh, sarà un anno arido, con un raccolto misero e una terra secca e priva di vita.

Ma nonostante ciò, loro, intrepidi amanti, pianteranno, magari piante che resistono a queste difficoltà, perché bisogna in qualche modo campare durante l’anno che verrà! Perciò, quando l’ultima fiammella si sarà spenta e l’ultima ansia se ne sarà andata insieme all’anno passato, tutti, contadini, curiosi, bimbi e adulti, si sposteranno verso un qualche locale, banchetto o signora che offrirà quell’altra cosa immancabile al rogo della vecia: il vin brulé e per i più piccoli la cioccolata (ovviamente!) coccola necessaria per sopravvivere alle crudeli notti invernali del nord (manco fossimo in Lapponia, ma c’è poco da fare l’umidità rende tutto più rigido!).
Un abbraccio gentaglia e che quest’anno ci sia solo un vento di positività a riempire le vostre vele!